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GM Andrea

Pattugliatori - Nuovo libro dell'Ufficio Storico della Marina

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Segnalo che è stato pubblicato dall'Ufficio Storico della Marina Militare il volume di Enrico Cernuschi e di chi scrive (non percettori di diritti sulle vendite, s'intende) Pattugliatori. Il ritorno di un'idea vincente, 1820-2020, 196 pagine, 60 illustrazioni in b/n e a colori, tre tre appendici a opera, rispettivamente, dell'ammiraglio Pio Bracco, del STV Giuseppe Cozzi e di Michele Maria Gaetani.

 

L’opera analizza e ripercorre la storia delle Unità di pattugliamento, che fin dalle origini hanno rappresentato una componente fondamentale della Marina Militare. Il volume, pur nel rispetto di quel riserbo che è condizione naturale degli uomini e delle donne della Marina Militare, è arricchito da testimonianze dirette e da numerose fotografie e immagini. Una storia, ancora oggi attuale, di navi ed economia, di missioni isolate e di ricadute decisive per il benessere e l’evoluzione del nostro popolo. Chiamati, solidalmente ai loro equipaggi, a compiere ogni giorno, ogni notte e con ogni tempo il loro compito, anche con la forza se necessario, sempre con la serena certezza di essere, in ogni circostanza, testimonianza di una civiltà millenaria. Un libro destinato ad un vasto pubblico, sia al giovane che sogna il proprio futuro, che al lettore che vuole conoscere le caratteristiche operative di queste Unità. Un’opera che rappresenta la vita e le avventure di navi concepite per operare su tutti i mari del mondo, i Pattugliatori.

 

 

Riporto, per chi fosse interessato, le righe dell'introduzione:

 

 

Non c’è nulla di più fuorviante delle classificazioni del naviglio. Al di là della distinzione, tutta italiana (di per sé, correttissima, ma ignota all’estero) tra sommergibili e sottomarini, gli esempi si sprecano. Basti pensare all’uso dei termini fregate e corvette ripescato - a beneficio del naviglio antisom - dall'epoca della vela (anche se il Vocabolario Marino e militare di Padre Guglielmotti ricorda l'uso di questo termine sin dal Duecento relativamente a piccole imbarcazioni a remi) o ai moderni cacciatorpediniere, spina dorsale della difesa antiaerei della Squadra e della nazione tout court e navi tuttofare fuorché – appunto – cacciare le torpediniere, ossia una categoria di naviglio estinta, per selezione naturale, sin dalla Seconda guerra mondiale.

 

Il termine pattugliatore è stato introdotto nella Marina Militare in epoca NATO. Si tratta di una parola d’origine anglosassone usata, dapprima, dai britannici nel 1915 per designare le nuove unità di scorta antisommergibili dei tipi “PC Patrol Craft”, da 613 tonnellate e 20 nodi seguite, nel 1917, dalle “Patrol Gunboats” della classe “Kill” (895 t e 13 miglia di velocità massima) ordinate, tra tutte, ai propri cantieri in oltre un centinaio di unità fino al termine della Grande Guerra. Ad esse vanno aggiunte le quindici Patrol Craft del tipo “Z – Whaler”, ovvero baleniere costruite ex novo come navi da guerra da 336 t e 13 nodi di velocità massima. Si trattava di navi robuste, ma di caratteristiche belliche e impiego diverse rispetto alle loro più grosse consorelle, fatto questo che contribuì non poco, per dirla con le parole di Churchill, loro mallevadore, quando era Primo Lord dell'Ammiragliato: “a imbastardire la categoria”, visto che non differivano, in buona sostanza, dalle svariate centinaia di lenti pescherecci d'altura, tra Trawlers e Drifters, utilizzati per compiti antisom ausiliari dalla Royal Navy fino al 1918.

I francesi, più poveri rispetto ai vicini d'Oltremanica, fecero proprio quel nuovo termine armando 189 grossi pescherecci d'altura, sia propri sia acquistati in tutto il mondo, chiamandoli patrouilleurs auxiliares. Si trattava, in effetti, di bastimenti in grado di sviluppare, sulla carta, dai 9 ai 12 nodi e che non avevano nulla di diverso rispetto agli analoghi piropescherecci britannici, ma la Marine nationale preferì distinguere, anche per motivi di prestigio, tra pescherecci grossi, detti pattugliatori, (dimostrando, così, che li aveva anche lei), e “Trawlers requisiti”, più piccoli e iscritti nei ruoli del naviglio ausiliario, facendo proprio anche il termine originario inglese, il cui significato altro non era che quello di motopeschereccio per la pesca a strascico, mentre il Drifter è il peschereccio con rete a deriva.

Quanto agli Stati Uniti, la U.S. Navy adottò le categorie inglesi avviando, nel dicembre 1917, un ambizioso programma di costruzione prefabbricata in serie di “Patrol vessels” della classe “Eagle”, da 500 tonnellate e 18 nodi, peraltro interrotto alla fine del conflitto.

Meno succube rispetto alla terminologia anglosassone, la Regia Marina utilizzò la parola “Vedetta” per i 47 motopescherecci d'altura di costruzione giapponese (di italiani non ce n'erano) acquistati laggiù nel 1916 e denominati “G 1-47”, riservando, per contro, la qualifica “Vedette ausiliarie” ad altre 85 unità requisite più piccole (pescherecci, piroscafetti e rimorchiatori), destinate ad analoghi compiti di vigilanza foranea, oltre che al dragaggio litoraneo.

Niente pattugliatori, pertanto, in Italia, né allora né nei decenni successivi, pur assolvendo, le navi in parola di ogni Marina, i medesimi compiti.

 

Dopo il 1945, per contro, la posizione più che dominante assunta dagli Stati Uniti presso le Marine di tutto il mondo (largamente fornite, tra l'altro - a partire dalla Royal Navy britannica - di navi da guerra, dalle portaerei fino ai dragamine e ai mezzi da sbarco, tutte made in USA al pari, come è ovvio, delle correlate dottrine d'impiego) fece sì che la particolare concezione della parola “Patrol”, elaborata autonomamente dalla Marina americana, diventasse, bon gré mal gré, patrimonio comune.

In pratica il termine Patrol era, per una Marina oceanica e priva di minacce litoranee come quella statunitense, sinonimo di costiero. Le motosiluranti erano Patrol Torpedo Boats. Le cannoniere fluviali dislocate in Cina erano le Patrol River Gunboats, i cacciasommergibili (di per sé più grossi delle vedette dei tipi “SC” (Sub-Chaser) da 95 tonnellate), erano i Patrol Coaster (PC) da 280 t e 20 nodi, a loro volta ben presto evoluti nel nuovo tipo “PCE” (Patrol Coaster Escort), da 795 tonnellate e 16 nodi, ovvero in unità che nulla avevano da invidiare rispetto alle corvette europee, salvo crescere ancora con le Patrol Frigates (“PF”) da 1.000 – 1.400 t delle classi “Asheville” e “Tacoma”. Erano, queste ultima, navi da guerra ispirate agli avvisi britannici della classe “Black Swan”, ma che, in realtà, non furono mai amate dalla U.S. Navy, in quanto giudicate né carne né pesce: troppo grosse per operare sotto costa e troppo piccole per essere utili dall'altra parte del mondo; non a caso furono cedute subito alla “concorrente” U.S. Coast Guard, alla Gran Bretagna, all'Unione Sovietica e, dopo la guerra, a Francia, Olanda, Belgio, Corea del Sud, Giappone, Messico, Argentina, Colombia, Ecuador e Repubblica Dominicana.

Quanto agli avvisi ausiliari provenienti dalla Marina Mercantile e destinati a compiti di scorta nelle acque americane, si trattava di Patrol Gun Boats (“PG”) o di Patrol Yard (PY), a seconda delle loro dimensioni.

Unica e non casuale eccezione rispetto a questa idea dominante post 1945 (e collegata anche alla disponibilità di una “Guardia Costiera” dotata, sin dalla fine dell'Ottocento, anche di grossi avvisi oceanici denominati Cutter), in base alla quale la U.S. Navy era (ed è) una Blue Water Navy oceanica che non aveva, fino all'inizio del XXI secolo, né risorse né tempo da dedicare alla Littoral Warfare, fu quella delle Patrol Gunboat delle classi “Dubuque”, “Sacramento” e “Tusla”, grosse cannoniere da 990 – 1.200 tonnellate entrate in servizio a partire dai primi del Novecento e giunte alla loro massima espressione con i due Erie e Charleston, da 1.900 t e 20 nodi del 1935. nel caso di queste due singolari unità si trattava, in effetti, di avvisi bene armati e destinati a compiti da navi coloniali nel Pacifico e nei Caraibi, in omaggio a un criterio non diverso, come vedremo, rispetto a quello fatto proprio, in quello stesso periodo, dalla Marina italiana, a conferma del fatto che le etichette possono essere cambiare a volontà mentre le esigenze restano sempre le stesse.

 

I pattugliatori italiani oggetto delle pagine che seguiranno sono, a loro volta, difficilmente classificabili, una volta che si vogliano adottare a tutti i costi le categorie dei due conflitti mondiali e della successiva Guerra fredda. Rientrano, per contro, nella migliore tradizione navale di ogni epoca o, quantomeno, dai primi del XIX secolo in poi, se si allarga, magari per un istante, l’orizzonte, passando cioè dalla scolastica ed eterna declinazione dei fatti dello Jutland e di Midway, alla domanda che ogni cittadino, si tratti di un elettore o di un componente del Corpo Legislativo (alias Parlamento) dovrebbe porsi quando si parla di Marina, ovvero il legittimo e più che comprensibile quesito: “Ma a cosa servono queste navi?”.

Abbiamo deciso di fornire una risposta sulla base sia: 

a) del parametro rappresentato dal Prodotto Interno Lordo (PIL), a sua volta assurto (apparentemente) a punto di riferimento del XXI secolo, quantomeno a giudicare dai titoli dei quotidiani, dei periodici e dei servizi televisivi, sia 

b) di due secoli di esperienza.

Naturalmente il criterio quantitativo testé proposto, per quanto si dimostri, alla fine, piuttosto cospicuo tanto in cifra assoluta quanto in termini percentuali, non ha un valore morale, né tantomeno assoluto. La dura vita in mare, per settimane o mesi di fila, gli inevitabili sacrifici degli equipaggi e, con una certa frequenza, gli imprevisti da affrontare, magari nell'Oceano Indiano durante la stagione dei monsoni estivi, non possono e non devono essere ridotti alle colonne dare e avere della ragioneria. Né chi accetta, per propria scelta, di affrontare una carriera in Marina lo ha mai fatto in nome della computisteria, o per il bene di astratti parametri contabili più o meno opinabili.

Visto, però, che le navi costano (cosa, questa, facilmente intuibile a ogni livello) e rendono (concetto questo - per contro - tutt'altro che scontato, come vedremo), riteniamo che chiarire "di quanto stiamo parlando", non guasti, ferma restando la natura, ben altrimenti profonda, di chi recita, la sera, questa preghiera:

“Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti.
Benedici nella cadente notte il riposo del popolo,
benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare”.

 

 

Pattugliatori.jpg

Edited by malaparte

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On 27/12/2021 at 09:07, malaparte said:

Ottimo e congratulazioni: siete instancabili! Se sei d'accordo, provvederò a spostare in Biblioteca e ad indicizzarlo.

 

Certo, grazie

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