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Il Lupo Del Mediterraneo


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Titolo: Il lupo del Mediterraneo

Autore: Robert von Moraht

Casa editrice: Omero Marangoni Milano

Anno di edizione: 1934

Pagine: 200

Dimensioni: 20 X 15 (8°)

Prezzo originale: Lire 10

Prezzo di mercato: Euro 25/30

Condizioni di conservazione: buone, segni del tempo sulla copertina.

Indice: la prima impresa di guerra, dal Mare del Nord al Mediterraneo, alla ricerca di piroscafi, siluramento della corazzata “Danton”, verso la Spagna, nuova tattica: attacco notturno, lotta contro i convogli di scorta, nel più fitto brulichio, ultimo viaggio in Spagna, affondamento, prigioniero.

Sinossi: comandante del sommergibile “U64” Moraht ci descrive la guerra sottomarina condotta nel Mediterraneo. Con stile sobrio descrive battaglie, tecniche di combattimento, vittorie – tra cui il siluramento della corazzata francese Danton - ed infine l’affondamento, dopo l’ultimo vittorioso attacco in danno di un convoglio inglese, non lungi le coste occidentali della Sicilia. Dalla perdita dell’unità von Moraht sarà uno dei cinque sopravvissuti.

La Casa Editrice Marangoni nella “collana della Grande Guerra” pubblicò numerosi titoli legati alla guerra sottomarina, autentica e sconvolgente novità del primo conflitto mondiale. La serie unisce opere italiane e straniere, in maggioranza traduzioni di autori tedeschi. Quasi un terzo dell'intera collana è dedicato alle imprese della Marina germanica durante la Grande Guerra. La collana è costituita soprattutto da libri di memorie di guerra e tratta anche di fronti dimenticati, come quello russo, quello dell'Africa orientale tedesca e quello dei possedimenti coloniali tedeschi in Cina e nel Pacifico. Notevolissime le monografie di Contini e Morabito, rispettivamente sull'Aviazione e la Marina italiane. I testi stranieri consentono di leggere nella nostra lingua di argomenti solitamente riassunti solo in brevi paragrafi delle storie generali della Prima Guerra Mondiale. Inserisco un interessante link che reca le copertine delle opere.

www.fronteitaliana.it

 

Il 17 giugno 1918 ci trovammo in viaggio verso ovest alla punta occidentale della Sicilia. Nel pomeriggio giunse in vista un convoglio di scorta con rotta verso est. Nonostante il violento temporale, mi decisi all'attacco sott'acqua. Certo il mare molto agitato rendeva difficile la vista traverso il periscopio. Esso invece facilitò al nemico la scoperta del sommergibile, perché nello spazio tra un'onda e l'altra il periscopio usci¬va molto fuori dall'acqua. Prima in una posi¬zione simile non avremmo attaccato. Ma la si¬tuazione, in cui allora si trovava la guerra, ri¬chiedeva più che mai il completo impiego di tutti i sommergibili e in questo senso erano concepi¬ti anche gli ordini che avevamo ricevuto. Quindi ci immergemmo.

In testa veniva un grande piroscafo a quattro alberi, contro il quale volevamo muovere all'at¬tacco. All'ultimo momento esso si volse verso di noi. Ci vide, oppure navigava soltanto a zig-zag? La vecchia domanda, alla quale non si può ri¬spondere. In ogni caso gli passammo di sotto, risalimmo dall'altra parte fino all'altezza richie¬sta dal periscopio, guardammo in giro pruden¬temente e scorgemmo un secondo piroscafo che veniva verso di noi. Incrociammo a sufficiente distanza la sua rotta, lanciammo un siluro di poppa e colpimmo. Per l'ultima volta vidi nel mezzo del piroscafo la colonna di fumo dell'e¬splosione salire al cielo fino all'altezza degli al¬beri. Ora credetti di trovarmi al lato esterno del convoglio e mi voltai prendendo una rotta paral¬lela onde attaccare possibilmente anche il primo grande piroscafo. Il mare passava continuamen¬te sopra il periscopio, la cui scia schiumosa — come ora so — venne seguita esattamente da mol¬te parti.

Ad un tratto scorsi immediatamente davanti a noi la parete bizzarramente dipinta di un al¬tro vapore. Compresi che ci trovavamo in gravissimo pericolo; ma non sapevo di avere davan¬ti a me un caccia

mascherato — quindi una nave da guerra con numerosi cannoni per il lancio di bombe ad alto esplosivo.

« Andare a 40 metri! » gridai giù nella cen¬trale; subito dopo si udì una spaventosa detona¬zione, la luce nel nostro battello si spense, il pa¬vimento sotto i nostri piedi prese una posizione obliqua. Una bomba doveva essere scoppiata a poppa dèl sottomarino.

« Datemi notizie da tutti i posti! » gridai e feci accendere le lampade di sicurezza.

« Nello spazio di poppa penetra l'acqua! » mi si rispose. L'acqua che vi penetrava parve da prin¬cipio più innocua di quanto si credette al primo allarme. Solo gli idrometri dei trimmtanks erano spezzati; un paio di mosse ai rispettivi rubinetti da parte del nostromo Klatt bastò per far ritenere scongiurato il pericolo più immediato. Ep¬pure il battello era ferito a morte. Lo stesso trimmtank, che serviva per la regolazione dell’equilibrio della . nave, doveva avere una fal¬la, perché la nave si piegava all'indietro, non si lasciava rimettere in posizione orizzontale dal timone di profondità e si spingeva involonta¬riamente verso la superficie. Allora noi ci tro¬vavamo in mezzo al convoglio che aprì da tutte le parti il fuoco contro di noi.

A stento costringemmo il battello a rimetter¬si sott'acqua. Ma tosto risultò che di dietro rima¬neva troppo pesante. Benché avessimo messo en¬trambe le macchine elettriche « a tutta forza » per aumentare l'efficacia del timone, fummo spinti una seconda volta alla superficie. Ora aprii io il coperchio della torre e guardai fuori. La bufera e il mare investivano urlando il sommergibile. Un colpo di vento mi portò via il berretto dalla testa infiammata. Un vapore venne di corsa ver¬so di noi per speronarci. Io chiusi il coperchio del¬la torre e per la terza volta comandai di immer¬gerci. Il nemico riuscì a speronarci, lievemente pe¬rò, dietro la torre. Nell'interno della nave non seguì alcuna irruzione d'acqua, ma ora il meccanismo di immersione era completamente distrut¬to. Con la poppa che si faceva sempre più pe¬sante ci spingemmo in fondo sott'acqua. Sempre più obliquo si faceva il pavimento sotto i no¬stri piedi, tanto che dovevamo tenerci aggrap¬pati per non scivolare. Saremo di nuovo spinti alla superficie, involontariamente, come prima? Ah, no, ora iniziavamo un nuovo viaggio, quel¬lo verso il fondo del mare.

La lancetta del manometro davanti a me salì a 40, 50, e 6o metri. Eravamo troppo pesanti, avevamo già superato la profondità prescritta. Le pompe non funzionavano più. Se volevamo ritornare un'altra volta alla luce del giorno, do¬vevamo cacciare l'acqua dai tanks di immersione con l'aria compressa, seppure non era già troppo tardi.

« Aria compressa su tutti i tanks! » gridai nella centrale. Lentamente la nave si sollevò e con l'ultima pressione d'aria riuscii ad arrivare fin proprio alla superficie. Il timoniere Krueger, cui spettava il compito di aprire il coperchio, salì fuori per il primo. Egli prese seco la rossa boa di salvataggio appesa nella torre. Fischer ed io lo seguimmo. Mentre di nuovo, venivamo presi sot¬to. il fuoco, chiesi al primo ingegnere Ammelt se riteneva la nave ancora capace di rimanere a gal¬la, visto che ormai non potevamo più immer-gerci. Il brav'uomo rispose affermativamente. In realtà anche lui non ne sapeva nulla.

« Allora vogliamo mettere in azione le mac¬chine a benzina », io gli dissi. Lo vidi scendere e udii subito dopo la sua voce:

« Tutto è in ordine, non vi è alcun pericolo. Le macchine a benzina sono pronte? »

« Occupare il cannone! » gridai dalla torre.

Tosto il fuoco nemico divenne più forte. Per un momento uscì il tenente von Krosig, che se ne stava con noi a scopo informativo. Ma sic¬come non c'era nulla da fare, ridiscese di pro¬prio impulso. Un, proiettile esplose sulla coperta di prua, un altro forò davanti a me la lamiera della torre. Per fortuna quest'ultimo non scop¬piò, altrimenti sarebbe stata finita per noi tutti. Esso non fece che un buco.

Proprio nel momento in cui mi voltai verso i vapori, il primo marinaio Metze accanto a me gridò: « La nave va a picco! » e nello stesso istante si profondò sotto di noi come un masso di pietra. Non era nemmeno possibile chiudere il coperchio della torre. Circa dodici uomini deb¬bono essere usciti dalla nave, ma costoro furono in parte colpiti dai proiettili.

Io stesso anzitutto non vidi più nulla. In abi¬to di pelle, con gli alti stivaloni e senza il pre¬scritto salvagente - che io non portavo mai - venni trascinato con la torre nel fondo. Un po' alla volta mi liberai e feci dei movimenti per nuo¬tare. Impigliato nella nostra antenna, mi liberai ancora a furia di calci. Finalmente per pochi se¬condi potei mettere la testa fuori dell'acqua, re¬spirare un pò d'aria, ma tosto un'ondata mi tra-volse di nuovo.

Si racconta spesso che coloro che stanno per affogare vedono all'ultimo momento svolgersi davanti a loro tutta la vita. A me non successe questo. In me c'era una cosa sola: la volontà di continuare a vivere. Forse poi devo essere svenu¬to. Difatti quando mi si trascinò nella barca, non ero in grado di muovermi, Gli inglesi raccontaro¬no più tardi che per tre volte andai in fondo pri¬-ma che mi potessero acchiappare. Io giacevo sot¬to i banchi dei rematori e respiravo in fretta co¬me un cane che ha fatto una lunga corsa. Avevo teso fino all'estremo le mie forze. Ora esse mi abbandonarono. Con pericolo l'imbarcazione di salvataggio venne alzata a bordo. La nave rul¬lava fortemente; oscillando e segnando in aria grandi archi venivamo gettati continuamente contro la parete della nave. Con fracasso veniva¬no puntati contro quest'ultima remi e altri pezzi di legno per diminuire l'urto. Poi mi si traspor¬tò in coperta dove fui disteso a terra.

Uno era già a bordo: Fischer. Nuotando era ,arrivato vicino alla nave. Gli avevano -gettato una fune, poi si era arrampicato fin su per una scala a corda. Dal ponte di comando dell'inglese ci aveva visti e aveva indicato me, gridando: « De Kaept'n? » e poi l'imbarcazione inglese di sal¬vataggio scomparve di nuovo tra le onde.

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