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Ad Aprile dell’anno scorso mi sono recato a Malta e ho visitato il National War Museum in Forte st. Elmo dove molti reperti ricordano l’operazione “Malta2” del 25-26 luglio 1941.

Dai bastioni del forte e poi anche da una barca a bordo della quale ho attraversato il Grand Harbor, ho visto ciò che resta del viadotto sotto il quale persero la vita Teseo Tesei, Alcide Pedretti e Aristide Carabelli.

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      Il Breakwater viaduct visto dal Grand Harbor di Malta

 

Un’esperienza emozionante che mi ha spinto ad approfondire le conoscenze che avevo su quel glorioso seppur fallito attacco condotto con barchini esplosivi e SLC dagli uomini della X Mas.

Quella fu la prima ed unica volta in cui questi due tipi così diversi di mezzi d’assalto vennero impiegati insieme. Una scelta che aveva una precisa giustificazione tattica rivelatasi però poco adatta alle specifiche caratteristiche dei mezzi il cui utilizzo congiunto sarebbe stato di efficacia del tutto aleatoria. Il mio interesse e le mie considerazioni si sono pertanto concentrati proprio sull’azione condotta dai due maiali, sul ritrovamento dei loro relitti, su come perirono Teseo Tesei ed il suo secondo Alcide Pedretti e su come si svolse la missione dell’altra coppia Costa/Barla. E’ stata necessaria una rilettura critica dei fatti confrontando le diverse versioni apparse negli anni per poi attingere da ciascuna gli elementi utili a formare un quadro d’insieme credibile, che andasse oltre la celebrazione mistica del sacrificio di Tesei come viene raccontata dalla “tradizione”.

Ad oggi esistono ben tre versioni, abbastanza diverse una dall’altra, su come morirono Tesei ed il suo secondo Pedretti. Di esse fa un dettagliato resoconto Lino Mancini nel suo bel libro “Malta2”:

1)      Tesei, ormai in ritardo sui tempi previsti, si sacrifica volontariamente “spolettando al minimo” la carica esplosiva del suo maiale sotto il viadotto di s. Elmo, morendo nell’esplosione insieme a Pedretti;

2)      Tesei, finito fuori rotta a causa delle correnti, si dirige a quota occhiali alla ricerca del suo obiettivo ma, entrato nel settore di tiro della batteria G del forte s. Elmo, muore colpito da una salva del cannoniere inglese Zamit che inquadra la scia del suo maiale;

3)      Tesei raggiunge in ritardo il suo obiettivo e si mette al lavoro con Pedretti per sistemare la carica del maiale sotto il viadotto di s. Elmo; i due però vengono travolti dall’esplosione dei barchini di Frassetto e Carabelli lanciati contro le ostruzioni.

La prima versione è quella ufficiale della Marina, la più conosciuta e accreditata. Ormai in ritardo sulla tabella di marcia dopo aver inutilmente tentato di riparare l’avaria del maiale di Costa e Barla, Tesei e Pedretti arrivano sotto il ponte di sant’Elmo e spolettano al minimo la carica esplosiva del loro maiale sacrificandosi consapevolmente per aprire un varco nelle ostruzioni da consentire il passaggio dei barchini.

E’ una versione suggestiva che dando atto di un incondizionato, estremo eroismo confermerebbe il credo di Tesei espresso da questa sua affermazione:Occorre che tutto il mondo sappia che ci sono degli italiani che si recano a Malta nel modo più temerario. Se affonderemo qualche nave o no poco importa. Quel che conta è che si sia capaci di saltare in aria con il nostro apparecchio sotto gli occhi degli inglesi. Avremo così indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serve il proprio ideale e loro ne trarranno l’esempio e la forza per vincere”.

Tuttavia, per quanto suggestiva, tale versione appare improbabile per un motivo ben preciso (gli altri li vedremo nel prosieguo di questa analisi). Gli uomini della Decima non erano kamikaze. Le loro azioni, seppur nella consapevolezza di affrontare la morte, prevedevano sempre un margine di salvezza. Visti vani i tentativi di riparare il maiale di Costa, Tesei si avvia dicendogli: “L’ostruzione dovrà saltare e salterà. Se sarà tardi spoletterò al minimo”. Ma che valore è possibile dare a quelle parole che sembrano pronunciate da un uomo votato alla morte? Tesei aveva con sè il secondo uomo Pedretti e francamente è difficile pensare che lo avrebbe coinvolto in quella decisione estrema. Per questo motivo quella frase, più che indicare un intento suicida, potrebbe invece assumere il significato coinvolgente di uno sprone, per sé, per Pedretti e per ogni altro partecipante alla missione, dal significato: “ce la dobbiamo fare e ce la faremo”. Il tenace Tesei con il suo atteggiamento di sfida alla morte, tipico di altri straordinari combattenti come lui, dimostrava che nessuna circostanza avversa avrebbe potuto fermarlo.

La seconda versione è quella di Joseph Caruana apparsa sul n. 6 di marzo 1994 della rivista “Storia militare”.

Secondo lo storico maltese “alle 03,45 Tesei diresse verso sud per iniziare l’attacco. Dopo un po’, anche dal suo ristretto punto di vista a pelo d’acqua, deve aver capito che si trovava spostato verso est poiché la massa scura di sant’Elmo non era davanti, come avrebbe dovuto essere, ma si trovava sulla sua dritta. Si presume quindi che egli abbia cambiato rotta dirigendo verso ovest. In seguito, però, deve aver perso l’orientamento perché deve essere inavvertitamente passato a nord del ponte e poi aver proseguito ancora verso ovest come si può dedurre dalla posizione in cui fu trovato il suo SLC. Quando alle 04,48 l’esplosione del barchino di Carabelli gli segnalò la corretta posizione del bersaglio, Tesei accostò, approssimativamente su di una rotta per SSE, verso il ponte. Nel fare ciò ebbe la sfortuna di passare attraverso il settore di tiro della postazione “G” di sant’Elmo; il minuscolo qualcosa che causò la scia vista dalla postazione costiera era costituito dalle teste dei due piloti del “maiale”. Fra i 15 e i 20 secondi dopo le 04,48 l’impianto “G” iniziò il fuoco. Il cannoniere maltese sostenne che il bersaglio era “saltato in aria”, ma le rivendicazioni ottimiste di “bersagli saltati in aria” sono endemiche tra gli artiglieri di tutti i tempi; l’SLC di Tesei e Pedretti venne trovato praticamente intatto sul fondo del mare e l’esplosione da lui notata era stata probabilmente quella di un suo proiettile. Questa deve essere avvenuta abbastanza vicino al mezzo perché lo scoppio uccise all’istante almeno uno dei due operatori (la cui maschera venne poi trovata) e ferì e sbalzò dal mezzo l’altro, che poi forse annegò. L’SLC senza equipaggio e senza controllo scivolò quindi verso il fondo del mare. Nel marzo 1966 un SLC fu trovato sul fondo davanti a forte sant’Elmo da sommozzatori della Royal Navy: con non poche difficoltà venne rimorchiato in alto mare e fatto esplodere. Gli Inglesi conclusero che si trattava dell’SLC di Costa, ma questa identificazione era completamente errata perché Costa aveva autoaffondato il suo mezzo a circa 5 km a nord-ovest lo stesso era stato recuperato (a pezzi) dagli Inglesi poco tempo dopo, come dimostra una serie di foto che si trovano al National War Museum di Valletta. Pertanto l’SLC ritrovato nel 1966 deve essere stato certamente quello di Tesei”.

L’ipotesi di Caruana pare fondarsi solo su congetture che fanno apparire l'esperto Tesei come un inconcludente novizio che smarritosi davanti al ponte di s. Elmo ritrova la rotta solo grazie all’esplosione del barchino di Carabelli, per poi morire sotto i colpi della batteria "G" di Zamit. E che dire della certezza di Caruana, non confermata da documentazione ufficiale inglese né da fotografie, che il mezzo trovato nel 1966 fosse un SLC, e proprio quello di Tesei?

Lino Mancini, che con Caruana si è confrontato diverse volte manifestandogli le sue perplessità, propose anche l’ipotesi che l’oggetto recuperato e fatto brillare in mare nel 1966 fosse un Chariot inglese perso durante un’esercitazione. Tuttavia, in un suo articolo successivo alla pubblicazione del libro “Malta2”, https://www.altomareblu.com/malta-2-di-lino-mancini-postfazione/ Mancini fa una diversa ipotesi, che appare molto più convincente. A seguito di ulteriori ricerche entra infatti in contatto con Mike Stewart, un “Clearance Diving Officer” della Royal Navy, che nel 1966, come capo team, aveva predisposto il brillamento di quella che, secondo alcune fonti britanniche, avrebbe potuto essere la testa del SLC di Tesei. Stewart, ritiratosi dal servizio nel 1976, ricorda perfettamente il suo intervento. L’unica certezza che manifesta, però, è quella che fece brillare solo una forte carica per la quale non venne adottato alcun particolare accorgimento legato ad un’ipotesi di rinvenimento di SLC. Quindi nessuna foto, nessuna relazione scritta in tal senso da parte di chi, evidentemente, non aveva avuto dubbi sulla tipologia dell’oggetto rinvenuto. Tuttavia, non si può escludere che questa documentazione esista perché quando gli Inglesi lasciarono definitivamente Malta nel 1979 raccolsero tutti i documenti in casse poi depositate presso l’ex Public Record Office – oggi National Archives – il cui contenuto non è stato ancora catalogato (il tentativo fatto da Mancini di reperire qualcosa si è infatti infranto di fronte a tale situazione). Allo stato attuale, pertanto, si è autorizzati a pensare che nessun mezzo tipo SLC, con o senza carica, fu trovato in zona. Caruana affermando che nel 1966 fu ritrovato un SLC prese per buona, senza approfondirla adeguatamente, una notizia apparsa sul “Sunday Times of Malta” che dava per scontato il ritrovamento di un SLC completo di carica. Forse sarebbe stata opportuna una maggior cautela e limitarsi a dar notizia del ritrovamento di una carica che poteva essere simile a quella del maiale. Una suggestione, quindi, non suffragata da prove certe né da immagini di quanto rinvenuto, che ha influenzato Caruana tanto da fargli cambiare idea sulle circostanze della morte di Tesei (anche lui in un articolo apparso nel 1991 sulla rivista “Warship International” si era dimostrato convinto che Tesei fosse morto sotto il viadotto).

Ma allora cosa fu trovato e fatto brillare nel 1966?

Mancini nel suo citato articolo, basandosi sulla testimonianza di Stewart, ipotizza che la carica fatta saltare nel 1966 fosse una mina paracadutabile tedesca (luft mine) tipo LMA, impiegata largamente nelle acque maltesi e non molto diversa nell’aspetto dalle teste dei semoventi della X MAS. In particolare la mina LMA aveva dimensioni (senza impennaggi) pari a circa 1.700x660 mm (contro i circa 1.800x533 mm delle teste degli SLC) ed una carica esplosiva di 300 kg (contro i 230 kg dei semoventi italiani).

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mina LMA 1.700×660 mm

immagine tratta dall’articolo di Lino Mancini

https://www.altomareblu.com/malta-2-di-lino-mancini-postfazione/

 

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Immagine tratta dal sito www.marina.difesa.it

che dimostra la straordinaria somiglianza

tra la carica esplosiva del SLC e la mina LMA

 

Queste caratteristiche rendono l’ipotesi di Mancini assai credibile tanto da far sorgere spontanea la domanda: se non era il SLC di Tesei, contro cosa aveva sparato il cannoniere Zamit dalla batteria "G" del forte di st. Elmo? Mettendo a posto i vari tasselli di questa storia possiamo trovare la risposta nel rapporto ufficiale di missione scritto dal T.V. Costa (il pilota dell’altro SLC) al rientro dalla prigionia.

Costa riferisce che dopo la violentissima esplosione sotto il ponte, causata dallo scoppio della carica di Carabelli (e, per simpatia, anche di quelle di Frassetto e Tesei), si creò una grandissima confusione con i barchini rombanti che roteavano sul mare a gran velocità e le artiglierie che gli sparavano contro. Decise allora di immergersi con il suo SLC, tornando a tratti in superficie a causa della instabilità del mezzo dovuta ai problemi tecnici che sappiamo. Ogni volta che la sua testa usciva fuor d’acqua arrivavano nuove scariche a cui si aggiungevano scoppi e concussioni provocati dalle cariche dei barchini e dai colpi delle artiglierie. Il mezzo procedeva a velocità ridotta e con anche la bussola in avaria, come riferisce lo stesso Costa nella sua relazione. Nel frattempo, era quasi giorno, il mezzo cominciò ad essere bersagliato anche dagli aerei da caccia alzatisi in volo. Costa allora decise di immergersi a circa 10 metri cercando di governare l’SLC con la speranza di udire rumori di eliche di navi che uscivano dal porto per attaccarle. Costa afferma di essere rimasto in zona sino all’esaurimento dell’autorespiratore, cosa che avvenne intorno alle 08,40. Quindi, attivate le cariche di autodistruzione del mezzo, prese terra insieme a Barla alle 09,00 circa provvedendo a distruggere anche maschere e vestiti. Poi arrampicatosi sulla riva ed in attesa della notte per cercare la fuga con qualche barca di pescatori, fu invece scoperto appena mezz’ora dopo da una pattuglia inglese e fatti prigionieri.

Riassumendo: con il suo SLC che arranca per le avarie Costa viene scoperto davanti a Forte st. Elmo e bersagliato dalle batterie di terra e dagli aerei nel frattempo alzatisi in volo. Costretto ad immergersi e con la bussola fuori uso, si “mantiene in zona” per ben quattro ore (dalle 04.45 alle 08,40) nella confusione dell’attacco. Con il suo SLC che si muove sott’acqua e senza bussola è costretto inevitabilmente a girovagare “alla cieca” così da percorrere, in quelle quattro ore, circa cinque km in direzione nord-ovest rispetto al suo originario obbiettivo di Marsa Muscetto fino a raggiungere l’insenatura di st. George dove il relitto del maiale viene recuperato in tre pezzi dagli Inglesi. Da ciò possiamo dedurre con quasi assoluta certezza che era Costa e non Tesei il bersaglio contro cui sparò il cannoniere Zamit dalla postazione G del forte di st. Elmo…

Ed ora arriviamo alla terza ipotesi sulla fine di Tesei e Pedretti e del loro maiale. A formularla è Fiorenzo Capriotti nel sul libro “La mia Decima da Malta alle Hawaii”. 

Tesei e Pedretti arrivano, seppur in forte ritardo, sotto il viadotto di St. Elmo. A conferma che lì sotto ci sono arrivati esiste la testimonianza del tenente Osborne, un pilota inglese che svegliatosi per via degli attacchi aerei italiani, si affaccia alla finestra del suo alloggio e poco prima dell’esplosione vede due sagome che armeggiano presso le ostruzioni. Non potevano che essere Tesei e Pedretti che in quegli ultimi istanti si trovavano ancora impegnati a fissare la carica del loro maiale sotto il viadotto. Possiamo solo immaginare lo stato d’animo dei due, consapevoli che la loro vita è appesa sul filo dei secondi. Cercano con fredda determinazione di evitare che quel loro ritardo faccia scattare il piano alternativo che prevede un barchino lanciato contro l’ostruzione per aprire il varco agli altri. Intanto i piloti degli MT sono in fremente attesa di quello scoppio che tarda ad arrivare. Il C.te Giobbe è nel frattempo tornato con il suo MTS verso i MAS lasciando il comando del gruppo al STV Bosio. I piloti mordono il freno ma Bosio indugia a dare il via per l’attacco, ancora fiducioso nella riuscita di Tesei. A questo punto accade qualcosa che dà un'accelerata ai piani degli attaccanti. Fiorenzo Capriotti, uno dei piloti degli MT in attesa, nel suo libro afferma che il STV Frassetto, incapace di dominare la tensione, sentita una frustata tipica delle esplosioni subacquee e scambiandola per lo scoppio della carica di Tesei, parte senza aspettare l’ordine di Bosio. Mi sono chiesto il perchè di questa iniziativa che infrangeva le più elementari norme di disciplina in piena azione di guerra. Comunque sia, Frassetto parte e, dietro di lui, come da istruzioni operative, parte anche Carabelli. I due MT, a causa di una corrente che li ha fatti scarrocciare verso est, si trovano spostati rispetto all’obbiettivo e devono correggere la rotta. E’ forse anche per questo motivo che Frassetto si accorge solo all’ultimo che l’ostruzione è ancora intatta e così le dirige contro il suo MT per farla saltare, ma la carica non esplode. Carabelli che lo segue a breve distanza lancia allora il suo mezzo a tutta velocità contro il ponte ma per essere certo del buon esito del suo attacco non salta fuori prima dell’esplosione sacrificandosi, lui sì, consapevolmente. Lo scoppio provoca per simpatia l’esplosione della carica di Frassetto e poi anche di quella di Tesei. Complessivamente sono circa 900 chili di esplosivo il cui effetto devastante solleva in aria una delle due campate del ponte che poi ricade in mare in un groviglio di lamiere ostruendo irrimediabilmente l’accesso al Grand Harbour.

Nella sua relazione ufficiale Capriotti, pur senza accusarlo esplicitamente, si mostra polemico nei confronti di Frassetto individuandolo come STV ? lasciando intendere con quel punto interrogativo che non ne ricordasse il nome. A distanza di tanti anni, invece, nel suo libro si sbilancia esprimendo un giudizio critico verso l’ufficiale e quella sua intempestiva e fatale iniziativa che, a questo punto, farebbe apparire Tesei e Pedretti come vittime di "fuoco amico" .

Gli inglesi recuperarono solo una maschera con attaccati capelli e frammenti di pelle, tutto ciò che restava dei corpi di Tesei e Pedretti, annientati dalla spaventosa esplosione. Questa circostanza smentisce ulteriormente la tesi di Caruana: se fossero stati raggiunti dal colpo del cannone di Zamit lontani dal viadotto, qualcosa in più dei due corpi si sarebbe dovuta ritrovare. Del loro maiale, invece, escludendo l’ipotesi del ritrovamento avvenuto nel 1966, nessuna traccia. O forse no…

Sempre Mancini (che ha un significativo passato da Ufficiale del genio navale), nel suo già citato libro “Malta2” riferisce a questo proposito un altro particolare estremamente interessante. Un capo palombaro del Gruppo Operativo Subacquei di Comsubin con il quale aveva lavorato, gli riferì che tra il 1970 e il 1973 aveva fatto parte di un gruppo che a Malta istruiva marinai maltesi da brevettare come sommozzatori e palombari. Gli istruttori si alternavano e periodicamente ritornavano a Comsubin. Durante uno di questi rientri quel capo palombaro raccontò al suo allora comandante di un ritrovamento avvenuto durante un’ispezione subacquea sotto il viadotto di s. Elmo. Incastrato tra i detriti aveva trovato il cono di coda di un SLC completo di elica. Per recuperarlo e portarlo in Italia occorreva, però, un intervento ufficiale e così il suo comandante compilò una relazione per segnalare il ritrovamento, sperando così di attivare le necessarie procedure per eseguire il recupero. Ma non si sa per quale motivo non se ne fece nulla e questo importante pezzo storico giace ancora nelle acque sotto il viadotto di s. Elmo da dove, forse, potrebbe ancora essere recuperato.

Tornando alla tesi di Caruana, il particolare di questo ritrovamento darebbe il colpo di grazia definitivo alla sua versione del recupero di un SLC completo nel 1966. Anche a voler ammettere che la violenza dell’esplosione ed il lavorio delle correnti possa aver fatto arrivare il maiale di Tesei da sotto il viadotto di st. Elmo al punto di ritrovamento del 1966, a quel SLC sarebbe dovuto mancare quantomeno il cono di coda completo di elica…

Quanto finora detto credo autorizzi a porsi più di un dubbio sulle reali circostanze della morte di Tesei, senza peraltro scalfire minimamente l’alone di eroismo che giustamente lo circonda. Ma a distanza di tanti anni serve ancora sottoporre ad esame critico questi fatti? Sono convinto di si, perché indipendentemente da come si vuole interpretare i singoli particolari di quelle vicende, continuare a mantenerne vivo il ricordo evita di far cadere nell’oblio il coraggio, il valore e la determinazione dei protagonisti. Conoscere la loro storia, comprendere il contesto ed il reale senso del loro sacrificio credo sia doveroso oltre che utile, specie quando di scenari di guerra si torna a parlare con preoccupante frequenza.

 

 

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Molto interessante!

In un modo o nell'altro, comunque si perse un eroe!

 

Nostromo, prendi il fischietto, respira profondamente e fai un Otto alla Banda!

:Italy:

Posted
13 ore fa, Rostro ha scritto:

.. Ma a distanza di tanti anni serve ancora sottoporre ad esame critico questi fatti? Sono convinto di si, perché indipendentemente da come si vuole interpretare i singoli particolari di quelle vicende, continuare a mantenerne vivo il ricordo evita di far cadere nell’oblio il coraggio, il valore e la determinazione dei protagonisti. Conoscere la loro storia, comprendere il contesto ed il reale senso del loro sacrificio credo sia doveroso oltre che utile, specie quando di scenari di guerra si torna a parlare con preoccupante frequenza.

 

Si Rostro, serve ancora e proprio per mantenere viva la memoria, come recita il nostro motto.

Capriotti era amico di Betasom, lo andavamo a trovare spesso e una piccola rappresentanza era presente al suo funerale. Nel suo raccontare c'era ancora l'entusiasmo della giovinezza ma anche realismo. Per preservarne i racconti ci concesse una lunga intervista che è ancora possibile vedere e ascoltare qui: 

 

 

Personalmente sono propenso a credergli, in fin dei conti lui c'era...

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