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Potere Nucleare Delle Ffaa Italiane


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Questa discussione ha avuto 18 risposte

#1 Leopard1

Leopard1
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Inviato 25 marzo 2014 - 12:20

Il 2 aprile prossimo, alle ore 21, nella sede UNUCI di Via Bagutta 12 a Milano parlerò di questo argomento.

C'è stato un momento, un lungo momento, in cui Esercito ed Aeronautica hanno avuto questo potere.

Certo, potere limitato, di tipo solo tattico. (beh, l'Aeronautica l'ha avuto anche di tipo strategico...), sempre condizionato dal principio della doppia chiave, ma comunque sempre potere è stato.

La Marina invece questo potere, nonostante sforzi e sperimentazioni, non l'ha mai avuto...

Qualche commento?

Magari, sarebbe interessante sentirlo dalla viva voce di chi potrà essere presente il 2 aprile

Saluti a tutti

 



#2 Navy60

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Inviato 25 marzo 2014 - 12:26

Beh! interessante argomento..

visto che per motivi geografici, mi è preclusa la presenza, sarebbe apprezzatissimo (da parte mia) un rapporto dettagliato sull'intera vicenda.

Ti ringrazio fin d'ora. :smile:

Comunque complimenti per l'argomento :smiley19: :smiley19:


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#3 malaparte

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Inviato 26 marzo 2014 - 12:47

Mi è arrivato l'invito cartaceo

 

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...cappirai se non prendono il pretesto per un rinfresco e brindisi... :wink:



#4 danilo43

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Inviato 26 marzo 2014 - 01:24

.

 

Mi è arrivato l'invito cartaceo

...cappirai se non prendono il pretesto per un rinfresco e brindisi... :wink:

 

Tutti i salmi finiscono in gloria !!!    E bravo Vincenzo :smiley19:


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#5 Navy60

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Inviato 26 marzo 2014 - 01:54

Complimenti Vincenzo! :smiley19: :smiley19:

Malaparte, ti raccomando, di redigere un "rapporto" molto, molto accurato (con foto dell'evento)... 


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#6 malaparte

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Inviato 27 marzo 2014 - 10:56

Malaparte, ti raccomando, di redigere un "rapporto" molto, molto accurato (con foto dell'evento)... 

 

Mi sa che dovrai contare su qualcun altro: io a MI non vado... ( dovrei aspettare il primo treno utile...alle 5,15 del giorno seguente... :dry: )



#7 Navy60

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Inviato 27 marzo 2014 - 11:04

Mi era sembrato di capire che andavi... scusa.

a questo punto, speriamo che l'amico Vincenzo ci faccia partecipi...


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#8 Leopard1

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Inviato 28 marzo 2014 - 09:14

Provo ad incollare l'abstract del mio intervento e ad inviarlo in più puntate.

 

Le Forze Armate Italiane hanno avuto un potere nucleare? Ce l’hanno ancora?

Né alla prima, né, tantomeno, alla seconda domanda è semplice rispondere, sia perché molti documenti sono tuttora coperti da segreto, sia perchè non è mai chiaro cosa significhi in realtà il concetto di “potere nucleare” per tutte quelle Nazioni che, come l’Italia, pur facendo parte di alleanze politico-militari come la NATO, non facevano e non sono “soci” di quel ristretto “club” di Potenze dotate di proprie armi nucleari[1], sia, infine, perché come Ufficiale, seppur in congedo, ritengo del tutto inopportuno affrontare la questione: la Guerra Fredda è terminata, ma gli scenari politico-militari presenti e futuri possono ancora giustificare in futuro il possesso e l’uso di ordigni nucleari.

Premesse e presupposti.

Immediatamente dopo la fine della guerra (ufficialmente sancita in Europa il 7 maggio 1945 ed in Estremo Oriente il 15 agosto di quello stesso anno) lo scenario internazionale si era drasticamente modificato, con gli ex-alleati vincitori oramai divisi in due blocchi politico-militari contrapposti[2].

Il 10 febbraio 1947 veniva firmato il trattato di pace tra l’Italia e le Potenze alleate vincitrici del secondo conflitto mondiale. Ai fini dell’argomento di cui ci stiamo occupando, assume particolare rilievo l’art. 51, che stabilisce  in modo estremamente chiaro il divieto per l’Italia di possedere, costruire o sperimentare qualsiasi tipo di arma atomica[3].

Ma la tensione tra Stati Uniti e Gran Bretagna, da un lato e l’Unione Sovietica, dall’altro, cambiò radicalmente la situazione, portando, da un lato, alla nascita della NATO, con il Trattato di Washington del 4 aprile 1949, firmato da dodici Stati membri fondatori (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti) e, qualche anno dopo, al Patto di Varsavia, sottoscritto il 14 maggio 1955[4] da otto Nazioni (Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Repubblica Democratica di Germania (Germania Est), Polonia, Romania, Ungheria ed Unione Sovietica). Con l’adesione, quale Stato fondatore della NATO, secondo molti commentatori, l’Italia veniva di fatto sollevata dalle limitazioni del Trattato di pace[5].

Nel giro di pochi anni la tensione tra i due blocchi crebbe progressivamente, tanto che entrambe le alleanze si prepararono ad un possibile scontro armato.

La forte preponderanza delle truppe del Patto di Varsavia, soprattutto sotto il profilo dei mezzi blindati e corazzati e dell’artiglieria, spinse gli Stati Uniti a dotare le proprie truppe di armi in grado di utilizzare munizionamento nucleare “tattico” e, talora, persino “strategico”, cioè di potenza limitata, schierate lungo la linea di frontiera[6].


[1] Ad oggi, fanno senz’altro parte di questo “club” Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele,  India e Pakistan. E’ incerto se ne faccia ancora parte il Sudafrica.

[2] Resta famosa la frase pronunciata da Winston Churchill il 5 marzo 1946: “Da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente (europeo, n.d.a). Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati dell'Europa Centrale e Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno a esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera Sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell'altro, non solo all'influenza Sovietica ma anche a una altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca.

[3] Il testo integrale dell’art. 51 recita: “Art. 51 - L'Italia non dovrà possedere costruire o sperimentare: I-alcuna arma atomica; II-alcun proiettile ad auto-propulsione o guidato, o alcun dispositivo impiegato per il lancio di tali proiettili (salvo le torpedini o dispositivi di lancio di torpedini facenti parte dell'armamento normale del naviglio autorizzato dal presente Trattato); III-alcun cannone di una portata superiore ai 30 chilometri; IV-mine marine o torpedini di tipo non a percussione azionate mediante meccanismo ad  influenza; V- lcuna torpedine umana.”

[4] Da notare che il 6 maggio 1955 era entrata a far parte della NATO la Repubblica federale di Germania, più comunemente conosciuta come Germania Ovest

[5] L’articolo 5 del Trattato di Washington prevedeva infatti che: “Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate.”

[6] Per arma nucleare tattica si intende un ordigno nucleare di limitato potere distruttivo, progettatto per essere utilizzato sul campo di battaglia in funzione principalmente difensiva ed in presenza di situazioni critiche determinate da forte e sfavoravole disparità di forze tradizionali, riducendo od annullando la capacità aggressiva del nemico arrestandone lo slancio e l’avanzata, soprattutto contro ampi schieramenti di unità blindo-corazzate. Per arma nucleare strategica si intende invece un'arma che persegue la finalità di distruggere la capacità combattiva di un’intera Nazione, colpendo i suoi più importanti obiettivi politici, militari, industriali e finanche quelli civili.



#9 Leopard1

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Inviato 28 marzo 2014 - 09:23

(continua)

 

Col tempo, stipularono una serie di accordi bilaterali (“Accordi-quadro”) con varie Nazioni della NATO sia per ufficializzare la presenza del munizionamento nucleare di loro esclusivo possibile impiego, sia di dotare di alcuni tipi di questo munizionamento quelle Nazioni con le quali avevano stipulato gli accordi, cosa che si concretizzò con  l’Italia e le nostre Forze Armate con l’accordo segreto del 20 ottobre 1954 tra il Governo italiano e quello statunitense relativo alla difesa nucleare in Italia[1].

L’eventuale impiego di questo munizionamento -che rimaneva sotto rigida custodia di speciali unità dell’U.S. Army- da parte delle Nazioni ospitanti, avrebbe potuto avvenire però solo nel rispetto della cosiddetta regola della “doppia chiave”, in base alla quale le armi nucleari erano di proprietà degli USA, mentre i vettori lo erano della Nazione ospitante ed il loro impiego doveva essere autorizzato congiuntamente sia dal Governo statunitense sia da quello della Nazione ospitante.

L’accordo segreto del 1954 era dovuto anche al fatto che sin dal 1953 tra le Potenze vincitrici si stava trattando per arrivare ad un’intesa (firmata il 15 aprile 1955) che prevedeva il ritiro dall’Austria di tutte le truppe occupanti e la contestuale dichiarazione del suo stato di neutralità

Le ipotizzate direttrici d’attacco all’Italia da parte del Patto di Varsavia

 

permanente. Ciò causava molte preoccupazioni agli Stati Uniti, perchè, memori delle due violazioni dello stato di neutralità compiute dalla Germania nel 1914 e nel 1939, temevano che, attraverso l’Austria, le truppe sovietiche avrebbero potuto attaccare con relativa facilità la Germania occidentale da sud e l’Italia da nord, Nazioni entrambe rientranti nella sfera d’influenza americana in base agli accordi di Yalta.

Gli Stati Uniti decisero allora non solo di potenziare il loro dispositivo militare in Italia, trasferendovi molte decine di migliaia di loro militari stanziati in Austria, ma, appunto, di coinvolgere le Forze Armate Italiane in un sistema di difesa, anche nucleare. La gran parte dei reparti statunitensi si stanziarono in Veneto, facendo di Vicenza la loro base principale, tanto che nel 1956 divenne sede della SETAF, (South European Task Force), che, per poter supportare logisticamente i propri reparti dell’esercito e dell’aeronautica di munizionamento nucleare, vi stanziò in una vicina località, Longare,[2] anche due battaglioni di artiglieria con la missione principale di custodire e manutenzionare le armi nucleari tattiche statunitensi presenti in Italia.

Gli Accordi-quadro furono successivamente resi operativi con una serie di ulteriori intese, anche queste segrete, mediante le quali venivano identificati i Reparti del Paese alleato ospitante che avrebbero avuto in dotazione armi nucleari, il tipo di addestramento al quale avrebbero dovuto sottoporsi per il loro eventuale impiego e le aree che avrebbero dovuto presidiare e difendere, nonché, infine siti idonei allo stoccaggio del munizionamento nucleare ed i sistemi di loro custodia[3].

Fu quindi in base al quadro politico-militare che si era determinato ed ai conseguenti trattati internazionali e agli accordi bilaterali, che due delle tre  Forze Armate italiane, l’Esercito e l’Aeronautica, furono messe in condizione di impiegare sistemi d’arma e munizionamento nucleare.

Non la Marina, invece, che cercò egualmente di poter acquisire capacità e competenze sia teoriche che operative in campo nucleare, prima cercando l’aiuto degli Stati Uniti, poi provando autonomamente. Entrambi i tentativi furono però vani.

 

(seguirà prossimamente con brevi note sull'Esercito)


[1] ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954, accordo firmato dal Ministro Scelba e dall’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento. Il rispetto dell’accordo è stato ribadito sia nell’”Accordo-quadro per la cooperazione nell'impiego dell'energia atomica a scopo di reciproca difesa”, sottoscritto dall’Italia il 3 dicembre 1960, sia al punto 2 dell’Annesso A) del Memorandun d’intesa tra il Ministero della Difesa italiano ed il Dipartimento alla Difesa statunitense del 2 febbraio 1995 (il cui testo in lingua inglese è consultabile su: http://byebyeunclesa...l-agreement.pdf). A tutt’oggi, il testo dell’accordo del 1954 resta segreto, nonostante il 10 marzo 1999 il Presidente del Consiglio dei Ministri abbia dichiarato alla Camera che  "Il Governo ha stabilito, di fronte alle richieste della Procura militare di Padova…..di accedere al testo dell'Accordo quadro bilaterale Italia-Usa del 20 ottobre 1954, di porre tali documenti a disposizione di quell'autorità giudiziaria.”.

 

[2] L’area, denominata successivamente “Site Pluto” venne affidata alla 559th Field Artillery, di cui facevano parte la 69th Ordnance Company, che aveva compito di manutenere le testate, e il 28th Field Artillery Detachment americano cui era affidata l'eventuale difesa alla quale concorreva anche una Compagnia Carabinieri, stanziata presso la caserma "Chinotto" di Vicenza.

[3] Questi ultimi accordi, definiti Atomic Stockpile Agreements" ("Accordo sui depositi nucleari"), precisavano che la custodia delle armi nucleari sarebbe stata affidata a reparti dipendenti dal 38° M.M.G. - Munitions Maintenance Group, con sede nella base aerea di Spangdahlem, mentre la sucurezza e difesa dei siti sarebbe stata affidata alle forze armate del Paese alleato ospitante ( che in Italia furono le Compagnie fucilieri di sicurezza, affiancate dai Carabinieri)

(seguirà nei giorni prossimi con brevi note sull'Esercito)



#10 Iscandar

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Inviato 28 marzo 2014 - 11:56

A questo punto va spostato dal fuori discussione, diventa un articolo da fissare in bacheca...


"Ardisco ad ogni impresa"     :Italy:  
 motto del Regio Incrociatore Pola... la nave di mio Padre

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#11 Leopard1

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Inviato 29 marzo 2014 - 12:28

Proseguo con l'Esercito

L’Esercito Italiano ebbe senz’altro un certo potere nucleare, anche se soggetto alla già citata regola della “doppia chiave”. Questo potere fu allocato in una speciale Grande Unità, la 3^ Brigata Missili “Aquileia”, costituita il 1° ottobre 1959 e sciolta il 30 novembre 1991. Durante oltre trent’anni, la Brigata ebbe nelle sue fila ben quattro reparti dotati di mezzi in grado di utilizzare munizionamento nucleare: il 1° Gruppo artiglieria pesante "Adige", il 3° Reggimento missili “Volturno”, il 9° Gruppo artiglieria pesante "Rovigo" ed il 27° Reggimento di artiglieria pesante semovente “Marche”, tutti dislocati nell’Italia Nord-Orientale, tra Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige.

La loro missione avrebbe dovuto essere quella, in caso di invasione delle truppe del Patto di Varsavia proveniente dalla cosiddetta "Soglia di Gorizia" o dall'Alto Adige attraverso la Val Pusteria, di rallentarne o arrestarne lo slancio, consentendo alle truppe alleate della NATO di intervenire.

 

Obice M-115

 

I mezzi in grado di utilizzare munizionamento nucleare di cui erano dotati i Reparti dell’”Aquileia” erano sia le artiglierie tradizionali (obici ruotati M-115 da 203/25, obici semoventi M-55 da 203/25 e obici-cannoni semoventi M-110A2 da 203/39), tutte in grado di sparare i proiettili a carica nucleare W-33[1], sia le artiglierie missilistiche, con i razzi MGR-1 “Honest John” ed i missili MGM-52 “Lance”, entrambi dotati di testate nucleari[2].

Missile “Lance”

 

Tanto i proiettili quanto le testate con carica nucleare erano custodite in una mezza dozzina di siti (Aldebaran, Algol, Castor, Pluto, Rigel e River[3]) non lontani dallo schieramento dei reparti. Se la custodia e la difesa ultima del munizionamento nucleare presente nei siti era affidata ad altrettanti distaccamenti del 559° US Artillery Group, la loro sicurezza era garantita da alcune speciali unità di fanteria, le “Compagnie Fucilieri di Sicurezza”, particolarmente addestrate a questo specifico compito.

La fine del seppur limitato potere nucleare dell’Esercito Italiano fu decretata con il Trattato SALT-1, del 31 luglio 1991, con il quale USA ed URSS (quest’ultima oramai in disfacimento) concordarono la riduzione degli armamenti nucleari, in particolare di quelli presenti in Europa. Tutto il relativo munizionamento di proprietà USA utilizzabile dall’Esercito Italiano venne rimosso e riportato negli Stati Uniti con l’Operazione “Silent Echo”, conclusasi nell’aprile 1992.


[1] Il proiettile W-33 aveva una potenza variabile da 1 a 40 kiloton.

[2] L’Honest John aveva una testata con carica nucleare  W-31 con potenza da 2,2 a 40 kiloton , il Lance una W-70, con potenza da 1 a 100 kiloton

[3] Di tutti questi siti, ormai, tranne uno, dismessi, sono facilmente disponibili le coordinate GPS, per cui la loro localizzazione può essere facilmente visualizzata con immagini satellitari. Molti risultano abbandonati.



#12 Leopard1

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Inviato 09 aprile 2014 - 09:03

La conferenza in UNUCI è andata benino. Alcuni dei presenti sono intervenuti accennando alle loro "partecipazione" alla gestione del potere nucleare, chi sotto il profilo logistico e della sicurezza, chi sotto quello operativo della difesa aerea.

Passo ora alle note riguardanti l'Aeronautica.

 

Il potere nucleare dell’Aeronautica

Non è azzardato affermare che, tra le Forze Armate italiane dell’epoca, fu l’Aeronautica quella ad avere il potere nucleare di maggior rilievo, sia a livello tattico, sia, addirittura, seppur per un breve periodo, strategico.

A livello tattico, infatti, la NATO aveva affidato all’AMI due compiti principali: il primo, quello di colpire con i suoi vettori pilotati, obiettivi ben in profondità, quali centri di comando e centri logistici localizzati in Ungheria, Cecoslovacchia e Bulgaria. I reparti addestrati allo scopo erano in particolare alcuni Gruppi degli Stormi di cacciabombardieri 5°, 6° e 51°, che, tra il 1954 ed il 1992, ebbero via via in dotazione gli F-84 G “Thunderjet”, gli F-84F “Thunderstreak”, gli F-104G ed S “Starfighter” ed infine i “Tornado”IDS.

 

F-84F “Thunderstreak”

 

Le bombe nucleari furono all’inizio le Mk-7, successivamente sostituite prima dalle Mk-43 ed infine dalle B-61[1].

 

Tornado IDS

Il secondo compito di tipo tattico era la difesa antiaerea a grande raggio, affidata in questo caso alla 1^ Aerobrigata Intercettori Teleguidati, dotata inizialmente di missili “Nike Ajax” e successivamente di “Nike Hercules”. Questi ultimi, che avevano una gittata di 130-160 km, erano in grado di montare testate nucleari W-31[2]. Gli Hercules, affidati a ben 12 Gruppi IT, erano dislocati quasi tutti in Veneto[3].

 

Una batteria di Nike Hercules

 

Come dicevamo, l’Aeronautica Militare fu l’unica Forza Armata ad avere un potere nucleare strategico. Tra il 1960 ed il 1963, infatti, la sua 36^ Aerobrigata da Interdizione Strategica ebbe in dotazione 30 missili Jupiter, dotati di testata nucleare W-49 da ben 1,44 megaton, in grado di colpire obiettivi distanti fino a 2.400 Km (secondo talune fonti, anche oltre)[4].  Con base principale a Gioia del Colle e 10 basi di lancio (tutte, tranne due, dislocate in Puglia), la 36^ Aerobrigata rappresentò il punto massimo del potere nucleare delle FF.AA. italiane[5].

Al tempo stesso, fu però il primo reparto a perderlo: la cosiddetta “crisi di Cuba” fu infatti risolta da un lato con il ritiro e la mancata installazione a Cuba di missili IRBM/MRBM da parte sovietica e, dall’altro, con il ritiro dei 45 missili Jupiter già installati in Italia e Turchia.

 

Una postazione di Jupiter

 

Per quel che concerne invece il potere nucleare tattico dell’AMI, questo venne a mancare dapprima in campo antiaereo, con il ritiro alla fine degli anni ’80 delle testate per i Nike Hercules e quindi con il quasi completo ridimensionamento dello stock di bombe d’aereo, avvenuto nella prima metà degli anni ’90, a seguito del già citato Trattato Start-1.


[1] Le bombe a caduta libera Mk-7 avevano una potenza variabile da 8 a 61 kiloton, le Mk-43 da 70 kiloton a 1 megaton e le B-61 da 0,3 a 340 kiloton

[2] L’idea di montare testate nucleari su missili antiaerei era legata all’ipotesi di attacchi in massa di bombardieri strategici sovietici ad alta quota, sulla falsariga di quanto era accaduto nelle ultime fasi della 2^ Guerra Mondiale. Quando ci si rese conto che questo tipo di attacco era oramai superato e che la minaccia era diventata di attacchi a bassa quota da parte di singoli velivoli o di missili da crociera, tanto l’Hercules quanto la testata nucleare divennero evidentemente obsoleti. La testata W-31 aveva una potenza variabile da 2, 20 e 40 kiloton.

[3] Ciascun Gruppo era articolato su una base logistica, un’area di lancio ed un’area di controllo, spesso dislocate in località diverse, seppur vicine. Molti di questi siti risultano purtroppo abbandonati.

[4] Dei Paesi NATO non detentori di un autonomo potere nucleare, soltanto l’Italia e la Turchia ebbero in dotazione gli Jupiter che, per gittata e potenza della loro testata erano effettivamente delle armi di tipo strategico.

[5] Anche in questo caso sono facilmente disponibili le coordinate delle basi di lancio, anche in questo caso in gran parte in stato di abbandono.



#13 Leopard1

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Inviato 13 aprile 2014 - 10:05

Ed ecco la Marina...

Il mancato potere nucleare della Marina

Nella seconda metà degli anni ‘50 Marina mise in atto varie iniziative volte sia alla sperimentazione di sistemi di propulsione nucleare, sia all’impiego di vettori d’arma strategici.

La prima iniziativa, volta anche -se non soprattutto- a colmare, avvalendosi dell'esperienza e della capacità dei docenti universitari pisani, la lacuna circa le proprie conoscenze nel settore dei sistemi di propulsione nucleare, si concretizzò con la creazione nel 1956 di un centro ricerche all'interno del comprensorio dell'Accademia Navale di Livorno: fu così che nacque il C.A.M.E.N. (Centro per le Applicazioni Militari dell'Energia Nucleare)[1] e che si sperimentò un piccolo reattore nucleare sperimentale, l’ RTS-1 “Galileo Galilei”, costruito poi a San Piero a Grado, vicino a Pisa, ove nel 1961 si trasferì il Centro.

Logica conclusione delle ricerche era comunque senz’altro quella di costruire in prospettiva unità militari a propulsione nucleare.

L’iniziativa fu seguita con attenzione dagli Stati Uniti e dall’US Navy, ma quando si trattò di passare alla fase realizzativa, con la costruzione di un sottomarino, il Guglielmo Marconi (1959) e di una grande unità di supporto logistico e di rifornimento di squadra, l’Enrico Fermi (1966), gli USA misero il veto, temendo che, da un lato, l’Italia potesse acquisire la possibilità di costruire armi nucleari e, dall’altro che, in considerazione della forte presenza in Italia di componenti politiche comuniste, vi fosse un elevatissimo rischio che le tecnologie potessero essere trasferite all’Unione Sovietica ed ai Paesi del Patto di Varsavia.

In secondo luogo, la Marina cercò di dotare alcune sue unità di sistemi di lancio di missili balistici, anche in questo caso supportata più o meno ufficialmente dall’US Navy.

Fu così che, nell’ambito dei grandi lavori di modernizzazione dell’incrociatore Giuseppe Garibaldi (1957-1961) non solo furono installati 4 pozzi di lancio per missili Polaris, ma furono anche effettuati dei lanci di loro simulacri. Al momento di ottenere i missili, gli Stati Uniti si tirarono però indietro.

 

La parte esterna dei pozzi di lancio per missili Polaris, nella zona poppiera del Garibaldi

 

Nel frattempo la Marina aveva dato il via al progetto di una nuova unità, l’incrociatore Vittorio Veneto, prevedendo anche in questo caso l’installazione di quattro tubi di lancio per missili balistici classe Polaris[2]. Quando poi l’unità fu impostata (1965), in base all’esperienza patita con il  Garibaldi, si preferì rinunciare all’installazione.

La Marina però non rinunciò del tutto all’idea di poter disporre di sistemi d’arma nucleari strategici e diede il via ad un altro interessantissimo progetto, questa volta puntando alla realizzazione di un missile balistico, l’”Alfa”.

 

 

Il progetto, partito nel 1971,  probabilmente anche con un trasferimento di know-how statunitense[3], era inizialmente basato su un missile bistadio interamente a propulsione solida, lanciabile sia da unità navali di superficie sia da sommergibili e sottomarini, dotato di un singolo motore sia per il primo stadio (con quattro ugelli in carbonio) sia al secondo, con una gittata massima intorno ai 4.500 km, poi ridotta a 1600. Tra il dicembre 1971 ed il luglio 1973 vennero effettuate  presso lo stabilimento SNIA di Colleferro varie prove su due modelli in scala ridotta del motore, seguite tra il dicembre 1973 ed il febbraio 1975, dai test effettuati nel balipedio della Marina di La Spezia di alcuni prototipi di propulsore. Nel frattempo veniva sviluppata la cellula aerodinamica del missile, il cui disegno era stato senz’altro influenzato dalle conoscenze e misurazioni che la Marina Militare aveva tratto dall’utilizzazione degli esemplari del Polaris a bordo del Garibaldi

Si arrivò così all’8 settembre 1975, quando alle 17.00 il primo esemplare del missile venne lanciato con successo dal poligono interforze di Salto di Quirra. A questo lancio, nell’ambito del "Programma tecnologico diretto allo sviluppo di un carburante solido ad alto potenziale per razzi per applicazioni civili e militari" (sic), ne seguirono almeno altri due, il 23 ottobre 1975 ed il 6 aprile 1976[4].

Questa volta a bloccare il progetto fu il nostro Governo, che il 2 maggio 1975 firmava il Trattato di non proliferazione nucleare.

L’adesione al TNP, rappresentò infatti, una sorta di pietra tombale per i sogni ed i progetti della Marina di poter avere un vero potere nucleare stategico: da un lato, infatti, non aveva più senso sviluppare in missile balistico per poterci montare una testata di esplosivo convenzionale; dall’altro, era inutile puntare ancora sul piccolo reattore del C.A.M.E.N., se non sarebbe più stato possibile utilizzarlo come prototipo per un reattore più grande, in grado di procedere all’arricchimento dell’uranio e all’ottenimento del plutonio necessario alla costruzione di testate nucleari[5]...


[1] Il 13 luglio 1985 il C.A.M.E.N. diventa C.R.E.S.A.M. (Centro Ricerche E Studi Applicazioni Militari) e quindi, il 28 aprile 1994, con Decreto del Ministro della Difesa, viene quindi istituito il C.I.S.A.M. (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari). Fino al 1998 alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il  C.I.S.A.M., con Decreto Ministeriale 20 gennaio 1998, passa alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Marina.

[2] Di questo vi è un’interessante conferma nei disegni progettuali rielaborati durante il recente progetto di musealizzazione del Vittorio Veneto

[3] Ciò è coerente con il fatto che gli Stati Uniti nel 1961 avevano proposto a Luigi Broglio di realizzare un vettore spaziale in comune che si sarebbe dovuto costruire a Livorno, con la Fiat come capocommessa e l’ing. Giuseppe Gabrielli come responsabile del progetto.

[4] Cfr. Luciano Castro, “Dossier Alfa”, cit.

[5] Lo spegnimento del reattore Galileo Galilei avvenne alle undici e nove minuti. del 7 marzo 1980. Negli anni successivi risulta che siano state cedute alla Francia le quantità di uranio 235 utilizzate nel reattore, la cui disattivazione definitiva dovrebbe concludersi entro il 2020

 



#14 drakkar

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Inviato 14 aprile 2014 - 12:02

Volenti o nolenti... ci siamo in mezzo!

 

Più come bersaglio che come attacco!!

 

almeno alla luce dell'ottimo post-rapporto di Leopard1

 

personalmente non ho paura delle armi nucleari in se... mi fa più paura una gestione di tali armi in mano italiana.... :wacko:  :unsure:  :wacko:  :unsure:

 

Perché le menti italiane.. se vogliono.. possono esser molto potenti!!! :wink:

In fin dei conti è stato meglio così.... :rolleyes:

 

ciaooo


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#15 PELLICANO

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Inviato 13 ottobre 2014 - 01:31

Conferma predisposizioni progettuali e costruttive per imbarco Polaris su Vittorio Veneto. Il libro " incrociatori Italiani " edito dall' USMM, 2^ edizione, 1967, pur dedicando pochissimo spazio al Veneto, appena varato ed ancora in allestimento iniziale, cita esplicitamente l' armamento con i Polaris

#16 madmike

madmike
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Inviato 13 ottobre 2014 - 08:12

Pellicano, è volume che non ho e credo sia esaurito.... potresti dirci di più?



#17 PELLICANO

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Inviato 13 ottobre 2014 - 10:14

Sono in viaggio, appena rientro posto copia della pagina relativa

#18 madmike

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Inviato 14 ottobre 2014 - 04:13

Grazie!

#19 dott.Piergiorgio

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Inviato 14 ottobre 2014 - 03:58

aspetto anche io (la mia edizione è quella del 1972)...

 

Comunque, un interessantissima storia, anche se le motivazioni per la scarsa fiducia all' Italia mi sembrano risibili, alla luce delle mie conoscenze (diciamo che ho conosciuto parecchia gente del PCI che non avrebbe certo sabotato i tiri atomici contro l' armata "rossa"... e uno ha fatto la naja proprio nell' artigliera pesante campale attorno ai 203/39) e a mio avviso, si aveva ragione a cercare un deterrente nucleare indigeno. E lo si cerca (e forse si è trovato) sotto altra forma.

 

Oggi come oggi, la vera deterrenza sta nella precisione chirurgica, e pur avendo formule balistiche antecedenti al 1917, reputo di aver potuto estrapolare accettabilmente bene l' evoluzione del Vulcano (che, se qualcuno si ferma a considerare, con un 127/64 si ha la stessa portata del ParisKanone da 210/196, con una cadenza di fuoco, precisione e mobilità definitivamente superiori): la prospettiva di medio e lungo termine è quella di una seconda "dreadnought race" non così imprevedibile, ma di sicuro destabilizzante (in quanto ridefinisce i termini d' espressione del potere marittimo) il cui culmine sarebbero delle Navi da Battaglia capaci di tirare a portate pari ai missili balistici a corto e medio raggio, con una precisione che compensa più che largamente l' inferiore potenza distruttiva.

 

Forse qualcuno :wink: dovrebbe riflettere sul dato certo degli UPAD, che avranno comunque un 127/64 Vulcano ciascuno.... sospetto che i programmi Navali della MMI degli anni '20 e '30 si possono già intuire :ph34r: :rolleyes:

 

Saluti,

dott. Piergiorgio.






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