Guest Mattesini Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 Come si verificò l’affondamento della corazzata Roma nei documenti della Commissione d’Inchiesta Speciale (C.I.S.) Quanto segue è stato estratto dal mio libro “La Marina e l’8 Settembreâ€, USMM, Roma, 2002. _____________________ Sullo svolgimento e sulle conseguenze degli attacchi aerei tedeschi a cui fu sottoposta la Forza Navale da Battaglia durante il pomeriggio della giornata del 9 settembre 1943, l’ammiraglio Romeo Oliva, Comandante, sull’incrociatore “Eugenio di Savoiaâ€, della 7^ Divisione Navale, e che dopo la morte dell’ammiraglio Carlo Bergamini aveva assunto il Comando delle Forze Navali da Battaglia, dirette a Bona, fece nel suo rapporto di missione le seguenti osservazioni: "Se la Forza Navale fosse stata protetta anche da pochi aerei da caccia, l’opera degli aviatori tedeschi sarebbe stata certo notevolmente intralciata dato che gli attacchi venivano eseguiti da piccoli gruppi di aerei in ondate successive (all’incirca ogni mezz’ora). Il seguito della navigazione compiuta assieme alle navi inglesi, fortemente scortate da aerei da caccia, ha dimostrato chiaramente quali risultati si possono raggiungere, nei confronti della sicurezza della navigazione, con l’uso degli apparecchi efficaci e con l’impiego di aerei che abbiano basi in porti bene situati rispetto alla rotta. Durante i numerosi attacchi aerei tutte le unità hanno sempre manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per conto proprio; altrettanto prontamente la formazione veniva riordinata al cessare di ogni attacco riprendendo la marcia con direttrice ponente. Il fuoco c.a. è stato sempre nutrito ma si è rilevato poco efficace. Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga fila, non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità , mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi dirette." Sulle modalità degli attacchi con le bombe da parte dei velivoli “Do.217†tedeschi l’ammiraglio Biancheri scrisse: "Forma di attacco degli aerei. - Quota di volo dai 4000 ai 5000 metri. Volo orizzontale, eccetto nella fase finale, nella quale si è avuta la impressione che l’aereo picchiasse di 20°-30°. - Velocità intorno ai 320 km. orari. - Direzione di attacco: al traverso o dai settori poppieri. L’aereo attaccante ha generalmente manovrato sotto l’accostata della nave, per portarsi in fila su di essa. Quando la tempestività della contromanovra della unità ha alterato i dati di attacco, l’aereo non ha sganciato ed ha ripetuto la manovra od è passato ad attaccare altra unità . - Sgancio – Sul sito di 80° circa. L’istante di sgancio nettamente percepibile per una striscia verdastra, propria dell’accensione di un razzo, che si produce sotto l’aereo in direzione opposta al moto. La bomba appena lanciata segue una traiettoria parabolica e lascia dietro di se una scia di fumo bianco e rossastro; dopo pochi istanti il percorso parabolico ha termine e la bomba cade velocemente quasi a perpendicolo lasciando sempre per circa 2000 m. la scia biancastra. La bomba a quota minore diventa percepibile per se stessa. All’arrivo in acqua non si è avuto la percezione che le bombe esplodessero, perché la colonna di acqua sollevata è stata ogni volta relativamente non molto grande e di aspetto biancastro (non nero come generalmente avviene per la bomba dirompente carica di tritolo). Ogni aereo ha lanciato una bomba; la precisione del tiro notevole. - Caratteristiche della bomba. Si ritiene che le bombe usate siano dotate di razzo (a reazione) che rende la traiettoria quasi rettilinea ed aumenta la velocità di caduta, con il duplice effetto di diminuire il tempo e di aumentare la capacità di penetrazione. Per questi tre fattori la precisione del tiro viene ad essere notevolmente migliorata. Velocità di arrivo sui 32° m/s. Forte potere perforante e con spoletta ritardata (sul ROMA deve aver perforato almeno 200 m/m di corazza) di forma cilindrica ogivale molto allungata. Il diametro rilevato dall’ITALIA, colpita a prora, e di circa 500 m/m. Il peso pertanto dovrebbe essere di circa 1500 kg." Naturalmente queste caratteristiche, e la forma di attacco adottata al momento dello sgancio, si riferivano alla bomba a caduta libera “PC.1400 X†in dotazione ai velivoli “Do.217†del III./KG.100, che effettuarono il loro sforzo contro le corazzate e gli incrociatori della Forza Navale da Battaglia. Le caratteristiche di questa bomba, chiamata “Fritz†e dotata di quattro ali tronche disposte ad X, erano le seguenti: - peso della bomba 1.570 chili; - esplosivo contenuto 325 chili; - velocità di caduta 280 metri/secondo, pari a circa 1.000 Km/ora; - perforazione, nella fase della sperimentazione, lastre di acciaio spesse 120 mm.; - sistema di radioguida che, mediante un trasmettitore radio a 18 canali, permetteva di agire parzialmente sul sistema ricevente sulla bomba. - grosso bengala che, lasciando dietro di se una scia di fumo, permetteva all’operatore, sull’aereo, di seguire la traiettoria della bomba, e di correggerne la traiettoria agendo con una cloche su un sistema posto sulla coda della “Fritz†e costituito da quattro alette mobili a croce - fino a 600 metri di oscillazione laterale e per circa 400 metri in oscillazione longitudinale. Era proprio la scia di fumo, aggiunta ad un forte bagliore lasciati nella caduta dalla “PC.1400 X, a dare sulle navi italiane l’impressione che si trattasse di bombe razzo, mentre in realtà non lo erano affatto. *** Sull’affondamento della Roma esiste, tra le tante testimonianze (in AUSMM, Ministero della Marina Militare Commissione d’Inchiesta Speciale: Relazione di Inchiesta sulla perdita della Corazzata ROMA avvenuta il 9 settembre 1943, Copia n. 1, 31 dicembre 1946), il rapporto di un ufficiale superstite della corazzata, il tenente di vascello Giuseppe Megna, Direttore del Tiro dei medio calibro di dritta, che scrisse testualmente: "1545 – Si avvistano di poppa 5 aerei tedeschi tipo “Heinkelâ€, quota metri 5000 circa, distanza 10.000 metri circa, rotta parallela. Quando il primo aereo si trova sulla verticale della nave sgancia una bomba che esplode sulla scia della nave ITALIA. Ha inizio la nostra reazione contraerea con la batteria da 9° del lato dritto, subito dopo inizia il fuoco la batteria da 90 del lato sinistro. 1550 – Aereo isolato ci raggiunge di poppa a dritta, quando è quasi allo Zenit sgancia. Dalle A.P.G. medio calibro si comunica alla Plancia Comando che l’aereo ha sganciato. La nave continua in rotta e velocità . La bomba colpisce l’unità vicino al penultimo complesso c.a. da 90 di dr., è visibile il foro netto di entrata lasciato dalla bomba che esplode presumibilmente nel locale caldaie n. 7 – 8. La nave riduce la velocità e sbanda sulla dritta; la batteria c.a. di Dr. Ha cessato il fuoco. Sono passati circa 4 minuti dall’arrivo della prima bomba che la nave è nuovamente colpita da altra bomba di aereo fra la torre 2 grosso calibro, il Torrione Comando e la Torre medio calibro di prora a sinistra. Una forte esplosione squassa la nave, mentre un’enorme vampata inviluppa la parte prodiera del torrione. Le zone centrale e prodiera, sono impraticabili a causa del fortissimo calore sviluppato dall’esplosione. Il torrione è inclinato sulla Dritta e verso poppa e pare si sia leggermente abbassato, la torre M.C. di prora a Dr. È fortemente danneggiata, i complessi da 90 prodieri sono anch’essi fortemente danneggiati e sprofondati sul piano di castello di circa 2 metri. 1600 – Il personale si raccoglie in coperta a poppa da dove, in seguito ad ordine del T.V. Incisa, si lancia in mare. 1615 – La nave si capovolge sulla Dritta, lo scafo da poppa appare intatto, i timoni sono a zero e le eliche ferme,, poi pochi secondi dopo la nave si spezza in due all’altezza del torrione. La parte di poppa si inabissa con eliche in alto, la parte di prora rimane ritta con la prora in alto per un poco poi sprofonda a perpendicolo. I naufraghi vengono raccolti a bordo dei CC.TT. MITRAGLIERE – FUCILIERE – CARABINIERE che complessivamente ricuperano 503 persone, altri 17 uomini sono raccolti dal R.I. REGOLO e 102 dalle Torp. PEGASO – IMPETUOSO – ORA. Tutti i naufraghi sono stati sbarcati alle Isole Baleari. Dei complessivi 622 naufraghi recuperati dalle RR.NN., n. 9 sono morti a bordo dei CC.TT., n. 16 sono morti all’Ospedale di Mahon, n. 1 è morto a Caldes de Malavella per incidente automobilistico, e n. 596 sono i superstiti. OSSERVAZIONI a) – La centrale di Galleggiamento, dopo l’arrivo della prima bomba a poppa dritta, ha ordinato di allagare due delle celle di bilanciamento di sinistra. Il Cap. G.N. Ferretti è stato incaricato di eseguire l’ordine. b) – Al Ten. CREM Russino Pasquale, destinato al deposito della Torre 3 G.C., e che si trovava a ridosso della camera motori della medesima, venne comunicato per portavoce dalla camera cannoni che nel caso si fosse verificato aumento di temperatura procedesse all’innaffiamento del deposito. Detto ordine non è stato eseguito perché non si è verificato alcun aumento di temperatura. Ciò fu da lui personalmente constatato mediante verifica visiva del quadro termoindicatore. c) – Per ordine del 1° D.T. solo il Piccolo Calibro e le mitragliere hanno mantenuto l’assetto previsto dalle norme di navigazione in guerra. Gli armamenti dei depositi G.C. stavano sul ponte di 1° corridoio vicino ai portelli d’ingresso dei rispettivi depositi. d) – Sulle ali della Plancia Comando durante l’attacco aereo, nel periodo tra la prima e la seconda bomba, si è visto per pochi istanti il solo Cap. di Corv. Giugni 1° D.T.." Sempre riguardo alle cause che produssero i danni mortali alla RO, determinati dalle bombe “PC.1400 Xâ€, e il conseguente affondamento in due tronconi della corazzata, la Commissione Speciale d’Inchiesta Speciale, basandosi sulle più attendibili testimonianze dei superstiti - in particolare dei tenenti di vascello Incisa della Rocchetta e Giuseppe Megna - che erano state attentamente vagliate in una indagine tecnica presieduta dal capitano di vascello Francesco Camicia, arrivò alle seguenti conclusioni: "La Nave ricevette due bombe, a circa 5 minuti di intervallo fra l’una e l’altra; in seguito alla prima si arrestarono le eliche poppiere e la velocità da 25 n. si ridusse a circa 16; in seguito alla seconda la Nave si fermò perché erasi inutilizzata la macchina prodiera. La prima bomba cadde a un metro dalla murata di Dr., fra i complessi 9 e 11 da 90. Secondo le congetture scaturite dalla citata Indagine Tecnica, la bomba sarebbe scoppiata, dopo il completo attraversamento della Nave, sotto le caldaie 7 e 8 oppure fra le caldaie 7 e 8 e la macchina di poppa. Probabilmente rimase interessato anche il locale caldaie % e & perché nessuno dei superstiti provenne da detti tre locali. Che la prima bomba sia scoppiata sotto lo scafo lo si deduce dal fatto che un individuo di bordo che si trovava nella cassa di bilanciamento di dritta indicato nella figura due dell’allegato 2, cassa che fu attraversata nella sua traiettoria dalla bomba stessa, riuscì a salvarsi. Le avarie più importanti sarebbero state: avaria e allagamento locale caldaie 5 e 6 id. caldaie 7 e 8 id. macchine di poppa id. di locali limitrofi ai predetti caduta del gabbione del radiotelemetro sulla S.D.T. notturna del M.C. rompendo il telemetro e immobilizzando l’A.P.G. avarie più o meno gravi alla batteria di Dr. Da 9°; avarie minori a qualche complesso da 90 di Sn. Alcuni incendi nella parte poppiera della Nave. Le avarie temporanee alla quali fu posto ripiego e per le quali erano in corso i ripieghi al giungere della seconda bomba furono principalmente: mancanza di forza e luce nel settore poppiero e quindi anche ai timoni; pochi istanti dopo l’energia ritornò al settore poppiero e quindi anche ai timoni; gli organi del servizio elettrico avevano pertanto provveduto rapidamente con opportuni smistamenti o con sostituzioni di generatori; numerose interruzioni agli impianti telefonici; il personale addetto iniziò prontamente le riparazioni, ma al giungere della seconda bomba esse non erano ancora terminate per la totalità delle avarie. Il servizio di sicurezza all’allarme e dopo l’arrivo della prima bomba funzionò regolarmente: all’allarme venne ordinata (a mezzo della rete ordini collettivi) la chiusura di tutta la portelleria stagna; dopo la caduta della prima bomba la Centrale di Galleggiamento ordinò l’allagamento di alcune celle di bilanciamento, lo spostamento di sezioni-incendi e di squadre partaferiti, l’innaffiamento del deposito munizioni della torre 3 di G.C. La seconda bomba cadde fra il torrione, la torre 2 di G.C. e la torre di M.C. di prora Sn. Secondo la indagine tecnica citata la bomba sarebbe probabilmente scoppiata nel locale motrice di prora; questo spiega perché l’inizio della deflagrazione dei depositi munizioni di M.C. si attardò di una decina di secondi rispetto all’istante di scoppio della bomba, scoppio che causò subito una temporanea fuga di vapore prima di ogni altra manifestazione. Le avarie principali causate dalla seconda bomba sarebbero state: avaria e allagamento del locale macchine di prora deflagrazione del deposito munizioni M.C. di prora Sn. Deflagrazione del deposito munizioni n. 1 di G.C. abbattimento verso prora e verso dritta del torrione allagamento dei depositi munizioni sopracitati imponenti incendi nel settore prodiero della Nave interruzione di energia elettrica a tutta la Nave notevole menomazione dell’altezza metacentrica. La galleggiabilità e la stabilità della Nave vennero minorate sensibilmente sin dallo scoppio della prima bomba per effetto dell’allagamento del locale motrici di poppa, di locali caldaie poppieri, di alcune celle di bilanciamento, di alcune controcarene, di alcune intercapedini. Lo sbandamento che ne conseguì fu dovuto appunto a questi ultimi allagamenti; esso si ridusse in seguito al bilanciamento automatico dei locali di Sn. e, successivamente, con l’inizio dell’allagamento di alcune celle di Sn. ordinate dalla Centrale di Galleggiamento. All’arrivo della seconda bomba la Nave era quasi raddrizzata (sbandamento residuo circa 2° a Dr.) e per effetto del bilanciamento automatico e per l’intervento della Centrale di Galleggiamento. All’arrivo della seconda bomba la Nave era quasi raddrizzata (sbandamento residuo circa 2° a Dr.) e per effetto del bilanciamento automatico e per l’intervento della Centrale di Galleggiamento. Però l’altezza metacentrica era già menomata per i numerosi locali in comunicazione con il mare e per i vari locali allagati parzialmente anche se non in comunicazione con il mare. Dopo lo scoppio della seconda bomba la situazione peggiorò enormemente e rapidamente perché sulle situazioni precedenti e sulle cause sbandanti precedenti si introdussero nuovi livelli liberi e l’abbattimento del torrione sulla Dr.. Devesi altresì tener presente che finché la deflagrazione non si creò uno sfogo, la conseguente pressione nei locali messi in comunicazione con il mare dallo scoppio della bomba contrastò l’allagamento; successivamente, dopo che si creò la via di sfogo, la deflagrazione può aver facilitato l’allagamento per il risucchio. In altri termini, il relativo vantaggio di stabilità causato dall’abbassamento del baricentro non poté verificarsi tempestivamente perché predominarono subito le cause sbandamenti. La Nave iniziò la sua rotazione sulla Dr., poi cominciò a risentire del miglioramento della stabilità col proseguire degli allagamenti prodieri e accennò a stabilizzarsi col trincarino a 50 cm. Dall’acqua e con una inclinazione corrispondente di circa 10° + 12°. Fu in questo momento che la gente si salvò buttandosi in mare. Ma la rotazione riprese lentamente pochi istanti dopo, molto probabilmente per infiltrazioni nei locali di Dr. Ancora integri. In 4 o 5 secondi il trincarino si portò a circa 70 cm. Sott’acqua. Giunta la Nave in questa posizione, la sua velocità di rotazione aumentò rapidamente in conseguenza, con tutta probabilità , dell’allagamento dei locali che entrarono in comunicazione con il mare attraverso il foro di ingresso della prima bomba e attraverso le porte che davano in coperta a poppa, dell’eventuale allagamento di altri locali per cedimento di paratie divisorie. Avvenne perciò il capovolgimento. Non appena capovolta, la Nave si ruppe in due tronconi. Secondo la citata Indagine Tecnica la rottura avvenne nella zona colpita dalla seconda bomba la quale era stata gravemente cimentata dallo scoppio della bomba. Con il rovesciamento della Nave le sollevazioni si invertirono: i ponti superiori che avevano lavorato per compressione, venendo successivamente a lavorare per torsione, cedettero; tutti gli altri collegamenti, già gravemente cimentati, si ruppero in conseguenza." La Commissione d’Inchiesta Speciale si preoccupò anche di stabilire se da parte del Comando di bordo della Roma vi fosse stata una qualche responsabilità nella tardiva apertura del fuoco contro gli aerei tedeschi e nella successiva perdita della nave da battaglia. Fu stabilito che quando - senza essere preannunciati dai mediocri radiolocalizzatori delle navi italiani - arrivarono i primi cinque “Do.217†del III./KG.100, la “sorpresa tecnica†che impedì ai cannoni contraerei di far fuoco con una certa celerità fu rappresentata dalla quota e dall’angolazione (sito di circa 80° invece dei 60° previsti in un attacco convenzionale) con cui i velivoli tedeschi sganciarono le loro bombe. Tuttavia non vi furono conseguenze, perché la Roma, che era in quel momento la terza unità della formazione delle corazzate, non rappresentò il bersaglio di quell’attacco. Quando invece arrivò, adottando la medesima tattica, la seconda ondata di tre “Do.217†del medesimo III./KG.100, la Roma prima di essere colpita dalla prima bomba aveva sparato con i cannoni da 90 mm. circa sei salve sull’aereo attaccante ed in particolare una decina di colpi furono sparati dal solo complesso n. 7. Il tiro contraereo della corazzata fu pertanto considerato abbastanza rapido, considerando il fatto che non era possibile impiegare le torri di medio calibro (152 mm.), che non poterono sparare perché gli aerei nemici avevano il sito troppo alto. Invece, meno intensa risultò la reazione della Roma al delinearsi del successivo attacco aereo che portò la corazzata ad essere colpita dalla seconda bomba, con effetti devastanti. Ciò fu dovuto alla menomazione in cui erano venuti a trovarsi gran parte dei complessi contraerei da 90 mm. e di medio calibro, per effetto dell’esplosione della prima bomba, che raggiunse la nave da battaglia “dopo che essa aveva evoluito di circa 60°â€. L’esplosione, sotto il torrione Comando, determinò, anche per l’enorme calore sviluppato seguito da violento incendio, la morte di tutti gli Ufficiali dello Stato Maggiore dell’ammiraglio Bergamini e del Comandante della Roma, capitano di vascello Del Cima. Essi decedettero con la totalità dei tanti collaboratori, ufficili, sottufficiali e comuni, che si trovavano nelle plance Ammiraglio e Comandante, e in tutti gli altri locali del torrione, con i quali, dal momento dell’esplosione, ogni collegamento cessò di esistere. Riepilogando brevemente quei terribili momenti, secondo quanto aveva deposto il tenente di vascello Incisa della Rocchetta, la Commissione d’Inchiesta Speciale scrisse nella sua relazione: Il T. di V. Incisa all’arrivo della seconda bomba si trovava in torretta direzione tiro c.a. di prora a sinistra e vide passargli la bomba alla distanza di due metri. Allo scoppio di essa, essendosi inutilizzate le apparecchiature di tiro, ebbe il tempo, prima della deflagrazione dei due depositi munizioni, di uscire dalla torretta e di far uscire rapidamente il personale dipendente avviandolo alla S.D.T. [stazione Direzione Tiro] di poppa. Mentre l’Incisa si trovava in prossimità della porta corazzata poppiera del torrione (plancia Comando) notò che del fumo nero ed acre misto a vapore saliva lungo il torrione dal lato sinistro, in conseguenza dello scoppio della seconda bomba. Improvvisamente avvertì un potente soffio salire dalle viscere della Nave e questa dare dei violenti sobbalzi. Casse sul ponte: atmosfera color giallo, temperatura insopportabile. Terminata la deflagrazione non vide più nessuno intorno a sè, e non vide nessuno uscire dal torrione. La pittura del torrione bruciava con abbondante produzione di fumo. L’Incisa, notevolmente ustionato ma ancora in grado di reggersi, si trascinò (sempre seguendo le scalette interne) fino alla plaNCIA Ammiraglia in cerca di atmosfera più respirabile ritenendo di essere agli estremi. Dalla plancia Ammiraglia non vide uscire nessuno. Si soffermò brevemente, riprese le forze, ridiscese la scaletta e si trovò a poppa passando lungo il lato dritto della coperta." Da queste evidenze la Commissione d’Inchiesta Speciale trasse le seguenti conclusioni: "L’incendio del torrione in uno con la deflagrazione dei depositi munizioni viciniori causò evidentemente la morte o pressoché istantanea di tutto il personale componente gli organi che vi erano contenuti: il Comando in Capo della FF.NN.B., il Comando della Nave e gli organi tecnici che erano alla immediazione [sic] dei due Comandi predetti. Venne perciò a mancare l’azione di comando che, più che a tentare di salvare la Nave colpita a morte, avrebbe mirato a ordinare ovunque il rapido abbandono e a convogliare tempestivamente la maggior parte della gente salvabile verso le zone idonee per effettuare lo sgombero della Nave. Donde forse una causa concomitante della notevole percentuale delle perdite di vite umane." Sulla base di questo giudizio la Commissione d’Inchiesta Speciale portò ad escludere un qualsiasi addebito da farsi nei confronti del Comando di bordo della Roma, i cui membri, dall’Ammiraglio Comandante ai gregari e ai subalterni, “assolsero in pieno il loro dovereâ€. Altrettanto “lodevole†fu considerato “il comportamento dell’equipaggio†della corazzata, che “nella grandissima contingenza si mantenne disciplinatoâ€, senza esprimere “manifestazioni di panico e di sbandamento moraleâ€, fino al momento in cui, aumentando pericolosamente lo sbandamento della Roma, il tenente di vascello Incisa della Rocchetta prese l’iniziativa di ordinare “l’abbandono della naveâ€. Fu anche lodata l’opera svolta dalle unità della scorta e delle torpediniere nella generosa opera di salvataggio dei naufraghi della corazzata; valutazione espressa dalla C.I.S., con cui concordò lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Franco Maugeri, che si disse d’accordo nell’avanzare proposte al Valor di Marina ai membri del personale più meritevoli. *** Sull’ordine di abbandonare la Roma, sul suo successivo affondamento e sulle peripezie dei naufraghi prima di essere raccolti dalle unità di scorta dei comandanti Marini e Imperiali, abbiamo le toccanti testimonianze di Catalano Gonzaga e di Incisa della Rocchetta. Catalano Gonzaga, che si trovava nella torre n. 4 delle artiglierie contraeree da 90 mm., partendo dal momento in cui si era verificata la deflagrazione del deposito munizioni della torre di grosso calibro n. 2, l’esportazione della stessa, e la deflagrazione del deposito della torre di medio calibro n. 2 sul lato sinistro prodiero della Roma, ha scritto: "Le conseguenze erano state gravissime perché in pochi istanti si erano allagate tutte le rimanenti macchine di prora. Il fuoco della deflagrazione avvolgeva completamente il torrione e il fumaiolo di prora. Lo sbandamento della nave aveva ripreso in modo tanto rapido che ormai mi era difficile il mantenermi in equilibrio sul mio sgabello. Non riuscivo ancora a staccare gli occhi da quello spettacolo della grande torre corazzata divenuta una immane torcia di fuoco, che mano a mano eruttava pezzi di lamiere tra nubi sempre più nere. Tanti marinai terrorizzati correvano da una parte all’altra, molti avevano i visi neri di fuliggine e camminavano tentoni, benché vi fosse la luminosità del sole. Altri perdevano sangue da ferite invisibili, altri ancora uscivano da non so dove, con le vesti in preda alle fiamme agitando convulsamente le braccia. Alcuni tentavano di gettarsi in mare stringendomi in un convulso abbraccio il salvagente. Tutti in realtà correvano come ciechi senza una meta. Su tutto sovrastava un rombo sordo ed assillante, che riusciva quasi a fracassarmi i timpani. Una miriade di piccole esplosioni si univa al sibilare degli spezzoni di lamiere, che volavano per ogni dove. Sciami di proiettili di mitragliere, provenienti dalle riservette degli impianti di prora raggiunti dall’onda di fuoco, vagavano in coperta con improvvisate traiettorie. Tutto questo andava falciando e uccidendo impietosamente gli uomini che cercando un rifugio attraversavano la loro strada. Ebbi allora la prima netta sensazione che la ROMA stesse morendo e che per i miei marinai e per me stesso si stesse preparando solo una morte da topi, racchiusi come eravamo nella torre d’acciaio dei nostri cannoni. Presi immediatamente la mia decisione afferrando con le due mani un megafono. Con voce alta e ferma dissi: “Tutto il personale della torre esca, ripeto esca e si metta in salvo, ripeto tutti debbono uscire e mettersi in salvoâ€â€¦ mi ritrovai in coperta a poppa. La mia torre, la n. 4, era vuota, tutti i miei sedici marinai erano fuori e stavano indossando il salvagente." In netto contrasto con la tesi espressa dalla Commissione d’Inchiesta Speciale, che aveva sostenuto, forse per amor di Patria, vi fosse stato un contegno “disciplinato†e privo di “manifestazione di panico e di sbandamento moraleâ€, dal seguito del racconto di Arturo Catalano Gonzava appare evidente che tali manifestazioni, peraltro comprensibilissime in simili circostanze, vi furono realmente, come l’ex ufficiale della Roma tende a dimostrare, scrivendo. "Una vera fiumana di marinai continuava ad ammassarsi a poppa, l’unica zona della nave non ancora invasa dalle fiamme e dal fumo. I marinai continuavano tutti a gesticolare e ad urlare in preda ad un panico indescrivibile… La situazione stava decisamente precipitando. Il rimanere in equilibro in coperta era quasi impossibile. Un numero sempre più grande di feriti e di ustionati si raccoglieva a gruppi, raggomitolati disordinatamente sul legno sdrucciolevole della coperta in attesa di chissà quali aiuti e di chissà quali soccorsi. All’improvviso dalla cortina di fumo nero, che andava coprendo il tutto, apparve un nero fantasma. L’ombra nera aveva una divisa blu con tre galloni d’oro sulle maniche: era il tenente di vascello Agostino Incisa della Rocchetta: La pelle delle sua mani pendeva giù come se fossero lunghi guanti, il volto era tumefatto, i capelli, le ciglia, le orecchie, tutto era stato dilaniato dal calore dell’esplosione e dal vapore bollente. Incisa era però vivo e capace ugualmente di gridare: “Buttatevi a mare! Buttatevi a mare! La nave sta per capovolgersi, buttatevi!â€. Era un ordine, ma sembrava un rantolo." A questo punto, sull’ordine impartito di abbandonare la Roma, vediamo la testimonianza lasciata dallo stesso Agostino Incisa della Rocchetta: "Diedi l’ordine di abbandonare la nave essendomi reso conto che ero l’ufficiale di vascello più anziano rimasto in vita. Però molti non mi riconoscevano perchè avevo la faccia nera e i baffi bruciati; mi riconobbe il Ten. Del C.R.E.M. Negrozzi che mi legò il salvagente dopo che io mi era tolto la giacca, il binocolo e la pistola, avevo posato il tutto con cura su un fungo di ventilatore e avevo disposto le scarpe ben allineate alla base del fungo stesso; Casi analoghi di strana pignoleria in tragiche circostanze si trovano nel comportamento del S.T.V. Vannicelli Casoni e del Ten. G.N. Staccoli Castracane… Intanto qualche ufficiale, diversi sottufficiali e marinai provvedevano a gettare in mare i salvagenti Carley che stavano sul cielo delle torri di poppa; penso che quelli della torre n. 3 g.c. si danneggiarono perché furono gettati giù senza troppi riguardi e rimbalzarono in coperta. A questo punto scavalcai la battagliola e mi gettai in mare “a paperaâ€; un tuffo in stile sarebbe stato inutile, anzi impossibile, dato che ci trovavamo già con i piedi a livello dell’acqua. Mi allontanai dalla nave nuotando come potevo e raggiunsi un gruppo di 3 persone aggrappate ad una branda [amaca di tela su cui dormivano i marinai]. Erano i tenenti del C.R.E.M. Orefice e Fidone con un marinaio, che credo fosse il furiere Del Vecchio, che aveva la parte superiore del biciopide resecata. Gli ufficiali mi pregarono di non aggrapparmi anch’io alla branda, altrimenti saremmo andati tutti a fondo. Così mi tenni a qualche metro di distanza. Intanto la nave andava sbandando sempre più ed il personale che si trovava ancora a poppa, incerto se gettarsi in mare dalla dritta, temendo che la nave capovolgendosi lo sommergesse, o se gettarsi dalla sinistra dove sarebbe stato necessario un tuffo da notevole altezza, cominciò a rotolare giù dal ponte, ormai quasi verticale. Erano almeno una ventina di persone chiaramente visibili a causa del salvagente rosso che indossavano. Poi la nave si capovolse ed alcuni uomini riuscirono ad inerpicarsi sulla carena. Ma appena capovolta si spezzo in due: il troncone di poppa si immerse con un’inclinazione di 45° circa e un paio di uomini che sparivano sott’acqua aggrappati ad una delle grandi eliche di bronzo che brillavano al sole, fu l’ultima visione che ne ebbi. La parte di prua rimase più a lungo fuori dell’acqua in posizione verticale, tanto che da dove eravamo scorgemmo perfettamente lo stemma rosso e oro di Roma con la scritta + SPQR; poi verticalmente si immerse: gli ufficiali del C.R.E.M. gridarono “Viva il Re†ed io col loro. Non mi abbandonai alla disperazione, non temetti neppure per un istante di non essere salvato, trovai naturale la vista della motobarca del MITRAGLIERE che veniva nella mia direzione." Sulla scarsa reazione contraerea, sull’imprecisione del tiro, e sull’insufficienza di manovra opposta dalle navi italiane all’attacco dei bombardieri tedeschi, il capitano di fregata Marco Notarbartolo, comandante del piccolo incrociatore Attilio Regolo, fece le seguenti e interessanti osservazioni, trascritte nel suo “Rapporto di navigazioneâ€, datato 22 settembre 1943: "Le FF.NN., a giudizio dello scrivente, hanno scarsamente reagito con la manovra all’azione avversaria. Non è stato ordinato il diradamento (E 6) previsto dalla S.M. 3, sì che le molte Unità della lunga linea di fila sono venute a trovarsi notevolmente imbarazzate nella manovra individuale per evitare l’offesa nemica. Le due accostate ad un tempo durante la prima fase dell’attacco hanno portato, in certi momenti, a inopportuni avvicinamenti tra le Unità mentre nell’ultima fase il disordine determinatosi, sopratutto tra gli incrociatori, hanno fatto sì che l’attenzione dei Comandi dovesse essere rivolta più a scongiurare i pericoli di collisione che la minaccia dall’alto. Il tiro c.a. delle Unità è stato alquanto fiacco e disordinato e quindi inefficace. Gli aerei attaccanti non ne sono stati menomamente disturbati: essi hanno proceduto sulle rotte di sgancio senza preoccuparsi degli scoppi delle granate c.a. che, d’altronde, erano radi e assai distanziati da essi." Queste dure considerazioni del capitano di fregata Notarbartolo furono giustificate, almeno in parte, dall’ammiraglio Oliva che, nella sua relazione, sostenne che tutte le unità navali della Forza Navale da Battaglia avevano sempre “manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per proprio contoâ€, mentre “il fuoco contraereo è stato sempre nutrito ma si è rivelato poco efficaceâ€. Quindi Oliva specificò: "Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga linea di fila [conseguenza dell’inversione di rotta nello Stretto di Bonifacio – N.d.A.] , non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità , mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli Incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi diretteâ€. Francesco Mattesini Quote
Guest Mattesini Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 (edited) Vediamo adesso, sulla scorta dei documenti tedeschi e italiani come fu programmato e si realizzo l'attacco aereo che portò all'affondamento della "Roma". __________________________ Per quanto alle unità aeree della 2^ Luftflotte del feldmaresciallo von Richthofen (di base nella penisola italiana, in Sardegna e Corsica) non fossero state assegnate speciali disposizioni per attaccare le navi italiane, la sera dell’8 settembre 1943 venne data attuazione immediata al piano “Achseâ€, diramato dall’ O.b.DL., l’ Alto Comando Operativo della Luftwaffe, il quale specificava: "Le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a ritornare in porto, o essere distrutte." In quel momento l’unità aerea della Luftwaffe più prossima alla Forza Navale da Battaglia era la 2^ Divisione Aerea (2^ Fliegerdivision) del generale Fink, alle dirette dipendenze del generale Hugo Sperrle, Comandante della 3^ Luftflotte dislocata negli aeroporti del territorio della Francia e dei Paesi Bassi. Il compito di attacco alla flotta italiana fu assegnato al 100° Stormo Bombardamento (KG.100) “Wikingâ€, comandato dal maggiore pilota Fritz Auffhammer, che era stato messo alle dipendenze temporanee del Comando della 2^ Luftflotte. Il 100° Stormo Bombardamento aveva disponibili per il pronto impiego il 2° e il 3° Gruppo (II. e III./KG.100), rispettivamente dislocati sugli aeroporti provenzali di Cognac e Istres. Essi erano agli ordini del capitano Franz Hollweck e del maggiore Bernhard Jope, ed erano equipaggiati con i nuovi bombardieri in quota “Do.217â€, che trasportavano speciali bombe perforanti, con propulsione a razzo e radiocomandate del tipo “Hs.293â€, e a caduta libera, con possibilità di modifica nella traiettoria, del tipo “PC.1400Xâ€, costruite appositamente per la lotta contro obiettivi navali. La bomba “Hs.293â€, progettata dal professor Herbert Wagnes e in dotazione ai velivoli del II./KG.100, costituita da un bomba radioguidata munita di due superfici portanti, era praticamente un piccolo velivolo senza pilota, con un’apertura alare di quattro metri e dal peso di novecento chili, dei quali trecentocinquanta costituiti da esplosivo ad alto potenziale. Azionata da un motore di 2160 hp, utilizzante permanganato potassico, che gli imprimeva una velocità di cinquecento chilometri orari, tale arma rivoluzionaria aveva il vantaggio di poter essere sganciata da una quota di millesettecento metri e a circa sette chilometri dalla nave attaccata; una distanza che permetteva al velivolo “Do.217â€, nella versione E2/R10, di guidare l’ordigno, dotato di una visibile codetta luminosa, a mezzo di radiocomando fino all’impatto con il bersaglio prescelto, e quindi di sottrarsi, abbastanza agevolmente, alla difesa contraerea delle navi. A differenza dell’â€Hs.293â€, la bomba “PC.1400 Xâ€, progettata dal dottor Max Kramerm e in dotazione ai velivoli del III./KG.100 (che la impiegarono per la prima volta il 23 luglio 1943 contro navi all’ancora nel porto di Siracusa e poi, il 29 agosto, contro unità da guerra britanniche in navigazione presso l’Isola di Alboran, entrambe le volte senza conseguire alcun successo), era una bomba perforante corazzata di una tonnellata e mezzo. Mentre l’impiego della “Hs.293†era previsto contro bersagli scarsamente corazzati, la “PC.1400 X†doveva essere impiegata, di massima, contro bersagli fortemente protetti. Essa corrispondeva all’incirca alla bomba mina da 1400 chili ed aveva una carica di scoppio relativamente piccola, di trecento chili di alto esplosivo. Per contro, la bomba, la cui traiettoria in caduta libera poteva essere controllata per mezzo radio dall’aereo che l’aveva sganciata, possedeva un’enorme forza di penetrazione. Tuttavia, partendo d’allalto, sulla perpendicolare del bersaglio, poteva essere comandata durante la caduta soltanto in misura limitata (± 800 m nella direzione del volo, ± 400 m lateralmente). Quanto alle bombe radiocomandate “Hs.293â€, in dotazione al 2° Gruppo del 100° Stormo, esse furono impiegate per la prima volta il 25 agosto 1943 nel Golfo di Biscaglia, quando una formazione di dodici “Do.217 E5†del medesimo II./KG.100, comandata dal capitano pilota Molinus, e scortata da sette caccia pesanti “Ju.88 C†del 1° Gruppo del 1° Stormo Caccia Pesante (I./ZG.1), attaccò tre unità di scorta britanniche, danneggiando con colpi caduti vicini allo scafo lo sloop “Landeguardâ€. In una successiva azione, portata a compimento il giorno 28 del mese da altri tredici “Do.217†del medesimo gruppo, fu distrutto lo sloop “Egret†e danneggiato gravemente il cacciatorpediniere canadese “Athabaskaâ€. Ciò costituì un netto successo della Luftwaffe, perché costrinse all’allontanamento delle unità di scorta britanniche nel Golfo di Biscaglia, dove esse operavano per dare la caccia ai sommergibili tedeschi partenti dalle basi atlantiche della Francia occidentale. Quanto al velivolo Dornier “Do.217 E2/R 10â€, che equipaggiava i due gruppi del 100° Stormo Bombardamento, esso era un bimotore dalla lunga fusoliera, dotato di due motori radiali B.M.W. in grado di erogare 1580 cavalli al decollo e di imprimere una velocità massima di 515 Km/h a seimila metri di quota. Poteva portare fino a quattromila chili di bombe, in parte sistemate in rastrelliere esterne ordinate sotto le ali. Nelle azioni con bombe radiocomandate, gli ordigni, uno o due per velivolo, erano appunto ubicati sotto le ali. Per attaccare la Forza Navale da Battaglia italiana decollarono in tre ondate, dall’aeroporto di Istres, ventotto “Do.217â€, dei quali undici del II./KG.100 (trasferiti da Cognac) e diciassette del III./KG.100. Di tutti questi velivoli, come vedremo, ben ventiquattro riuscirono a localizzare e ad attaccare le navi ricercate, che pure si trovavano ad una considerevole distanza rispetto alla base di partenza degli aerei germanici. Poco dopo l’accostata della Forza Navale da Battaglia nello Stretto di Bonifacio, poco prima delle ore 14.00del 9 settembre il cacciatorpediniere “Legionario†segnalò aerei allo zenit, riconoscendoli per tedeschi. Nessuna segnalazione preventiva era stata fatta dai radiolocalizzatori di cui erano dotate quasi tutte le navi. Secondo il rapporto del Comando della 7^ Divisione Navale, sull’incrociatore “Eugenio di Savoiaâ€, l’allarme a vista scattò alle 15.10. Doveva trattarsi di un ricognitore tedesco, che alle 15.15 segnalò la flotta italiana, come costituita da tre navi da battaglia, sei incrociatori e sei cacciatorpediniere, con rotta sud a circa 20 miglia a sud-ovest di Bonifacio. Circa venti minuti più tardi, alle 15.37, ebbe inizio il primo attacco aereo da parte di cinque “Do.217â€, dalle navi italiane scambiati per “Ju.88â€, che fu contrastato dalle unità della Squadra, dopo una qualche esitazione, aprendo il fuoco con i cannoni e contromanovrando (12). Dai diari e dalle pubblicazioni tedesche risulta che la prima ondata d’attacco dei velivoli tedeschi era costituita da undici “Do.217†del III./KG.100, al comando del maggiore Jope; pilota famosissimo essendo stato l’affondatore del grande transatlantico britannico “Empress of Britainâ€, di 42.348 t.s.l. (già danneggiato dal sommergibile tedesco “U 32â€), conseguito il 26 ottobre 1940, a 110 miglia a nord-ovest della Baia Donagal (Irlanda), alla guida di un velivolo quadrimotore “FW.200†della 2^ Squadriglia del 1° Gruppo del 40° Stormo Bombardamento (2/KG.40). Per quell’impresa straordinaria il maggiore Jope era stato insignito da Hitler della Ritterkreuz, la croce di cavaliere dell’ordine della Croce di Ferro. Ripartiti in tre pattuglie, i “Do.217†del III./KG.100 restarono sull’obiettivo tra le 15.35 e le 17.40, ed attaccarono a circa 15 miglia a sud-ovest di Bonifacio da un’altezza di 6.500 metri, sganciando le bombe “Pc.1400 X†nel momento in cui passavano, con rotta inversa, sulla perpendicolare delle unità navali italiane. Gli equipaggi dei velivoli germanici affermarono di aver inquadrato due corazzate ed un incrociatore con tre bombe e di aver colpito in pieno con altre tre bombe due corazzate, su una delle quali si verificò una grande esplosione accompagnata da fiamme e da denso fumo nero (1). ________________________________ (1) Un dettagliato racconto degli attacchi aerei tedeschi effettuati contro la Forza Navale da Battaglia il 9 settembre 1943 era già stato compilato dall’autore nell’opera La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo 1940-1943, di cui è coautore Alberto Santoni. ________________________________ In effetti l’attacco ebbe pieno successo, e le valutazioni degli equipaggi dei “Do.217†risultarono esatte. Fin dal primo passaggio, effettuato dalla formazione dei cinque velivoli avvistati dal cacciatorpediniere “Legionarioâ€, che era guidata dallo stesso maggiore Jope, una delle cinque bombe cadde di prora all’â€Eugenio di Savoiaâ€, ad una cinquantina di metri di distanza dall’incrociatore, nave ammiraglia della 7^ Divisione Navale. Un’altra bomba mancò di pochissimo la poppa della corazzata “Italia†(ex “Littorioâ€), causando, con la concussione dell’esplosione in acqua, lo scatto di tutti gli interruttori di massima con conseguente avaria momentanea del timone principale. Successivamente, intorno alle 15.50, nel corso di un altro passaggio effettuato da tre “Do.217†della 11^ Squadriglia del III./KG.100, guidata dal capitano pilota Heinrich Schmetz, due bombe “PC.1400 X†centrarono la corazzata “Romaâ€, che fino a quel momento aveva sparato sei salve con i cannoni contraerei da 90 mm. di dritta. La prima bomba, che centrò il bersaglio alle 15.46, perforò il ponte corazzato della nave da battaglia, che in quel momento si trovava in accostata sulla sinistra, ad un metro circa dalla murata di dritta. L’ordigno scoppio sotto lo scafo aprendovi una grossa falla, e determinando l’arresto di due caldaie con conseguente riduzione della velocità della corazzata a sedici nodi. La seconda bomba, radioguidata sulla “Roma†dal sergente Eugen Degan, che era addetto all’apparato di radioguida sistemato sul velivolo del sergente pilota Kurt Steinborn (gli altri due membri dell’equipaggio erano il radiotelegrafista Anders e il meccanico di bordo Walther), dopo una discesa di quarantadue secondi, alle 15.52 centrò il lato sinistro della corazzata, infilandosi tra il torrione e la torre n. 2 di grosso calibro sopraelevata, provocando l’arresto dell’unità . Ma prima di vedere quali furono gli effetti di questo durissimo colpo, vediamo come fu vissuto quel momento, per loro esaltante, dall’equipaggio del velivolo attaccante. La condotta della navigazione di avvicinamento alla flotta italiana e la tattica di attacco adottata contro la Roma, furono descritte, con lettera personale ad un collega, dallo stesso pilota del “Do.217â€. Il sergente Steimborn, infatti, scrisse: “Nel primo mattino del 9.9.1943 gli aerei furono approntati per l’operazione: il decollo fu prorogato finché giunse l’opportunità per l’attacco; l’ordine d’attacco era pronto nella Squadriglia: credo fosse Jope che ci illustrò i dettagli dell’operazione. Per i velivoli furono emessi gli ordini di decollo singolarmente, però non posso dirti precisamente se ho decollato per primo; la distanza per la zona d’attacco era di circa 300 Km circa. Era stato ordinato assoluto silenzio radio, le apparecchiature erano atte solo a ricevere, i velivoli di collegamento mantenevano il contatto con le unità navali italiane. Il tempo si manteneva quasi sempre nuvoloso, salimmo a 7.000 metri di quota;da lontano si potevano già scorgere le rotte delle navi, la schiuma di poppa, segnalai l’avvicinamento sull’unità più grande, la velocità fissata sui 180 Km. Orari, il vento calmo; così l’osservatore, Degan, aveva più facilità di sganciare la bomba con mano ferma e, dopo essere entrato in punteria, di dirigere la codetta luminosa posta nella coda della bomba, sull’obiettivo. L’apparecchio fotografico per fotografie in seguenza fu attivato in modo che sicuramente , nel caso di obiettivo centrato potesse essere fatto un fotogramma del momento d’impatto per avere la certezza d’aver colpito l’obiettivo. Fu un centro! Mi ricordo dello sganciamento della bomba fino al suo impatto: 42 secondi? Lo si può calcolare precisamente! Dall’avvicinamento al bersaglio fino all’impatto della bomba sia il velivolo sia l’equipaggio sono affidati alla fortuna anche se le granate della contraerea esplodono molto più in basso. Ad occhio nudo ci sembrava che nulla fosse accaduto. L’osservatore, attraverso il binocolo aveva invece constatato che era un centro. La sera fu confermato che la FX era caduta nel fumaiolo o proprio accanto. Era la ROMA; s’inabissò in cinque minuti… Seguì un nuovo attacco, ma questa volta senza successo. La FX andò fuori bersaglio; ci fu un rimprovero di Jope, perché? La nostra gioia a causa di questo motivo era diminuita. Degan, uomo retto e aperto, qualche volta orgoglioso, ma pacato, era consapevole della sua abilità come osservatore†(2). _________________________ (2) Il sergente Degan, assegnato quale osservatore al velivolo del comandante della 7^ Squadriglia del III:/KG.100, capitano pilota Ernst Michelis, decedette dieci giorni più tardi, il 19 settembre 1943, assieme a tutti i membri dell’equipaggio del velivolo, nel corso di una missione nel Golfo di Salerno, iniziata con decollo dall’aeroporto di Foggia. Cfr. Ulf Balke, Kampfgeschwader 100 “Wikingâ€, cit., p 266-267. _________________________ L’impatto della seconda bomba che colpì la Roma alle 15.52 fu seguito dalla deflagrazione dei depositi. La splendida nave, di 41.650 tonnellate (42.615 tonnellate a pieno carico), orgoglio della cantieristica e italiana e della Regia Marina, sbandò sulla dritta, e alle 16.12 fu squarciata dalla deflagrazione della torre sopraelevata prodiera dei grossi calibri, che fu interamente asportata, lasciando al suo posto una grossa voragine da cui si sollevava un forte incendio, misto ad un’altissima e densa colonna di fumo nero. Un altro incendio scoppio in prossimità del fumaiolo prodiero, mentre il torrione, che si trovava in prossimità della torre dei 381 mm. asportata, si inclinò in avanti. In pochi minuti la nave da battaglia assunse un forte sbandamento sulla dritta, che andò aumentando velocemente. Quindi, ruotando, la corazzata si capovolse, per poi spezzarsi in due tronconi, che affondarono entrambi verticalmente entro le ore 16.15. Il dramma, dal momento della deflagrazione del deposito munizioni, si era concluso nello spazio di soli tre minuti. Con la Roma decedettero 1253 uomini, corrispondenti a due terzi dell’equipaggio, dei quali ottantasei erano ufficiali, centosettantacinque sottufficiali e novecentonovantadue sottocapi e comuni. Restarono uccisi anche il Comandante della corazzata, capitano di vascello Adone del Cima, e l’ammiraglio Bergamini, con la totalità dei membri del suo Stato Maggiore, incluso l’ammiraglio Stanislao Caracciotti (Sottocapo di S.M. del Comando Squadra). Secondo quanto ebbe modo di appurare la Commissione d’Inchiesta Speciale (C.I.S.) della Marina, nella sua relazione sulla perdita della Roma compilata nell’immediato dopoguerra, dall’incrociatore Duca degli Abruzzi, nave ammiraglia della 8^ Divisione Navale, che si trovava al momento del sinistro a soli 1.000 metri di distanza dalla corazzata, al momento in cui venne colpita fu constatata la produzione di due enormi fiammate, senza rumore di scoppio. Ciò fu considerato dalla C.I.S.) come un indice di deflagrazione e non di esplosione del munizionamento che, se fosse avvenuto, avrebbe causato l’immediata scomparsa della corazzata, e quindi la perdita della totalità dell’equipaggio. Ricordo che nell’esplosione istantanea dell’incrociatore da battaglia britannico Hood, centrato il 24 maggio 1941 nello stretto di Danimarca da proietti della corazzata tedesca “Bismarckâ€, vi furono soltanto tre superstiti su un equipaggio di circa 1.500 uomini. _______________________ Come si verificò l’affondamento della corazzata Roma nei documenti della Commissione d’Inchiesta Speciale (C.I.S.) Per saperne di più, Francesco Mattesini, “La Marina e l’8 Settembreâ€, USMM, Roma, 2002. _____________________ Sullo svolgimento e sulle conseguenze degli attacchi aerei tedeschi a cui fu sottoposta la Forza Navale da Battaglia durante il pomeriggio della giornata del 9 settembre 1943, l’ammiraglio Romeo Oliva, Comandante, sull’incrociatore “Eugenio di Savoiaâ€, della 7^ Divisione Navale, e che dopo la morte dell’ammiraglio Carlo Bergamini aveva assunto il Comando delle Forze Navali da Battaglia, dirette a Bona, fece nel suo rapporto di missione le seguenti osservazioni: Se la Forza Navale fosse stata protetta anche da pochi aerei da caccia, l’opera degli aviatori tedeschi sarebbe stata certo notevolmente intralciata dato che gli attacchi venivano eseguiti da piccoli gruppi di aerei in ondate successive (all’incirca ogni mezz’ora). Il seguito della navigazione compiuta assieme alle navi inglesi, fortemente scortate da aerei da caccia, ha dimostrato chiaramente quali risultati si possono raggiungere, nei confronti della sicurezza della navigazione, con l’uso degli apparecchi efficaci e con l’impiego di aerei che abbiano basi in porti bene situati rispetto alla rotta. Durante i numerosi attacchi aerei tutte le unità hanno sempre manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per conto proprio; altrettanto prontamente la formazione veniva riordinata al cessare di ogni attacco riprendendo la marcia con direttrice ponente. Il fuoco c.a. è stato sempre nutrito ma si è rilevato poco efficace. Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga fila, non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità , mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi dirette. Sulle modalità degli attacchi con le bombe da parte dei velivoli “Do.217†tedeschi l’ammiraglio Biancheri scrisse: - Forma di attacco degli aerei. - Quota di volo dai 4000 ai 5000 metri. Volo orizzontale, eccetto nella fase finale, nella quale si è avuta la impressione che l’aereo picchiasse di 20°-30°. - Velocità intorno ai 320 km. orari. - Direzione di attacco: al traverso o dai settori poppieri. L’aereo attaccante ha generalmente manovrato sotto l’accostata della nave, per portarsi in fila su di essa. Quando la tempestività della contromanovra della unità ha alterato i dati di Attacco, l’aereo non ha sganciato ed ha ripetuto la manovra od è passato ad attaccare altra unità . - Sgancio – Sul sito di 80° circa. L’istante di sgancio nettamente percepibile per una striscia verdastra, propria dell’accensione di un razzo, che si produce sotto l’aereo in direzione opposta al moto. La bomba appena lanciata segue una traiettoria parabolica e lascia dietro di se una scia di fumo bianco e rossastro; dopo pochi istanti il percorso parabolico ha termine e la bomba cade velocemente quasi a perpendicolo lasciando sempre per circa 2000 m. la scia biancastra. La bomba a quota minore diventa percepibile per se stessa. All’arrivo in acqua non si è avuto la percezione che le bombe esplodessero, perché la colonna di acqua sollevata è stata ogni volta relativamente non molto grande e di aspetto biancastro (non nero come generalmente avviene per la bomba dirompente carica di tritolo). Ogni aereo ha lanciato una bomba; la precisione del tiro notevole. - Caratteristiche della bomba. Si ritiene che le bombe usate siano dotate di razzo (a reazione) che rende la traiettoria quasi rettilinea ed aumenta la velocità di caduta, con il duplice effetto di diminuire il tempo e di aumentare la capacità di penetrazione. Per questi tre fattori la precisione del tiro viene ad essere notevolmente migliorata. Velocità di arrivo sui 32° m/s. Forte potere perforante e con spoletta ritardata (sul ROMA deve aver perforato Almeno 200 m/m di corazza) di forma cilindrica ogivale molto allungata. Il Diametro rilevato dall’ITALIA, colpita a prora, e di circa 500 m/m. Il peso pertanto Dovrebbe essere di circa 1500 kg. Naturalmente queste caratteristiche, e la forma di attacco adottata al momento dello sgancio, si riferivano alla bomba a caduta libera “PC.1400 X†in dotazione ai velivoli “Do.217†del III./KG.100, che effettuarono il loro sforzo contro le corazzate e gli incrociatori della Forza Navale da Battaglia. Le caratteristiche di questa bomba, chiamata “Fritz†e dotata di quattro ali tronche disposte ad X, erano le seguenti: - peso della bomba 1.570 chili; - esplosivo contenuto 325 chili; - velocità di caduta 280 metri/secondo, pari a circa 1.000 Km/ora; - perforazione, nella fase della sperimentazione, lastre di acciaio spesse 120 mm.; - sistema di radioguida che, mediante un trasmettitore radio a 18 canali, permetteva di agire parzialmente sul sistema ricevente sulla bomba. - grosso bengala che, lasciando dietro di se una scia di fumo, permetteva all’operatore, sull’aereo, di seguire la traiettoria della bomba, e di correggerne la traiettoria agendo con una cloche su un sistema posto sulla coda della “Fritz†e costituito da quattro alette mobili a croce - fino a 600 metri di oscillazione laterale e per circa 400 metri in oscillazione longitudinale. Era proprio la scia di fumo, aggiunta ad un forte bagliore lasciati nella caduta dalla “PC.1400 X, a dare sulle navi italiane l’impressione che si trattasse di bombe razzo, mentre in realtà non lo erano affatto. *** Sull’affondamento della Roma esiste, tra le tante testimonianze (in AUSMM, Ministero della Marina Militare Commissione d’Inchiesta Speciale: Relazione di Inchiesta sulla perdita della Corazzata ROMA avvenuta il 9 settembre 1943, Copia n. 1, 31 dicembre 1946), il rapporto di un ufficiale superstite della corazzata, il tenente di vascello Giuseppe Megna, Direttore del Tiro dei medio calibro di dritta, che scrisse testualmente: 1545 – Si avvistano di poppa 5 aerei tedeschi tipo “Heinkelâ€, quota metri 5000 circa, distanza 10.000 metri circa, rotta parallela. Quando il primo aereo si trova sulla verticale della nave sgancia una bomba che esplode sulla scia della nave ITALIA. Ha inizio la nostra reazione contraerea con la batteria da 9° del lato dritto, subito dopo inizia il fuoco la batteria da 90 del lato sinistro. 1550 – Aereo isolato ci raggiunge di poppa a dritta, quando è quasi allo Zenit sgancia. Dalle A.P.G. medio calibro si comunica alla Plancia Comando che l’aereo ha sganciato. La nave continua in rotta e velocità . La bomba colpisce l’unità vicino al penultimo complesso c.a. da 90 di dr., è visibile il foro netto di entrata lasciato dalla bomba che esplode presumibilmente nel locale caldaie n. 7 – 8. La nave riduce la velocità e sbanda sulla dritta; la batteria c.a. di Dr. Ha cessato il fuoco. Sono passati circa 4 minuti dall’arrivo della prima bomba che la nave è nuovamente colpita da altra bomba di aereo fra la torre 2 grosso calibro, il Torrione Comando e la Torre medio calibro di prora a sinistra. Una forte esplosione squassa la nave, mentre un’enorme vampata inviluppa la parte prodiera del torrione. Le zone centrale e prodiera, sono impraticabili a causa del fortissimo calore sviluppato dall’esplosione. Il torrione è inclinato sulla Dritta e verso poppa e pare si sia leggermente abbassato, la torre M.C. di prora a Dr. È fortemente danneggiata, i complessi da 90 prodieri sono anch’essi fortemente danneggiati e sprofondati sul piano di castello di circa 2 metri. 1600 – Il personale si raccoglie in coperta a poppa da dove, in seguito ad ordine del T.V. Incisa, si lancia in mare. 1615 – La nave si capovolge sulla Dritta, lo scafo da poppa appare intatto, i timoni sono a zero e le eliche ferme,, poi pochi secondi dopo la nave si spezza in due all’altezza del torrione. La parte di poppa si inabissa con eliche in alto, la parte di prora rimane ritta con la prora in alto per un poco poi sprofonda a perpendicolo. I naufraghi vengono raccolti a bordo dei CC.TT. MITRAGLIERE – FUCILIERE – CARABINIERE che complessivamente ricuperano 503 persone, altri 17 uomini sono raccolti dal R.I. REGOLO e 102 dalle Torp. PEGASO – IMPETUOSO – ORA. Tutti i naufraghi sono stati sbarcati alle Isole Baleari. Dei complessivi 622 naufraghi recuperati dalle RR.NN., n. 9 sono morti a bordo dei CC.TT., n. 16 sono morti all’Ospedale di Mahon, n. 1 è morto a Caldes de Malavella per incidente automobilistico, e n. 596 sono i superstiti. OSSERVAZIONI a) – La centrale di Galleggiamento, dopo l’arrivo della prima bomba a poppa dritta, ha ordinato di allagare due delle celle di bilanciamento di sinistra. Il Cap. G.N. Ferretti è stato incaricato di eseguire l’ordine. b) – Al Ten. CREM Russino Pasquale, destinato al deposito della Torre 3 G.C., e che si trovava a ridosso della camera motori della medesima, venne comunicato per portavoce dalla camera cannoni che nel caso si fosse verificato aumento di temperatura procedesse all’innaffiamento del deposito. Detto ordine non è stato eseguito perché non si è verificato alcun aumento di temperatura. Ciò fu da lui personalmente constatato mediante verifica visiva del quadro termoindicatore. c) – Per ordine del 1° D.T. solo il Piccolo Calibro e le mitragliere hanno mantenuto l’assetto previsto dalle norme di navigazione in guerra. Gli armamenti dei depositi G.C. stavano sul ponte di 1° corridoio vicino ai portelli d’ingresso dei rispettivi depositi. d) – Sulle ali della Plancia Comando durante l’attacco aereo, nel periodo tra la prima e la seconda bomba, si è visto per pochi istanti il solo Cap. di Corv. Giugni 1° D.T.. Sempre riguardo alle cause che produssero i danni mortali alla Roma, determinati dalle bombe “PC.1400 Xâ€, e il conseguente affondamento in due tronconi della corazzata, la Commissione Speciale d’Inchiesta Speciale, basandosi sulle più attendibili testimonianze dei superstiti - in particolare dei tenenti di vascello Incisa della Rocchetta e Giuseppe Megna - che erano state attentamente vagliate in una indagine tecnica presieduta dal capitano di vascello Francesco Camicia, arrivò alle seguenti conclusioni: La Nave ricevette due bombe, a circa 5 minuti di intervallo fra l’una e l’altra; in seguito alla prima si arrestarono le eliche poppiere e la velocità da 25 n. si ridusse a circa 16; in seguito alla seconda la Nave si fermò perché erasi inutilizzata la macchina prodiera. La prima bomba cadde a un metro dalla murata di Dr., fra i complessi 9 e 11 da 90. Secondo le congetture scaturite dalla citata Indagine Tecnica, la bomba sarebbe scoppiata, dopo il completo attraversamento della Nave, sotto le caldaie 7 e 8 oppure fra le caldaie 7 e 8 e la macchina di poppa. Probabilmente rimase interessato anche il locale caldaie % e & perché nessuno dei superstiti provenne da detti tre locali. Che la prima bomba sia scoppiata sotto lo scafo lo si deduce dal fatto che un individuo di bordo che si trovava nella cassa di bilanciamento di dritta indicato nella figura due dell’allegato 2, cassa che fu attraversata nella sua traiettoria dalla bomba stessa, riuscì a salvarsi. Le avarie più importanti sarebbero state: avaria e allagamento locale caldaie 5 e 6 id. id. id. 7 e 8 id. id. macchine di poppa id. id. di locali limitrofi ai predetti caduta del gabbione del radiotelemetro sulla S.D.T. notturna del M.C. rompendo il telemetro e immobilizzando l’A.P.G. avarie più o meno gravi alla batteria di Dr. Da 9°; avarie minori a qualche complesso da 90 di Sn. Alcuni incendi nella parte poppiera della Nave. Le avarie temporanee alla quali fu posto ripiego e per le quali erano in corso i ripieghi al giungere della seconda bomba furono principalmente: mancanza di forza e luce nel settore poppiero e quindi anche ai timoni; pochi istanti dopo l’energia ritornò al settore poppiero e quindi anche ai timoni; gli organi del servizio elettrico avevano pertanto provveduto rapidamente con opportuni smistamenti o con sostituzioni di generatori; numerose interruzioni agli impianti telefonici; il personale addetto iniziò prontamente le riparazioni, ma al giungere della seconda bomba esse non erano ancora terminate per la totalità delle avarie. Il servizio di sicurezza all’allarme e dopo l’arrivo della prima bomba funzionò regolarmente: all’allarme venne ordinata (a mezzo della rete ordini collettivi) la chiusura di tutta la portelleria stagna; dopo la caduta della prima bomba la Centrale di Galleggiamento ordinò l’allagamento di alcune celle di bilanciamento, lo spostamento di sezioni-incendi e di squadre partaferiti, l’innaffiamento del deposito munizioni della torre 3 di G.C. La seconda bomba cadde fra il torrione, la torre 2 di G.C. e la torre di M.C. di prora Sn. Secondo la indagine tecnica citata la bomba sarebbe probabilmente scoppiata nel locale motrice di prora; questo spiega perché l’inizio della deflagrazione dei depositi munizioni di M.C. si attardò di una decina di secondi rispetto all’istante di scoppio della bomba, scoppio che causò subito una temporanea fuga di vapore prima di ogni altra manifestazione. Le avarie principali causate dalla seconda bomba sarebbero state: avaria e allagamento del locale macchine di prora deflagrazione del deposito munizioni M.C. di prora Sn. Deflagrazione del deposito munizioni n. 1 di G.C. abbattimento verso prora e verso dritta del torrione allagamento dei depositi munizioni sopracitati imponenti incendi nel settore prodiero della Nave interruzione di energia elettrica a tutta la Nave notevole menomazione dell’altezza metacentrica. La galleggiabilità e la stabilità della Nave vennero minorate sensibilmente sin dallo scoppio della prima bomba per effetto dell’allagamento del locale motrici di poppa, di locali caldaie poppieri, di alcune celle di bilanciamento, di alcune controcarene, di alcune intercapedini. Lo sbandamento che ne conseguì fu dovuto appunto a questi ultimi allagamenti; esso si ridusse in seguito al bilanciamento automatico dei locali di Sn. e, successivamente, con l’inizio dell’allagamento di alcune celle di Sn. ordinate dalla Centrale di Galleggiamento. All’arrivo della seconda bomba la Nave era quasi raddrizzata (sbandamento residuo circa 2° a Dr.) e per effetto del bilanciamento automatico e per l’intervento della Centrale di Galleggiamento. All’arrivo della seconda bomba la Nave era quasi raddrizzata (sbandamento residuo circa 2° a Dr.) e per effetto del bilanciamento automatico e per l’intervento della Centrale di Galleggiamento. Però l’altezza metacentrica era già menomata per i numerosi locali in comunicazione con il mare e per i vari locali allagati parzialmente anche se non in comunicazione con il mare. Dopo lo scoppio della seconda bomba la situazione peggiorò enormemente e rapidamente perché sulle situazioni precedenti e sulle cause sbandanti precedenti si introdussero nuovi livelli liberi e l’abbattimento del torrione sulla Dr.. Devesi altresì tener presente che finché la deflagrazione non si creò uno sfogo, la conseguente pressione nei locali messi in comunicazione con il mare dallo scoppio della bomba contrastò l’allagamento; successivamente, dopo che si creò la via di sfogo, la deflagrazione può aver facilitato l’allagamento per il risucchio. In altri termini, il relativo vantaggio di stabilità causato dall’abbassamento del baricentro non poté verificarsi tempestivamente perché predominarono subito le cause sbandamenti. La Nave iniziò la sua rotazione sulla Dr., poi cominciò a risentire del miglioramento della stabilità col proseguire degli allagamenti prodieri e accennò a stabilizzarsi col trincarino a 50 cm. Dall’acqua e con una inclinazione corrispondente di circa 10° + 12°. Fu in questo momento che la gente si salvò buttandosi in mare. Ma la rotazione riprese lentamente pochi istanti dopo, molto probabilmente per infiltrazioni nei locali di Dr. Ancora integri. In 4 o 5 secondi il trincarino si portò a circa 70 cm. Sott’acqua. Giunta la Nave in questa posizione, la sua velocità di rotazione aumentò rapidamente in conseguenza, con tutta probabilità , dell’allagamento dei locali che entrarono in comunicazione con il mare attraverso il foro di ingresso della prima bomba e attraverso le porte che davano in coperta a poppa, dell’eventuale allagamento di altri locali per cedimento di paratie divisorie. Avvenne perciò il capovolgimento. Non appena capovolta, la Nave si ruppe in due tronconi. Secondo la citata Indagine Tecnica la rottura avvenne nella zona colpita dalla seconda bomba la quale era stata gravemente cimentata dallo scoppio della bomba. Con il rovesciamento della Nave le sollevazioni si invertirono: i ponti superiori che avevano lavorato per compressione, venendo successivamente a lavorare per torsione, cedettero; tutti gli altri collegamenti, già gravemente cimentati, si ruppero in conseguenza. La Commissione d’Inchiesta Speciale si preoccupò anche di stabilire se da parte del Comando di bordo della Roma vi fosse stata una qualche responsabilità nella tardiva apertura del fuoco contro gli aerei tedeschi e nella successiva perdita della nave da battaglia. Fu stabilito che quando - senza essere preannunciati dai mediocri radiolocalizzatori delle navi italiani - arrivarono i primi cinque “Do.217†del III./KG.100, la “sorpresa tecnica†che impedì ai cannoni contraerei di far fuoco con una certa celerità fu rappresentata dalla quota e dall’angolazione (sito di circa 80° invece dei 60° previsti in un attacco convenzionale) con cui i velivoli tedeschi sganciarono le loro bombe. Tuttavia non vi furono conseguenze, perché la Roma, che era in quel momento la terza unità della formazione delle corazzate, non rappresentò il bersaglio di quell’attacco. Quando invece arrivò, adottando la medesima tattica, la seconda ondata di tre “Do.217†del medesimo III./KG.100, la Roma prima di essere colpita dalla prima bomba aveva sparato con i cannoni da 90 mm. circa sei salve sull’aereo attaccante ed in particolare una decina di colpi furono sparati dal solo complesso n. 7. Il tiro contraereo della corazzata fu pertanto considerato abbastanza rapido, considerando il fatto che non era possibile impiegare le torri di medio calibro (152 mm.), che non poterono sparare perché gli aerei nemici avevano il sito troppo alto. Invece, meno intensa risultò la reazione della Roma al delinearsi del successivo attacco aereo che portò la corazzata ad essere colpita dalla seconda bomba, con effetti devastanti. Ciò fu dovuto alla menomazione in cui erano venuti a trovarsi gran parte dei complessi contraerei da 90 mm. e di medio calibro, per effetto dell’esplosione della prima bomba, che raggiunse la nave da battaglia “dopo che essa aveva evoluito di circa 60°â€. L’esplosione, sotto il torrione Comando, determinò, anche per l’enorme calore sviluppato seguito da violento incendio, la morte di tutti gli Ufficiali dello Stato Maggiore dell’ammiraglio Bergamini e del Comandante della Roma, capitano di vascello Del Cima. Essi decedettero con la totalità dei tanti collaboratori, ufficili, sottufficiali e comuni, che si trovavano nelle plance Ammiraglio e Comandante, e in tutti gli altri locali del torrione, con i quali, dal momento dell’esplosione, ogni collegamento cessò di esistere. Riepilogando brevemente quei terribili momenti, secondo quanto aveva deposto il tenente di vascello Incisa della Rocchetta, la Commissione d’Inchiesta Speciale scrisse nella sua relazione: Il T. di V. Incisa all’arrivo della seconda bomba si trovava in torretta direzione tiro c.a. di prora a sinistra e vide passargli la bomba alla distanza di due metri. Allo scoppio di essa, essendosi inutilizzate le apparecchiature di tiro, ebbe il tempo, prima della deflagrazione dei due depositi munizioni, di uscire dalla torretta e di far uscire rapidamente il personale dipendente avviandolo alla S.D.T. [stazione Direzione Tiro] di poppa. Mentre l’Incisa si trovava in prossimità della porta corazzata poppiera del torrione (plancia Comando) notò che del fumo nero ed acre misto a vapore saliva lungo il torrione dal lato sinistro, in conseguenza dello scoppio della seconda bomba. Improvvisamente avvertì un potente soffio salire dalle viscere della Nave e questa dare dei violenti sobbalzi. Casse sul ponte: atmosfera color giallo, temperatura insopportabile. Terminata la deflagrazione non vide più nessuno intorno a sè, e non vide nessuno uscire dal torrione. La pittura del torrione bruciava con abbondante produzione di fumo. L’Incisa, notevolmente ustionato ma ancora in grado di reggersi, si trascinò (sempre seguendo le scalette interne) fino alla plaNCIA Ammiraglia in cerca di atmosfera più respirabile ritenendo di essere agli estremi. Dalla plancia Ammiraglia non vide uscire nessuno. Si soffermò brevemente, riprese le forze, ridiscese la scaletta e si trovò a poppa passando lungo il lato dritto della coperta. Da queste evidenze la Commissione d’Inchiesta Speciale trasse le seguenti conclusioni: L’incendio del torrione in uno con la deflagrazione dei depositi munizioni viciniori causò evidentemente la morte o pressoché istantanea di tutto il personale componente gli organi che vi erano contenuti: il Comando in Capo della FF.NN.B., il Comando della Nave e gli organi tecnici che erano alla immediazione [sic] dei due Comandi predetti. Venne perciò a mancare l’azione di comando che, più che a tentare di salvare la Nave colpita a morte, avrebbe mirato a ordinare ovunque il rapido abbandono e a convogliare tempestivamente la maggior parte della gente salvabile verso le zone idonee per effettuare lo sgombero della Nave. Donde forse una causa concomitante della notevole percentuale delle perdite di vite umane. Sulla base di questo giudizio la Commissione d’Inchiesta Speciale portò ad escludere un qualsiasi addebito da farsi nei confronti del Comando di bordo della Roma, i cui membri, dall’Ammiraglio Comandante ai gregari e ai subalterni, “assolsero in pieno il loro dovereâ€. Altrettanto “lodevole†fu considerato “il comportamento dell’equipaggio†della corazzata, che “nella grandissima contingenza si mantenne disciplinatoâ€, senza esprimere “manifestazioni di panico e di sbandamento moraleâ€, fino al momento in cui, aumentando pericolosamente lo sbandamento della Roma, il tenente di vascello Incisa della Rocchetta prese l’iniziativa di ordinare “l’abbandono della naveâ€. Fu anche lodata l’opera svolta dalle unità della scorta e delle torpediniere nella generosa opera di salvataggio dei naufraghi della corazzata; valutazione espressa dalla C.I.S., con cui concordò lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Franco Maugeri, che si disse d’accordo nell’avanzare proposte al Valor di Marina ai membri del personale più meritevoli. *** Sull’ordine di abbandonare la Roma, sul suo successivo affondamento e sulle peripezie dei naufraghi prima di essere raccolti dalle unità di scorta dei comandanti Marini e Imperiali, abbiamo le toccanti testimonianze di Catalano Gonzaga e di Incisa della Rocchetta. Catalano Gonzaga, che si trovava nella torre n. 4 delle artiglierie contraeree da 90 mm., partendo dal momento in cui si era verificata la deflagrazione del deposito munizioni della torre di grosso calibro n. 2, l’esportazione della stessa, e la deflagrazione del deposito della torre di medio calibro n. 2 sul lato sinistro prodiero della Roma, ha scritto: Le conseguenze erano state gravissime perché in pochi istanti si erano allagate tutte le rimanenti macchine di prora. Il fuoco della deflagrazione avvolgeva completamente il torrione e il fumaiolo di prora. Lo sbandamento della nave aveva ripreso in modo tanto rapido che ormai mi era difficile il mantenermi in equilibrio sul mio sgabello. Non riuscivo ancora a staccare gli occhi da quello spettacolo della grande torre corazzata divenuta una immane torcia di fuoco, che mano a mano eruttava pezzi di lamiere tra nubi sempre più nere. Tanti marinai terrorizzati correvano da una parte all’altra, molti avevano i visi neri di fuliggine e camminavano tentoni, benché vi fosse la luminosità del sole. Altri perdevano sangue da ferite invisibili, altri ancora uscivano da non so dove, con le vesti in preda alle fiamme agitando convulsamente le braccia. Alcuni tentavano di gettarsi in mare stringendomi in un convulso abbraccio il salvagente. Tutti in realtà correvano come ciechi senza una meta. Su tutto sovrastava un rombo sordo ed assillante, che riusciva quasi a fracassarmi i timpani. Una miriade di piccole esplosioni si univa al sibilare degli spezzoni di lamiere, che volavano per ogni dove. Sciami di proiettili di mitragliere, provenienti dalle riservette degli impianti di prora raggiunti dall’onda di fuoco, vagavano in coperta con improvvisate traiettorie. Tutto questo andava falciando e uccidendo impietosamente gli uomini che cercando un rifugio attraversavano la loro strada. Ebbi allora la prima netta sensazione che la ROMA stesse morendo e che per i miei marinai e per me stesso si stesse preparando solo una morte da topi, racchiusi come eravamo nella torre d’acciaio dei nostri cannoni. Presi immediatamente la mia decisione afferrando con le due mani un megafono. Con voce alta e ferma dissi: “Tutto il personale della torre esca, ripeto esca e si metta in salvo, ripeto tutti debbono uscire e mettersi in salvoâ€â€¦ mi ritrovai in coperta a poppa. La mia torre, la n. 4, era vuota, tutti i miei sedici marinai erano fuori e stavano indossando il salvagente. In netto contrasto con la tesi espressa dalla Commissione d’Inchiesta Speciale, che aveva sostenuto, forse per amor di Patria, vi fosse stato un contegno “disciplinato†e privo di “manifestazione di panico e di sbandamento moraleâ€, dal seguito del racconto di Arturo Catalano Gonzava appare evidente che tali manifestazioni, peraltro comprensibilissime in simili circostanze, vi furono realmente, come l’ex ufficiale della Roma tende a dimostrare, scrivendo. Una vera fiumana di marinai continuava ad ammassarsi a poppa, l’unica zona della nave non ancora invasa dalle fiamme e dal fumo. I marinai continuavano tutti a gesticolare e ad urlare in preda ad un panico indescrivibile… La situazione stava decisamente precipitando. Il rimanere in equilibro in coperta era quasi impossibile. Un numero sempre più grande di feriti e di ustionati si raccoglieva a gruppi, raggomitolati disordinatamente sul legno sdrucciolevole della coperta in attesa di chissà quali aiuti e di chissà quali soccorsi. All’improvviso dalla cortina di fumo nero, che andava coprendo il tutto, apparve un nero fantasma. L’ombra nera aveva una divisa blu con tre galloni d’oro sulle maniche: era il tenente di vascello Agostino Incisa della Rocchetta: La pelle delle sua mani pendeva giù come se fossero lunghi guanti, il volto era tumefatto, i capelli, le ciglia, le orecchie, tutto era stato dilaniato dal calore dell’esplosione e dal vapore bollente. Incisa era però vivo e capace ugualmente di gridare: “Buttatevi a mare! Buttatevi a mare! La nave sta per capovolgersi, buttatevi!â€. Era un ordine, ma sembrava un rantolo. A questo punto, sull’ordine impartito di abbandonare la Roma, vediamo la testimonianza lasciata dallo stesso Agostino Incisa della Rocchetta (14): Diedi l’ordine di abbandonare la nave essendomi reso conto che ero l’ufficiale di vascello più anziano rimasto in vita. Però molti non mi riconoscevano perchè avevo la faccia nera e i baffi bruciati; mi riconobbe il Ten. Del C.R.E.M. Negrozzi che mi legò il salvagente dopo che io mi era tolto la giacca, il binocolo e la pistola, avevo posato il tutto con cura su un fungo di ventilatore e avevo disposto le scarpe ben allineate alla base del fungo stesso; Casi analoghi di strana pignoleria in tragiche circostanze si trovano nel comportamento del S.T.V. Vannicelli Casoni e del Ten. G.N. Staccoli Castracane… Intanto qualche ufficiale, diversi sottufficiali e marinai provvedevano a gettare in mare i salvagenti Carley che stavano sul cielo delle torri di poppa; penso che quelli della torre n. 3 g.c. si danneggiarono perché furono gettati giù senza troppi riguardi e rimbalzarono in coperta. A questo punto scavalcai la battagliola e mi gettai in mare “a paperaâ€; un tuffo in stile sarebbe stato inutile, anzi impossibile, dato che ci trovavamo già con i piedi a livello dell’acqua. Mi allontanai dalla nave nuotando come potevo e raggiunsi un gruppo di 3 persone aggrappate ad una branda [amaca di tela su cui dormivano i marinai]. Erano i tenenti del C.R.E.M. Orefice e Fidone con un marinaio, che credo fosse il furiere Del Vecchio, che aveva la parte superiore del biciopide resecata. Gli ufficiali mi pregarono di non aggrapparmi anch’io alla branda, altrimenti saremmo andati tutti a fondo. Così mi tenni a qualche metro di distanza. Intanto la nave andava sbandando sempre più ed il personale che si trovava ancora a poppa, incerto se gettarsi in mare dalla dritta, temendo che la nave capovolgendosi lo sommergesse, o se gettarsi dalla sinistra dove sarebbe stato necessario un tuffo da notevole altezza, cominciò a rotolare giù dal ponte, ormai quasi verticale. Erano almeno una ventina di persone chiaramente visibili a causa del salvagente rosso che indossavano. Poi la nave si capovolse ed alcuni uomini riuscirono ad inerpicarsi sulla carena. Ma appena capovolta si spezzo in due: il troncone di poppa si immerse con un’inclinazione di 45° circa e un paio di uomini che sparivano sott’acqua aggrappati ad una delle grandi eliche di bronzo che brillavano al sole, fu l’ultima visione che ne ebbi. La parte di prua rimase più a lungo fuori dell’acqua in posizione verticale, tanto che da dove eravamo scorgemmo perfettamente lo stemma rosso e oro di Roma con la scritta + SPQR; poi verticalmente si immerse: gli ufficiali del C.R.E.M. gridarono “Viva il Re†ed io col loro. Non mi abbandonai alla disperazione, non temetti neppure per un istante di non essere salvato, trovai naturale la vista della motobarca del MITRAGLIERE che veniva nella mia direzione. Sulla scarsa reazione contraerea, sull’imprecisione del tiro, e sull’insufficienza di manovra opposta dalle navi italiane all’attacco dei bombardieri tedeschi, il capitano di fregata Marco Notarbartolo, comandante del piccolo incrociatore Attilio Regolo, fece le seguenti e interessanti osservazioni, trascritte nel suo “Rapporto di navigazioneâ€, datato 22 settembre 1943: Le FF.NN., a giudizio dello scrivente, hanno scarsamente reagito con la manovra all’azione avversaria. Non è stato ordinato il diradamento (E 6) previsto dalla S.M. 3, sì che le molte Unità della lunga linea di fila sono venute a trovarsi notevolmente imbarazzate nella manovra individuale per evitare l’offesa nemica. Le due accostate ad un tempo durante la prima fase dell’attacco hanno portato, in certi momenti, a inopportuni avvicinamenti tra le Unità mentre nell’ultima fase il disordine determinatosi, sopratutto tra gli incrociatori, hanno fatto sì che l’attenzione dei Comandi dovesse essere rivolta più a scongiurare i pericoli di collisione che la minaccia dall’alto. Il tiro c.a. delle Unità è stato alquanto fiacco e disordinato e quindi inefficace. Gli aerei attaccanti non ne sono stati menomamente disturbati: essi hanno proceduto sulle rotte di sgancio senza preoccuparsi degli scoppi delle granate c.a. che, d’altronde, erano radi e assai distanziati da essi. Queste dure considerazioni del capitano di fregata Notarbartolo furono giustificate, almeno in parte, dall’ammiraglio Oliva che, nella sua relazione, sostenne che tutte le unità navali della Forza Navale da Battaglia avevano sempre “manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per proprio contoâ€, mentre “il fuoco contraereo è stato sempre nutrito ma si è rivelato poco efficaceâ€. Quindi Oliva specificò (35): Con una formazione così numerosa e disposta, all’inizio, su una lunga linea di fila [conseguenza dell’inversione di rotta nello Stretto di Bonifacio – N.d.A.] , non erano possibili manovre d’insieme sotto gli attacchi aerei: esse non sarebbero certamente risultate tempestive per la maggior parte delle Unità , mentre la forte accostata individuale, spesso con aumento di velocità fatta all’incirca al momento dello sgancio, si è dimostrata molto efficace ed ha consentito agli Incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi diretteâ€. Francesco Mattesini Edited October 23, 2007 by Mattesini Quote
Charlie Bravo Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 Grazie per il dettagliatissimo, interessante e struggente resoconto. La scoperta della nostra formazione da parte dei reparti aerei tedeschi fu dovuta alla sistematica ricognizione o ad altro? Quote
Guest Mattesini Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 I tedeschi sapevano della partenza della flotta italiana (il mattino del 9 occuparono La Spezia senza colpo ferire) e ai loro infaticabili e tenaci ricognitori strategici Ju. 88 fu facile sorvegliare il Mar Ligure e la zona a levante della Corsica, e quindi rintracciare le nostre navi. Quote
Charlie Bravo Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 Sperando di non abusare della pazienza ... ma si sa che una domanda tira l'altra ... . La mancanza di copertura aerea della formazione a cosa era dovuta ( a parte la "complessità " tattica tra RM/RA ) ? Quote
Guest Mattesini Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 La copertura aerea fu richiesta a Supermarina dall'ammiraglio Sansonetti al generale Santoro, Sottocapo di Stato Maggiore dell'Aeronautica. Quest'ultimo ordinò al Comando dell'Aeronautica Sardegna di mandarre in volo i suoi caccia per proteggere le navi di Bergamini, già avvistate dai ricognitori tedeschi, e da quelli britannici che anch'essi tenevano sotto controllo le nostre unità , per conoscere se stavano rispettando le clausole del promemoria Dick, ossia di raggiungere Bona. Invece andavano alla Maddalena. Da Venafiorita, nel primo pomeriggio del 9 settembre, decollarono quattro "Mc. 202" del 13° Gruppo Caccia Terrestre (tenente colonnello Duilio Fanali), comandati dal capitano pilota Remo Dezzani, i quali ricercarono la Forza Navale da Battaglia al largo della costa occidentale della Corsica per poi rientrare alla base alle 14.10, dopo aver sorvolato La Maddalena, senza aver incontrato le navi, delle quali non conoscevano l'esatta posizione. Due ore dopo avveniva l'attacco tedesco che causò l'affondamento della "Roma" e il danneggiamento dell'"Italia". In definitiva, nella strana guerra combattuta dagli italiani, nessun appoggio aereo alle navi era stato richiesto da Supermarina a Superaereo, nel marasma che seguì all'armistizio dell'8 settembre e all'ordine impartito da de Courten a Bargamini per lasciare La Spezia e Genova con tutte le sue navi disponibili. Il motivo va anche ricercato nel fatto che i due gruppi caccia assegnati alla protezione della flotta (2° e 160°) avevano mandato tutti i loro caccia nel Lazio per aumentare la protezione della capitale, e collaborare nella difesa di Roma con l'aviazione da caccia degli anglo-americani (100 velivoli), che avrebbero dovuto raggiungere Ciampino. Sappiamo dal colloquio tra Taylor, Carboni e Badoglio, e la fuga del Re e del suo seguito, come andò a finire. Quote
Charlie Bravo Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 Grazie ancora. La situazione dell "8 settembre" anche dal punto di vista delle catene di comando era drammatica ma sbaglio se dico che anche in questa tragica circostanza, come in altre di quel conflitto, si avvertì la mancanza di un comando unico per la condotta delle operazioni aeronavali ? Quote
Guest Mattesini Posted October 23, 2007 Report Posted October 23, 2007 E' una questione più volter dibattuta, anche in modo acceso nel dopoguerra tra gli ex comandanti di Marina e Aeronautica (ricordo gli scontri tra Bernotti, Iachino, Fiaravanzo Santoro, e soprattutto Pricolo), ma che non poteva essere risolta senza un'aviazione imbarcata o, al limite, di una organizzazione come quella del Coastal Command della R.A.F., i cui velivoli operavano fianco a fianco con la Royal Navy. Quote
Totiano* Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 I tedeschi sapevano della partenza della flotta italiana (il mattino del 9 occuparono La Spezia senza colpo ferire) e ai loro infaticabili e tenaci ricognitori strategici Ju. 88 fu facile sorvegliare il Mar Ligure e la zona a levante della Corsica, e quindi rintracciare le nostre navi. vado un'attimo OT perchè mi è saltata all'occhio questa affermazione. francamente non sò quanti di voi riescano a trovare il tempo di leggere queste montagne di dati, che sembrano spesso interessanti, e a valutarle effettivamente... comunque che spezia fu occupata senza colpo ferire non sembra una affermazione corretta. il tricolore continuò a sventolare nella città ancora per più di un anno. non ho trovato dati su impieghi precedenti delle cosidette bombe intelligenti tedesche, ma non ho motivo di dubitare dei dati di Mattesini. questo però non può essere messo in relazione con le capacità di difesa del gruppo navale e le valutazione in corso. consentitemi di dubitare fortemente del fatto che la Regia Marina fosse a conoscenza dell'esistenza di queste bombe, i tedeschi avevano iniziato a "invadere" l'italia già dall'estate e certi segreti militari avevano smesso di condivederli dalla primavera del 1943. Le valutazioni di Bergamini sulla cinematica dell'attaco degli aerei (o della valutazione che i tedeschi non avrebbero attaccato) è quantomeno accettabile. Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Il tricolore continuò a sventolare a La Spezia, fino all'aprile del 1945, perchè vi erano dislocati i marinai della Repubblica Sociale Italiana. Sulle bombe razzo tedesche gli italiani erano informati fin dall'aprile del 1941, avendo assistito a Gerbini ad una sperimentazione di impiego di quel tipo di bomba perforante (da 1800 tonnellate), sganciata da un velivolo Ju. 88, come risulta da una relazione spedita all'epoca a Superaereo, e di cui possiedo copia, assieme a capia di due fotografie della bomba stessa, montata sul velivolo prima dello sgancio. Che poi l'8 settembre gli italiani non si aspettassero quel tipo di attacco, questo è indubbio. Sulla scarsa reazioni delle navi, parlano i rapporti di missione, la CIS, e le testimonianze dei libri Agostino Incisa della Rocchetta e di Arturo Catalano Gonzana di Ciella, naufraghi della "Roma". Quote
Totiano* Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Naturalmente, rimane il fatto che l'Italianità è stata difesa da Borghese. la confusione di quei giorni ha fatto il resto ma non credo si possa parlare di conquista di Spezia. mi risulta che italiani assistettero anche ai primi passi del V80 (il sommergibile di Walter con propulsione a ciclo chiuso). il battello non divenne mai operativo. L'assistere a una sperimentazione (ammesso che l'aviazione ne abbia parlato con la marina) non significa che l'arma è operativa e per questo Bergamini e la squadra navale non ne erano sicuramente a conoscenza. ma vedo che su questo siamo d'accordo Quote
andyfire Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 E'molto difficile restrare a leggere senza rispondere. Sarò sintetico, per Vostra fortuna. 1) I tedeschi sapevano che la Flotta sarebbe salpata perchè erano a bordo della Roma stessa fino alla tarde ore dell'8. Furono sbarcati, in un clima di gelido imbarazzo e rimasero sulle banchine della base della Spezia ad assistere all'improvvisa partenza delle nostre Unità , sebbene alcuni di loro furono dimenticati (!?) a bordo delle navi che salparono per trasferire la Flotta. La 305° Divisione di fanteria tedesca comandata dal generale Friedrich Wilhelm Hauck era accampata nei boschi sopra la città e all'alba del 9 era già per le vie della cittadina ligure. 2) Il piano tedesco peri bombardare la Flotta Italiana era già pronto nei dettagli molti giorni prima dell'annuncio dell'armistizio. Il via fu dato da Goering in persona con una telefonata alla base di Istres, Marsiglia. A tal proposito consiglio di leggere l'intervista al maggiore Bernard Jope, sul mensile Storia Illustrata, n° 190 settembre 1973. Il titolo dell'articolo a pag. 62 è: "Affondare la Roma? Niente di speciale!" di Mario Lombardo; 3) L'unico Tricolore che sventolò a La Spezia all'alba del 9 settembre fu quello della caserma della XMas al Muggiano. Durante la cerimonia dell'alzabandiera alle 08,15 del mattino, un paio di forbici in mano al guardimarina Kalby tagliarono fisicamente e simbolicamente lo stemma della famiglia reale dalla Bandiera. (pag. 213-214 del libro Junio Valerio Borghese di Sergio Nesi. ed. Lo Scarabeo) 4) Le FX 1400 furono collaudate nel 1942 a Foggia, in un'area a fianco della strada statale per Manfredonia, dall'aviazione germanica. La scelta della zona fu dettata dalla buona visibilità pr l'assenza di foschia. Gli Italiani furono tenuti all'oscuro dell'effettiva capacità di quegli ordigni che furono usati in combattimento per la prima volta il 9 settembre 1943. La sera dell'8, intorno alle 22, pare che fu mostrata all'equipaggio della Roma una fotografia della bomba, sullo schermo del cinematografo a prora dove fu proiettato pochi minuti dopo il remake italiano della commedia "La bisbetica domata". Per tenere buoni gli equipaggi e per far vedere ai tedeschi che era un giorno come gli altri. (per la FX 1400 guardare pag. 14-15-16 del libro "Per l'onore dei Savoia" - Arturo Catalano Gonzaga- ed. Mursia). 5) Caso mai qualcuno tenti di nuovo di inserire la storia dell'ammutinamenyo, dell'uccisione o del suicidio dell'Ammiraglio Bergamini, Vi ricordo che ci sono prove che Egli è morto comandando Forze Navali da battaglia, ucciso dalla seconda bomba tedesca. Da eroe. 6) Sig. Mattesini, è proprio così sicuro di quello che scrive, o meglio, che copia ed incolla? Una bomba da 1800 tonnellate? Per piacere! Attualmente ci vorrebbero circa 100 aerei Ercules C130 per trasportarla! Figuriamoci con piccoli, sebbene potenti, bimotori come il Ju 88 o il Dornier 217KII. Ciao, andyfire Quote
Albion of Avalon Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 6) Sig. Mattesini, è proprio così sicuro di quello che scrive, o meglio, che copia ed incolla? Una bomba da 1800 tonnellate? Per piacere! Attualmente ci vorrebbero circa 100 aerei Ercules C130 per trasportarla! Figuriamoci con piccoli, sebbene potenti, bimotori come il Ju 88 o il Dornier 217KII.Ciao, andyfire Mi pare evidente che si tratti di un refuso. O si è scordato una virgola oppure ha scritto erroneamente tonnellate al posto di kg. Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) Sono più che sicuro di quello che dico. Lo "Ju.88" era in grado di portare una combinazione di 2000 kg. di bombe. I velivoli, nelle loro missioni antinave partivano con sotto le ali una bomba da 1000 kg. e due bombe da 500 kg., oppure, se la missione comportava di aumentare la dotazione del carburante necessario per una lunga navigazione, la combinazione delle bombe scendeva ad una 500 kg. e a due da 250 kg., oppure a quattro bombe da 250 kg., raccolte a copie sotto le ali del velivolo. Posseggo molte fotografie che lo dimostrano, e che ho stampato nei miei libri e nei miei saggi, ma soprattutto ci sono i bollettuini operativi tedeschi che lo riferiscono ampiamente. Potrei citarne alcuni... Non ho mai detto che l'ammiraglio Bergamini fosse stato ucciso, anzi ho dichiarato pubblicamente in un paio di due scritti che quanto riferito da un famoso giornalista e scrittore era il frutto di una panzana. (Tontiano non me ne voglia, non faccio il nome). Quanto poi che Goering avesse dato ordine, parecchi giorni prima, di prepararsi ad affondare le navi italiane agli aerei di Jope, be questa storia Jope non so dove l'abbia trovata. Nessuno sapeva a quell'epoca che la nostra flotta avrebbe raggiunto i porti degli Alleati e, soprattutto, seguito una rotta passante al largo della Corsica e della Sardegna. E i velivoli tedeschi con le bombe radioguidate erano di base negli aeroporti della Francia meridionale. Inoltre, se Bergamini fosse andato direttamente a Bona, come gli era stato inizialmente e insistentemente ordinato da de Courten, la navigazione a ponente delle due isole, partendo da La Spezia al tramonto dell'8 settembre (come previsto dal promemoria Dick) si sarebbe svolta con l'oscurita, e gli aerei tedeschi della Francia meridionale, che per decollare dovevano attendere il responso dei ricognitori (ricordo che attaccarono a partire da 3 ore prima del tramonto del 9), non avrebbero mai raggiunto la flotta italiana, che all'alba del 9 doveva già trovarsi sotto la scorta dei caccia degli Alleati, e in prossimità delle corazzate britanniche "Warspite" e "Valiant". Al proposito non dimentichiamo la lettera di Accorretti, che dichiarò a de Courten, se avessimo seguito la rotta da te ordinata di raggiungere Bona forse si sarebbe risparmiata la perdita della "Roma". Prima di polemizzare ci si dovrebbe informare e documentare. Comunque, buona giornata a tutti. Francesco Mattesini Edited October 24, 2007 by Mattesini Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Albian de Avalon, grazie della segnalazione. In effetti intendevo dire kg. Quote
Totiano* Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 la discussione si va facendo interessante, anche perchè invece di un testo chilometrico tratto dai libri Mattesini stà concentrando le informazioni e di questo lo ringrazio profondamente. Interessante però non significa che chiunque di noi si debba sentire autorizzato a fare polemiche di qualsiasi genere, sia verso le Enti che verso i frequentatori del forum. Dunque si alle informazioni, possibilmente ben documentate, e si alla discussione costruttiva. mi permetto di quotare le sacrosante parole di mattesini (in altro post): ....mi limito a raccontarne gli avvenimenti secondo il mio giudizio, che può essere condiviso o meno. Sta ai lettori stabilire se dico la verita oppure no. ogni fonte, proprio perchè scritta da essere umano può rivelarsi meno attendibile di quanto ci si aspetterebbe Quote
Tuco Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Naturalmente, rimane il fatto che l'Italianità è stata difesa da Borghese. la confusione di quei giorni ha fatto il resto ma non credo si possa parlare di conquista di Spezia. a La Spezia in quei giorni è vero che la bandiera italiana continuo' a sventolare nella caserma della X mas ma nel resto della citta' chi comandava erano i tedeschi Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 ciao a tutti, oggi il quotidiano LA STAMPA dedica un'intera a pagine alla nave da battaglia Roma dal titolo "SULLE TRACCE DELLA CORAZZATA DEGLI EROI" - Spedizione del ministero della difesa per trovare la nave simbolo della Marina al largo della Sardegna 3 domande al figlio dell'ammiraglio Bergamini: "Vorrei posare una corona sulla tomba di mio padre" Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 leggo l'articolo: "La spedizione è composta dalla nave Anteo e da una corvetta.. l'ordine è arrivato direttamente dal ministro della Difesa Parisi.. impegnate due società specializzate inglesi che impiegheranno due ROV (Remotely operated vehicle)... l'idea della missione nasce dopo che su internet sono apparse alcune fotografie del relitto" Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Naturalmente, dopo tanti tentativi falliti con gli scandagli acustici delle nostre navi, siamo ricorsi a due unità specializzate inglesi. Dove è finita la Marina che poteva disporre, per i recuperi, dell'"Artiglio"... Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) La Marina si barcamena... con quel poco che gli rimane...... fa quello che può......non mi ricordo più quale analista abbia scritto: «Dobbiamo prendere atto che abbiamo risorse per Forze Armate di serie B...... i nostri termini di paragone non devono più essere Francia, Germania, Gran Bretagna ma piuttosto Olanda, Spagna..Anche noi, come altri, dobbiamo avere il coraggio di ricorrere al mercato dell'usato...»... penso che questa sia la tragica realtà ..... ps mi pare che l'analista fosse Nativi, direttore di RID ma non ne sono sicuro Edited October 24, 2007 by walter leotta Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Nell'articolo de LA STAMPA la ricostruzione dell'affondamento è il seguente: 1) la prima bomba attraversa da parte a aparte tutto lo scafo ed esplode in acqua, alcuni metri sotto la chiglia: provoca gli incendi e i danneggiamenti delle caldaie poppiera e delle relativi motrici (non fu un danno letale" 2) la seconda bomba, 10 minuti più tardi, penetra all'interno della nave ed esplode all'interno del deposito munizioni a proravia del torrione di comando: la gigantesca deflagrazione scaraventa in acqua la torre n. 2 dei cannoni da 381 mm e poi: a bordo dell'Anteo ci sono le troupe cinematografiche (tedesca Contex tv e Polivideo, italo svizzera) che hanno siglato l'esclusiva con la MM Quote
Tuco Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 ciao a tutti, oggi il quotidiano LA STAMPA dedica un'intera a pagine alla nave da battaglia Roma dal titolo "SULLE TRACCE DELLA CORAZZATA DEGLI EROI" - Perche' eroi ? Ho l' impressione che in Italia si adoperino troppo spesso paroloni a sproposito Se è sufficente morire in combattimento per essere etichettati come " eroi " ...... Quote
Charlie Bravo Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Perche' eroi ?Ho l' impressione che in Italia si adoperino troppo spesso paroloni a sproposito Se è sufficente morire in combattimento per essere etichettati come " eroi " ...... Tuco, nel resoconto di Mattesini su quello che è accaduto sulla nostra corazzata dopo che era stata colpita emerge molto chiaramente il grandissimo valore umano e professionale di chi era a bordo della nostra sfortunata unità ; e chissà quanti altri gesti di nobiltà si sono persi con la morte dei protagonisti. Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 è un titolo giornalistico rivolto a un pubblico che al 90 per cento non ha la più pallida idea di cosa sia la n.b. ROma Quote
Totiano* Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Perche' eroi ?Ho l' impressione che in Italia si adoperino troppo spesso paroloni a sproposito Se è sufficente morire in combattimento per essere etichettati come " eroi " ...... questa è una frase che può scatenare flame e ti prego di evitarle. pensa, se vuoi, che in quel momento (come all'inizio della guerra d'altronde) la popolazione civile non faceva la fila per arruolarsi o comunque partecipare attivamente allo sforzo bellico. in un simile frangente ogni persona che serve la Patria (conscio di dover donare la vita) è sicuramente più eroico della massa. Quote
Charlie Bravo Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Tornando all'aspetto tattico della vicenda della corazzata Roma, a parte la questione "catena di comando" tra Regia Marina e Regia Aeronautica, sarebbe stato possibile dal punto di vista concretamente operativo fornire una copertura aerea alla formazione navale per garantirne la sicurezza fino alla presa in consegna da parte degli Alleati? Quote
bernazzi Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Sto seguendo con straordinario interesse la discussione e sono corso ad acquistare la Stampa,già letti l'articolo di Pozzo( pur denso di condizionali) e l'emozionante intervista a PP Bergamini.D'accordo con l'evitare,nella discussione sul forum, toni di supponenza.Chi sa e chi dedica tempo e sacrifici allo studio della tragica vicenda(e non solo di questa) colma almeno per me un vuoto che avverto anche con molta forza emotiva.Non posso che essergliene grato. Sono anche io in contatto con uno scampato all'affondamento della corazzata Roma: lui pure mi ha confermato che a bordo non vi furono scontri o episodi di ammutinamento.Il giudizio che egli mi ha espresso sul "noto autore" che ha fatto circolare l'ipotesi è taglientissimo e senza appello. Esprimo soddisfazione per la decisione presa dalle autorità di compiere ricerche sul relitto.Vero è che ci sono legittime idee contrarie alla ricerca.Personalmente ritengo che,comunque vada,la scelta finalmente operata costituisca un modo per rendere onore a quegli eroici uomini.Diciamoci la verità ,pochissimi in questo nostro paese conoscevano la storia della Roma.Qualcuno di più l'ha conosciuta dopo il bel documento girato su Sky.Voglio sperare che l'eventuale ritrovamento alimenti nel paese un largo sentimento di grande rispetto e devozione per quelle vite. Ho notizia che una piccola e privata spedizione(coloro che si sono immersi sul Diaz) avrebbe ottenuto dalle autorità tunisine il permesso per scendere,a Capo Bon, sull'Alberto di Giussano e l'Alberico da Barbiano dell'Ammiraglio Antonino Toscano(entrambi dovrebbero stare su di una batimetrica di 40/45 mt).Chiedo agli amici di Betasom,a coloro che ovviamente ne sono in grado,una conferma o una smentita. massimo bernazzi,siena. Quote
Tuco Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 questa è una frase che può scatenare flame e ti prego di evitarle. pensa, se vuoi, che in quel momento (come all'inizio della guerra d'altronde) la popolazione civile non faceva la fila per arruolarsi o comunque partecipare attivamente allo sforzo bellico. in un simile frangente ogni persona che serve la Patria (conscio di dover donare la vita) è sicuramente più eroico della massa. Nel novembre del 1939 l' incrociatore ausiliario inglese Rawalpindi ( in pratica un mercantile armato ! ) ebbe la sventura di incontrare i 2 incrociatori da battaglia tedeschi , lo Scharnost e lo Gneinaesau . Gli inglesi del Rawalpindi sapevano benissimo di non aver possibilita' alcuna nè di vincere lo scontro nè di poter fuggire eppure rifiutarono di arrendersi . Il combattimento ( o meglio il massacro ) fini' come doveva finire e dopo appena 8 minuti la nave inglese sventrata dai colpi da 280 mm stava affondando ... Mentre affondava i marinai inglesi continuarono a sparare con i pezzi ancora efficenti . Questo è eroismo Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) ìPer esaudire la richiesta di Charlie Bravo, riporto, sempre estratto dal mio libro “La Marina e l’8 settembreâ€, vediamo quali erano i programmi stabiliti tra Supermarina, Superaereo e l’O.B.S. per la scorta alla flotta italiana, che fosse uscita dalle basi per andata a contrastare l’atteso nuovo sbarco degli anglo-americani nel Mediterraneo centro-occidentale, in particolare della penisola italiana. Sulla base di ordini impartiti il 16 agosto dal Comando Supremo, il successivo giorno 27 Superaereo diramò, con numero di protocollo 1B/13036, il documento “Direttive per la difesa della Madre Patriaâ€, che fu inviato ai comandi della 1^, 3^ e 4^ Squadra Aerea, e all’Aeronautica della Sardegna e della Corsica. Era anche previsto e pianificato, tra Supermarina e Superaereo, un intervento in caso di invasione della Provenza, che la flotta italiana, agendo in conformità con quanto previsto nella Direttiva Navale di Supermarina Di.Na. 13, avrebbe dovuto fronteggiare valendosi dell’appoggio concordato con il Comando della 3^ Luftflotte, dislocata in Francia; ma ciò non era contemplato nel documento “Direttive per la difesa della Madre Patriaâ€, in cui si prevedeva di intervenire per la sola difesa delle zone più particolarmente minacciate della Sardegna e dell’Italia meridionale, fornendo alla flotta, fin dal primo indizio di sbarco nemico, la scorta dell’8° e del 160° Gruppo Caccia, a cui potevano aggiungersi tutte le aliquote dei velivoli intercettori dislocati nella zona delle operazioni. Facendo sapere che di massima il compito della caccia italiana era quello di operare contro le minacce provenienti da alta quota, essendo quella antisilurante di competenza dei velivoli tedeschi, nel documento si specificava: “E’ importantissimo che le formazioni di scorta siano in grado di entrare in ogni istante in collegamento radiofonico con le navi da guerra per ricevere ordini dal Direttore della Cacciaâ€, imbarcato sulla nave sede del Comando della flotta in mare, che era allora la corazzata “Italiaâ€. Circa gli spostamenti dei reparti, era fissato che nel caso di minaccia d’invasione della Sardegna o della Corsica, sarebbero stati spostati nelle due isole il 3° Stormo Caccia, che difendeva Roma, e il 5° Stormo Assalto, ed eventualmente anche i caccia del 4° Stormo e del 21° Gruppo che, trovandosi dislocati in Puglia, dovevano subito raggiungere il Lazio. Se gli sbarchi nemici si fossero invece realizzati sulle coste tirreniche della Campania e del Lazio, in cui la flotta sarebbe dovuta intervenire sulla base della Direttiva Navale di Supermarina Di.Na. 15, i caccia del 4° Stormo e del 21° Gruppo, e i velivoli del 5° Stormo Assalto, si sarebbero spostati nel settore minacciato. Se gli sbarchi nemici si fossero contemporaneamente estesa anche alla Sardegna, ove era dislocato per la difesa dell’isola il 51° Stormo Caccia, soltanto il 4° Stormo Caccia si sarebbe spostato sull’isola per rinforzarne l’impiego. Occorre poi dire che nella Di.Na. 15 lo sbarco degli Alleati sulle coste tirreniche della penisola, era previsto potesse verificarsi in due sole zone favorevoli, a Gaeta e a Salerno, per impossessarsi del porto di Napoli. Questa operazione sarebbe comunque iniziata soltanto dopo che il nemico avesse occupato la costa calabra dello Stretto di Messina, come in effetti sarebbe avvenuto il 3 settembre. Infine, nel documento di Superaereo, era affrontata l’ipotesi di sbarchi in Calabria e Puglia, che rientravano nell’intervento della Forza Navale da Battaglia dello Ionio, era previsto il rafforzamento della 4^ Squadra Aerea, con reparti, o aliquote di essi, da inviare nei settori ove fosse stato stato necessario il loro impiego. Occorre dire che la flotta di Taranto, agendo sulla base della Direttiva Navale di Supermarina Di.Na. 14, avrebbe potuto anche intervenire per la difesa dell’Albania, della Grecia Occidentale e della Morea. In tal modo l’appoggio aereo e la scorta navale sarebbero stati forniti soprattutto dai velivoli tedeschi di base nei Balcani, in particolare da quelli del famosissimo 10° Corpo Aereo (X Fliegerkorps), dislocato nelle basi di Creta e della penisola ellenica. Tuttavia questo intervento navale, come quello che era stato ipotizzato nella Di.Na.15 per la difesa del Golfo di Taranto, poteva realizzarsi soltanto alle condizioni di contrastare operazioni di sbarco che il nemico poteva attuare con mezzi limitati. E ciò perchè da parte italiana potevano essere impiegate soltanto le vecchie corazzate Doria e Duilio, due o tre piccoli incrociatori leggeri, uno o due cacciatorpediniere e tre o quattro torpediniere, che tutto quello che rimaneva efficiente della flotta dello Ionio e dell’Adriatico. Nel caso degli sbarchi a Salerno e a Gaeta erano assegnati alle forze navali italiani due compiti: Primo, Opporsi alla sbarco nemico, attaccando i suoi convogli; Secodo, Attaccare le forze navali di sostegno solo se necessario per raggiungere il primo scopo. L’attacco della flotta ai convogli nella zona di sbarco, che per essere “risolutivo e opportuno doveva verificarsi contro la testa di sbarco durante la prima fase dell’operazione†necessitava di essere appoggiato con tutti i mezzi subacquei, d’assalto, e di superficie italiani e tedeschi disponibili, che avrebbero operato secondo gli ordini impartiti da Marina Napoli. Dovevano quindi intervenire sommergibili, torpediniere, motosiluranti, mas, fino ad arrivare alle unità antisom, comprese le corvette, e addirittura le vedette VAS. L’obiettivo primario assegnato, in prossimità dei punti di sbarco, dovevano essere i piroscafi e le navi trasporto carri armati. Vediamo ora le norme di navigazione stabilite per arrivare nella zona dello sbarco. Dovendo le navi muovere dai porti di La Spezia e Genova dopo un approntamento normale di almeno sei ore, e procedere ad una velocità di trasferimento di venticinque nodi, si calcolava che per raggiungere il Golfo di Salerno sarebbero occorse ventuno ore, mentre per intervenire nel Golfo di Gaeta ne sarebbero occorse diciotto. In questo frattempo, la flotta, procedendo possibilmente raccolta per usufruire di un unico dispositivo di scorta aerea, non doveva mai uscire dalla zona di copertura della caccia e non doveva neppure transitare in quella assegnata ai propri sommergibili. Quindi, nel decidere le modalità di attacco, il Comandante in Capo della Forza Navale da Battaglia doveva attenersi alle seguenti tassative disposizioni: "La F.N. deve evitare uno scontro notturno e lo scontro con unità similari quando non sia necessario per raggiungere i convogli nemici o la zona di sbarco. Se però per ottenere questo scopo fosse necessario accettare combattimento, la F.N. non esiterà ad impegnarsi contro forze superiori". Come si vede da questa norma della Di.Na. 15, la flotta del Tirreno poteva accettare il combattimento diurno, anche se in inferiorità numerica. Le navi dovevano poi rientrare alla base alle prime luci del giorno, e quindi tenersi pronte a ripetere la sera stessa l’operazione. Invece dalla meno efficiente e numerica flotta dello Ionio non si prevedeva una seconda azione. Dovendo contrastare le operazioni di sbarco nel Golfo di Taranto fino all’altezza di Crotone, e per procurare al nemico i più gravi danni possibili, ad essa nella Di.Na.15 si chiedeva, praticamente, di andare a svolgere un’azione di sacrificio, stabilendo: "In particolare le 2 n.b. dislocate a Taranto, nel caso ritenessero di non potere altrimenti contrastare con successo le operazioni nemiche data la forte prevalenza della F.N. avversaria, cercheranno di raggiungere navigando lungo costa ed a ridosso degli sbarramenti, la zona di sbarco dove cercheranno il modo migliore per produrre danni al nemico, sia pure funzionando da batterie semoventi, in bassi fondali". Anche nel caso di operazioni in grande stile nel Golfo di Taranto, la navigazione di trasferimento era fissata in venticinque nodi, e la Squadra Navale doveva essere appoggiata da tutto il naviglio silurante e antisom, italiano e tedesco, disponibile. Ritornando alle modalità delle scorte aeree alla flotta, bisogna dire che, all’occorrenza, avrebbero potuto essere impiegati nella protezione delle navi tutti i reparti da caccia italiani concentrati nella zona dello sbarco; ma ciò non poteva rendersi del tutto attuabile poiché occorreva anche considerare l’esigenza di assicurare la difesa del territorio e soprattutto di appoggiare l’avvicinamento della flotta alla zona di sbarco e di sostenerla durante il combattimento con le azioni offensive dei reparti da bombardamento e degli aerosiluranti, i cui obiettivi principali dovevano essere costituiti dalle navi portaerei e dalle corazzate nemiche. Per rendere più sicuri e veloci i collegamento tra gli aerei in volo e i loro Comandi a terra, ad ognuno dei gruppi da caccia di scorta assegnati alla protezione delle navi, che si dovevano spostare per seguirne i movimenti su una determinata base di intervento, era assegnato un velivolo di collegamento “S.81â€, fornito di apparati radio trasmettenti e riceventi e di operatori italiani e tedeschi. In tal modo sarebbe stato possibile sul bimotore raccogliere tutte le notizie giunte del servizio informazioni, e seguire “con continuità l’evoluzione della situazione aero-navale, in modo da essere in grado di illustrare in ogni istante al Comandante del Gruppo la situazione stessa, specialmente per quanto riguardava posizione e rotta delle FF.NN. da scortareâ€. Tutti questi dettagli furono poi messi maggiormente a punto con scambi diretti tra i vari comandi aeronavali, e con ordini formali trasmessi da Superaereo, che il 2 settembre, inviando a Supermarina il dispaccio n. 1B/13301, dall’oggetto “Scorta aerea alla F.N.B. [Forza Navale da Battaglia]â€, escludeva, per mancanza di mezzi aerei, di poter scortare contemporaneamente le flotte del Tirreno e dello Jonio. Riguardo all’â€Ipotesi di sbarco nemico in Sardegna o nel Basso Tirreno ed intervento delle FF.NN. della Speziaâ€, Superaereo chiedeva che il preavviso per l’intervento dei reparti da caccia, rispetto alla partenza della flotta, prevista nelle ore notturne, venisse dato entro mezzogiorno del giorno X. Inoltre considerava non essere opportuno il preventivo trasferimento in Corsica dell’8° Gruppo Caccia di Sarzana; e questo per il duplice fatto che, essendovi la necessità di iniziare la scorta alle prime luci del giorno successivo a quello della partenza delle navi, sull’isola non vi era assistenza tecnica per gli aerei, e nel contempo non era conveniente distogliere il reparto da caccia dalla difesa di La Spezia (8° Gruppo Caccia) (15). Occorre infatti considerare che La Spezia era la base principale delle flotta italiana e quindi la più appetibile per l’aviazione anglo-americana. Francesco Mattesini Edited October 24, 2007 by Mattesini Quote
bernazzi Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Perfettamente allineato con il prof Mattesini : l'argomento è quello da lui proposto. Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 So per certo che il Da Barbiano e il Di Giussano sono stati recentemente trovati al largo di Kelibia (Capo Bon). L'informazione, con particolari che non posso svelare, mi è stata riportata personalmente da uno dei subacquei italiani. Quote
Charlie Bravo Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) Deduco quindi che alla luce della situazione dell'8 settembre, pur essendo stato pianificato un teorico dispositivo in materia di protezione aerea della Flotta, esso non fosse applicabile nella pratica alla formazione della corazzata Roma o avrebbe potuto esserlo solo parzialmente. Edited October 24, 2007 by Charlie Bravo Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Sulla protezione alle Forze Navakli da Battaglia ho già riportato l'argomento nel mio intervento di ieri (23/10) ore 08.28 PM. In definitiva, l'8 settembre non fu chiesto nulla all'Aeronautica per scortare le navi, probabilmente ritenendo che non ve ne fosse bisogno, perchè sarebbero arrivate a Maddalena l'indomani, 9 settembre. Purtroppo non fu invece calcolato il ritardo con cui la flotta lasciò il porto della Spezia, e quando Bergamini, per la presenza dei ricognitori tedeschi e britannici, chiese la protezione aerea, Supermarina interesso Superaereo, che ordino al Comando Aeronautica Sardegna di mandare in volo i caccia disponibili. Partirono, come detto, quattro "Mc. 202", che pertò non conoscendo la posizione in cui si trovavano le navi (elemento che non conosceva neppure Supermarina), non riuscirono a rintracciarle. Anche se lo avessero fatto, i caccia sarebbero dovuti rientrare per limite di autonomia, e l'attacco alla flotta italiana si sarebbe ugualmente svolto da parte dei velivoli tedeschi senza contrasto aereo. I "Re.2000" imbarcati avrebbero potuto intervenire se fossero stati preventivamente catapultati, ma solo nel caso che l'attacco nemico fosse stato preannunciato per tempo, perchè altrimenti dopo poco tempo si sarebbero allontanati dalle navi per raggiungere un aeroporto terrestre. Invece l'attacco del "Do. 217" si svolse improvviso e fu molto rapido, e a quel punto. anche volendo, non vi fu il tempo di provvedere al catapultamento dei caccia, con le navi che manovravano per schivare le bombe razzo tedesche. Spero, per non ripetermi, che ora sia tutto chiaro. Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) Ho letto ora sul quotidiano La Stampa un titolo che mi lascia alquanto perplesso: "Corazzata Roma, operazione segreta per ritrovarla". (sic). A voi tutti che effetto fa. Edited October 24, 2007 by Mattesini Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) sarà un altro quotidiano perchè sulla Stampa il titolo è quello postato in precedenza... e poi i titoli dei giornali sono fatti per colpire l'attenzione dei lettori.... "Sulle tracce della corazzata degli eroi" pagina 19 by Fabio Pozzo - La Spezia Edited October 24, 2007 by walter leotta Quote
giampyg Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 (edited) Si riferisce al titolo sul sito internet della Stampa con un piccolo articolo , e la foto del sonar a scansione a laterale del relitto della Roma ? http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubr...&%20cultura Volevo segnalare questo sito per chi non lo conosce: http://www.antarctica-project.com/pagine_i..._admemoriam.htm Mentre nel suo articolo sul bollettino d'archivio del settembre 1993 "L'armistizio dell'8 settembre 1943 parte 2° :Il dramma delle Forze Navali da Battaglia" ho letto in una nota la (72) che il relitto della Roma era stato individuato dalla nave idrografica Mirto nel luglio 1977. Grazie per il resoconto riportato e per l'anticipazione del ritrovamento dei due incrociatori Da Barbiano e il Di Giussano. Edited October 24, 2007 by giampyg Quote
walter leotta Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 grazie della segnalazione... a dimostrazione dell'importanza del titolo c'è il fatto che un lettore, in questo caso Mattesini, ne sia stato colpito (in positivo o in negativo, questo è un altro discorso)...... perfetto qualunque siano i titoli l'importante è che sia partita l'operazione di ricerca Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Dato che evidentemente ho sbagliato, scusandomi con la redazione, ho cancellato la frase che può sembrare l'abbia scritta per farmi reclame, di cui non ho assolutamente bisogno. Francesco Mattesini Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 In realtà il "Mirto", come è stato poi scoperto, non aveva rilevato il relitto della "Roma", ma soltanto quello di un grosso scoglio subacqueo. Questo particolare l'ho lertto su una pratica della Marina, ragion per cui nel mio libro il particolare è stato tolto.. Quote
Guest Mattesini Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Leotta, sono stato colpito perchè il titolo del giornale "La Stampa", letto in Internet, è piuttosto scettico, se non addirittura ambiguo. Almeno a me sembra. Quindi in questo caso, nel mio ragionamento, la Marina non c'entra nulla. Quote
bernazzi Posted October 24, 2007 Report Posted October 24, 2007 Grazie, Prof Mattesini .per la conferma relativa ai due incrociatori che Antonino Toscano fissa dal suo busto monumentale di punta Frame(Pantelleria).Voglio augurarmi che anche a quei tantissimi ragazzi sia reso l'onore che gli eroi meritano.Per quanto possa valere questo tema,non fu eroico,in quelle circostanze,in quelle condizioni,in quella fase della guerra nel mediterraneo,farsi carico ,con immenso rischio, di trasportare carburanti alle nostre truppe, ormai stremate e quasi vinte, in Africa del nord ?E voglio infine augurarmi che il ritrovamento del da Barbiano e del di Giussano non si risolva semplicemente in una sortita autocelebrativa della spedizione in una delle riviste subacquee.massimo bernazzi. Quote
Tuco Posted October 25, 2007 Report Posted October 25, 2007 Sulla protezione alle Forze Navakli da Battaglia ho già riportato l'argomento nel mio intervento di ieri (23/10) ore 08.28 PM. I "Re.2000" imbarcati avrebbero potuto intervenire se fossero stati preventivamente catapultati, ma solo nel caso che l'attacco nemico fosse stato preannunciato per tempo, perchè altrimenti dopo poco tempo si sarebbero allontanati dalle navi per raggiungere un aeroporto terrestre. Invece l'attacco del "Do. 217" si svolse improvviso e fu molto rapido, e a quel punto. anche volendo, non vi fu il tempo di provvedere al catapultamento dei caccia, con le navi che manovravano per schivare le bombe razzo tedesche. Ma le nostre corazzate non disponevano del radar nel 1943 ? Quote
andyfire Posted October 25, 2007 Report Posted October 25, 2007 L' ECR 30 Ter, della milanese SAFAR, meglio noto come GUFO, era un radiotelemtero ancora primitivo, di gran lunga inferiore al DETE germanico. La Roma ed il Veneto ne avevano uno, due il Littorio. Le condizioni per poterlo utilizzare non erano poche e contro le insidie aeree era pura utopia. Conosco un radarista che fu imbarcato su una delle supercorazzate italiane nel 1943, mi ha confermato che non funzionava un gran che bene. Quote
Tuco Posted October 25, 2007 Report Posted October 25, 2007 L' ECR 30 Ter, della milanese SAFAR, meglio noto come GUFO, era un radiotelemtero ancora primitivo, di gran lunga inferiore al DETE germanico. La Roma ed il Veneto ne avevano uno, due il Littorio. Le condizioni per poterlo utilizzare non erano poche e contro le insidie aeree era pura utopia. Conosco un radarista che fu imbarcato su una delle supercorazzate italiane nel 1943, mi ha confermato che non funzionava un gran che bene. peccato , diversamente sarebbe stato possibile far decollare in tempo i caccia imbarcati . Quote
andyfire Posted October 25, 2007 Report Posted October 25, 2007 Teniamo anche conto che l'ordine "Pronti a catapulatre l'aereo!" veniva dato a bordo della Unità Italiane in caso di allarme non solo per iniziare un cotrattacco, ma anche per lanciare l'aereo in acqua, senza pilota e con il motore spento, distruggendo possibilmente gli scarponi galleggianti per non farlo cadere in mano nemica. Lo scopo era quello di eliminare il rischio incendio nelle zone lignee del ponte di poppa, perchè gli aerei (Ro 43 o Re 2000) erano pieni di benzia avio, estremamente infiammabile. Consideriamo che non c'era ancora il concetto dell'hangar protetto e gli aerei avevano uno scopo prevalentemente ricognitivo. Infatti i motoristi a bordo erano anche i fotografi e sviluppatori dei negativi. Nel dubbio chiederò ad un amico pilota di un Ro 43. Datemi un paio di giorni. ciao, andyfire Quote
bacchiola Posted October 25, 2007 Report Posted October 25, 2007 L' ECR 30 Ter, della milanese SAFAR, meglio noto come GUFO, era un radiotelemtero ancora primitivo, di gran lunga inferiore al DETE germanico. La Roma ed il Veneto ne avevano uno, due il Littorio. Le condizioni per poterlo utilizzare non erano poche e contro le insidie aeree era pura utopia. Ricordo che non solo le "Littorio" quel giorno di settembre imbarcavano il Ra.Ri. ma anche alcune altre unità grandi e piccole (incrociatori, cacciatorpediniere e addirittura torpediniere). Alcune avevano proprio il De.Te. di fornitura germanica. :s12: Quote
Guest Mattesini Posted October 26, 2007 Report Posted October 26, 2007 (edited) Pur essendo imbarcato su8 una dozzina di unità navali, il radiolocalizzatore EC. 3 ter "Gufo" era un apparato in cui si lavorava dal 1935, senza ottenere risultati ottimali. Vi risparmio i lamenti presso Supermarina dell'ammiraglio Bergamini, che avrebbe voluto vedere sulle sue unità navali, incluse le tre "Littorio", quell'apparato perfettamente funzionale. Si era invece ben lontani da raggiungere quell'obiettivo, e dopo l'armistizio, nel mandare tre nostri incrociatori ad operare nelle acque equatoriali dell'Atlantico alla ricerca di navi corsare tedesche (naturalmente non trovate, perchè allora non c'erano), fu necessario sostituire a Gibilterra i loro radiolocalizzatori con i più efficienti radar britannici. Qualcuno dei nostri, avendo letto il contrario, a questa rivelazione, da me riportata in un saggio del Bollettino d'Archivio dell'U.S.M.M., potrà rimanere a bocca aperta, se non sgradevolmente sorpreso. Edited October 26, 2007 by Mattesini Quote
Pesce persico (e costruttivo...) Posted October 26, 2007 Report Posted October 26, 2007 Si pensi solo al fatto che l'antenna del radiolocalizzatore, almeno nei primi esemplari, non poteva essere brandeggiata in caso di vento troppo forte, causa la scarsa potenza del relativo servomotore... :s14: Quote
Tuco Posted October 27, 2007 Report Posted October 27, 2007 Dopo essere arrivate a Malta le nostre navi furono obbligate a imbarcare personale inglese di collegamente Uno di questi uomini , Tenente Battersby della Royal Navy scrisse questo interessante rapporto per i suoi superiori : 4 giorni sulla V. Veneto Riguardo ai radar scrisse : " Radar C’era, in generale, una mancanza di conoscenza circa le possibilità del RADAR. Molti degli ufficiali più giovani non ne sapevano nulla. L’Ammiraglio ( italiano , nota mia ) fu ben impressionato dai colpi K.G.V. [King George V)] sparati alla cieca, con l’aiuto del radar, ad uno dei nostri apparecchi durante la notte del 15. L’unico apparecchio radar sulla nave non funzionava – apparteneva al tipo L.A. [Low Altitude = per bassa quota – di superficie] " Quote
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