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Totiano

La Beffa di Tangeri

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il brin va a gibilterra

tratto da http://associazioneitalia.blogspot.com/200...li-parte-2.html

 

brin05.jpg

disegno da www.sommergibili.com

 

Il Brin parte il 25 ottobre 1940 da Taranto per Bordeaux, e durante il passaggio, in immersione, dello stretto di Gibilterra, il sommergibile, spinto dalle forti correnti, subì danni urtando due volte sul fondo, prima sulla sponda settentrionale e più tardi una seconda su quella meridionale. A quel punto, il Capitano G.N. Bardelli dirà al Comandante Longanesi Cattani: “La prossima volta sbattiamo a Cuba!, dicendo questa frase a bassa voce, e “con il più corretto dei saluti”, in modo che lo scherzo non potesse essere udito dagli altri uomini impegnati in camera di manovra.

Poco dopo, secondo la relazione del Comandante Longanesi Cattani:

"In base alla rapida diminuzione di fondale e alle condizioni di scarica della batteria che non mi permettono di oppormi alla corrente giudico che un’ulteriore permanenza in immersione produrrebbe l’incaglio dell’unità. Appena emerso mi accorgo di essere in prossimità della costa africana a circa due miglia a nord - est di Capo Malabata. La bussola, probabilmente per trascinamento della rosa, a causa dell’urto contro la costa, era derivata di centottanta gradi. "

Costretto quindi all’emersione, e ritrovatosi a poca distanza dal porto neutrale di Tangeri, il Brin fu intercettato da due Cacciatorpediniere inglesi: il Brin, sfuggendo alla caccia del Destroyer Greyhound, che tenterà anche di speronarlo, riuscirà ad ancorarsi a Tangeri assieme al Bianchi per riparare i danni sofferti, e, posto rimedio alle avarie grazie anche a tecnici italiani, i due sommergibili ripartirono nella notte tra il 12 ed il 13 dicembre 1940 per Bordeaux, dove giunsero il 18 dicembre.

Il Brin, prima di arrivare a Bordeaux, si scontrò in superficie con il sommergibile inglese Tuna, ma nonostante un nutrito scambio di siluri e cannonate nessuna delle due unità riportò danni.

 

brin04.jpg

il Brin dopo il lavori di trasformazione - da www.sommergibili.com

 

Ecco come nel 1961 il Comandante del Tuna, il Capitano di Vascello Cavenagh-Mainwaring, riportò a Longanesi Cattani, ormai non più suo nemico, ma anzi suo collega nella NATO, la sua versione di questo combattimento:

"All’avvistamento, contro luna, il Tuna scambiò il mio Brin per un altro sommergibile inglese che egli sapeva trovarsi in zona vicina, e perciò prese l’iniziativa di fare il segnale di scoperta la cui “parola” corrispondeva, per una coincidenza del tutto accidentale, alla nostra “parola” di quel giorno.

Quando risposi alla sua “parola”, che mi risultava esatta, il Tuna non ebbe più dubbi sulla mia qualità di avversario poiché la mia “controparola” non corrispondeva alla sua, ed iniziò l’azione con lancio di siluri e tiro di cannone.

In totale egli lanciò contro il Brin due salve di siluri: la prima di sei siluri e la seconda di quattro, che il Brin poté evitare miracolosamente con la manovra, poiché eravamo già in allarme.

Egli afferma -non so se per cortesia- di aver a sua volta potuto evitare il mio lancio di una coppiola di siluri per pochissimi metri.

Il Tuna poté controllare la distanza (che rimase sui 1.000 metri per tutta la durata dello scontro) mediante il suo ecogoniometro e poté utilizzare tale strumento per regolare il tiro e per l’apertura delle salve al lancio dei siluri.

Il Tuna ruppe il combattimento prendendo l’immersione poiché ritenne, erroneamente, di aver identificato nelle sagome di due pescherecci oscurati quelle di due C.T. che presumeva venissero come mio rinforzo. Benché io abbia garantito al Comandante Cavenagh-Mainwaring di essere passato metri da quelle due unità e di averle riconosciute senza possibilità di equivoco come due pescherecci, egli mi è sembrato poco convinto della mia precisazione, così come mi è sembrato poco convinto del fatto… che il Brin avesse l’unico cannone a poppa, anziché a prora come la maggior parte dei nostri sommergibili."

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e a proposito del Brin ecco i dati (da www.sommergibili.com)

I battelli della classe “BRIN”
furono realizzati presso i Cantieri Navali TOSI di Taranto, tra il 1936 ed il 1938.


- BRIN; Impostato 3/12/1936; Varato 3/4/1938; Consegnato 30/6/1938.
- GALVANI (2°) ; Impostato 3/12/1936; Varato 22/5/1938; Consegnato 29/12/1938.
- GUGLIELEMOTTI (2°) ; Impostato 3/12/1936; Varato 11/9/1938; Consegnato 12/10/1938.

Le caratteristiche tecniche di questi sommergibili erano:

-dislocamento: 1016 t (in superficie) - 1265 t (in immersione)
-profondità max.: 100 m
-dimensioni: 72,47 m (lungh. f.t.) – 6,80 m (largh. max) - 4,89 m (pescaggio medio)
-apparato motore: n. 2 MM.TT. da 1.700 HP (sup.) - n. 2 M.E.P. da 650 HP (imm.) - n. 2 linee d'asse
-velocità max.: 17,3 nodi (sup.) - 8 nodi (imm.)
-autonomia: in sup.: 9000 mg (a 7,8 nd); in imm.: 90 mg (a 4 nd)
-armamento: 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (4 a prora e 4 a poppa); 12 siluri; 1 cannone da 100 mm / 43 calibri; 4 mitragliere antiaeree singole da 13,2 mm
-equipaggio (tabella): 54 uomini, di cui 7 ufficiali


e altre foto del Brin

2doxlg.jpg

 

SmgBRINdettagliotorrettarientroBordeauxS


SmgBRINmodificatoImimetizzazioneSommergi

Edited by Totiano

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Comandanti esiste un libro specifico che parli della missione del Brin attraverso Gibilterra.? grazie

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Grazie Direttore di aver rinverdito quest'episodio. Tra l'altro questo e l'altro del Bianchi, furono ispirazione nel dopo guerra per il famoso film Finchè dura la tempesta.

 

Le foto del Brin a Betasom mi hanno fatto tornare indietro di qualche mese...

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Guest ERICH TOPP U-552

Anche se la storia raccontata è vista più da parte del Smg. Bianchi, considerando la mancanza di materiale inerente a questo fatto che interessò anche il Smg. Brin,ho ritenuto possa essere utile.

:s67: Mau


LA BEFFA DI TANGERI




L'avventurosa impresa della quale furono protagonisti due nostri battelli oceanici durante il trasferimento alla base di Bordeaux.





La sera del 3 novembre 1940, le persone che si godevano l’ultimo sole sul lungomare di Tangeri furono improvvisamente scosse dal rumore di forti esplosioni provenienti dal mare. A poche miglia dalla costa il cacciatorpediniere inglese “Greyhound”, in servizio di sorveglianza nello stretto di Gibilterra,sembrava impazzito. Si era messo a filare con repentine e brusche accostate che lo inclinavano paurosamente, ora sparando con i suoi cannoni da 120 millimetri, ora gettando grappoli di bombe di profondità che sollevavano enormi colonne d’acqua.

Per gli abitanti della felice città neutrale in un mondo ormai sconvolto dalla guerra, quello non era uno spettacolo inconsueto. “Danno la caccia a un sommergibile !”, gridava la gente correndo verso le banchine. Fuori del porto stava svolgendosi un dramma.

Per alcuni minuti il “Greyhound” continuò ad eseguire furiosi zig-zag e a lanciare bombe contro l’invisibile nemico, poi la torretta di un sommergibile apparve fra un ribollire d’acqua a circa un miglio entro le acque territoriali. “Ce l’ha fatta !”, commentarono gli spettatori, “ormai è salvo”. Ma l’unità britannica, pur non facendo più l’uso delle armi per non violare le leggi internazionali, non si diede per vinto ed effettuò un ultimo tentativo, avventandosi con la prua contro il battello ormai in completa emersione. L’urto sembrò inevitabile, ma il sommergibile riuscì ad evitare appena in tempo e si diresse verso il porto innalzando la bandiera italiana.

Il “Greyhound” desistette dalla caccia e le due unità nemiche si incrociarono a brevissima distanza.

La folla assiepata sul lungomare assistette allora a un episodio cavalleresco e commovente. Dritto sulla torretta, il Comandante italiano portò la mano alla visiera, poi si tolse il berretto agitandolo in segno di saluto verso il Comandante inglese, ben visibile in controplancia. Questi rispose alzando le mani sopra la testa e stringendole vigorosamente: un gesto sportivo fra due leali avversari.

Quel sommergibile entrato fortunosamente nel porto neutrale di Tangeri era il “Michele Bianchi”. Dislocava 1191 t. in emersione e 1489 in immersione, ed era al comando del Capitano di Corvetta Adalberto Giovannini, il quale, scendendo a terra, si rese conto che la parte più difficile della sua missione doveva ancora incominciare.

Il Comandante aveva avuto un ordine preciso: raggiungere l’Atlantico e fare buon uso dei suoi siluri contro i convogli nemici. Ma ora tutto cambiava: il “lupo di mare” avrebbe dovuto trasformarsi in un diplomatico, in una spia, in un cospiratore, per combattere ad armi impari una lotta silenziosa e audace se voleva riportare la sua unità in zona di operazioni, sfidando il blocco organizzato contro di lui dalle unità britanniche. Il “Bianchi” era partito da La Spezia nel pomeriggio del 27 ottobre, con meta finale la base atlantica di Bordeaux.

Varcare lo stretto di Gibilterra, continuamente vigilato dalle navi inglesi, non era un impresa facile, ma già altri sommergibili italiani vi erano riusciti a cominciare dal “Finzi” che l’aveva attraversato in emersione. Il pericolo non era rappresentato tanto dalla difesa nemica, quanto dal mare perennemente agitato a causa dell’incontro delle due correnti, quella atlantica e quella mediterranea, che provocano dei gorghi e vuoti d’acqua profondi come abissi, e dal fatto che i nostri comandi non avevano mai eseguito rilievi idrografici in quella zona: avventurarsi lungo la rotta insidiosa che portava all’oceano era come navigare alla cieca in un mare sconosciuto.

Per i primi giorni tutto si svolse normalmente a bordo del “Bianchi”: di notte navigazione in superficie con i motori termici per ricaricare gli accumulatori dei motori elettrici, di giorno navigazione in immersione o sosta nei fondali. Dopo una settimana il “Bianchi” giunse in vista della Rocca di Gibilterra. Era l’una e cinque minuti del mattino del 3 novembre: il Comandante Giovannini ordinò l’immersione. Se tutto fosse andato bene, il sommergibile sarebbe riemerso nell’Atlantico la sera stessa verso le 19. Ma il Comandante non era troppo ottimista . “Balleremo molto”, disse ai suoi ufficiali. Il novilunio di novembre aveva rafforzato le maree.



strettodigibilterra.jpg
(foto dello stretto di Gibilterra )

Il “ballo” incominciò dopo poche miglia: gli ecometri rilevarono il rapido decrescere della profondità, segno evidente che si stava involontariamente deviando verso la costa africana. Gli sbalzi dall’alto in basso erano continui, a volte anche di una dozzina di metri. Poi alle 08.20, il “Bianchi” sprofondò in uno di quei “vuoti d’acqua” che le correnti dello stretto provocano frequentemente. “Era come precipitare da un grattacielo”, raccontò un uomo dell’equipaggio. “Ora si cadeva di prua, ora di poppa, spesso anche verticalmente. Nell’interno gli uomini rotolavano sul pavimento o sul soffitto. I paglioli si alzavano, i cassetti rovesciavano il loro contenuto. Bisognava tenersi ben stretti alle strutture per non rompersi la testa contro le paratie”.


Il salto pauroso nell’abisso si interruppe a 120 metri di profondità, ossia al limite di collaudo. Scendere più in basso poteva significare la morte, perché si sarebbe superato il limite di resistenza alla pressione esterna.

Per frenare la caduta il “Bianchi” si libera della zavorra, e ora la sua leggerezza provoca un rimbalzo verso l’alto. Si sale “a pallone”, a velocità vertiginosa. Gli uomini osservano con sgomento i manometri: salendo in quel modo si può finire sotto i cannoni puntati dai caccia britannici. Per fortuna, il sommergibile si ferma a 50 metri: ma è solo questione di un attimo, perché un'altra voragine si apre e il “Bianchi” precipita nuovamente.

Le lancette dei manometri girano vorticosamente: 100 metri… 120… 130… 140. Finalmente si arrestano sul 142. I marinai respirano di sollievo: malgrado gli scricchiolii sinistri, lo scafo resiste alla pressione dell’acqua. Ma ecco che ricomincia la salita “a pallone”. Si giunge a pochi metri dalla superficie e poi si ricade ancora giù nell’abisso. Molti uomini gridano, altri pregano o imprecano, altri ancora accusano gravi malesseri. Le lancette del manometro continuano a girare velocemente: 120…130… 140… 150… e questa volta si fermano sul 154. Ora la resistenza dello scafo è affidata a Dio. Gli uomini con le barbe luccicanti di sudore si fanno il segno della croce.

A questo punto, il “Bianchi” ha un'altra impennata e sale verso l’alto come una palla da tennis. Alle 15.50 raggiunge la superficie: il Comandante apre il portello e corre sulla torretta. Incredibile, a poca distanza da una delle più munite basi britanniche, la calma è assoluta. Ci sono in giro soltanto delle barche da pesca e il sommergibile varca tranquillamente lo stretto. Per circa un ora la navigazione prosegue tranquilla, poi appaiono all’orizzonte alcuni caccia nemici. Il più vicino è il “Greyhound”, che avanza minacciosamente.



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(il caccia inglese Greyhound)

Il Comandante Giovannini non ha molto da scegliere. La sua unità è seriamente danneggiata e non può sostenere lo scontro. Decide perciò di immergersi e di raggiungere il porto di Tangeri. Dirama gli ordini con la voce rotta dall’ira, mentre accanto a lui il Guardiamarina Colica grida: “No ! Non dobbiamo fuggire”, e scoppia in singhiozzi.


L’ingresso del “Bianchi” a Tangeri venne salutato dalla popolazione come se si trattasse del vincitore di una gara sportiva. I membri della numerosa colonia italiana si recarono a bordo distribuendo strette di mano e inviti a cena. Ma quell’eccezionale giornata non si era ancora conclusa. Poche ore dopo un altro sommergibile italiano, il “Benedetto Brin”, comandato dal Capitano di Corvetta Luigi Longanesi Cattani, riparò nel porto sfuggendo alla caccia del “Greyhound”. Anche il “Brin”, travolto dalle correnti, aveva subito seri danni nel tentativo di varcare lo stretto.




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il smg. Brin con ancora il cannone a poppa della falsatorre

L’arrivo di due unità belligeranti in un porto neutrale aveva già un precedente nel caso della corazzata tascabile tedesca “Admiral Graf Spee”, che un anno prima si era rifugiata nel porto di Montevideo per sfuggire a tre incrociatori inglesi. Alla “Graf Spee” erano state concesse 72 ore di tempo per riparare i danni: allo spirare del termine era uscita dal porto e si era autoaffondata per non essere colpita dalle unità nemiche che la attendevano al varco delle acque territoriali. Sarebbe accaduta la stessa cosa anche per i due sommergibili italiani ? Certamente sì, se il giorno seguente, 4 novembre 1940, non fosse accaduto un fatto inatteso. Quel mattino, le truppe spagnole occuparono Tangeri con un atto di forza. La città mantenne la sua neutralità, ma alla giunta amministrativa che la governava si sostituì un generale spagnolo.


Quando Giovannini fu informato dell’accaduto si sentì più tranquillo. Sapeva che con gli spagnoli era più facile trattare. Infatti il governatore concesse sessanta giorni di tempo per riparare i danni dei due sommergibili.

Per i marinai italiani, quella sosta insperata si tramutò in una lieta vacanza, piena di aspetti assurdi e divertenti. Capitava spesso, per esempio, che essi incontrassero per strada o nei bar gruppi di soldati inglesi giunti a Tangeri da Gibilterra per trascorrere il week-end. Tuttavia non ci furono mai incidenti: anzi qualche volta i “nemici” si scambiarono frasi scherzose e si offrirono reciprocamente da bere.

Lo stesso Comandante Giovannini ricevette un giorno un complimento inatteso. Durante una visita a terra, un comune amico lo presentò all’Ammiraglio inglese della riserva John Gaunt, che abitava in una villa sul mare e si diceva fosse il capo dell’Intelligence Service locale. “Ho seguito dalla mia finestra la vostra manovra per sfuggire al caccia britannico”, gli disse l’Ammiraglio. “Voglio esprimere a lei e al Comandante Longanesi il mio compiacimento per la maniera brillante con la quale vi siete sottratti alle prue avversarie”.

Ma questi gesti cavallereschi non frenavano naturalmente l’attività degli agenti nemici, tendente a sabotare le unità italiane. Per questo a bordo regnava una ferrea disciplina. D’altra parte, Tangeri offriva troppe distrazioni ai marinai durante le uscite serali.

Un altro problema che i Comandanti Giovannini e Longanesi dovettero affrontare fu quello dei fondi. I mezzi finanziari dei due sommergibili erano molto limitati, e ben presto le casse furono vuote. Quando ormai i due Comandanti avevano rinunciato a distribuire la paga ai loro uomini, un itali anodi Tangeri, il panettiere Giovanni Macca, salì a bordo e consegnò ventimila franchi. “Questi sono tutti i miei risparmi”, disse, “ma sono felice di poterli donare ai vostri equipaggi”. Altre 60 mila lire furono poi offerte dal Consolato italiano.

In quella strana vacanza di guerra, i marinai del “Bianchi” e del “Brin” vollero festeggiare la ricorrenza di Santa Barabara, la loro protettrice, con gare sportive cui assistettero molte persone del posto. Quel giorno furono distribuite anche alcune decorazioni per un fatto d’armi avvenuto nel Mediterraneo. Poiché mancavano le medaglie, le donne italiane di Tangeri provvidero a cucire dei nastrini che, in mancanza di meglio, il Comandante Giovannini appuntò al petto dei suoi uomini.

Intanto, mentre le unità inglesi continuavano il blocco all’uscita del porto, i due sommergibili erano diventati le pedine di un silenzioso gioco politico.

A Roma, Mussolini voleva essere informato giornalmente degli sviluppi della situazione e contava di risolverla con un forzamento del blocco. A Londra, Churchill dovette difendersi ai Comuni contro un’interpellanza che accusava il governo di non essere stato capace di ottenere il sequestro dei sommergibili. A Madrid, le autorità continuavano a smentire le notizie pubblicate dalla stampa anglo-americana, secondo la quale l’incidente di Tangeri era stato provocato deliberatamente dal governo italiano per indurre Franco a entrare in guerra al fianco dell’Asse.

Trascorse così più di un mese. Ai primi di dicembre il “Bianchi” e il “Brin” erano pronti a salpare, ma i Comandanti fecero il possibile per dimostrare che erano ancora necessarie molte riparazioni. Troppe persone interessate seguivano la vita di bordo: sarebbe bastata una telefonata per comunicare a Gibilterra la partenza imminente. Per convincere gli agenti nemici che gli italiani non avevano nessuna voglia di lasciare quel porto comodo e ospitale, il Comandante Giovannini fece ricorso a diversi stratagemmi. Gli inglesi si lasciarono ingannare e allentarono la sorveglianza lasciando all’imboccatura del porto soltanto il cacciasommergibili “Agate”. La notte in cui i due Comandanti italiani decisero di tentare il forzamento del blocco, il mare era calmissimo e illuminato dalla luna piena. Era, insomma, la notte meno adatta per un impresa del genere, ma fu scelta proprio per questo. Nel corso della giornata, i marinai avevano steso la biancheria in coperta e inviato alle lavanderie di Tangeri i loro migliori capi di vestiario. Gli agenti inglesi che li sorvegliavano avrebbero certamente considerato questi movimenti come un segno che la partenza era ancora lontana. A sera, gli uomini furono mandati in franchigia, ma con l’ordine di essere tutti a bordo prima dell’una. Anche i Comandanti Giovannini e Longanesi scesero a terra come al solito. Parteciparono a un cocktail e quindi se ne andarono tranquillamente al cinema, sedendosi a poche fila di distanza da quelle occupate da alcuni ufficiali inglesi.

Dopo lo spettacolo, i due Comandanti si avviarono lentamente verso il porto, conversando e soffermandosi di tanto in tanto, come due amici che non hanno nessuna voglia di andare a letto. Ma appena furono a bordo il loro atteggiamento mutò di colpo. Gli ordini passarono di bocca in bocca, sussurrati febbrilmente. Tutti gli uomini raggiunsero i loro posti. Due sommozzatori scesero silenziosamente in mare, armati di grosse pinze, e tagliarono i cavi della linea telefonica che univa Tangeri a Gibilterra. Quando rientrarono, ebbe inizio l’operazione di partenza.

La notte era limpidissima: si distingueva nettamente la costa spagnola oltre lo stretto. Tangeri e le ville sulla collina del Marshan si vedevano come in pieno giorno. L’”Agate” (che i marinai italiani avevano scherzosamente battezzato “mulo”) compieva il suo giro davanti al porto. Non c’era da farsi molte illusioni, la partenza sarebbe stata presto scoperta.

Il Comandante Giovannini attese che il “mulo” si allontanasse il più possibile, poi ordinò di mollare. I due sommergibili, con la biancheria stesa in coperta come un incredibile gran pavese, presero lentamente il largo. A bordo gli uomini erano silenziosi e si attendevano da un momento all’altro di essere scoperti. Proprio in quel momento, infatti, l’”Agate” lanciò dei segnali luminosi. Erano segnali d’allarme agli altri caccia ? Non si è mai saputo.

Pochi minuti dopo, alle 02.44, le due unità italiane doppiavano la punta del molo con i motori spinti al massimo. I caccia britannici giunsero davanti al porto di Tangeri quando ormai era troppo tardi. Seminarono bombe di profondità per un raggio di alcune miglia, ma inutilmente: il blocco era stato forzato.



sottomar.JPG
smg. Bianchi al suo arrivo a Bordeaux



“Dopo aver forzato il blocco”, racconta il Comandante Giovannini, che ora abita a Johannesburg dove dirige una fabbrica di cappelli, “scesi nel mio alloggio. Ero molto stanco. Il mio ufficiale di rotta aveva posato sulla cuccetta il giornale di bordo affinchè scrivessi il rapporto, ma non ne avevo nessuna voglia. Slo la data, già scritta sulla pagina, attirò la mia attenzione: ero partito da Tangeri un venerdì 13 dicembre”.

La stessa data non aveva portato fortuna al Comandante dell’”Admiral Graf Spee”. Esattamente un anno prima, infatti, l’unità tedesca si era autoaffondata davanti al porto neutrale di Montevideo.



Citazioni :

Brano tratto dall’opera di Arrigo Petacco: “La seconda guerra mondiale” edito da Armando Curcio nel 1979.

Edited by Totiano

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Grazie Erich di questo racconto dei due episodi, anche se da molti conosciuti, ha fatto senz'altro piacere riscorrere queste righe così cariche di storia e ardita inventiva tipica della nostre gente.

Come ho già detto in altro topic, da questi due episodi nel dopoguerra fu preso spunto per fare il famoso film "Finchè dura la tempesta".

Per me particolarmente importante perchè credo abbia sancito la mia passione per la MM.

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Nel sistemare le foto per questa monigrafia dell'Amiraglio Longanesi Cattani, è emerso questo interessante elogio

 

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Edited by Totiano

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