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Rostro

L'artiglio Ha Confessato

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Titolo: L’ARTIGLIO HA CONFESSATO

Autore: Silvio MICHELI

Editore: VALLECCHI

Pagine: 418

Data di pubblicazione: 1960

Prezzo medio: € 40,00 (io sono riuscito a trovarne una copia in buone condizioni a € 22,00)

Reperibilità: difficile

 

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Mi ero imbattuto nel nome della nave Artiglio in alcuni articoli che parlavano di recuperi navali e di palombari e mi aveva incuriosito l’alone di leggenda che traspariva dalle descrizioni delle sue imprese.

Ho così voluto approfondire l’argomento procurandomi questo affascinante libro del viareggino Silvio Micheli che racconta con un piacevole stile discorsivo la storia della famosa nave recuperi e dell’equipaggio di marinai e palombari che l’armava.

La particolarità del racconto è nei frequenti dialoghi con i quali l'autore riporta le testimonianze dirette di alcuni dei protagonisti che in questo modo esprimono in tutta la loro coinvolgente carica umana le vicende quotidiane vissute in perenne lotta con la violenza degli elementi e le condizioni stressanti imposte dai datori di lavoro.

L’Artiglio operò in Mediterraneo e nell’Atlantico in condizioni spesso avverse che rendevano difficilissimo un lavoro già di suo impegnativo e pericoloso. Anche gli elementi, allora, diventano protagonisti nelle minuziose descrizioni all’alba e al crepuscolo, in bonaccia e in tempesta e negli spettrali paesaggi subacquei delle alte profondità osservati e descritti con gli occhi dei palombari.

Tra i tanti episodi, il più emozionante, attorno al quale ruota tutta la narrazione, è sicuramente quello del ritrovamento, a largo delle coste della Bretagna, del relitto dell’Egypt e del favoloso tesoro in oro e argento che trasportava. Un’impresa straordinaria per quei tempi, ritenuta praticamente impossibile da coloro che in precedenza l’avevano tentata senza successo.

Quel ritrovamento concesse una fama mondiale all’Artiglio e alla ditta armatrice “SO.RI.MA.” del cav. Giovanni Quaglia i cui palombari, per le riconosciute doti di perizia, tenacia e competenza, vennero considerati come gli uomini delle imprese impossibili, chiamati un po’ dappertutto per risolvere ogni genere di problema subacqueo.

Tra questi, l’autore ricorda il difficile e straziante recupero del corpo del pilota Tommaso Dal Molin, inabissatosi con il suo idroplano da corsa nelle acque del lago di Garda.

A guidare il gruppo operante sull’”Artiglio” vi era uno dei più valenti palombari dell’epoca, il viareggino Alberto Gianni, che fu anche abile e geniale inventore, contribuendo con le sue intuizioni al progresso del palombarismo,

Negli anni ‘20, accanto allo scafandro in gomma, utilizzabile per profondità non superiori ai trenta metri, avevano cominciato ad essere utilizzati i primi scafandri rigidi in metallo, all’interno dei quali il palombaro veniva calato come in un’armatura, con braccia e gambe che potevano muoversi e che permettevano all’uomo di lavorare sottacqua.

Erano apparecchiature innovative ma complesse, pesanti e ingombranti, che inizialmente si rivelarono inefficaci e anche pericolose offrendo risultati poco apprezzabili nei lavori ad alte profondità

Ecco allora emergere la genialità del Gianni che, espressa nel concetto “l’uomo deve essere l’occhio che osserva e che deve guidare il lavoro che fanno le macchine”, unendo alle capacità tecniche l’esperienza propria e dei compagni, ideò la torretta butoscopica, un cilindro con un innovativo sistema di sicurezza per il palombaro e munito, nella parte superiore, di diversi piccoli oblò che consentivano la visuale in ogni direzione per poter dirigere i lavori svolti in profondità da benne e idrovore.

Il Gianni, memore dell’esperienza che stava per costargli la vita per embolia gassosa mentre era in servizio come palombaro nella Regia Marina, fu anche l’ideatore della cassa disazotatrice, meglio conosciuta in seguito come camera di decompressione.

E’ risaputo che il lavoro dei palombari nasconde insidie da ogni parte. Il Gianni ne era consapevole e con le sue invenzioni cercò di ridurre al minimo le cause di incidenti, anche mortali, che potevano verificarsi sott’acqua.

La scienza però spesso risulta perdente di fronte ai sentimenti umani come purtroppo dimostrò il tragico epilogo delle avventure del Gianni e di molti dei palombari e marinai dell’Artiglio.

In uno dei non rari periodi in cui le condizioni meteo marine non consentivano di lavorare sul relitto dell’Egypt, l’Artiglio venne dirottato dal suo armatore su un altro relitto, quello del Florence, una nave americana che trasportava munizioni dagli Stati Uniti a Saint Nazaire, affondata durante la 1^ GM nei pressi dell’isola di Belle Ile.

Lo scafo di quel relitto, che ingombrava pericolosamente un canale di notevole traffico, aveva dimostrato tutta la sua tenace solidità, a dispetto delle innumerevoli cariche di esplosivo che gli uomini dell’Artiglio avevano fatto brillare con cautela progressivamente ridottasi man mano che il tempo passava.

Un lavoro divenuto noioso ed estenuante che impegnò quegli uomini molto più a lungo del previsto.

Il tempo, intanto, passava e il Natale si avvicinava.

Gli uomini dell’Artiglio, dopo mesi di duri sacrifici non desideravano altro che festeggiarlo in famiglia e chiedevano insistentemente al loro armatore una pausa per poter tornare a casa.

L’armatore Quaglia, però, con le sue stringenti logiche commerciali non intendeva mollare e, anzi, dava fretta.

Una fretta che per i palombari desiderosi di rientrare in Italia significò un allentamento delle precauzioni.

Al colmo dell’impazienza e delle pressioni, si giunse a sistemare una carica molto più potente delle altre direttamente nella stiva, fidando sulla convinzione che gli esplosivi che conteneva fossero ormai inerti dopo tredici anni trascorsi sott’acqua.

Si trascurò anche il rispetto della distanza di sicurezza a cui portarsi prima di far brillare la carica, precauzione che era via via diminuita col passare dei giorni per risparmiare tempo ma poi esauritasi del tutto per l’ormai minima lunghezza raggiunta dal cavo elettrico speciale che, a furia di tagliare, rompersi e perdersi in acqua nel corso delle precedenti esplosioni, si era ridotto ad appena duecento metri in luogo dei duemila originari.

Attendere che arrivasse un nuovo rotolo di filo speciale, peraltro sollecitato più volte dal Gianni, avrebbe significato allungare ancora di più tempi che, invece, si volevano stringere il più possibile.

La conseguenza fu tragica.

Quando dall’Artiglio venne dato il contatto elettrico, l’esplosione coinvolse l’intero carico di munizioni stipato nella nave. La spaventosa violenza della deflagrazione travolse l’Artiglio, che, con tutti i suoi occupanti, fu inghiottito nel enorme baratro creatosi. Molte furono le vittime tra cui anche il Gianni.

La notizia della tragedia sconvolse e commosse il mondo. La scomparsa dell’Artiglio e di molti dei suoi ormai famosi palombari fu un duro colpo per tutti.

La loro leggenda, tuttavia, rimase ben viva anche perché, pochi mesi dopo, un’altra nave acquistata dall’armatore Quaglia fu ribattezzata con lo stesso nome e riprese il lavoro lasciato incompiuto dal vecchio Artiglio.

Nel nome del Gianni e dei suoi colleghi scomparsi, gli uomini del nuovo Artiglio riuscirono a recuperare, durante i tre anni successivi, l’intero tesoro dell’Egypt, entrando così, per sempre, nella storia della marineria.

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Rostro compimenti bellisima sinossi del testo...mi hai messo la giusta curiosità per un argomento a me quasi sconosciuto...toccherà trovare il volume in questione :rolleyes::rolleyes::rolleyes:

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Libro acquistato leggendo questa recensione: grazie, ROSTRO!

Il valore dei Palombari Viareggini è ben descritta e la si può sintetizzare in poche parole: quasi CINQUE anni di duro lavoro a circa 130 mt di profondità in un ambiente meteo ostile. Se andava bene si riusciva ad operare 7-8 giorni al mese grossomodo da Giugno ad Ottobre. i 

 

Purtroppo il libro termina lasciandomi l' amaro in bocca: mi è infatti dispiaciuto leggere come la SO.RI.MA, nella persona del Comm. QUAGLIA, abbia trattato male il proprio Personale dal punto di vista umano ed economico nonostante le promesse fatte agl' inizi dei lavori.

 

Concludo riportando quanto scritto a pag. 411: "Nella storia dei recuperi marittimi, quello dell' EGYPT segna la più grande avventura subacquea e il maggior successo sino a oggi (1960) ottenuto; e, forse, per molti aspetti, un impresa che difficilmente potrà esser raggiunta da esseri umani negli abissi oceanici".

 

Altrochè COSTA CONCORDIA!

 

 

 

 

 

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