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Uss Indianapolis


palombaro

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Buongiorno,

 

Propongo un mio articolo, auspicando possa essere ritenuto di interesse.

Un cordiale saluto,

 

Palombaro,

Comune II cl.

 

 

 

Frammenti di storia. L’ultimo viaggio della USS Indianapolis

 

USS-INDIANAPOLIS-OFFICERS-AND-CREW.jpg

 

Una nave entrata nella leggenda la USS Indinapolis (CA-35), detentrice di dieci battle star e tra i mezzi più famosi della Us Navy, al pari della Arizona (affondata a Pearl Harbour) e della Missouri, sulla quale i giapponesi firmarono la resa

 

e che tirò le sue ultime bordate durante Desert Storm, nei '90. Fu anche una delle ultime unità americane ad affondare prima della sconfitta nipponica.

Era un giorno di luglio, uno come tanti, un po' come quelli che ci scorrono via rapidi, segnando l'inizio delle ferie e l'allontanamento, momentaneo, da scuola e lavoro.

Un giorno come gli altri quando la Indy (così amava chiamarla l'equipaggio), salpò da Pearl Harbor per raggiungere l'isola di Leyte, nel Mar delle Filippine; una missione non da poco, poiché nella pancia della nave giacevano alcune parti di Little Boy, la bomba che sarebbe esplosa ad Hiroshima.

 

Il 31 Luglio l'Indy avrebbe dovuto raggiungere la task force 95.7 dell'ammiraglio Mc Cormick. Non arrivò mai a destinazione. Ventiquattro ore prima, infatti, un battello I 58, un sommergibile nemico, la colava a picco in uno dei tratti di mare più desolati e dalle acque più profonde al mondo. La nave affondò in pochissimi minuti e i naufraghi galleggiarono intorno ai relitti per 72 ore.

Settantadue ore non sono poche nella vastità dell'oceano Pacifico. Lasciamo perdere per un momento spiagge ed atolli da spot pubblicitario ed immaginiamo di trovarci su una zattera alla deriva, il sole cala, l'acqua scarseggia, i nostri compagni di sventura sono sotto choc o feriti.

Questa era la condizione in cui i superstiti dovettero lottare per la sopravvivenza per quasi tre giorni. Prima dell'abbandono della nave, il comandante Mac Vay (inseguito condannato per la perdita dell'unità, si suicidò nel 1968; nel 2000 Clinton riabilitò la sua persona e lanciò un SOS che non fu recepito, per errore umano e per negligenza: ipotermia, fame, disidratazione, sete che porta gli uomini alla pazzia e, dalle profondità degli abissi, gli squali, a centinaia intorno ai battelli e agli zatteroni di salvataggio decimarono marinai ed ufficiali finché, all'orizzonte, la mattina del 2 agosto comparve un aereo.

 

La speranza è sempre l'ultima a morire e, quel 2 agosto, a pochi giorni da un'altra tragedia, quella di Hiroshima, un ricognitore riesce finalmente ad intercettare i sopravvissuti. Il calvario è terminato, ma i segni di una disavventura del genere restano per la vita. Inviata senza scorta in missione, in acque ancora pericolose, la nave fu un bersaglio facile per le ultime unità giapponesi, determinate a continuare la propria guerra fino all'ultimo, nonostante le enormi perdite subite. Nei primi anni del Duemila e nel 2005 due spedizioni tentarono di raggiungere un relitto ormai considerato inarrivabile: profondità troppo elevate e probabile distruzione dello scafo dopo l'affondamento.

 

Libri, film, documentari: una vicenda, quella l'Indy, entrata a pieno titolo nella leggenda.

Ma si può definire leggenda una storia così drammatica? Si può dimenticare l'orrenda fine toccata al comandante che, dopo la deriva nell'oceano, dovette subire anche un processo e la pubblica gogna? Forse aveva ragione Quint (Robert Shaw, ne Lo Squalo): da sopravvissuto al naufragio, dopo un devastante racconto sugli attacchi degli squali, il vecchio marinaio conclude dicendo: "però avevamo consegnato la bomba". Per questo vanno ricordati equipaggio e comandante, per il senso del dovere che li portò al più estremo sacrificio e li condannò a fare i conti, per il resto dei loro giorni, con il peso opprimente della memoria di un giorno che non si potrebbe augurare anche al peggior nemico.

 

Marco Petrelli

 

(fonte: www.notizie-news.it )

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