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200 anni di italiani in guerra - Enrico Cernuschi


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E' da poco uscito per Mursia il volume di Enrico Cernuschi 200 anni di italiani in guerra.

Il libro, scorrevole e che si legge tutto di un fiato, comincia col bue che dà del cornuto all’asino. Nel corso del celebre e decisivo vertice di Venezia del 1980, il Cancelliere tedesco Schmidt tentò di imporre all’Italia un finanziamento non richiesto a un tasso rovinoso. Cossiga, all’epoca Presidente del consiglio, si oppose e l’altro non trovò meglio da dire che “Ma voi avete perso la guerra!”, battuta che, per un decorato della Luftwaffe insignito della Croce di Ferro di 2ª Classe, non era male.

Partendo da quest’episodio, Cernuschi affronta, in maniera spesso ironica, il vizio di fondo della cultura italiana in materia militare, troppo spesso trattata e divulgata in maniera puramente letteraria e del tutto disancorata dalla realtà. Una cultura, cioè, che ha fatto da cattiva maestra, dal divino padre Dante in poi, alle varie classi politiche italiane. Oggi progressisti a parole, ma feroci nazionalisti in pratica, i nostri biondi poeti sognano sempre, sotto sotto, quadrate legioni e vorrebbero, come scriveva Montanelli oltre mezzo secolo fa, nell’ultima riga della sua “Storia di Roma”, che Forza Roma fosse ancora la regola per l’Europa, e non un grido da stadio.

Logistica, rapporti di forza, economia, tecnologia, il terreno, le rotte, le distanze, il semplice rapporto numerico, per esempio, tra quelli che oggi sono i 60 milioni di abitanti residenti in Italia e i 680 milioni del resto del Continente, divisi tra loro su tutto, meno che sul fatto che sfruttare (o peggio) la penisola è l’hobby favorito da Odoacre in poi, sono tutte cose, che, per costoro, non contano. Rimasti fermi ai ricordi liceali de la gran bontà dei cavalieri antiqui, gli intellettuali (o presunti tali) e i loro allievi politici, loro compagni di banco e altrettanto svogliati sin dai tempi delle elementari e del liceo, credono tutti che le vicende internazionali siano partite di calcio, 11 contro 11. Lamentano così, in rima baciata, la fatal Novara, dimenticando che quel giorno i sardi erano la metà degli austriaci, per poi lamentarsi, come avrebbe detto Mussolini (quantomeno secondo il Diario di Ciano, documento, in realtà, mai visto, in originale, da nessuno) in occasione della Guerra di Grecia, che gli italiani sono mezze cartucce e che è la razza che non va.

Cernuschi, volando questa volta in alto, affronta gli ultimi 200 anni di guerre e di pace (ma, in fondo, che differenza fa? C’è la pace, oggi, in Ucraina, o la guerra? Oppure il solito Guerra e pace, in fondo russo per definizione?) alla luce della fondamentale domanda di base: a cosa servono le Forze Armate? E utilizza, come benchmark dei loro risultati, l’evoluzione del Prodotto interno lordo tra il19° e il 21° secolo.

Quello che salta fuori, alla fine, è un quadro a dir poco insolito, ma rivelatore. Parlando in questa sede, appare notevole il ruolo storico giocato, durante il 20° secolo, dai sommergibili della Regia Marina. Gli intellettuali, evidenti bestie nere del nostro, lamentano il differente rendimento tra gli U Boote tedeschi e i battelli italiani durante la Grande guerra, come se il traffico atlantico e mediterraneo degli uni e le centinaia di unità del Kaiser Guglielmo II fossero la stessa cosa dei vaporetti austriaci di basso pescaggio che percorrevano, di giorno, i canali della Dalmazia protetti dalle mine. Quello che contava davvero era il fatto che svariate dozzine degli oltre 100 siluranti, tra caccia e torpediniere, asburgiche fossero, dalla metà del 1916, fuori costantemente servizio per mesi in quanto logorate dai compiti di scorta imposti dalla presenza di un numero molto inferiore unità subacquee italiane e alleate. I letterati assetati di sangue (sempre e rigorosamente altrui, sia ben chiaro) esigono, ancora oggi, stragi, ma quello che conta è che quelle unità sottili fossero assenti dai pattugliamenti e dagli scontri con le Regie Navi in Adriatico. E se poi qualche siluro dei battelli della Marina italiana andava a segno, nonostante tutto, di tanto in tanto, meglio così. Ancora più importante, ovvero strategicamente decisivo ai fini dell’economia italiana e dello stesso Miracolo economico, fu il ruolo della flotta subacquea (voluta, in primo luogo, da Mussolini) durante le crisi internazionali etiope e spagnola succedutesi tra il 1935 e il 1937 e durante il secondo conflitto mondiale fino alla primavera del 1943.

Né vengono trascurati i risultati, discreti e decisivi, dei battelli italiani nel corso della fase finale della Guerra Fredda e durante le continue e sempre diverse esigenze del XXI secolo.

Forse le rivelazioni più eclatanti, sempre rigorosamente basate su documenti e recenti libri stranieri che sarebbe vano cercare altrove, riguardano la parte aeronautica. Essa è dovuta, in massima parte, all’ingegner Ludovico Slongo, un noto specialista della materia costretto a pubblicare, di solito, in inglese. In effetti la natura degli studi storici italiani relativi a quel settore è, se possibile, ancora più asfittica, chiusa, arretrata, ripetitiva, provinciale, legata sempre e solo al bel gesto, di solito sfortunato, rispetto a quella navale. Niente, o davvero troppo poco, sulla strategia, l’industria, la tecnologia e la logistica. Si dice che Cernuschi gli avrebbe proposto di firmare il libro come coautore, ma così non è stato. Quantomeno, tuttavia, Slongo è sempre e costantemente citato e il suo pensiero, senz’altro rigoroso e originale, da ingegnere, è riportato tra virgolette, cosa questa piuttosto rara in un ambiente dove la pirateria sembra essere la regola, tanto che i francesi hanno coniato la definizione, al cianuro, di “incesto tra storici”, dove ognuno copia, dall’inizio degli anni Cinquanta, l’altro senza mai citarlo provocando, così, la pura e semplice paralisi degli studi critici e delle ricerche archivistiche, sostituite da esercizi di calligrafia barocca. Per tacere dell’obbedienza cieca, pronta e assoluta dei giovani nei confronti del venerato maestro di turno a pena della fine, prima ancora che possa iniziare, della carriera accademica; né c’è da aspettarsi una successiva evoluzione di quegli scritti giovanili, per quanto forzati. Ammettere di essersi sbagliati equivale, in Italia e nell’ambito accademico delle scienze morali, al suicidio. Ecco perché tutto è rimasto congelato, per certa gente e quando va bene, al Trizzino degli anni Cinquanta.         

Non mancano molti dati, inediti e di prima mano, con le collegate valutazioni, sull’Esercito italiano. Si tratta di informazioni anch’esse rivelatrici e pervase, cosa insolita per quest’autore, da dolente umanità.

Buone le illustrazioni dell’inserto, anche se in bianco e nero. Chiari i grafici riportati nei capitoli.   

Per concludere un testo notevole caratterizzato, per una volta, dal dono della sintesi (merito, forse, dell’editore) e da una visione interforze che non perde mai di vista l’obiettivo economico (e quindi politico e strategico) di fondo.

Cossiga, ufficiale di complemento della Marina Militare e grosso studioso di storia, non cedette, per la fortuna di tutti, tedeschi inclusi, nel 1980. Se queste pagine fossero lette da almeno un politico raddoppieremmo il numero degli statisti in grado di applicare le giuste categorie della storia senza soffrire complessi di inferiorità, del tutto ingiustificati, nei confronti dei partner comunitari e d’Oltreoceano. Peccato che passeremmo, senza contare il fuoriclasse Cavour, da 1 a 2. Con le percentuali saremmo a posto, ma con le cifre assolute no.                                        

 

 

 

 

200 anno.jpg

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  • 3 months later...

Facendo seguito a quanto già pubblicato, aggiungo il link a un'intervista all'Autore sul sito www.letture.org:

 

https://www.letture.org/200-anni-di-italiani-in-guerra-false-vittorie-e-false-sconfitte-enrico-cernuschi

 

e una recensione apparsa sulla rivista JP4 Mensile di Aeronautica e Spazio

 

Recensione JP 4.jpg

 

Allego, infine, il testo di un'altra intervista rilasciata dall'Autore a una rivista d'Oltralpe

 

 

 

 

 

 

Intervista in Francia.docx

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