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Giovanni Patini

Ten.G.N. Giovanni Galantino

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Pubblicherò in questa discussione alcune delle "avventure di guerra" che mio nonno mi raccontava quando ero piccolo (Giovanni Galantino nato a Taranto il 01/10/1915 e deceduto a Reggio Emilia il 22/07/1994).

Non se è perché me le sarò fatte raccontare centinaia di volte, ascoltandolo estasiato, ma ricordo i suoi racconti perfettamente.
Nelle ultime settimane ho fatto varie ricerche su Intenet e in biblioteca (nel poco tempo libero che mi lasciano famiglia e lavoro ovviamente) cercando di incrociare i dati ufficiali con le informazioni dei racconti, in modo da collocarli con più precisione nello spazio e nel tempo.

 

Sono appassionato di storia e sono un ingegnere meccanico, ma non sono un marinaio (sono un ufficiale di complemento di artiglieria da montagna…) e quindi chiedo scusa in anticipo se ho scritto delle assurdità dal punto di vista tecnico navale e militare. 
Anzi, vi sarei grato se mi segnalaste tutte le inesattezze in modo da poterle correggere. 
Naturalmente il mio obiettivo non è quello di pubblicare un trattato, ma semplicemente di tramandare la memoria di mio nonno, in particolare ai miei figli, che non l'hanno mai conosciuto.

 

Nel frattempo, come potete leggere in un'altra discussione in questo forum, dopo mesi di progettazione ho iniziato la costruzione di un modellino dello Zoea in mattoncini Lego. Il primo racconto, che segue nel prossimo post, risale all'imbarco sul Brin. Ogni racconto è seguito da una nota esplicativa.
 

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L'OMBRA DEL NEMICO

 

Regio Sommergibile BRIN, 23 giugno 1940

Eravamo in mare da cinque giorni, da tre nell'area che ci era stata assegnata a nord di Creta, in missione di agguato. Mi ero ambientato immediatamente nel mio nuovo imbarco a bordo del Brin, sia perché il sommergibile era il gemello o, meglio dire, il papà del Torricelli, sul quale ero stato addestrato per mesi, sia perché il comandante Longanesi era veramente un uomo eccezionale come lo descrivevano.

L'Italia era entrata nel conflitto solamente da 13 giorni, ma già dal 10 giugno, primo giorno di guerra, eravamo stati inviati in pattugliamento offensivo nel Canale di Sicilia, senza però avvistare nessuna nave inglese. Quella nuova crociera me la sentivo però come la mia prima vera missione.

Nonostante stessimo navigando di conserva, cercando di incrociare possibili rotte di navi inglesi, fino a quel momento non avevamo registrato nessun avvistamento. Le condizioni metereologiche erano molto favorevoli e stavamo procedendo verso nord a quota periscopio tagliando trasversalmente il Canale di Cerigotto.

-          Galantino, vieni a dare un'occhiata - mi disse il comandante lasciandomi il periscopio.

Avvicinai gli occhi al visore. Il cielo era un vero spettacolo: così tante stelle si potevano vedere solo in mare aperto, lontano dalle fonti luminose della terra ferma. All'orizzonte una nave bianca completamente illuminata procedeva verso ovest.

-          Cosa c'è comandante? - chiese uno dei marinai presenti in sala di manovra.

-          Una nave ospedale - rivelò lui anticipandomi. - Niente che ci interessi.

-          Non so … - mormorai tra me, senza staccare gli occhi dal periscopio.

Il comandante riprese la sua osservazione al periscopio: - c'è qualcosa che non va?

Risposi dubbioso - Appena dietro alla nave ospedale, non sembra che ci sia una specie di ombra?

-          Hai ragione … è talmente luminosa la nave ospedale, che la seconda è quasi invisibile.

Si aggiustò il periscopio in modo da escludere l'abbagliamento delle luci, tenendole più a sinistra, fuori dalla visuale.

-          Sì, adesso la vedo meglio - riprese - sicuramente una nave nemica. Un incrociatore direi.

Il timoniere si voltò speranzoso verso di noi.

-          Andiamo a caccia? - chiese.

-          Troppo lontana - rispose Longanesi. - Non abbiamo nessuna possibilità di attaccarla da una posizione conveniente. Manteniamo la rotta. Che filibustieri però: nascondersi nella scia di una nave ospedale!

 

 

Il Torricelli era un sommergibile della classe Brin, anche se di dimensioni leggermente superiori al primo modello, entrato in servizio nel 1939. Su questo battello, sotto il comando del capitano di Corvetta Salvatore Pelosi, era imbarcato il Tenente del Genio Navale Giovanni Galantino, ufficiale da poco uscito dall'accademia con laurea in ingegneria navalmeccanica.

Nei mesi immediatamente precedenti all'entrata in guerra dell'Italia, il Torricelli e le altre unità della sua classe svolsero un'intensa attività addestrativa, con lo scopo di studiare le migliori condizioni di impiego di questa classe di sommergibili. Si trattava di battelli armati con quattro tubi lanciasiluri a prua e quattro a poppa, un cannone e due mitragliatrici. L'equipaggio era costituito da 54 uomini, di cui 7 ufficiali.

Nell'aprile 1940 il Torricelli venne assegnato alla base di Massaua in Eritrea, allora parte dell'Impero Italiano. Galantino fu trasferito al Brin sotto il comando del Tenente di Vascello Luigi Longanesi Cattani.

Il giorno stesso dell'inizio della guerra, il 10 giugno 1940, il Brin fu inviato in pattugliamento offensivo nel Canale di Sicilia, tra Pantelleria e la Tunisia, nella sua prima missione bellica, dalla quale rientrò ad Augusta il giorno 15 senza aver avvistato nessuna nave nemica.

I comandi della marina italiana avevano studiato per i sommergibili la tattica cosiddetta della boa offensiva, simile a quella di una serpe velenosa che attende le prede nascosta e le aggredisce solamente quando sono alla sua portata ed è sicura di vincere. Una tattica molto diversa da quella del branco di lupi dei sommergibili tedeschi, che andavano a caccia della loro preda e, per quanto possibile, la attaccavano coordinandosi tra loro. Per questo motivo gli u-boot tedeschi erano stati progettati più piccoli ed agili di quelli italiani.

Rientrato ad Augusta, il Brin ricevette ordine di partire per la seconda missione di guerra, che prevedeva il dislocamento in posizione di agguato a nord di Creta. La testimonianza di Galantino è confermata dal diario di bordo sul quale il comandante annotò l'avvistamento di una nave nemica, ma in posizione inadatta per un attacco.

A questa missione ne seguì una di pattugliamento nella zona di Capo Passero (vicino all'estremo sud orientale della Sicilia). In questa occasione il Brin fu attaccato da un aereo nemico, ma riuscì a respingerlo danneggiandolo con il tiro delle proprie mitragliere. Il comandante Longanesi Cattani ricevette in questa occasione la sua prima decorazione al valore militare con la motivazione "Comandante di Sommergibile attaccato in superficie a bassa quota da aereo nemico, conduceva la manovra difensiva e controffensiva con prontezza di decisione, serenità e coraggio. Mediterraneo Centrale, 9 luglio 1940-XVIII".

L'ultima missione del Brin nelle acque del Mediterraneo fu la costituzione di uno sbarramento di sommergibili tra Capo Passero e Malta per intercettare naviglio inglese.

 

Edited by Giovanni Patini

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9 hours ago, Giovanni Patini said:

Naturalmente il mio obiettivo non è quello di pubblicare un trattato, ma semplicemente di tramandare la memoria di mio nonno, in particolare ai miei figli, che non l'hanno mai conosciuto.

 

Betasom serve anche a questo, è nel suo DNA e lo recita il suo motto "per non dimenticare". Grazie per condividere con noi queste storie!

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Ottima cosa Giovanni.

 

Per dovere di correttezza come da te richiesto, riporto da "Sommergibili in Mediterraneo 1940-1941" tomo I del 1967 compilatore CV M. Bertini, revisore CA A. Donato, le operazioni del sommergibile Brin:

 

Dei primi quattro battelli giunti in zona, il Smg Delfino operò dal 19 al 25 nel canale di Scarpanto; il Smg Squalo dal 20 al 25 nel canale di Caso 15 miglia circa per NE da Capo Sidero (Creta); il Smg Brin e il Smg Tricheco lungo le coste set­tentrionali di Creta, il primo nel periodo 21-26 giugno ed il se condo dal 19 al 23 giugno. In particolare, il Smg Brin (Ten. Vasc. Luigi Longanesi Cattani) poco dopo aver lasciato la base di Au­gusta il pomeriggio del 18 giugno fu fatto segno, 20 miglia circa a levante del faro di S. Croce, al lancio di un siluro da parte di sommergibile avversario. Nel corso della missione lungo le coste settentrionali di Creta eseguì ricognizioni nella rada di La Canea e nella rada di Suda e, nella notte sul 26, avvistò nel canale di Cerigotto una unità leggera nemica che non potò attaccare per le sfavorevoli condizioni di avvistamento. (pag. 58)

 

Conosciuta la presenze in mare delle forze di Alessandria che dirigevano verso il Mediterraneo centrale e Io Ionio, il Co­mando Sommergibili aveva predisposto, a partire dal 9 luglio, uno sbarramento 100 miglia a levante di Capo Passero, orientato per nord-sud e formato dai Smg Brin - Sciesa - Settimo - Settem­brini, con i battelli distanziati tra loro di circa 15 miglia. Si rea­lizzava in tal modo una copertura totale di circa 50 miglia sulla direttrice Alessandria-Augusta. Lo sbarramento era in atto quando, il pomeriggio del 9, avvenne lo scontro di Punta Stilo. Tuttavia nessuno dei battelli effettuò avvistamenti in quanto lo scontro si svolse circa 60 miglia a nord dello sbarramento stesso.
Esso fu probabilmente scoperto poiché alle ore 10.54 del 9, po­che ore cioè prima dello scontro, il Smg
Brin (Ten. Vasc. Luigi Longanesi Cattani) che occupava la posizione più settentrionale dello schieramento, fu attaccato in superficie con azione di mi­ tragliamento da un aereo avversario, che il nostro sommergibile però riusciva a colpire a sua volta con le armi di bordo costrin­gendolo ad allontanarsi. Lo sbarramento venne rimosso l'11 suc­cessivo. Nella navigazione di rientro alla base di Augusta, il Smg Settimo (Ten. Vasc. Giovanni Cantò) venne attaccato in super­ficie il mattino del 12, alle ore 11.26, da un aereo tipo « Sunderland » con lancio di bombe che colpirono il sommergibile nella parte poppiera causando lievi danni.
Ultimata l'operazione di rifornimento dell'Africa Settentrio­nale, le acque a levante di Malta furono pattugliate, nel corso del mese di luglio, dai Smg
Brin e Pisani che effettuarono ag­guato dal 15 al 17 successivo, rispettivamente 45 miglia a est e sud-est dell'isola. Successivamente il Smg Durbo pattugliò quelle acque dal 30 luglio al 2 agosto. Tutti e tre i sommergibili non effettuarono avvistamenti di rilievo. (pag. 66)

 

Invece al seguente LINK i dati dei battelli classe "Brin"

 

Edited by magico_8°/88

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IL SIGNOR BONAVENTURA

 

Regio Sommergibile ZOEA, 14 ottobre 1940

Da qualche settimana avevo lasciato il Brin, che a fine ottobre sarebbe partito per Betasom. Il destino aveva deciso che io rimanessi nel Mediterraneo senza seguire il battello del comandante Longanesi in Atlantico.

Il mio terzo imbarco su sommergibile era lo Zoea, un posamine della classe Foca, leggermente più grande del Brin e del Torricelli. Un bel battello dal nome tanto strano quanto oscuro come significato: avevamo appreso che la zoea era la larva di un crostaceo.

Avevo già legato con tutto l'equipaggio, che mi aveva accolto a braccia aperte, inclusi il comandante Giorgio Bernabò ed il direttore di macchina capitano Umberto Bardelli, entrambi molto accoglienti fin dal primo giorno.

Bardelli era uno dei più esperti ufficiali del Genio Navale della Regia Marina: in qualità di Capo Servizio del Genio Navale era già stato imbarcato su vari sommergibili ed aveva addirittura collaborato alla costruzione del Brin. Da lui ogni giorno imparavo moltissimo sulla conduzione degli impianti del sommergibile e, aspetto ben più complicato, sulla gestione dell'equipaggio.

Eravamo salpati il 10 ottobre da Taranto diretti verso la Palestina, in missione di minamento a sud ovest di Haifa. Era la seconda operazione di questo tipo affidata allo Zoea e l'equipaggio era visibilmente in apprensione, perché nella prima esperienza al largo di Alessandria d'Egitto due mine difettose erano esplose durante la posa, fortunatamente senza danneggiare il battello.

Maricosom aveva dato disposizione di posare venti mine in tre gruppi per realizzare uno sbarramento parallelo alla costa palestinese ad una distanza di circa 12 km dal faro di Giaffa, nei pressi di Tel Aviv.

Posa di campo minato sperimentale: così lo avevano definito al comando. Ma a noi dell'equipaggio non era chiaro se l'esperimento fosse verificare il comportamento delle mine o, piuttosto, la nostra sopravvivenza alla loro posa. L'operazione, sempre da ordini del comando, doveva avvenire all’alba.

-          Umberto, Carlo, è ora - ordinò il comandante.

Il fiorentino Carlo Bencivenni, capitano di Armi Navali, era ospite a bordo proprio per presenziare alle prove di scioglimento dei perni di sale.

-          Non mi garba iniziare questa posa all'alba - si lamentò con marcato accento fiorentino, stringendosi pensieroso l'attaccatura del naso tra pollice e indice. - Se qualcosa va storto, ci tocca trovare una soluzione sotto la luce del sole.

-          Se qualcosa va storto, con la luce faremo prima a trovare una soluzione - commentò Lambertini, il nostro ufficiale in seconda, cercando di nascondere le sue preoccupazioni sotto un velo di ottimismo.

Iniziammo la posa della prima serie di mine. Per nostra fortuna il mare era una tavola. Immaginavo che in quel momento i primi raggi di sole iniziassero a rischiarare il cielo della Palestina.

-          Una … due … - Bencivenni contava ad alta voce, ma ero sicuro che ognuno di noi nella propria mente stesse facendo la stessa cosa.

Ascoltavamo il conteggio assolutamente muti, quasi che un nostro rumore potesse provocare un incidente. Con i nervi tesi come corde di violino, più che se avessimo il nemico davanti a noi. Uno dei marinai si era fatto il segno della croce quando il comandante aveva dato l'ordine di iniziare.

Nel silenzio generale si sentivano una ad una le mine scorrere all'interno del pozzo. A parte questo sordo suono metallico, ognuno di noi sentiva solo il sommesso brontolio delle macchine al minimo ed battito del proprio cuore.

-          Tre … quattro … - il conteggio proseguiva - cinque …

Uno schianto di ferro su ferro risuonò all'interno del pozzo e fece vibrare l'intero scafo.

I marinai impallidirono. Un capo mormorò un'imprecazione. Tutti rimanemmo con il fiato sospeso per qualche istante.

-          Si è bloccata una mina! - esclamai.

-          Ferma i motori - comandò con prontezza il comandante.

Quattro mine erano state posate, ma la quinta si doveva essere incastrata all'estremità del pozzo.

-          Comandante, cosa facciamo? - chiese con ansia uno dei marinai, fiducioso che Bernabò avesse la soluzione per qualunque problema.

Se la mina si era già girata, a quest'ora l'acqua stava già allagando l'involucro e sciogliendo i perni di sale. Inutile sottolineare che un'esplosione in quel punto ci avrebbe colato a picco.

-          Non credo ci sia molta scelta - rispose il comandante con una tranquillità olimpica. - Usciamo e tiriamo fuori la mina bloccata. Forza! Prima che si attivi e prima che sia pieno giorno.

Ero impressionato dalla sua flemma e dalla sua capacità di controllo.

-          Comandante, vado io - si offrì volontario Bardelli.

-          Vengo con te! - aggiunsi io d'impulso.

Era evidente che Bernabò avrebbe voluto essere lui stesso ad estrarre con le sue mani quella dannata mina, ma era ben consapevole che il battello non poteva rischiare di perdere il suo comandante.

-          Formate una squadra di sette volontari e andate - ordinò a malincuore.

Ad Umberto e a me si aggiunsero immediatamente Carlo e tutti gli altri ufficiali dell'equipaggio: Pier Vittorio Casarini, Giovanni Coppola, Giuseppe Pozzi e Calogero Scrimali.

-          Chiudere le porte stagne - ordinò il comandante.

Uscimmo sul ponte con il cuore in gola, con un'ansia che si contrapponeva alla tranquillità del mare. Verso est il cielo si tingeva di rosa: era l'alba di una giornata che si preannunciava serena. Fortunatamente non si vedevano navi all'orizzonte.

Umberto ed io ci tuffammo in acqua per primi, gli altri si disposero a formare una sorta di catena umana.

Lavoravamo intorno a quella mina concentrati esclusivamente sulla nostra azione, senza più pensare al fatto che poteva esplodere prematuramente come già successo nella prima missione.

Fu una prova degna delle dodici fatiche di Ercole, ma alla fine la mina fu espulsa, liberando il battello della sua pericolosa presenza.

Una volta tornati a bordo, il comandante decise di proseguire con la posa degli altri gruppi di mine: ormai sarebbe stato più pericoloso tenerle in stiva! Fortunatamente non ci furono ulteriori intoppi, ma alla ventesima ed ultima mina tirammo tutti un grande sospiro di sollievo. Nonostante l'incidente la missione era compiuta e potevamo fare rotta verso Taranto.

 

-          Comandante, può venire di sopra? - chiese nel pomeriggio uno degli elettricisti.

Seguii il comandante sul ponte: un gruppo di marinai stava davanti alla falsatorre con l'aria sorniona di chi ha combinato qualcosa.

-          Beh? - domandò Bernabò, fiutando che stavano nascondendo qualcosa.

Il gruppo si aprì a metà lasciando in vista la parte anteriore della falsatorre sulla quale era stato disegnato un Signor Bonaventura, alto almeno mezzo metro.

-          Beh … - rispose l'elettricista, - nonostante tutti i guai che ci sono capitati siamo ancora qui. Quindi possiamo dire che qui comincia l'avventura…

-          … del signor Bonaventura! - conclusero in coro gli altri marinai.

Bernabò sorrise: era evidente che aveva gradito l'idea e lo spirito dell'equipaggio. E probabilmente stava anche pensando che, se un talismano non portava fortuna, avere fiducia nella propria fortuna poteva comunque essere di grande aiuto.

  

Dopo le quattro missioni infruttuose nel Mediterraneo, il Brin fu destinato ad essere trasferito in Atlantico a fine ottobre, aggregato alla squadra di stanza a Bordeaux. Questa base di sommergibili, inaugurata il 30 agosto 1940 nella Francia occupata dai tedeschi, prese il nome di Betasom, dalla prima lettera della località della base convertita nell'alfabeto greco.

Il comandante Longanesi Cattani si distinse in Atlantico per atti di grande valore.

Il Tenente Giovanni Galantino fu assegnato allo Zoea, sommergibile posamine classe Foca, di base a Taranto.

Lo Zoea era un grande sommergibile, armato con quattro tubi lanciasiluri a prua e due a poppa, due tubi posamine, un pozzo verticale posamine, un cannone e due mitragliere. Era di dimensioni notevoli, considerato il tipo di battello, ma limitato in termini di velocità sia nella navigazione sia nelle fasi di immersione.

Ospitava a bordo 60 persone, di cui 7 ufficiali, ed un cane che era la mascotte dell'equipaggio.

Dall'inizio delle ostilità lo Zoea aveva già svolto tre missioni. La prima, che si era conclusa con successo, era stata un trasporto di rifornimenti in Libia. La seconda missione invece era stata la posa di uno sbarramento di mine nei pressi di Alessandria d'Egitto. Durante l'operazione di posa due mine esplosero a causa del funzionamento difettoso, fortunatamente senza causare danni al sommergibile. Il comandante decise d’interrompere la missione e tornare alla base. Durante la terza missione, un agguato a sud di Creta, lo Zoea fu attaccato da un idrovolante inglese e danneggiato dallo scoppio ravvicinato di alcune bombe sganciate dal velivolo.

La testimonianza di Galantino è relativa alla quarta missione: la posa al largo della costa della Palestina di un campo minato sperimentale per verificare il comportamento delle nuove mine.

Il capitano di Armi Navali Carlo Bencivenni era a bordo proprio per assistere all'esperimento. Maricosom era ed è tuttora il Comando Sommergibili della Marina Militare.

Negli stessi giorni anche il sommergibile Foca svolgeva una missione simile. Entrambi imbarcavano 20 mine nella camera mine e 16 nei tubi posamine. Lo Zoea era armato con mine P150 (ordigno da 150 kg di carica prodotto dalle officine Pignone), ed il Foca con mine T 200 (ordigno da 200 kg di carica prodotto dallo stabilimento Tosi). Le mine alloggiate nei tubi orizzontali non erano provviste di innesco: servivano per sperimentare il comportamento delle fiale degli urtanti quando sistemate su mine ubicate nei tubi orizzontali dopo lunga permanenza a bordo e per eseguire sbarramenti sperimentali di controllo sulla via del ritorno.

I sommergibili impiegavano mine ad ormeggio, cioè masse esplosive di forma sferica fissate ad un'ancora che si adagiava sul fondale e tramite alcune centinaia di metri di cavo tratteneva la sfera esplosiva, che avrebbe altrimenti galleggiato.

I sommergibili della classe Foca potevano espellere le mine tramite i tubi posamine di poppa (che potevano essere caricati con otto mine ciascuno) e dal pozzo verticale della camera mine posto in corrispondenza della sezione maestra (dove potevano essere alloggiate venti mine).

Le mine erano trasportate non attivate, in posizione orizzontale. Una volta espulse in acqua la mina ruotava in posizione verticale facendo entrare l'acqua all'interno dell'involucro. L'acqua scioglieva i perni di sale, liberando i congegni di ancoraggio automatico ed attivando l’arma.

L’involucro esplosivo era dotato di varie protuberanze che, se toccate, facevano disperdere un liquido elettrolitico per chiudere il circuito elettrico di accensione della mina provocandone l’esplosione.

Rispetto ai tubi orizzontali, il pozzo verticale offriva il vantaggio che non occorreva un perfetto assetto per espellere le mine, ma lo svantaggio che lo scoppio accidentale di una mina durante la posa sarebbe avvenuto proprio sotto lo scafo del sommergibile.

Sfortunatamente il Foca non fece mai ritorno da quella missione, mentre lo Zoea incontrò le difficoltà narrate da Galantino.

Il capitano del genio navale Umberto Bardelli ed il Tenente di Vascello Enrico Lambertini furono decorati con una medaglia di bronzo al valor militare rispettivamente con le seguenti motivazioni: "Direttore di macchina di sommergibile posamine, durante un’ardita missione svolta in prossimità di una base nemica e conclusa con la posa di uno sbarramento, coadiuvava con esemplare serenità d’animo, perizia e coraggio il suo Comandante, contribuendo efficacemente con la sua opera fattiva a sormontare gravi difficoltà causate da avarie del materiale - Mediterraneo Orientale, 7-22 ottobre 1940-XVIII" e "Ufficiale in 2a di sommergibile posamine, durante una ardita missione svolta in prossimità di base nemica e conclusa con la posa di uno sbarramento, coadiuvava con esemplare serenità d'animo, perizia e coraggio il suo comandante, contribuendo efficacemente con la sua opera fattiva a sormontare gravi difficoltà causate da avarie al materiale -  Mediterraneo Orientale, 7-22 ottobre 1940".

Con simile motivazione Galantino e gli altri cinque ufficiali furono insigniti della Croce di Guerra al valor militare: "Ufficiale di bordo di un sommergibile posamine, durante un'ardita missione svolta in prossimità di base nemica e conclusasi con la posa di uno sbarramento, dimostrava sereno coraggio e sprezzo del pericolo e contribuiva con perizia a sormontare gravi difficoltà causate da avarie del materiale - Mediterraneo Orientale, 7 - 22 ottobre 1940-XVIII".

Durante il viaggio di ritorno lo Zoea, in navigazione in superficie, fu avvistato al largo di Capo Colonne (il limite occidentale del Golfo di Taranto) da un sommergibile britannico che manovrò per speronarlo. Grazie alla prontezza delle sue vedette, che avvistarono in tempo il nemico, lo Zoea riuscì a sfuggire all'attacco con una manovra evasiva.

Molti sommergibili avevano adottato un motto o avevano un'immagine propiziatoria disegnata sulla falsatorre. I marinai dello Zoea disegnarono il Signor Bonaventura, il famoso personaggio dei fumetti del Corriere dei Piccoli, scaturito dalla fantasia di Sergio Tofano. Questo bizzarro personaggio viveva regolarmente delle avventure in cui una sventura iniziale di trasformava immancabilmente in una fortuna che veniva ricompensata con la cifra astronomica di un milione di lire. L'incipit delle storie era del genere "Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura" o "Qui comincia l'avventura del Signor Bonaventura".

Edited by Giovanni Patini

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ALLE 6 DELLA SERA

 

Regio Sommergibile ZOEA, 20 maggio 1941

Eravamo in navigazione per rientrare alla base di Taranto, dopo aver portato a termine con successo la prima missione di rifornimenti militari in Libia. Durante l'inverno e l'inizio della primavera ci erano state assegnate missioni simili per il Dodecaneso, ma la situazione si era poi invertita: la Grecia si era arresa ed era quindi possibile rifornire Rodi con unità di superficie, mentre la guerra era in una fase cruciale in Libia, dove da circa un mese avevamo riconquistato la Cirenaica grazie all'intervento del Generale Rommel e del suo Afrika Korps.

Purtroppo l'illusione di una guerra rapida era stata cancellata via dagli eventi: dopo la caduta della Francia il conflitto non si era esaurito e, quel che è peggio, gli inglesi ci stavano rendendo la vita difficile sia in Africa sia nel Mediterraneo. Erano passati sei mesi dalla notte di Taranto, ma la ferita era ancora aperta.

Il Comando delle forze dell’Asse aveva richiesto rifornimenti militari in Africa Settentrionale il più possibile vicino alla prima linea. Uno dei porti più vicino al fronte era quello di Derna, che però non era idoneo all'attracco di grandi navi. Si era quindi dato inizio alle prime missioni di rifornimento con l’impiego di sommergibili posamine, vista la capacità di carico che potevano offrire. E a giudicare dagli esiti delle due missioni di posa delle mine, era sicuramente più produttivo impiegare la stiva per il trasporto di materiali e munizioni piuttosto che per il deposito delle mine.

In realtà avevamo sistemato le munizioni ovunque: addirittura nelle cuccette e negli alloggi dell’equipaggio. Eravamo stati un po' più scomodi, ma il viaggio era durato tre giorni e valeva la pena sopportare il sacrificio per sostenere i nostri in prima linea.

Certo non era la stanza dell'Albergo Palazzo di Stresa: la mia luna di miele era terminata solo da poghi giorni e già avevo l'impressione di essere di nuovo in mare da una vita. Un viaggio di nozze quasi itinerante: ci eravamo sposati a Reggio, per poi vedere in una settimana il Lago Maggiore, Genova, Firenze, Roma e Napoli.

Quella però sarebbe stata la mia ultima missione sullo Zoea. Appena rientrato a Taranto avevo ricevuto comunicazione della mia successiva destinazione: la base di Pola per un periodo di tirocinio presso la Scuola sommergibili. Mi dispiaceva lasciare la vita di mare e l'equipaggio, ma mia moglie sarebbe stata felicissima di sapere che non sarei più stato impegnato in missioni di guerra. Anzi, probabilmente l'avrei portata a Pola con me.

A bordo avevamo diverse novità: il nostro ufficiale in seconda, il bolognese Enrico Lambertini, aveva sostituito al comando Bernabò e da inizio febbraio avevamo un nuovo ufficiale di rotta, Amedeo Cacace, un ufficiale di complemento di Sorrento. Era un ragazzo schivo, ma molto schietto e concreto; da quanto avevamo capito nella sua famiglia erano marinai da generazioni.

Avevamo navigato quasi sempre in emersione, senza avvistare né imbarcazioni né aerei nemici.

-          Ninì, prima che ci immergiamo, comunica alla base che arriveremo questa sera alle 6 - mi chiese il comandante.

-          Provvedo immediatamente - risposi.

Estrassi dalla tasca il mio taccuino ed annotai il messaggio per il marconista, che l'avrebbe codificato e trasmesso. Mentre scrivevo, pensavo che era meglio utilizzare il formato orario da 24 ore piuttosto quello da 12 e confondendomi scrissi "arrivo ore 16 e 00". Anziché trasformare le 6.00 del pomeriggio nelle 18.00, avevo scritto 16.00!

Il viaggio proseguì senza imprevisti fino a poche miglia da Taranto, quando segnalammo la nostra presenza per richiedere l'autorizzazione all'ingresso nel porto.

-          Autorizzazione negata - rispose via radio il comando del porto.

In camera di manovra ci guardammo l'un l'altro stupefatti, dal momento che non potevamo immaginare nessun motivo per il quale ci potesse essere vietato l'accesso al porto.

-          Avremo capito male o commesso qualche errore di trasmissione - concluse il comandante, - chiedere conferma.

Il marconista riformulò la richiesta, ma dopo pochi secondi si rivolse di nuovo a noi sconsolato: - Comandante non ci autorizzano. Dicono che non ci possono riconoscere.

-          Passami la radio - ordinò seccato Lambertini affiancandosi al marconista. - Qui è il Tenente di Vascello Enrico Lambertini comandante dello Zoea. Cosa sta succedendo?

Silenzio dall'altra parte. Poi dopo lunghi secondi:

-          Zoea … ci risultate arrivati in rada alle 16.00 ed affondati da velivolo inglese.

-          Cos'è, uno scherzo?

-          Il messaggio ricevuto dallo Zoea annunciava l'arrivo alle ore 16.00 ed esattamente a quell'ora c'è stato un attacco aereo nemico antisommergibile.

-          Capisco - rispose Lambertini, senza capire perché il nostro arrivo fosse previsto per le 16.00 anziché per le 18.00 e allarmato dal fatto che il nemico si era presentato all'appuntamento. - Come posso dimostrarvi che siamo noi? Controllate i miei dati, ecco la mia matricola, luogo e data di nascita…

Si sentì armeggiare con il microfono dall'altra parte, finché si intromise una voce dal marcato accento partenopeo: - Lambertini lascia stare la matricola … chi era il tuo professore di macchine all'accademia?

Il comandante disse il nome. Anche il mio corso l'aveva avuto come insegnante di macchine.

-          E qual era il suo soprannome?

Nessuno studente di quel corso poteva ignorare il soprannome del docente, infatti anche noi lo chiamavamo...

-          Professor Ciccillo! - rispose Lambertini.

-          Vuè, Enrico, ringrazia il Cielo che sto qua io oggi. Siete autorizzati all'ingresso.

Non potevo quasi crederci: la nostra comunicazione era stata intercettata e decodificata dagli inglesi, ma il mio errore nella trascrizione dell'orario ci aveva salvato.

Questa volta più che il signor Bonaventura ringraziai Dio nel mio cuore, pensando a mia moglie: non poteva certo immaginare quanto ero stato vicino a perderla.

 

Tra l'inverno e la primavera del 1941 lo Zoea effettuò tre missioni di rifornimento a Lero, isola del Dodecaneso. Alla fine di aprile la Grecia si arrese e fu quindi possibile riprendere il normale traffico tra Italia ed isole dell'Egeo con naviglio di superficie.

In Libia, quasi interamente conquistata dagli inglesi ad eccezione della Tripolitania nei primi mesi del 1941, l'intervento dell'Afrika Corps del Generale Rommel aveva portato alla riconquista della Cirenaica. Era però necessario far arrivare rifornimenti in prima linea, soprattutto munizioni e carburante: fu quindi avviato un traffico di rifornimento verso Derna impiegando i sommergibili posamine.

Lo Zoea, grazie alla sua grande stiva progettata per ospitare le mine, era in grado di caricare più di 75 tonnellate di munizioni. La traversata da Taranto alla Libia in condizioni normali durava tre giorni scarsi ed avveniva in massima parte navigando in superficie.

Questo racconto dell'errore che probabilmente era stato la salvezza dello Zoea non è databile con sicurezza. Molto probabilmente si riferisce proprio alla missione portata a termine il 20 maggio 1941, perché dai documenti di bordo corrisponde l'orario di arrivo a Taranto, ma potrebbe anche essere accaduto di ritorno da un missione di rifornimento a Lero nei primi giorni di gennaio dello stesso anno, di cui non si conosce con precisione l'orario di arrivo.

Il Tenente Galantino si era sposato il 5 maggio 1941 con la reggiana Maria Santovito, già sapendo che al rientro del viaggio di nozze avrebbe conosciuto la sua successiva destinazione.

 

Edited by Giovanni Patini

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SIGNORE DEL CIELO E DELL'ABISSO

 

Regio Sommergibile ZOEA, 8 agosto 1941

Di nuovo sullo Zoea, pensavo mentre respiravo a pieni polmoni l'aria salmastra del mare aperto. Ero rimasto a Pola per un periodo di due mesi abbondanti, alla fine del quale ero stato di nuovo assegnato allo Zoea. Destinazione che riempiva me di gioia, quanto mia moglie di timore. Per non scontentarla del tutto avevo scelto l'opzione di rimanere nel Mediterraneo che veniva offerta agli ufficiali sposati.

Come soluzione di compromesso, avevamo deciso che dopo Pola mi avrebbe seguito anche a Taranto, in modo da poter stare insieme almeno tra una missione e l'altra. I miei genitori l'avevano accolta a braccia aperte e speravo si potesse trovare bene. Sarebbe rimasta qualche mese e poi sarebbe rientrata a Reggio Emilia in tempo per la nascita del nostro primo figlio. A febbraio sarei diventato padre e questo mi emozionava molto!

Per tutto il mese di giugno lo Zoea aveva continuato le missioni di rifornimento a Derna, tutte concluse con successo, incontrando più difficoltà per le pessime condizioni metereologiche che non per gli attacchi nemici. Da inizio luglio la destinazione era stata poi spostata a Bardia, un porto scarsamente attrezzato e difeso, così piccolo che le navi di superficie non potevano attraccare. Ma Bardia offriva il grande vantaggio di trovarsi ancora più vicino al fronte di guerra rispetto a Derna. In questo modo i trasporti via terra dei materiali scaricati erano ridotti al minimo, anche se questo comportava qualche in rischio in più per noi, che eravamo costretti a seguire rotte più in prossimità del nemico. Eravamo stati il primo sommergibile a sperimentare la nuova destinazione, verso la quale eravamo diretti per la terza volta.

In quella prima missione di agosto eravamo stracarichi di benzina e gasolio: il nostro apporto, per quanto limitato, era di vitale importanza per le truppe dell'Asse in Libia.

Con il mio ritorno allo Zoea avevo trovato come comandante il Tenente di Vascello Alberto Campanella, spezzino, che conoscevo molto bene, dal momento che era stato ufficiale in seconda sotto il comandante Lambertini. Il Tenente di Vascello Rino Erler era il nostro nuovo ufficiale in seconda.

A metà mattina, nonostante il sole già alto nel cielo, stavamo navigando in superficie per poterci muovere più velocemente. Ero in torretta per il mio turno di guardia. All'improvviso una vedetta avvistò un velivolo inglese che stava puntando verso di noi.

Si trattava di un Sunderland: un grande idrovolante con una notevole dotazione di cariche di profondità.

Il comandante accorso immediatamente ordinò ai mitraglieri di prendere posizione sulla false torre.

Non era la prima volta che mi trovavo sotto un attacco aereo mentre ero in navigazione, ma la sensazione era sempre quella di una sgradevole impotenza. L'aereo era il peggior nemico del sommergibile: l'alta manovrabilità del primo contro lo scarso potere di offesa verso l'aria del secondo rendevano il duello assolutamente sbilanciato. Non mi vergognavo a pensare che l'unica valida difesa in quel tipo di scontro fosse l'immersione rapida.

Purtroppo il Sunderland ci aveva sorpreso: arrivava da est, volando a bassissima quota con il sole alle spalle. La vedetta l'aveva individuato quando ormai era troppo tardi. Era talmente vicino che l'immersione non ci avrebbe dato né la sicurezza di sfuggire all'attacco né la possibilità di difenderci rispondendo al fuoco nemico.

Il comandante aveva preso la decisione giusta, l'unica possibile. I nostri mitraglieri, ragazzi eccezionali, aprirono immediatamente il fuoco con le mitragliatrici binate installate sulla falsa torre, cercando di colpire il velivolo o, quanto meno, di far sì che non riuscisse a sganciare cariche di profondità troppo vicino a noi.

Esplosioni a meno di sei metri dallo scafo potevano essere letali per il sommergibile.

Il Sunderland passò talmente basso sopra le nostre teste che il rombo dei suoi motori fu assordante: sentimmo vibrare lo scafo dello Zoea, mentre le mitragliatrici nostre e sue crepitavano. Per nostra fortuna al primo passaggio i colpi del Sunderland erano andati tutti lunghi e non avevano provocato nessun danno a bordo.

Eravamo pronti a vedere l'idrovolante riprendere quota per invertire la rotta ed attaccarci una seconda volta, ma stranamente la sua planata non si fermò: continuò a scendere fino a schiantarsi sulla superficie del mare. Le ali si spezzarono nell'impatto, la fusoliera si ribaltò e si inabissò in pochi secondi.

I mitraglieri guardavano attoniti e quasi increduli le onde che avevano così rapidamente sommerso il velivolo con il suo equipaggio. Non potevo dire cosa fosse accaduto esattamente: difficilmente si era trattato di un errore del pilota, più probabilmente era stato colpito lui o un punto nevralgico del bombardiere.

Neanche il tempo di renderci conto di essere fuori pericolo, che la vedetta gridò un nuovo allarme.

Il comandante comprese subito che pretendere di abbattere due aerei sarebbe stato chiedere troppo al nostro santo protettore, mentre era ancora possibile immergerci dal momento che il nuovo velivolo non era così vicino: - immersione rapida!

Mentre osservavo con il binocolo il velivolo in avvicinamento, che dalla sagoma mi sembrava un bombardiere Bristol Blenheim, ad uno ad uno tutti i marinai presenti in falsa torre si tuffarono nel boccaporto. Probabilmente l'affollamento dovuto alla presenza dei mitraglieri fece sbagliare l'ordine di ingresso. Io ero il penultimo a scendere, ma chi doveva seguirmi e chiudere il portello mi aveva invece preceduto con il risultato che fui investito da una cascata d'acqua.

Eravamo già completamente immersi quando lo scafo fu scosso dalla prima carica di profondità.

Mi trovavo in camera di manovra, ancora bagnato fradicio per la doccia di poco prima. Il comandante chiese se c'erano avarie, ma le risposte furono tutte negative.

Seconda esplosione. Non ero in grado di capire a che distanza da noi fosse esplosa la bomba: a più di sei metri dal momento che eravamo ancora vivi, ma non molto più lontano a giudicare dall'onda d'urto che ci aveva investito.

-          Ferma le macchine - ordinò il comandante.

Tutti i marinai lo guardarono sorpresi. Non che si potesse sperare di fuggire da nessuna parte, ma rimanere fermi dava l'impressione di aumentare il rischio di essere colpiti.

Campanella rispose alla domanda che nessuno aveva pronunciato ad alta voce: - speriamo che creda che stiamo proseguendo la nostra rotta in immersione.

Eravamo tutti muti e immobili, coscienti della nostra vulnerabilità. Ognuno di noi a chiedersi se erano giunti gli ultimi istanti delle nostre giovani vite.

Le cariche di profondità continuavano a scuoterci, ad intervalli abbastanza regolari, qualcuna più vicina altre più lontane. Mi immaginavo il bombardiere che volava in tondo a coprire un'area sempre più ampia, sganciando bombe alla cieca, ma nella certezza della nostra presenza lì sotto.

Qualcuno si era fatto il segno della croce, altri muovevano le labbra in una muta preghiera, tutti attendevano il momento fatale con serenità e dignità.

Un'altra esplosione. Un'altra ancora.

Una moglie sposata da tre mesi e la notizia di un figlio in arrivo appresa proprio alla vigilia di quella missione: "Signore del cielo e dell'abisso" invocai nel mio cuore, come recitava la preghiera del marinaio.

Ancora un'esplosione.

I secondi passavano; aspettavamo con ansia l'esplosione successiva.

-          Questo si è finito le bombe - mormorò l'ufficiale di rotta, rompendo per un attimo il silenzio.

Altri secondi e nessuno accennava a parlare e neanche a muoversi, tutti increduli che il bombardiere avesse esaurito il suo attacco.

Finalmente il comandante riprese a impartire i suoi ordini, con naturalezza, come se non fosse successo niente, riportandoci tutti alla realtà dopo quell'incubo che ci aveva tenuto sospesi tra la vita e la morte. Facevamo quasi fatica a crederlo: miracolosamente uscivamo indenni dall'attacco.

Ci pensò un marinaio a cancellare definitivamente l'atmosfera d'ansia che ci aveva attanagliato fino a quel momento, declamando: - Qui continua l'avventura del signor Bonaventura!

 

 

 

Dopo le numerose missioni a Derna, il 6 luglio 1941 l’ammiraglio Weichold, ufficiale di collegamento della Kriegsmarine in Italia, trasmise alla Marina Italiana i ringraziamenti dell’Afrika Korps per i rifornimenti trasportati, che seppur limitati in quantità si erano dimostrati preziosissimi. Weichold propose di incrementare l'attività dei sommergibili e di inviarli a Bardia, località ancora più vicina alla prima linea.

Supermarina approvò la nuova destinazione, che fu raggiunta per la prima volta dallo Zoea la sera del 7 luglio. La nuova rotta prevedeva tra andata e ritorno circa milleduecento miglia di navigazione, delle quali meno di un centinaio venivano di solito percorse in immersione.

Il 6 agosto 1941 lo Zoea salpò da Taranto carico di un totale di 2750 latte tra benzina e gasolio.

Alle 10.00 del giorno 8 fu attaccato da un Sunderland, un idrovolante inglese, riuscendo però ad abbatterlo. Per questo motivo il comandante Alberto Campanella fu decorato al valor militare con la motivazione "comandante di sommergibile attaccato ripetutamente in superficie da aerei nemici, reagiva con tempestiva e vigorosa azione alla violenta offesa dell'avversario, dimostrando una severa preparazione bellica ed elevate virtù militari. Impegnato in un serrato combattimento contro un grosso apparecchio da bombardamento, che attaccava la sua unità a bassa quota, apriva un violento e preciso tiro con le mitragliatrici di bordo riuscendo ad abbattere l'aereo nemico". Mediterraneo Orientale, agosto 1941.

Il Sunderland fu impiegato dagli inglesi nei teatri operativi costieri, soprattutto in attacchi contro i sommergibili. Oltre a poter trasportare una grande quantità di cariche di profondità, disponeva di un poderoso armamento difensivo dislocato in una torretta di prua, una di poppa ed in due postazioni dorsali, tanto che i piloti della Luftwaffe lo chiamavano porcospino per la sua capacità di difendersi da qualsiasi aggressione.

Il suo abbattimento da parte dello Zoea fu uno dei rari casi in cui un sommergibile italiano riuscì ad abbattere questo tipo di velivolo.

Il sopraggiungere di un secondo aereo nemico obbligò il sommergibile all'immersione: nella sua testimonianza Galantino raccontava che il sommergibile si era immerso, senza proseguire la rotta, ma rimanendo immobile. L'impressione fu che il bombardiere compisse giri circolari sempre più ampi intorno al punto in cui lo Zoea si era immerso, probabilmente supponendo una manovra evasiva della Zoea, fino ad esaurire tutto il suo carico di bombe di profondità.

Il Tenente di Vascello Alberto Campanella, comandante dello Zoea, fu decorato al valor militare anche per le missioni compiute con la motivazione comandante di sommergibile, destinato a missioni di rifornimento, senza sostare nella dura fatica, portava la sua unità più volte alla difficile meta, contrastando l'offesa nemica e la frequente inclemenza del tempo. Dimostrava entusiastica dedizione al servizio e sereno ardimento in queste missioni che, coll'ausilio portato, contribuivano al successo delle altre Forze armate. Mediterraneo Centrale, giugno - settembre 1941".

Anche il Tenete di Vascello Rino Erler, ufficiale in seconda, ricevette due decorazioni con analoghe motivazioni.

Edited by Giovanni Patini

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Qualcuno esperto di tattica, mi può dire se quanto scritto quando scrivo che Campanella ordine di fermare il sommergibile può avere senso? Io ricordo che mio nonno mi raccontava che mentre l'aereo continuava a lanciare cariche di profondità il sommergibile era immobile, ma non so quale fosse il motivo tattico.

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Beh, Giovanni, qui leggo che il Comandante Campanella disse che sperava che il nemico credesse che lo Zoea stesse continuando l'orignaria rotta in immersione. 

In questo modo, senza più contatto visivo, l'aereo avrebbe sganciato le cariche davanti al battello e non sopra ad esso, con maggiori possibilità di salvezza per quest'ultimo.

 

Poi, non è noto il perché lo Zoea abbia continuato a rimanere immobile anziché intraprendere una manovra evasiva in un'altra direzione, ma in fin dei conti questa si è rivelata la scelta corretta.

Il Comandante Campanella ha avuto ragione, questo è ciò che conta.

 

 

 

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Ti ringrazio per la risposta. Del fatto che lo Zoea fosse fermo sono abbastanza sicuro, fidandomi della parole di mio nonno. Del fatto che lo fosse per lasciar credere al nemico di avanzare in immersione l'ho inventato io, perchè purtroppo non gliel'ho mai chiesto. Mi domando se ci potessero essere altri motivi per adottare questa tattica (a me viene in mente solo questo, ma non sono un marinaio). Mio nonno mi raccontava che la sua sensazione era che l'aereo facesse giri circolari sempre più larghi intorno al punto in cui si erano immersi, forse proprio pensando ad una manovra evasiva della Zoea. Però lui stesso non ne aveva la certezza. Ovviamente non pretendo di trovare la verità, ma vorrei solamente che il mio testo fosse verosimile e non raccontasse cose assurde.

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In guerra ogni tattica inconsueta puo portare vantaggio. NOn è scritto da nessun parte che può funzionare ma, stavolta ha funzionato. manca un dato importante, però: a quale quota si erano immersi? Probabilmmente ootre i 60/80 metri perchè il Mediterraneo sa essere molto trasparente

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In effetti mi sono sempre chiesto a quale quota di immersione un sommergibile non è più visibile ad un aereo ... immagino dipenda da vari fattori, come lo stato del mare, l'inclinazione dei raggi del sole e cose simili, giusto?

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Anche dal mare stesso e dala sua limpidezza, sembra che in mar Rosso i nostri battelli fossero visibili ben oltre i 60 metri di profondità a seconda dgeli altri fattori che giustamente citi

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VENTUNO PESCISPADA E CINQUE PICCHE

 

Regio Sommergibile ZOEA, 11 novembre 1940

Di rientro dal minamento di Haifa avevamo incrociato un sommergibile inglese che aveva tentato di speronarci, ma con un'abile manovra evasiva il comandante Bernabò era riuscito a riportarci alla base sani e salvi.

I marinai erano sempre più convinti che la fortuna, rappresentata dall'immagine del Signor Bonaventura dipinta sulla falsatorre, ci stesse fornendo una protezione speciale.

Da quel 22 ottobre, giorno del nostro rientro a Taranto, non ci erano più state affidate missioni: al di là dei necessari interventi di manutenzione, probabilmente il comando stava valutando in modo approfondito il bilancio tra vantaggi e rischi conseguenti alle missioni di posa delle mine, anche alla luce dei vari incidenti occorsi.

Questo non significava essere in congedo o a riposo: ogni giorno eravamo impegnati in mare per continue esercitazioni, in attesa di ricevere istruzioni per un'eventuale nuova missione.

A fine ottobre Bardelli era passato al Brin, destinato a Betasom, ed io avevo preso il suo posto come direttore di macchina. Ero al tempo stesso fiero ed intimorito da questa grande responsabilità, ma avevo avuto il miglior maestro che avessi potuto desiderare.

Nei momenti di tranquillità il passatempo di noi ufficiali a bordo era il gioco del bridge. I più appassionati eravamo io e Bernabò, ma anche i colleghi non disdegnavano qualche partita nei momenti di tranquillità. Quello straordinario gioco di carte, basato più sulla matematica ed il ragionamento logico che non sulla casuale distribuzione delle carte, faceva parte della formazione di qualunque allievo dell'accademia ufficiali. Io poi avevo avuto la fortuna di approfondirne la conoscenza e migliorare le mie capacità a bordo del Brin, dove il comandante Longanesi era più che un appassionato un vero maestro.

Mancava poco più di un'ora alla mezzanotte ed eravamo in rada nel Mar Grande di Taranto. Altri sommergibili si trovavano intorno a noi, tra cui il nostro gemello Atropo, mentre più verso terra erano all'ancora la Vittorio Veneto e la Littorio, le navi da battaglia più prestigiose della nostra flotta, entrate in servizio da pochi mesi.

La rada era particolarmente affollata, perché erano presenti anche altre grandi unità: l'Andrea Doria, arrivata solo un paio d'ore prima, la Caio Duilio, la Conte di Cavour, la Giulio Cesare. Praticamente il grosso della flotta era a un tiro di cannone da noi.

Nonostante Taranto si fosse improvvisamente ritrovata vicino al fronte di guerra, visto che da meno di due settimane avevamo invaso la Grecia, e risultasse quindi esposta ad eventuali offensive inglesi, costituiva con le basi di Tripoli e Tobruch i punti chiave da cui la nostra marina poteva presidiare il Mediterraneo Centrale, il mare nostrum tra Italia e Libia.

Immerso nei miei pensieri, mi ero attardato sulla falsa torre: per essere novembre non era freddo e la leggera brezza che soffiava sul mare era solo un ricordo delle forti raffiche di vento del giorno prima. La luce riflessa dalla luna non ancora piena rischiarava tutto il golfo e verso est vedevo le rassicuranti sagome delle nostre corazzate.

Da terra i proiettori antiaerei sondavano instancabilmente il cielo: non molti in verità, ma d'altra parte l'ipotesi di un attacco aereo massiccio era piuttosto remota. I due Mari di Taranto erano ben difesi da batterie contraeree, palloni aerostatici di sbarramento e reti parasiluri.

Durante la serata le sirene dell'allarme aereo avevano fatto sentire il loro lugubre suono almeno tre volte, ma si era visto solo un idrovolante della RAF volare ad alta quota, fuori dalla portata della nostra contraerea.

Mentre ero ancora lì, indeciso se scendere sottocoperta o prendere ancora un po' d'aria, ecco che per la quarta volta risuonò l'allarme e contemporaneamente una batteria iniziò a far fuoco contro il cielo.

Il comandante arrivò immediatamente sul ponte e per qualche minuto rimanemmo lì ad osservare il cielo e gli altri battelli, per cercare di capire cosa stesse succedendo.

All'improvviso il Mar Grande su tutto il tratto della costa orientale venne illuminato a giorno da numerosi bengala lanciati da velivoli nemici. Rispetto alla nostra posizione era come se qualcuno avesse calato un sipario luminoso dietro le nostre corazzate, facendone risaltare più che mai le sagome nere.

Contemporaneamente un bombardiere ad alta quota sganciò alcune bombe, che esplosero sull'acqua senza fare nessun danno.

-          Un bombardiere in incursione? - domandai più a me stesso che al comandante.

-          Probabile - commentò lui, che come me osservava con una certa apprensione le grandi navi da battaglia della nostra flotta.

Poco dopo ci rendemmo finalmente conto di quello che invece stava accadendo realmente.

-          Aerosiluranti! - gridò il marinaio di vedetta che sorvegliava il cielo verso Sud Ovest e che non si era lasciato distrarre dalle manovre nemiche.

Il comandante ordinò l'immersione rapida e mentre ci precipitavamo sotto coperta, ebbi appena il tempo di vedere i primi Swordfish, che planavano a bassissima quota diretti verso di noi o, più probabilmente, verso le corazzate alle nostre spalle.

Mentre i flutti si richiudevano sopra di noi udimmo due forti detonazioni: quei maledetti "pescespada" avevano fatto centro.

I marinai erano tutti all'erta, anche quelli nel turno di riposo. In realtà noi ufficiali riuniti in camera di manovra eravamo relativamente tranquilli della nostra sicurezza, dal momento che il nostro battello era un obiettivo trascurabile rispetto alle altre unità ancorate nel golfo, senza pensare che una volta immersi saremmo stati completamente invisibili nel mare scuro della notte.

Ma tutto l'equipaggio era in ansia per il resto della flotta e disorientato dalla tattica degli inglesi: da dove erano decollati gli aerosiluranti che avevamo visto arrivare da Sud Ovest?

Le esplosioni si susseguivano e noi non avevamo nessuna possibilità di intervenire: in una battaglia navale avremmo potuto dare il nostro contributo, ma contro un'offensiva portata dal cielo eravamo del tutto impotenti.

Un marinaio aveva preparato alcuni caffè: la notte si prospettava lunga.

-          Giovanni, un po' di latte? - mi offrì Bernabò, mentre macchiava il suo caffè.

-          No, grazie. Sono stato allattato da mia madre fino a tre anni suonati e da allora non ne ho più bevuto.

Il comandante scoppiò a ridere: - A tre anni? Allattato al seno?

-          Strano, vero? Mi ricordo ancora che una volta volevo farmi allattare in treno ed un passeggero seduto nel nostro scompartimento mi aveva deriso, vista la mia età. Forse quella è stata proprio l'ultima volta.

-          Quando hai finito il caffè, prepara le carte che ci facciamo una partita - disse Bernabò.

Una partita di bridge sotto un attacco nemico non l'avevo ancora mai provata, ma d'altra parte non c'era modo di renderci utili.

Giuseppe e Pier Vittorio si unirono a noi, intorno al tavolo del quadrato ufficiali.

All'inizio mi fu molto difficile trovare la concentrazione, ma mi resi conto che quella partita era essenzialmente un messaggio per tranquillizzare l'equipaggio. Se i marinai vedevano noi quattro giocare serenamente a carte, significava che non c'era motivo di preoccuparsi.

Dopo mezz'ora ebbi l'impressione che le esplosioni fossero cessate: probabilmente in quel momento si stava iniziando la conta dei danni ed il soccorso dei feriti.

Noi andavamo avanti con la nostra partita: non aveva senso riemergere in quel momento senza la certezza che l'attacco si fosse esaurito.

Come volevasi dimostrare, neanche il tempo di un giro completo di tavolo e ripresero le esplosioni.

A quel punto tanto valeva giocare una partita completa: cioè cambiare compagno ad ogni partita e poi considerare il punteggio accumulato da ognuno per determinare il vincitore.

Al primo giro ero andato sotto di un bel po', forse a causa della situazione di gioco insolita, ma al terzo giro avevo recuperato gran parte dello svantaggio iniziale e puntavo a raggiungere Bernabò che era in testa.

All'ultimo giro ero in coppia con Giuseppe e, in seconda manche, mi trovavo in mano una tricolore forte con chicane a fiori. Le esplosioni dovevano ormai essere cessate da un po'.

Chiudemmo la licita a cinque picche, perché purtroppo non avevamo intravisto la possibilità di andare a slam. Potevo accontentarmi ugualmente: rispettando il contratto sarei arrivato secondo.

Bernabò alla mia sinistra giocò la sua carta; Giuseppe, che era il morto, depose le sue carte sul tavolo, che erano esattamente come me le aspettavo. Un rapido calcolo a mente ed ero già sicuro che avevamo chiamato giusto: c'era la possibilità concreta di fare le undici prese a picche, ma non di più.

Terminammo la partita secondo le previsioni e, terminato il conteggio dei punti, ci accorgemmo che avevamo proprio fatto le ore piccole.

Il comandante diede l'ordine di portarsi a quota periscopio.

-          Mio Dio! - mormorò quando lo puntò verso oriente.

Non potevamo scorgere l'espressione di Bernabò che era nascosta dal visore del periscopio, ma quelle due sole parole erano state sufficienti a raggelarci. Nessuno osava fare domande.

La spiegazione giunse dopo qualche istante di silenzio - La Cavour, deve essere lei se mi ricordo la sua posizione, è completamente su un fianco. Anche la Littorio è stata colpita, direi. E mi sembra … - lasciò per un attimo la frase in sospeso per cercare di capire meglio - c'è una nave incagliata davanti alla passeggiata del lungo mare… sì, è la Duilio…

Giuseppe sospirò desolato di fronte a quel bollettino di guerra: - Tre corazzate danneggiate… - commentò.

-          Due danneggiate. La Cavour è più affondata che danneggiata - precisò il comandante.

La metà delle nostre navi da battaglia più importanti annientata in un solo attacco aereo: come era possibile?

-          Ci sono anche degli incendi a terra, forse i depositi di carburante - continuò ad aggiornarci.

Eravamo tutti annichiliti: solo il giorno prima vedevamo schierato davanti a noi l'orgoglio della marina e a distanza di poche ore sembrava fossero rimasti solo dei relitti. Quanto avrebbe potuto condizionare la guerra quel disastro?

Intanto il comandante, sempre al periscopio, stava completando il giro d'orizzonte.

-          Che mi venga un accidenti!

-          Comandante? - chiesi senza riuscire a capire il tono di quelle parole, che non era più di costernazione, ma neanche di allarme.

-          Emersione! - ordinò. Poi staccò gli occhi dal periscopio e continuò - Ci sono i motoscafi dei soccorsi che ci stanno cercando!

Il comandante fu il primo ad uscire sul ponte: l'equipaggio di uno dei motoscafi stava osservando pietrificato lo Zoea che era emerso all'improvviso e così vicino. Adesso che eravamo all'aperto, si udivano chiaramente le sirene dei vari mezzi che si muovevano lungo la costa impegnati nei soccorsi.

-          Zoea? State bene? - chiese una voce al megafono.

-          Sì, tutto bene! - rispose Bernabò.

-          C'è il comandante?

-          Sono io!

-          Bernabò, maledizione! E' un'ora che vi stiamo cercando! Già vi avevo segnato come dispersi!

   

Quando il Capitano del Genio Navale Umberto Bardelli aveva lasciato lo Zoea, nell'ottobre del 1940, il Tenente Giovanni Galantino aveva preso il suo posto. Il Direttore di Macchina era responsabile a bordo del sommergibile del funzionamento e della manutenzione degli impianti meccanici ed elettrici, inclusi quelli relativi alla propulsione meccanica, il che lo rendeva nella gerarchia di bordo il secondo ufficiale per importanza dopo il comandante e addirittura prima del comandante in seconda.

L'attacco portato dagli inglesi alla flotta italiana durante la notte tra l'11 e il 12 novembre 1940 è ricordato come "la Notte di Taranto" o "la Notte dei pescispada", dal nome inglese degli aerosiluranti impiegati. Fu il primo attacco aereo della storia lanciato da una portaerei e causò grandissimi danni ad unità fondamentali della Regia Marina. La tattica inglese, così innovativa, fu poi ispirazione per l'attacco giapponese a Pearl Harbour portato a termine alla fine dell'anno successivo.

In effetti il porto di Taranto non era così difeso come poteva sembrare: mancava un apparato radar per rilevare in anticipo eventuali aerei in avvicinamento, i proiettori avevano una scarsa portata, la difesa tramite reti anti siluro non era completa e molti palloni di sbarramento erano stati strappati dal mal tempo dei giorni precedenti.

D'altra parte si riteneva che un attacco di aerosiluranti fosse tanto improbabile quanto reso inefficace dai bassi fondali.

Ma gli inglesi riuscirono a condurre l'attacco dalla portaerei Illustrious con aerosiluranti Swordfish (pescespada in inglese) che volando a bassa quota riuscirono a far passare il loro unico siluro tra fondale e rete di protezione, esplodendo sotto lo scafo delle navi grazie all'innesco magnetico che era stato aggiunto a quello a percussione.

Pochi minuti prima delle 23.00 iniziò la prima ondata: due velivoli illuminarono la costa orientale di Mar Grande con numerosi bengala, un bombardiere sgancia bombe da alta quota per attirare il fuoco della contraerea e gli aerosiluranti a volo radente prendono di mira le grandi unità. Vengono colpite la Cavour e due volte la Littorio. La prima ondata durò quaranta minuti.

Neanche venti minuti dopo, nel caos dei soccorsi, arrivò la seconda ondata: illuminate da numerosi bengala furono colpite la Duilio e, ancora una volta, la Littorio. Di undici siluri lanciati solo cinque andarono a segno, ma sufficienti ad affondare la Cavour e danneggiare gravemente la Littorio e la Duilio, che si salvò dall'affondamento grazie alla manovra del suo comandante che la portò ad arenarsi davanti al lungomare.

Questa battaglia non decise da sola le sorti della seconda guerra mondiale, ma ribaltò il rapporto di forze nel Mediterraneo, condizionando per tutto il conflitto la strategia della marina italiana, e dimostrò la potenzialità offensiva delle portaerei.

Edited by Giovanni Patini

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LO SMERALDO DI ZIA MARIA

 

Regio Sommergibile ZOEA, 11 luglio 1942

Eravamo da poco salpati da Tobruk diretti verso Taranto, di ritorno dall'ennesima missione di rifornimento. Nell'ultimo anno avevo navigato molto poco: per la gioia di mia moglie avevo passato molto più tempo in arsenale che non in mare.

A fine ottobre 1941 infatti lo Zoea era accidentalmente affondato in porto a Taranto durante i lavori di manutenzione. Il tubo posamine di dritta si era aperto, non si sapeva ancora bene per quale motivo, causando l'allagamento dello scafo.

Quando arrivammo sul molo, ci trovammo davanti solo le camicie dei periscopi che emergevano dall'acqua: un disastro! Ci saremmo messi a piangere: nessuno di noi aveva minimamente pensato al fatto che una sospensione temporanea delle missioni ci avrebbe esposto meno ai pericoli.

Le missioni erano riprese da circa un mese, con i consueti trasporti di rifornimenti alle nostre forze in Libia.

I comandanti continuavano a susseguirsi: dopo Campanella era venuto il turno del Tenente di Vascello Rino Erler, originario della provincia di Treviso, precedentemente nostro ufficiale in seconda e per questo motivo immediatamente a suo agio con il battello e con l'equipaggio.

Il mare era calmo e mi stavo godendo la brezza serale, dopo l'incidente che mi era capitato quel giorno.

Eravamo arrivati a Tobruk alle 7 del mattino e non saremmo ripartiti che dodici ore dopo, quindi avevo pensato di passare qualche ora in città, soprattutto per andare al mercato dove avevo comprato qualche banana. Il sapore che avevano le banane in Libia era qualcosa di unico.

Mentre tornavo al porto appena dopo l'ora di pranzo, sotto un sole che sembrava sgretolare le pietre e con il sudore che mi scendeva a rivoli, mi ero stupidamente tolto il berretto.

Pochi passi ed ero crollato a terra tramortito.

Per fortuna pochi passi dietro di me erano sopraggiunti due marinai dell'equipaggio, che mi avevano sollevato di peso e portato fino al porto. Lì, ancora semisvenuto, mi avevano disteso in una cella frigorifera per la conservazione degli alimenti. Terapia d'urto: o ci rimanevo secco o mi riprendevo. Mi ero ripreso.

-          Vedi che mare, pare uno smeraldo! - disse Amedeo, l'inossidabile ufficiale di rotta, ammirando la superficie appena increspata dell'acqua.

-          Sì, lo smeraldo di zia Maria - risposi.

-          Quale smeraldo?

Mi accesi una sigaretta: - è una lunga storia.

-          Racconta, non abbiamo fretta.

Iniziai a narrare quell'incredibile storia di famiglia. Negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia mio nonno, anche lui tarantino, era mercante di spezie: le acquistava al porto di Brindisi per rivenderle al mercato della propria città.

Nel tragitto, che veniva compiuto a dorso di mulo, il mercante attraversava i territori controllati da Cosimo Mazzeo, meglio noto come Pizzichicchio, il più celebre brigante della zona.

Il nonno pagava un regolare pizzo al brigante e quindi nulla aveva da temere lungo il viaggio.

Un giorno che come di consueto arrivava da Brindisi con alcuni muli carichi di merce, venne però fermato da due briganti della banda di Pizzichicchio, che non riconoscendolo, dopo averlo legato e bendato, lo portarono in una delle grotte utilizzate come rifugio. In attesa del rientro del capo, il mercante non venne maltrattato ma solamente gettato a terra, sempre legato e bendato.

Il mercante era tranquillo che Pizzichicchio avrebbe sistemato la questione e, in attesa del suo arrivo, cercando di sistemarsi in una posizione per quanto possibile comoda, sentì un sasso di forma strana che gli premeva contro la schiena. Sempre con le mani legate e senza potere vedere di cosa si trattasse, infilò il sasso nella tasca posteriore dei pantaloni.

Quando rientrò al rifugio, Pizzichicchio, da uomo d'onore qual era, si scusò immensamente con il mercante e diede una lavata di testa ai suoi uomini, ai quali ordinò di scortare fino alle porte di Taranto quello che doveva essere considerato un ospite e non un prigioniero.

Appena la scorta ebbe esaurito il compito assegnato e si fu congedata, il nonno, che moriva letteralmente dalla curiosità, esaminò la natura del sasso raccolto nella grotta: si trattava di uno splendido smeraldo, evidentemente appartenente al bottino della banda di briganti.

Il mercante fece incastonare questo smeraldo da un gioielliere di Taranto in un anello d'oro per sua figlia, cioè mia zia Maria.

Zia Maria, rimasta nubile, negli anni successivi alla grande guerra donò l'anello al padre spirituale, un sacerdote della diocesi di Taranto.

Quel sacerdote, seppur così stimato da zia Maria, non era quel che si dice uno stinco di santo e di lì a poco regalò a sua volta l'anello al vescovo per farsi perdonare l'ennesima scappatella.

Terminato il racconto rimasi in silenzio.

-          Finisce così? - chiese Amedeo che mi aveva ascoltato con attenzione per tutto il tempo.

-          Sì, Amedeo, finisce proprio così: credo che l'anello adesso sia nel tesoro del Duomo di Taranto.

-          Eh, che peccato! Allora tiene ragione il proverbio!

-          Quale proverbio? - domandai.

-          A casa del ladro non si ruba! Anzi dovrai espiare il tuo peccato!

-          Signore, non si preoccupi - intervenne una vedetta livornese, senza staccare gli occhi dal binocolo, - che c'è pure il detto: chi ruba a un buon ladron, ha cent'anni di perdon.

 

 

Nell'ottobre del 1941 lo Zoea, oltre all'ordinaria manutenzione, subì anche alcuni lavori di modifica, tra cui l'installazione di un nuovo cannone a proravia della torretta in sostituzione del vecchio, che era invece sistemato sulla parte posteriore della torretta stessa. Si trattava di una posizione pensata per consentire di sparare anche in condizioni metereologiche avverse, ma che in realtà si era dimostrata piuttosto inefficace. Lo Zoea comunque non aveva mai cannoneggiato nessuna imbarcazione nemica, così come non aveva mai utilizzato i propri siluri. Le uniche arme utilizzate erano state le mine, la cui posa aveva comportato notevoli rischi, e le mitragliatrici binate con cui era stato abbattuto un Sunderland.

Durante i lavori, mentre si trovava all’ormeggio della banchina sommergibili di Taranto, lo Zoea era affondato. Per un difetto o per un'errata manovra, mentre a bordo erano presenti solo alcuni tecnici, si era aperto il portello del tubo posamine di dritta causando il lento allagamento del sommergibile.

 A nulla servì l'intervento del maggiore del Genio Navale Festuccia, accorso dal suo sommergibile, il Saint Bon, per tentare di chiudere i portelli.

Una volta rimesso in efficienza lo Zoea riprese a fare la spola tra Taranto e la Libia, per il trasporto di carburanti e munizioni.

Nel 1942 era ancora in corso la campagna del Nord Africa, nota come Guerra nel Deserto: nel mese di maggio le forze dell'Asse guidate dal generale Rommel avevano riconquistato Tobruk e le missioni di rifornimento erano più che mai necessarie.

Galantino raccontò l'episodio del malore dovuto ad un colpo di sole di ritorno dal mercato di Tobruk. Non è possibile stabilire la data con certezza, ma con ogni probabilità accadde nel luglio o nell'agosto 1942, durante una delle missioni in cui lo Zoea rimase nel porto libico durante tutta la giornata.

 

 

 

Edited by Giovanni Patini

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Grazie a te e a tutto il gruppo per avermi dato ospitalità e per tutti i suggerimenti e le informazioni che mi avete fornito nelle varie discussioni di questo bellissimo forum!

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SALAMI, TOPI ED ALTRE STORIE

 

Regio Sommergibile ZOEA, 19 luglio 1942

La guerra nel deserto continuava ad attraversare alterne fortune: la straordinaria abilità di Rommel consentiva alle truppe tedesche ed italiane di raccogliere brillanti successi, nonostante il nemico fosse superiore sia numericamente sia materialmente.

Il nostro contributo era preziosissimo per compensare almeno in minima parte la carenza di carburante e di munizioni che affliggeva le forze dell'Asse. Dopo Tobruk avevamo riconquistato anche El Alamein respingendo gli inglesi in Egitto.

Purtroppo era svanita l'illusione che la guerra sarebbe stata una rapida e vittoriosa formalità al seguito dell'alleato tedesco, utile ad assicurarci il nostro posto di vincitore al tavolo della pace. D'altra parte il mantenimento di una posizione neutrale, sul modello spagnolo, sarebbe stato impossibile: gli inglesi non ce l'avrebbero mai consentito, vedendoci come diretti rivali per la supremazia nel Mediterraneo e nell'Africa Settentrionale.

Due anni di guerra iniziavano a farsi sentire, ma in ogni caso noi eravamo chiamati a compiere il nostro dovere fino in fondo, ognuno al meglio delle proprie capacità.

Con il comandante Erler facevo il possibile per mantenere alto il morale dell'equipaggio, che d'altra parte rispondeva bene e si dimostrava sempre molto pronto e collaborativo.

Eravamo salpati da Taranto diretti ancora una volta a Tobruk. Appena rientrati da quella missione, avrei finalmente avuto un breve periodo di licenza e poi avrei ricevuto la mia nuova destinazione.

Ero già stato informato che avrei ricevuto un addestramento in vista di nuovo eventuale incarico. Per quanto ci pensassi ancora non mi era chiaro quale potesse essere: forse di nuovo un impiego in arsenale, come ingegnere ormai esperto di macchine di sommergibili? O qualcosa di completamente diverso ed inaspettato?

Mentre stavo terminando la mia cena nel quadrato ufficiali assorto nei miei pensieri, sentivo la voce del comandante che catechizzava i nuovi membri dell'equipaggio in camera di lancio avanti: - e ricordate che è vietato dormire senza scarpe! Se vi azzardate a farlo, ve la vedrete direttamente con me, oltre a ritrovarvi i piedi sanguinanti rosicchiati dai topi! Provate a marcare visita, se siete stati così stupidi da trasgredire ai miei ordini!

Quello dei topi era uno dei tanti problemi che ci affliggeva: il battello ne era infestato e le operazioni di derattizzazione si erano dimostrate inefficaci. Nonostante il sommergibile venisse imbottito di gas velenoso, quelle bestie si infilavano nei tubi del sistema di areazione riuscendo in gran parte a sopravvivere, ad eccezione delle ultime due o tre che avevano fatto da tappo.

Tra l'altro il morso del topo doveva essere leggerissimo, perché nessun marinaio l'aveva avvertito durante il sonno, salvo poi non riuscire ad appoggiare i piedi per terra per via delle ferite una volta sveglio.

-          Li hai catechizzati per bene, eh, Rino? - dissi con un mezzo sorriso ad Erler quando mi raggiunse nel quadrato ufficiali.

-          E speriamo che nessuno dei nuovi soffra il mal di mare - rispose preoccupato, - da qui alla Libia le previsioni danno solo tempesta. Toccherà navigare più che altro in immersione.

Mi alzai per riporre il piatto sporco - beh, tutto sommato è più sicuro, anche se ci metteremo il doppio del tempo.

-          Sì, infatti. Le provviste comunque sono sufficienti, ma non navighiamo nell'abbondanza. Non so cosa darei per un bel risotto al radicchio - sospirò.

-          Radicchio trevigiano, ovviamente - osservai, ben sapendo che Erler era originario della provincia di Treviso.

-          Chiaro! - confermò ridendo.

Dopo qualche istante di meditazione ripresi - Sai cosa ci vorrebbe, invece? Uno di quei bei salami di Lambertini!

Erler si incuriosì subito: - quale salame?

Misi a preparare il caffè e iniziai a raccontare.

-          Durante la primavera dell'anno scorso, in marzo o forse in aprile. Tu ovviamente non eri ancora con noi.

Era solo un anno prima, ma quei tempi mi sembravano già parte della storia: - Enrico Lambertini era il comandante dello Zoea, Amedeo Cacace era il nuovo l'ufficiale di rotta ed io il direttore di macchina.

-          Ormai tu sei un pezzo dello Zoea - commentò lui.

-          Già - risposi pensieroso, sapendo invece che quella sarebbe stata l'ultima missione. - Eravamo arrivati a Lero in mattinata, con qualche ora di ritardo rispetto al previsto, a causa del mare grosso. Iniziamo a scaricare i rifornimenti e poco dopo arriva il battello che è salpato da Taranto un giorno dopo di noi. L'altro comandante era stato compagno di corso in accademia di Lambertini, così lui lo invita a pranzo da noi.

-          Altri tempi … - commentò Erler.

-          Hai ragione, altri tempi. Ci sediamo proprio qui, intorno a questo tavolo, e cominciamo a mangiare: un po' stretti, come puoi immaginare, con gli ufficiali più giovani che si servono in piedi. A un certo punto Lambertini, che come sai è emiliano, chiede ad Amedeo di andare nella sua cabina a prendere un salame che tiene custodito nella sua valigia per un'occasione speciale. Amedeo va nella cabina, recupera questo salame, prende il coltello, ma non sa dove appoggiarsi per affettarlo.

-          Immagino, se eravate tutti qui e con un ospite a pranzo.

-          Ma Amedeo da buon napoletano, non si ferma davanti a niente, quindi apre quella porta lì - indicai la porta e già mi veniva da ridere.

-          La porta della ritirata? - chiede Rino incredulo.

-          Sì, esatto, e si mette ad affettare il salame sulla tavoletta del … - scoppiai a ridere ricordando la scena del pranzo di gala, con ospite d'onore e salame preparato in quel modo.

Anche Rino rise di gusto: - io me lo mangerei ugualmente.

-          Ah, sì, sì, infatti nessuno si è tirato indietro: era uno spettacolo di salame Felino! Un profumo che ancora me lo ricordo!

Con Erler mi trovavo molto bene: non era il più esperto dei comandanti che lo Zoea avesse avuto, ma avevamo molto legato, forse perché aveva solo due anni più di me.

Non avevamo incombenze da svolgere immediatamente, così ci attardammo ancora un po' in chiacchiere.

-          E tu, Ninì, come mai hai scelto di essere imbarcato in un sommergibile? - mi domandò poco dopo.

-          Per le geishe - risposi pronto.

-          Le geishe?

-          Sì, quando sono uscito dall'accademia, si diceva che una flotta di sommergibili sarebbe stata inviata in Giappone, per uno scambio culturale, a seguito dei patti di alleanza. In tanti del mio corso abbiamo presentato richiesta per diventare sommergibilisti: c'era la possibilità di andare in Giappone a vedere le geishe! - confermai ridendo.

-          E invece è scoppiata la guerra …

-          E ti saluto geishe.

-          Qual è stato il tuo primo imbarco? - continuò Rino.

-          Il primo sommergibile il Torricelli, nel '39, sotto il comandante Pelosi.

-          L'eroe del Mar Rosso! - esclamò.

-          Sì, una grande persona, prima di tutto - confermai. - Una volta si arrabbiò per lo scherzo di un mio amico. Eravamo entrambi a Taranto, io sul Torricelli e questo mio amico al comando del porto. Non so come mai, era nata l'abitudine che chi vedeva per primo l'altro gli gridava "ti ho visto" e quello doveva offrire da bere. Solo che una volta ha esagerato: dovevamo ancora mollare gli ormeggi, Pelosi si mette al periscopio, poi ritira all'improvviso la testa ed esclama "chi diavolo ha messo sulla lente un biglietto con scritto ti ho visto"?

Rino si mise di nuovo a ridere: - conoscendo Pelosi, posso immaginare!

-          Ma il mio primissimo imbarco in realtà è stata la Giulio Cesare. Una volta, in crociera nel Tirreno, ci fermiamo per una sosta a Gaeta. Sono libero fino al pomeriggio del giorno dopo e ne approfitto per andare a trovare mia zia a Roma.

-          Sì, la zia! Una geisha caso mai - si burlò di me Erler.

-          No, no, una zia, ti garantisco - protestai. - Solo che perdo il treno di ritorno da Roma a Formia, quindi salgo su quello dopo. Non so se hai presente la stazione di Formia: è in cima al paese e dal piazzale di vede tutto il golfo di Gaeta.

-          Sì, ci sono stato qualche volta: un magnifico panorama - confermò.

-          Ma quando esco dalla stazione, nel magnifico panorama vedo la Giulio Cesare che sta salpando proprio in quel momento. Mi metterei a piangere! Aspetto il treno successivo e riesco ad arrivare a Napoli per primo. Quando salgo a bordo puoi immaginare la lavata di capo del mio superiore, che però almeno mi ha coperto con il comandante al quale ha raccontato che sono stato chiuso tutto il tempo nella mia cabina a svolgere dei calcoli. Passatempo che peraltro mi impegnò tutta la notte successiva.

-          Ti è andata bene - commentò.

-          Sì, ma che corsa a Napoli dalla stazione al porto! Uscendo dalla stazione, urto senza volere una donna di una certa età e mi scuso dicendole "pardon!". E lei con spirito tutto partenopeo "oh, signorino, imparate a camminare invece di studiare il francese!".

Proprio in quel momento entrò nel quadrato ufficiali Amedeo, che tradusse impeccabilmente in napoletano -  "Vue' signuri', 'mpart a cammna' invec' ca sturia' o' frances!".

Quello fu uno degli ultimi ricordi del regio sommergibile posamine Zoea, che fu la mia casa e di cui ebbi il privilegio di dirigere le macchine per quasi due anni.

 

 

 

 

Per le instancabili missioni di rifornimento dello Zoea, il Tenente di Vascello Rino Erler fu decorato con la motivazione "comandante di sommergibile destinato a missione di rifornimento, portava la sua unità più volte alla difficile, eludendo e contrastando spesso l'offesa nemica e combattendo la frequente inclemenza del tempo. Dimostrava nel corso di queste missioni profonda dedizione al servizio e sereno ardimento, che assicurava il successo delle operazioni alle altre Forze Armate combattenti oltremare. Mediterraneo Centrale, 8 luglio 1942 - 12 agosto 1942".

Salvatore Pelosi, comandante del sommergibile Torricelli, nel giugno 1940 affrontò nel Mar Rosso tre cacciatorpediniere e due cannoniere della Royal Navy, affondando il cacciatorpediniere Khartoum e danneggiando la cannoniera Shoreham. Ferito, accerchiato e senza scampo affondò il suo Torricelli per evitarne la cattura.

Galantino, che narrava con piacere, in modo avventuroso ed avvincente, le avventure accadute nei primi anni di guerra, sdrammatizzando la durezza e la crudeltà degli eventi, non parlava invece molto del periodo a partire dalla seconda parte del 1942. Raccontava semplicemente che era stato selezionato per entrare a far parte degli uomini rana, ma dopo allenamenti massacranti anche per lui che aveva un fisico da atleta era tornato a Taranto, dove era stato destinato all'arsenale.

 

 

Edited by Giovanni Patini

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E con il capitolo "Salami, topi ed altre storie" ho terminato i racconti delle avventure di mio nonno sui sommergibili. O meglio, ho esaurito i ricordi di quelle che per me erano fantastiche favole della buonanotte, alla pari dell'Isola del Tesoro o delle Tigri di Mompracem!

Edited by Giovanni Patini

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Grazie Giovanni, ho letto con interesse tutti i racconti e le relative note in calce a ciascuno di essi. La tua è stata un'iniziativa eccellente che ci ha virtualmente consentito di far parte dell'equipaggio dello Zoea. Sono storie "di prima mano" raccontate in modo semplice e incisivo. Se ti viene in mente qualche altro racconto saremo tutti felici di leggerlo. Complimenti ancora!

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Storie di vita quotidiana che hanno del meraviglioso, grazie Giovanni per avercele donate!

Se dovessi scegliere credo che l'ultima sia la più bella, prima "inter pares"

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Vi ringrazio per quanto avete scritto! A me ha fatto molto piacere avere la possibilità di raccontare queste storie! Purtroppo oltre a queste ho ricordi solo di qualche frammento insufficiente ad un ricostruzione affidabile. Ma se mi dovesse venire in mente qualcosa in più, la pubblicherò sicuramente in questo forum! 

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Magnifici ricordi!!!!!  Peccato non poterli far più leggere a Cacace.....sicuramente ne avrebbe aggiunto altri💪

Grazie:Italy:

 

 

Edited by lugher

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Con alcune briciole di ricordi ho messo insieme un ultimo racconto, che contiene la versione della Beffa di Tangeri come me la raccontava mio nonno. Non so se questa versione sia vera o no (da altre parti e anche in questo forum ho letto che il comandante Longanesi era andato al cinema la sera prima della fuga, mentre mio nonno mi raccontava che aveva giocato a bridge con gli ufficiali inglesi). Ho conosciuto personalmente Paolo Bellipanni (credo fosse ammiraglio) e la moglie Giuseppina Amante, scomparsa solo quattro anni fa.
Vi invito nuovamente, per questo racconto e per i precedenti, a segnalarmi eventuali errori tecnici

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LA BEFFA DI TANGERI

Regia Corazzata Giulio Cesare, 4 dicembre 1945

La guerra era terminata da qualche mese: l'avevamo più persa che vinta, ma la situazione era talmente confusa che non avevamo certezza di niente, neanche di come era andata a finire. Comunque l'importante era che il Paese potesse tornare in vita, anche se lo stava facendo molto faticosamente. Personalmente non mi consideravo riappacificato con gli inglesi per varie colpe che non potevo perdonare loro: l'aver contribuito in modo forse determinante a spingerci in guerra, aver affondato nel porto di Taranto il fiore della nostra flotta con un attacco non navale, averci trasferito a Malta dopo l'armistizio trattandoci quasi come prigionieri.

Per mia fortuna mi ero imbarcato sulla Giulio Cesare l'11 settembre 1943, dopo che il comandante Carminati aveva sedato l'ammutinamento di un parte dell'equipaggio che avrebbe voluto autoaffondare la nave per non consegnarla all'ex nemico inglese.

Carminati aveva ripristinato l'ordine a bordo garantendo che la Cesare avrebbe mantenuto bandiera e comando italiani. La promessa fu mantenuta, ma i sei mesi passati a Malta nella base inglese preferivo rimuoverli dalla memoria. Finalmente nel giugno del '44 eravamo rientrati a Taranto e da lì non ci eravamo più mossi.

Poi la guerra era finita, avevo potuto riabbracciare mia moglie, rivedere mio figlio di ormai tre anni e conoscere mia figlia, di cui avevo appreso la nascita con molti mesi di ritardo tramite un amico che da Reggio Emilia era riuscito ad attraversare l'Italia spezzata in due.

Dopo la Liberazione la nostra famiglia si era finalmente riunita e quel giorno mia moglie ed io eravamo a bordo del Cesare per il pranzo di gala in onore di Santa Barbara, patrona della marina.

L'atmosfera era molto particolare, più malinconica che festosa, simile a quella che si viveva alla fine delle vacanze ai tempi della scuola. Da poco tempo avevamo saputo che la corazzata sarebbe stata consegnata alla Russia come risarcimento di guerra insieme con altre unità della nostra flotta. Gli accordi prevedevano che dovesse essere rimessa in perfetta efficienza, ma il pregevole arredo del salone era già stato rimosso così come la preziosa posateria d'argento e tutte le suppellettili. Il pasto era eccellente, ma chi aveva conosciuto quegli ambienti in precedenza non poteva non notare il tono dimesso dovuto a quel parziale smantellamento.

Al nostro tavolo eravamo seduti tra gli altri con il mio carissimo amico e compagno di corso in accademia Paolo Bellipanni e sua moglie Giuseppina Amante, donna di nobili origini, discendente addirittura della famiglia dei cadetti di Napoleone Bonaparte.

Nei primi anni di guerra Paolo era stato imbarcato sul Barbarigo, operando sia nel Mediterraneo sia in Atlantico, guadagnandosi una decorazione al valor militare.

In accademia era stato uno dei miei migliori amici: con lui avevo condiviso i momenti più duri e quelli più spensierati. Con lui avevo festeggiato ubriacandomi la sera prima di laurearmi; per questo ero arrivato in aula in ritardo ed avevo visto sfumare la lode che avrebbe potuto coronare il mio voto di 110/110. Mi erano comunque rimasti due insegnamenti: non festeggiare in anticipo e non ubriacarsi.

Ma il ricordo più divertente, legato indissolubilmente a Paolo, era quello della gara di canottaggio di fine corso. Eravamo divisi in diversi equipaggi fissi di cinque uomini e ci eravamo allenati durante tutto l'anno accademico nella specialità del quattro con timoniere. A dire la verità si erano allenati gli altri, perché Paolo ed io, con i nostri tre compagni, dopo un paio di uscite avevamo adottato una tattica leggermente diversa: nel primo chilometro ci facevamo distanziare dagli altri armi e, senza essere visti, ci fermavamo su un isolotto lungo il percorso. Imboscavamo la canoa tra gli arbusti della riva e passavamo il tempo, in attesa che gli altri ripassassero davanti all'isolotto, uno di vedetta e quattro giocando a carte.

Con quei presupposti il giorno della gara non avevamo nessuna aspettativa di successo ed il nostro obiettivo più ambizioso era di riuscire almeno a rimanere nel gruppo senza accumulare troppo distacco. Ma arrivati ai mille metri finali ci accorgemmo di essere ancora appaiati ai primi due armi; Paolo che vogava alle mie spalle mi chiese "Ninì, tu ne hai ancora?"; "Io sì e tu?" gli risposi. Il capovoga che remava davanti a me non si fece pregare ed alzò subito il ritmo. "Ninì, vuoi vedere che ce la facciamo?" disse ancora Paolo in un soffio, mentre io non avevo più neanche il fiato per rispondere, ma intanto vedevo i primi due equipaggi già dietro di noi.

Non sembrava vero: per una volta non avevano vinto gli atleti più allenati, ma quelli più riposati!

-          Raccontami di Longanesi Cattani - mi invitò Paolo, strappandomi ai ricordi dell'accademia.

-          E' stata una grande fortuna averlo come comandante nella mia esperienza sul Brin - risposi.

-          Qualcuno mi ha parlato del combattimento al di là di Gibilterra, ma non ho mai saputo i dettagli.

-          Un'avventura da romanzo - gli assicurai. - Io ero sbarcato a settembre, perché destinato allo Zoea. Il Brin invece era stato assegnato all'Atlantico e credo abbia raggiunto Betasom in dicembre.

-          Sì, infatti: noi con il Barbarigo abbiamo passato lo stretto in agosto e il Brin dovrebbe essere arrivato a fine anno. In effetti mi aspettavo di incontrare anche te a Bordeaux.

Iniziai a raccontare quell'incredibile storia come mi era stata riportata, spiegando i dettagli in modo che anche le signore al tavolo apprezzassero la narrazione.

Il 4 novembre il Brin attraversò lo stretto in immersione, ma appena riemerse in Atlantico fu attaccato da due cacciatorpediniere britannici che riuscirono a danneggiarlo.

Il comandante Longanesi Cattani nonostante i danni subiti e l'inseguimento nemico riuscì a rifugiarsi nel porto neutrale di Tangeri. Secondo le convenzioni internazionali i porti neutrali potevano ospitare unità in combattimento per una durata di tempo limitata, ma dal momento che Tangeri era controllata dagli spagnoli le autorità del porto chiusero volentieri un occhio e consentirono al Brin una permanenza più lunga, sufficiente per riparare i danni subiti.

Dei due cacciatorpediniere inglesi uno rimase al largo, mentre l'altro entrò in porto. Il destino del Brin era segnato: appena fosse uscito dal porto si sarebbe trovato un nemico di fronte e l'altro alle spalle.

Durante la permanenza in territorio neutrale gli ufficiali inglesi e quelli italiani si incontravano al circolo ufficiali del porto, dove intrattenevano relazioni quasi amichevoli. Spesso passavano il tempo in interminabili partite di bridge, gioco di carte amato tanto dagli inglesi quanto dal comandante Longanesi che era un esperto appassionato.

Le riparazioni furono effettuate a tempo di record grazie alla presenza sul Brin del direttore di macchina Capitano Bardelli e allora si pose il problema di come sfuggire a quella trappola mortale.

Longanesi nascose il fatto che il Brin fosse di nuovo in grado di prendere il mare lasciando lamiere danneggiate sul ponte del battello e consentendo all'equipaggio numerose libere uscite. Il 12 dicembre tutto l'equipaggio ricevette l'ordine di rientrare ad un orario convenuto. Tutti sarebbero stati a bordo ad eccezione del comandante, che dissimulava il piano di fuga facendosi vedere tranquillo al circolo ufficiali.

Anche quella sera, come spesso era avvenuto durante quelle precedenti, si impegnò in una partita di bridge con gli ufficiali inglesi del cacciatorpediniere ormeggiato in porto. Ad ogni mano del bridge, terminata la licita tra i quattro giocatori, il compagno del dichiarante non partecipa al gioco, ma scopre le sue carte che vengono poi giocate dal dichiarante stesso. Soprattutto nelle partite lunghe può capitare che il giocatore che fa il "morto" lasci momentaneamente il tavolo per bere qualcosa o fumare una sigaretta. Quando a notte fonda il ruolo del "morto" capitò a Longanesi, questi si allontanò dal tavolo senza destare sospetti, ma appena fuori dalla vista dei compagni di gioco si precipitò a bordo del Brin, che nel frattempo si era preparato a salpare. Lasciò il porto sotto il naso dei compagni di gioco, che non vedendolo tornare al tavolo iniziavano a sospettare l'inganno e con la complicità della notte riuscì ad evadere la sorveglianza del cacciatorpediniere che pattugliava al largo.

-          Un comandante eccezionale - commentò Paolo.

-          E un grande uomo - aggiunsi io. - Mi hanno detto che l'ammiraglio Dönitz l'ha definito una volta "il miglior comandante fra i comandanti migliori".

Per il resto del pranzo parlammo più delle nostre famiglie e dei nostri progetti del futuro che non delle nostre avventure di guerra. Forse il mio umore era mesto non solo per l'aria dimessa della Giulio Cesare, ma anche perché ero consapevole che stava finendo un'epoca per l'Italia e per me: per entrambi era arrivato il momento di diventare adulti e dimenticare la giovinezza.

 

Galantino da luglio 1943 fu di servizio a Brindisi, dopo l'armistizio dell'8 settembre fu imbarcato sulla Giulio Cesare, seguendola a Malta, e poi di nuovo a Brindisi e a Taranto.

Con l'Italia spaccata in due, dal momento dell'armistizio fino al termine della guerra non riuscì a scambiare informazioni con la famiglia residente a Reggio Emilia. Grazie ad un amico che dal nord era riuscito a scendere a Roma e poi in Puglia, aveva appreso che nell'ottobre 1943 era nata la seconda figlia. Dall'altra parte la moglie neanche sapeva se lui fosse ancora vivo.

Fino alla fine del 1946 Galantino rimase in servizio a Taranto, poi diede l'addio alla vita militare e si trasferì definitivamente a Reggio Emilia.

In occasione della festa di Santa Barbara del 1945 Galantino e la moglie parteciparono al pranzo di gala a bordo del Giulio Cesare. Il fatto che ci fosse anche il compagno di corso ed allora Capitano del Genio Navale Paolo Bellipanni, poi ammiraglio durante il dopoguerra, è frutto della fantasia dell'autore, ma non è comunque impossibile. Bellipanni fu imbarcato sul Barbarigo durante il primo anno di guerra e venne decorato con la motivazione "Capo servizio G.N. di sommergibili, durante un anno di attività bellica ha partecipato a numerose missioni di traffico nemico. La volontà sorretta da un superiore sentimento del dovere, forte l'animo per fervida fede, nelle dure fatiche, nelle difficoltà incontrate e nei pericoli corsi è sempre stato di esempio e sprone ai dipendenti e di validissimo aiuto al comandante. Mediterraneo e Atlantico, giugno 1940 - giugno1941".

Per quella che viene ricordata come la beffa di Tangeri il Comandante Longanesi Cattani fu decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: "Comandante di sommergibile oceanico durante il trasferimento in Atlantico, dopo aver effettuato il passaggio dello Stretto di Gibilterra, ostacolato dalla intensa vigilanza avversaria e dalle avverse condizioni idrografiche, era costretto a rifugiarsi in porto neutrale per i gravi danni subiti dall'unità. Successivamente, riparate le avarie, riprendeva improvvisamente il mare riuscendo ad eludere l'assidua vigilanza ed a raggiungere la base di destinazione. Dimostrava nel corso dell'azione elevate doti professionali e sprezzo del pericolo".

Il racconto della beffa di Tangeri riporta la versione che veniva narrato da Galantino, che potrebbe essere veritiera, ma differisce dalle versioni riportate da altri autori.

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In effetti nella biografia scritta da Enrico Gurioli, basata  sui ricordi del figlio e altre fonti, si parla di cinema e non di partita a carte, ma chissà!

Questo è il libro

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Finito il lockdown ed anche la fase 2 sono finalmente riuscito a rovistare la casa dove mia nonna ancora vive ed ho recuperato qualche documento e foto di mio nonno. Ho scoperto quindi che tante informazioni che avevo dedotto per ambientare i racconti non sono corrette e appena avrò più certezze li scriverò di nuovo. Gli imbarchi sono stati i seguenti:

 

Vespucci (9 luglio 1934 - 15 ottobre 1934)

Colombo (30 giugno 1935 - 18 settembre 1935)
Attendolo (1 luglio 1936 - 29 ottobre 1936)

questi 3 credo facessero parte dell'addestramento visto che dal 1933 al 1936 era in accademia


Brin (15 novembre 1938 - 30 maggio 1939)

Conte Rosso - passaggio (31 maggio 1939 - 5 giugno 1939)
Torricelli (5 giugno 1939 - 25 febbraio 1940)

 

Corridoni (26 febbraio 1940 - 17 agosto 1940)
Brin (18 agosto 1940 - 7 ottobre 1940)

Zoea (8 ottobre 1940 - 30 aprile 1941)

questi 3 sono stati gli imbarchi su sommergibile durante la guerra

 

Toti (22 agosto 1941 - 4 ottobre 1941) per il corso sommergibilisti a Pola

 

poi in cantiere ha Taranto ha curato l'allestimento di 
Bronzo (20 ottobre 1941 - 10 dicembre 1941)

Volframio (11 dicembre 1941 - 7 febbraio 1942)

 

Giulio Cesare (5 aprile 1944 - 15 ottobre 1946)
di cui fino al 17 giugno 1944 a Malta

 

C'è qualcuno che sa dirmi chi fosse il comandante del Corridoni all'inizio della guerra?

 

Per quanto riguarda le foto, che inserirò nei prossimi post, la maggior parte non riportano le date: ho provato a identificare i luoghi, ma ogni suggerimento è benvenuto!

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Tutte queste dovrebbero essere del 1934, scattate durante la crociera con la Vespucci. La seconda e la terza foto sono a Rodi. La sesta e l'ottava potrebbero essere nel canale di Corinto?

 

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Queste dovrebbero essere tutte del 1938 e 1939 sul Brin. La prima è nel canale di Suez. La quinta potrebbe essere Asmara e l'ultima Massaua? Vi sembra che il sommergibile sia sempre il Brin?

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Questo è sicuramente lo Zoea nel 1940 quando sulla falsa torre c'era il disegno della Zoea e non ancora quello del signor Bonaventura. Ho trovato una lettera di mio nonno il quale scrive ad una rivista che fino a quando lui è stato a bordo, il signor Bonaventura non era stato dipinto

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E questo è il gruppo di quelle che non sono riuscito a identificare. Quello nella penultima potrebbe essere Italo Balbo? Qualcuno riesce a riconoscere qualche persona, qualche luogo o il sommergibile? La terzultima foto purtroppo è completamente sfocata: quello al centro potrebbe essere il comandante Longanesi Cattani?

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Grazie Giovanni per averci donato queste perle in memoria di tuo nonno e aver condiviso condiviso  queste splendide foto !

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14 hours ago, Giovanni Patini said:

Tutte queste dovrebbero essere del 1934, scattate durante la crociera con la Vespucci. La seconda e la terza foto sono a Rodi. La sesta e l'ottava potrebbero essere nel canale di Corinto?

 

1706228651_1934o1935-3.thumb.jpg.7a674593c3ccc4d47d10b978a8247126.jpg1139599556_1934o1935Dodecaneso.thumb.jpg.3355a7486000be594af2701d3b424edc.jpg

1934 o 1935-2.jpg

 

 

Sicuramente si, mentre non riesco, invece, a collocare la foto che ho lasciato tra le dedl canale. Le altre sono in Accademia ma penso lo sapevi già

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14 hours ago, Giovanni Patini said:

Queste dovrebbero essere tutte del 1938 e 1939 sul Brin. La prima è nel canale di Suez. La quinta potrebbe essere Asmara e l'ultima Massaua? Vi sembra che il sommergibile sia sempre il Brin?

 

Il battello è quasi certamente il Brn, in molte si intravede il caratteristico cannone sulla poppa della vela. Per Asmara e Massaua dovresti chiedere a Malaparte, lei è ferratissima!

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14 hours ago, Giovanni Patini said:

E questo è il gruppo di quelle che non sono riuscito a identificare. Quello nella penultima potrebbe essere Italo Balbo? Qualcuno riesce a riconoscere qualche persona, qualche luogo o il sommergibile? La terzultima foto purtroppo è completamente sfocata: quello al centro potrebbe essere il comandante Longanesi Cattani?

RSM-5.thumb.jpg.94852af2259fb5139ff4a98283cf0566.jpgRSM-2.thumb.jpg.c48c4640a8ae7f1288e4d6b0e64e89de.jpg1504242884_Brinforse5.thumb.jpg.5a379987ddff2584273318467b6b3372.jpg1569523945_Brinforse4.thumb.jpg.c3367e59521c6aa552004fabe375aad6.jpg1548061805_Brinforse3.thumb.jpg.6196a520bc3cee6134b8ef8ad815d727.jpg1950418739_Brinforse2.thumb.jpg.f6259e1429812d8b10109c208906794a.jpg1783952443_brin3.thumb.jpg.bc4f91c358be96bc6d783bb4adb67ad6.jpgrsm-6.thumb.jpg.473ccec23b157a705c763d392fe8cdea.jpg

Per il solo fatto che sono vicino al Cannone della Vela o con lo stesso vestiario direi che sono tutte ambientabili a bordo del Brin e che la penultima potrebbe avre il in effetti, il comandante Longanesi Cattani

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