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The Japanese Submarine Force And World War Ii


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Titolo: The Japanese Submarine Force and World War II

Autore: Carl Boyd e Akihiko Yoshida

Editore: Bluejacket Books

Anno: 2002

Pagine: 276

Prezzo: ultime copie presso LELA Presse a saldo

 

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Si tratta di un libro pubblicato originariamente nel 1995 dalla Naval Institute Press, e poi ristampato nel 2002 in paperback dalla Bluejacket Books.

 

Un testo di notevole interesse, che analizza le ragioni della deludente performance dei sommergibili giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante si trattasse in partenza di una componente navale ben addestrata, coesa e basata su battelli di buona qualità. Ben 127 su circa 160 grandi sommergibili in servizio durante la guerra vennero perduti, il tutto a causa di errori di pianificazione strategica e operativa del tipo di guerra navale che si sarebbe combattuta, e conseguentemente di errata preparazione degli equipaggi.

 

Le pur formidabili forze subacquee giapponesi non ricevettero mai un piano d'azione strategico e operativo efficace per combattere il tipo di guerra che si realizzò nel Pacifico, molto diverso da quello previsto anteguerra dall'alto comando imperiale nipponico. Questa carenza si manifestò sin dalle prime missioni in acque hawaiiane del dicembre 1941, e continuò a Coral Sea e a Midway. Tutto nasceva dall'idea profondamente sbagliata che la funzione dei sommergibili fosse essenzialmente quella di aiutare le forze navali di superficie a vincere la battaglia decisiva, anziché una componente decisiva nella lotta al traffico mercantile.

 

Ne derivò un impiego un po’ a casaccio durante la guerra, spesso formando linee di agguato rigide destinate a intrappolare e inseguire le forze navali americane, che quasi immancabilmente si rivelavano inefficaci. Spesso ai grandi sommergibili vennero affidate rischiose missioni di ricognizione delle basi navali e degli ancoraggi usati dagli avversari, utilizzando anche unità tascabili, siluri pilotati e aerei, con risultati assolutamente trascurabili (le bombe incendiarie sganciate sulle foreste dell'Oregon, i cannoni di bordo impropriamente usati come artiglieria per sparare qualche colpo contro bersagli minori sul continente americano e su diverse isole). Vennero utilizzati per missioni di rifornimento e di evacuazione delle guarnigioni rimaste isolate, di (rischioso) rifornimento di benzina per gli idrovolanti a lunga portata, e per altrettanto pericolose missioni di trasporto da e per Bordeaux per lo scambio di merci pregiate, di tecnologie e prototipi di armi e di personale essenziale. Una grande dispersione di attività, che non giocò davvero a favore dell'efficienza.

 

Ma soprattutto c'è una spiegazione “alla rovescia” del fallimento delle forze subacquee giapponesi. Il Giappone aveva trascurato completamente, prima della guerra, metodi e tecniche di lotta antisommergibile, con i risultati che ben sappiamo: un massacro quasi generalizzato del naviglio mercantile nipponico da parte dei terribili battelli americani. I sommergibilisti giapponesi non avevano alcuna conoscenza dei metodi di ricerca e di attacco A/S; i loro radar e sonar attivi erano assolutamente primitivi rispetto a quelli americani. Le loro cognizioni in materia di propagazione del suono in rapporto alla stratificazione delle temperature e delle densità (salinità) dell'acqua erano minimali. I battelli giapponesi erano grandi, potentemente armati e veloci in superficie (concepiti per rincorrere le corazzate), ma in immersione erano lenti, poco maneggevoli e potevano raggiungere profondità molto limitate: in una parola, erano bersagli facili. Mi pare evidente qui un parallelo con le forze subacquee della Regia Marina. Anche nel campo delle caratteristiche idonee a ridurre la rumorosità, l’arretratezza giapponese in materia antisommergibile ne impedì un adeguato sviluppo. Quindi una forza concepita come un’élite, con un'elevata componente di volontari, con spiccate doti di orgoglio di appartenenza e di impegno verso il dovere venne sacrificata dall'arretratezza strategica e dall’incapacità di adattarsi alle mutate caratteristiche del conflitto.

 

In definitiva, un libro istruttivo e interessante. L'unico problema riguarda la qualità della carta dell'edizione in paperback, che naturalmente sacrifica le fotografie.

Edited by Totiano
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da base artica, marco

 

da un mio ...vecchio zio/nonno tedesco che "allora" era di base a penang, essendo lui specialista in ...(!), mi raccontava tanti anetodi dei somm. giapponesi dove era ogni tanto in viaggio con loro x motivi...(!).

la cosa piu incredibile, odori e sapori.."orientali" poco occidentali :s14: , era la continua e onnipresenza di ratti :s68:di :s12: grosse dimensioni che a volte assalivano il personale in momenti di immersione.

tecnicamente diceva di aver visto che tutto era ultradimensionale, insomma la dove ..noi un volantino era da loro quasi il doppio.

lato personale dice che attmosfera (sottuficiali a parte) era x loro modo , molto famigliare, anche se ha assistito piu volte a punizioni a furia di pugni e calci... :s14:

inoltre i loro sommergibilisti erano i cugini ..poveri della marina, cioe erano in fondo alla fila su tutto.

saluti marco

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promette mirabilie da come lo descrivi, Francesco!

è solo un trattato di tattica e strategia o c'è anche un aparte squisitamente tecnica?

 

E' un contributo importante alla storia dell'arma sottomarina giapponese: organizzazione, strategie, tattiche, personale, impiego operativo dal 1937 al 1945. C'è anche un capitolo sulle armi, i siluri, i computer di tiro, mine, cannoni, aerei, kaiten (siluri pilotati), sistemi di propulsione (motori diesel ed elettrici), supporto logistico, formazione e addestramento, sistemi di comunicazione, cantieri. Ma non lo definirei un capitolo squisitamente tecnico: il taglio prescelto è sempre quello storico.

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da base artica, marco

 

da un mio ...vecchio zio/nonno tedesco che "allora" era di base a penang, essendo lui specialista in ...(!), mi raccontava tanti anetodi dei somm. giapponesi dove era ogni tanto in viaggio con loro x motivi...(!).

la cosa piu incredibile, odori e sapori.."orientali" poco occidentali :s14: , era la continua e onnipresenza di ratti :s68:di :s12: grosse dimensioni che a volte assalivano il personale in momenti di immersione.

tecnicamente diceva di aver visto che tutto era ultradimensionale, insomma la dove ..noi un volantino era da loro quasi il doppio.

lato personale dice che attmosfera (sottuficiali a parte) era x loro modo , molto famigliare, anche se ha assistito piu volte a punizioni a furia di pugni e calci... :s14:

inoltre i loro sommergibilisti erano i cugini ..poveri della marina, cioe erano in fondo alla fila su tutto.

saluti marco

 

Caro Marco, mi fai venire in mente un altro libro della mia piccola biblioteca, "Reluctant Allies: German-Japanese Naval Relations in World War II" di H.J.Krug, Y. Hirama, B. J. Sander-Nagashima e Axel Niestlé, sempre di Naval Institute Press, 2001, che dimostra con grande dovizia di particolari quanto male si combinassero il senso di superiorità e il razzismo antiasiatico degli Uebermensch tedeschi con l'arroganza e il senso di superiorità della casta militare nipponica (i "Prussiani dell'Estremo Oriente" li definirono una volta). Nessuna cooperazione strategica mai, né prima né durante la guerra.

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