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walter leotta

Le Grandi Tragedie Del Mare 1939-45

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La guerra sui mari 1939-45 è stata costellata da immani tragedie che colpirono tutti i belligeranti. Gli abissi inghiottirono centinaia di migliaia di uomini, non solo marinai o soldati ma, come sempre accade in ogni conflitto, anche i civili pagarono un altissimo prezzo. E furono proprio quest’ultimi gli sfortunati protagonisti del più grande disastro che la storia ricordi.

 

Nel gennaio del 1945, a conflitto ormai definitivamente perduto, la Kriegsmarine sta impegnando le sue ultime unità nell’evacuazione della popolazione tedesca dai territori orientali del Reich, ormai prossimi a essere invasi dall’Armata Rossa. Tra le tanti navi utilizzate vi è anche il liner Wilhelm Gustloff che il 30 gennaio viene centrato dai siluri lanciati dal sommergibile sovietico S-13 del comandante Alexander Marinesko. In navigazione tra Danzica a Stettino, stracarico di profughi, la nave finisce in fondo al mare in poco tempo lasciando alle migliaia di sventurati poche possibilità di salvezza. Se sull’esatto numero dei naufraghi raccolti le fonti concordano sul numero di 964, quello delle vittime non è mai stato accertato, nè mai lo sarà: sotto la spinta sovietica infatti, le operazioni d’imbarco si sono svolte nella confusione più totale senza che vi fosse il tempo materiale per la compilazione delle liste. Le stime sulle perdite variano da un minimo di 6.000 - 6.500 a un massimo di 9.000: in ogni caso gli storici concordano nel considerare l’affondamento del Wilhelm Gustloff come la più grande tragedia del mare mai avvenuta.

 

Undici giorni più tardi il comandante Marinesko e il sommergibile S-13 sono nuovamente protagonisti di un altro doloroso episodio. Il 10 febbraio il battello subacqueo colpisce un secondo liner tedesco, il General von Steuben, anch’esso impegnato nell’evacuazione del fronte orientale: pure in questo caso il numero delle vittime rimane sconosciuto ma sicuramente è superiore alle 3.500 unità.

Per i battelli sovietici, i cui risultati fino allora erano stati particolarmente deludenti, le ultime confuse settimane di conflitto - condizionate dall’impossibilità della Kriegsmarine di predisporre efficaci contromisure - rappresentano una sorta di riscatto. Due mesi più tardi, il 16 aprile, il sommergibile L-3 del comandante Vladimir Konovalov in agguato nella baia di Danzica silura la nave passeggeri Goya che finisce in fondo al mare con al suo interno i corpi di almeno 6.000 persone, in massima parte profughi.

 

Ma le forze tedesche devono fronteggiare altri avversari, anch’essi pericolosi quanto i sommergibili sovietici. Il successivo 3 maggio, a guerra ormai conclusa [Hitler è già morto suicida e la firma della resa incondizionata è questione di pochi giorni], gli aerei della RAF si lanciano in un inutile attacco contro le unità presenti nella baia di Lubecca devastando la nave passeggeri Cap Arcona e il mercantile Thielbeck che hanno a bordo prigionieri di guerra sovietici e polacchi: come per il Goya le cifra indicano 6.000 vittime.

 

Sul fronte opposto, pure gli alleati ebbero a subire le loro grandi tragedie. La vigilia del Natale 1944 viene funestata dalla perdita del trasporto belga Leopoldville silurato nelle acque di Cherbourg dall’U486 del comandante Gerhard Meyer. Tra gli uomini della 66th Infantry Division destinati nelle Ardenne si registrano 762 morti anche a causa del comportamento tutt’altro eroico dell’equipaggio che si precipita alle scialuppe di salvataggio lasciando i fanti in balia di se stessi. I contorni della tragedia sono così gravi che le autorità Usa pongono il segreto militare su tutta la vicenda che viene alla luce solamente mezzo secolo più tardi: in quel terribile Natale del 1944 alle famiglie dei caduti è semplicemente comunicato che il proprio congiunto è “killed in action” senza alcuna ulteriore spiegazione.

 

Ma il disastro che più di ogni altro sconvolse l’opinione pubblica d’oltreoceano è certamente l’affondamento dell’incrociatore pesante Indianapolis colpito il 30 luglio 1945 dal sommergibile nipponico I-58 del comandante Hashimoto. Reduce dalla consegna a Tinian di alcune parti della bomba nucleare e diretto a Leyte, l’unità da guerra va incontro al suo tragico destino a sole due settimane dalla vittoria finale. Il tragico epilogo si consuma non con l’affondamento dell’unità ma nei quattro giorni successivi, quanti ne trascorrono prima che i comandi della Navy si accorgano della scomparsa dell’incrociatore. In questo lasso di tempo la maggior parte dei naufraghi muore per l’esposizione al sole, per la sete, per attacchi di pazzia e per gli implacabili assalti degli squali, accorsi in gran numero: dei 1.199 componenti l’equipaggio solamente 316 riescono a salvarsi. Sconvolti da quanto accaduto, i famigliari chiedono di accertare le responsabilità dando così inizio a una lunga vicenda giudiziaria e politica conclusasi solamente nel 2001 con la piena riabilitazione del comandante dell’Indianapolis, capitano Charles Butler McVay. Una riabilitazione postuma per chi, 33 anni prima aveva deciso di togliersi la vita, non sopportando il peso di quella tragedia. La vicenda dell’Indianapolis è seconda solo alle vittime dell’attacco a Pearl Harbour del 7 dicembre 1944; degli oltre 2.400 morti tra militari e civili, ben 1.177 appartengono alla nave da battaglia Arizona, il cui relitto, diventato un monumento nazionale, giace ancora nelle acque del porto.

 

Nella storia della guerra del Pacifico un capitolo a parte merita l’epopea della navi dell’inferno [Hell Ships] sulle quali i giapponesi trasportavano, in condizioni assolutamente disumane, i prigionieri di guerra e deportat.

 

Il 18 settembre 1944 il sommergibile britannico Tradewind cola a picco il mercantile Junyo Maru a bordo del quale perdono la vita 5.620 uomini, in massima parte lavoratori coatti dell’isola di Giava, m aanche più di 1.200 prigionieri olandesi. Due anni prima, il 1 luglio 1942, era toccato alla Montevideo Maru mandata a fondo dal sommergibile Sturgeon con i corpi di 1.053 uomini, tra cui 845 soldati australiani. Ma la lista è lunga: il 29 settembre 1943 a bordo del Suez Maru non si registrano superstiti tra i 548 prigionieri; 560 invece sono le vittime alleate del Tamaboko Maru mandato a fondo il 24 giugno 1944, appena due giorni prima della perdita del Haragiku Maru, scomparso con 720 vittime. Ancora più grave la tragedia del Rakuyo Maru che il 6 settembre dello stesso anno va a fondo con 1.179 uomini dei 1.214 imbarcati a Singapore, insieme al Kachidoki Maru [400 vittime].

Poi ci sono episodi tragici che non sarebbero mai dovuti accadere, nemmeno in guerra. Il 1° aprile 1945 il sommergibile Queenfish del comandante Charles E. Loughlin manda a fondo il mercantile nipponico Awa Maru, in navigazione avviene sotto l’egida della Croce Rossa in quanto parte del carico è rappresentato da medicinali e viveri per i prigionieri di guerra statunitensi [anche se i giapponesi approfittando della situazione vi hanno imbarcato del materiale bellico], e la cui sicurezza era garantita dagli stessi comandi Usa: tra i 2.000 uomini imbarcati viene raccolto un unico superstite. Il comandante Loughlin paga il suo errore con la rimozione dal comando.

 

Ci sono poi avvenimenti dolorosi ma anche inspiegabili. Ancora oggi l’opinione pubblica australiana si chiede quale sia stato il destino dei 645 uomini che componevano l’equipaggio dell’incrociatore leggero Sydney. Il 19 novembre 1941, dopo aver distrutto al largo delle coste occidentali dell’Australia il corsaro tedesco Kormoran, l’unità da guerra, danneggiata nel combattimento, si allontana dalla zona dello scontro, e da allora non se n’è saputo più nulla.

 

Alla Marina Imperiale spetta il più grande disastro - in termini di vite umane - riferito a unità militari: il 7 aprile 1945 con la perdita della nave da battaglia Yamato, impegnata in una missione suicida, quanto stupida, contro la flotta d’invasione a Okinawa, muoiono 3.065 dei 3.334 uomini dell’equipaggio, ai quali bisogna aggiungerne altri 1.187 imbarcati sulle navi di scorta distrutte.

 

Tra le tante deficienze dimostrate dalla marina nipponica nel corso del conflitto vi fu anche l’assoluta impreparazione delle squadre di salvataggio, una concausa che contribuì ad elevare il numero delle perdite. Così a bordo della portaerei di scorta Chuyo il 4 dicembre 1943 le vittime sono 1.251 di poco superiore a quelle della nave da battaglia Mutsu [1.121] esplosa per cause sconosciute nella baia di Hiroshima. Il 1944 è costellato da episodi sanguinosissimi: il 19 giugno la portaerei Shokaku [1.272 morti]; il 24 ottobre la nave da battaglia Musashi [1.023], il 25 ottobre la portaerei Chiyoda [1,470 morti, nessun superstite] e la nave da battaglia Yamashiro [1.187]; il 21 novembre tocca alla nave da battaglia Kongo [1.200] seguita otto giorni più tardi dalla più grande portaerei mai costruita fino ad allora, la Shinano [1.436 vittime]. L’anno si chiude con l’affondamento della portaerei Unryu con altri 1.241 morti.

 

La Royal Navy ha pianto l’intero equipaggio della nave da battaglia Hood, affondata il 24 maggio 1941 dalla Bismarck nelle acque dello Stretto di Danimarca: i superstiti furono appena 3 tra i 1.417 uomini presenti a bordo.Tre giorni più tardi le vittime della Bismarck raggiunsero la cifra di 2.097 uomini. Sempre rimanendo nelle fila di Sua Maestà britannica sono 883 i morti a bordo della vecchia nave da battaglia Royal Oak, ingloriosamente silurata dall’U47 di Gunther Prien nella “inviolabile” base navale di Scapa Flow il 14 ottobre 1939.

 

Nella primavera successiva, l’8 giugno 1940, le navi da battaglia Scharnhorst e Gneisenau sorprendono nel Mare del Nord la portaerei Glorious: nel successivo tiro al bersaglio perdono la vita 1.207 uomini ai quali si devono aggiungere i 312 dei caccia Acasta e Ardent. Il 25 novembre 1941 il comandante Hans-Diedrich von Tiesenhausen dell’U331 cola a picco nel Mediterraneo la nave da battaglia Barham che scompare con 862 vittime. Una cifra leggermente inferiore [840] sono invece la somma delle vittime della Prince of Wales [513] e dell’incrociatore da battaglia Repulse [327], distrutti dall’aviazione giapponese nel dicembre 1941.

 

Il 26 dicembre 1943 la Scharnhorst è a sua volta vittima dei grossi calibri delle unità di superficie britanniche: nelle gelide acque dell’Artico scompaiono 1.933 uomini, i superstiti sono 36. Undici mesi più tardi, il 12 novembre 1944 “la solitaria regina del grande nord”, la nave da battaglia Tirpitz è distrutta dalle bombe ad alto potenziale della RAF: l’unità da guerra, i cui cannoni hanno tuonato una sola volta e per di più contro bersagli terrestri, si rovescia su se stessa diventando la tomba di 1.204 uomini.

 

Il 3 luglio 1940, tocca ancora alla Royal Navy bersagliare le unità francesi alla fonda a Mers-El-Kebir: sulla nave da battaglia Bretagne si registrano 977 morti.

 

Nelle tragiche ore che seguirono l’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli alleati, gli aerei tedeschi si vendicarono mandando a fondo nelle acque della Sardegna la nave da battaglia Roma, ammiraglia delle Forze Navali: in quella giornata del 9 settembre 1943 la Regia Marina perse 1.350 ufficiali, sottufficiali e marinai.

 

Anche per gli italiani comunque non si trattava di una prima volta, e non poteva essere diversamente

visto l’andamento del conflitto. Nella notte di Capo Matapan nel corso della quale la Mediterranean Fleet giocò al tiro al bersaglio con tre incrociatori pesanti e due caccia morirono 2.023 marinai: 813 del Fiume, 782 dello Zara, 328 del Pola, 211 dell'Alfieri, 169 del Carducci. Per quanto alla fine non risultò essere il più grave in termini numerici, pure il disastro del piroscafo Galilea provoca grande emozioni. Diretto da Patrasso a Bari, il 28 marzo 1942 il mercantile viene silurato dal sommergibile greco Proteus: nella strage perdono la vita 995 uomini, in massima parte alpini della divisione Julia già terribilmente provata dalla campagna di Grecia.

 

La tragedia del Galilea precede di qualche mese quella del transatlantico britannico Laconia, avvenuta il 12 settembre ad opera dell’U156 del comandante Hartenstein. Al momento del siluramento il liner trasporta circa 1.800 prigionieri italiani catturati in Nord Africa e sorvegliati da guardie polacche le quali, nonostante la nave sia in procinto di affondare, non aprono le celle e anzi, in alcuni casi sparano sugli uomini in fuga. E’ solamente grazie a un massiccio intervento degli stessi Uboat e dei sommergibili di Betasom se le operazioni di salvataggio “limitano” le perdite a 1.658 uomini in massima parte connazionali.

 

E ancora. Nell’attacco condotto il 22 settembre 1943 da unità inglesi contro un piccolo convoglio tedesco, finisce in fondo al largo di Rodi la motonave Donizetti: tra i 1.584 militari italiani prigionieri non c’è un solo superstite. L’11 ottobre gli aerei britannici affondano nella rada di Corfu la motonave Roselli che s’inabissa con i corpi di altri 1.302 prigionieri italiani. L’8 febbraio 1944 il sommergibile britannico Sportsman silura al largo di Suda il piroscafo tedesco Petrella, ex italiano Capo Pino, anch’esso carico di soldati italiani destinati ai campi di prigionia: le fonti ufficiali parlano di 2.670 vittime ma qualcuno arriva a raddoppiare la cifra. Quattro giorni più tardi la sorte si accanisce contro il piroscafo Oria che al largo del Pireo incappa in una tempesta: nel naufragio, tra i 4.200 italiani imbarcati a Rodi se ne salvano solamente 21.

 

Come gli americani in Pacifico con le “Hell Ship”, anche i britannici dovettero far fronte a stragi fratricide: il 14 novembre 1942 il sommergibile Sahib cola a picco nelle acque della Sicilia settentrionale il piroscafo Scillin che si perde trascinando negli abissi i corpi di più di 787 prigionieri di guerra. Il Sahib paga caro il suo involontario errore: poche ore più tardi il battello viene distrutto a sua volta dall’azione antisom.

 

Le frettolose e confuse operazioni di evacuazione di eserciti sconfitti, di cui si è detto all’inizio a proposito del Baltico, non coinvolsero solamente la Kriegsmarine. L’operazione Dinamo per il reimbarco del BEF a Dunkerque è giustamente catalogato come un insperato successo della Royal Navy ma non fu indolore. Diverse unità, grandi e piccole, andarono a fondo trascinando centinaia di soldati e marinai. Di quel periodo è ricordata la tragedia del liner Lancastria distrutto nelle acque di St Nazaire dalle bombe della Luftwaffe. Come per il Leopoldville inon tutti i particolari della perdita sono stati resi noti ma le vittime non furono inferiori a 1.500, in massima parte soldati e avieri della RAF.

Un altro momento terribile per la Flotta di Sua Maestà fu rappresentato dal ritiro dalla Grecia avvenuto sotto l’assoluto predominio dell’aeronautica tedesca che costò la perdita di numerose unità. Il 27 aprile 1941 nella distruzione dei caccia Diamond e Wryneck perdono la vita 843 uomini, tra soldati, marinai e naufraghi di precedenti affondamenti.

 

Nella memoria del popolo ebraico è ben impressa la tragedia a cui fu sottoposta - è proprio il caso di dirlo - la nave Struma, a bordo della quale alla fine del 1941 prendono posto 747 ebrei diretti verso l’agognata Palestina. Sulla loro teste ha inizio una squallida partita diplomatica e politica tra Gran Bretagna e Turchia. Dopo aver trascorso 70 giorni nel porto di Istanbul senza poter scendere a terra, in condizioni facilmente immaginabili, il mercantile con il suo carico umano viene trainato fuori dalle acque territoriali, giusto in tempo per finire vittima dei siluri del sommergibile sovietico SC-213. Tra i profughi c’è un unico superstite che aggiunge il proprio nome a quello di una donna costretta in precedenza, per sua fortuna, a un urgente ricovero nell’ospedale della città.

 

La vicenda dello Struma segue quella ancor più tremenda, seppur con meno vittime, occorsa alla nave passeggeri Patria ancorata nel porto di Haifa. Per evitare che l’unità lasci la Palestina con destinazione le Mauritius dove le autorità inglesi avevano stabilito di deportare le migliaia di ebrei che affollano la nave, il movimento di resistenza sionista decide di sabotare il mercantile utilizzando cariche esplosive: involontariamente le deflagrazioni, troppo potenti, uccisono 267 persone.

 

Anche la Marina Sovietica, impreparata ad affrontare un moderno conflitto e che, al pari della Marina Imperiale, non metteva certo la sicurezza degli equipaggi al primo posto, ebbe a subire diversi disastri. Certamente il più grave, in termini di vite umane, è rappresentato dall’evacuazione di Tallinin sotto l’incalzare della Wermacht. Lunghe file di trasporti lasciarono la base navale per finire sugli estesi campi minati predisposti da tedeschi e finlandesi o sotto le bombe della Luftwaffe: fu una strage dai contorni danteschi. Se già gli storici hanno grande difficoltà a stabilire con precisione il nome e il numero delle numerose unità perdute nell’operazione, ancora più discordanti sono le cifre sulle vittime che vengono comunque stimate intorno alle 10.000 unità. Particolarmente dolorose furono le perdite dei trasporti Everita [1.500 morti], Kalpaks [1.100 vittime] e Atis Kronvaldis [altre 1.000 vittime].

 

@sonar

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Ottimo lavoro, Walter!!! Più o meno conoscevo molti dei dati che hai menzionato.Ma tutti insieme, in un unico lavoro, fanno una altro e più tragico effetto, rivelando una realtà ancor più tremenda dei freddi numeri!!!

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