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Ricordi Di Marina Di Un Ragazzo Di Altri Tempi (Mio Padre)

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Roma 19 luglio 1943 (Quí mio padre scriveva erroneamente 21 luglio), lavoro come fattorino in una societá farmaceutica,manca poco a mezzogiorno e sono appena rientrato dalle consegne, ad un tratto il solito urlo delle sirene.

Oramai ci siamo abituati, noi a Roma non gli diamo troppa importanza, perché è opinione diffusa che le fortezze volanti non bombardano Roma con il Papa e i suoi monumenti. Ma questa volta si sentono forti deflagrazioni, una piú di tutte fa gonfiare la saracinesca del locale e non è certo il cannone del Giannicolo...

La paura si impossessa di noi. Stanno veramente bombardando Roma.

Dopo un'interminabile mezzora, cessa l'allarme e pian piano anche il panico di cui eravamo preda si placa. Si decide che il pomeriggio non saremmo dovuti tornare al lavoro. Io non torno a casa, i miei sono in Umbria dai nonni io sono solo a Roma quindi posso disporre come voglio del mio tempo.

Decido di recarmi al vicino rione di S.Lorenzo, in lontananza vedo innalzarsi una immensa nuvolaglia nera, man mano che mi avvicino sento le grida ed il trambusto della gente che corre come impazzita nelle vie e sulle piazze.

Mi avvio per cercare di dare aiuto in qualche modo, come me tante altre persone accorrono e ci troviamo dinnanzi...ad uno spettacolo orrendo! Anche con la piú fervida immaginazione, mai avrei potuto focalizzare un tale scenario.

Superato il ponte della ferrovia, dietro il pasticcere, intere ali di palazzi crollate,fumo e fiamme salgono dalle macerie ed i lamenti giungono da tutte le parti. Vicino ad un carretto giace un cavallo sdraiato al suolo e legato (legato come voleva la legge in caso di allarme) emette nitriti strazianti, ha la pancia sventrata i suoi occhi mi guardano pieni di disperazione ma anche se avessi una pistola non saprei usarla. Piú avanti verso Piazzale Preneste una casa di due piani completamente rasa al suolo ma si sentono invocazioni di aiuto, probabilmente provengono dagli scantinati,corriamo in quella direzione, siamo una decina, lavoriamo come matti, poi ci raggiungono anche quelli dell'UMPA.

Dopo tanto scavare tra le macerie a mani nude, finalmente ci apriamo un piccolo varco, da dove riusciamo a tirare fuori una bambina... è incolume. Li sentiamo! Ci sono altre persone sepolte, tolta quache ammaccatura per i calcinacci sono tutti vivi laggiú. Lavoro ancora per un po li poi ci chiamano altrove,dove è piú urgente. Mi avvicino ad un'altro palazzo,fuori le facciate sono intatte, la bomba è caduta nel centro, sulla tromba delle scale che è crollata sopra la cantina dove era rifugiata tanta gente. quí hanno avuto minor fortuna! ci sono diversi morti, sono irriconoscibili,oltre che per il crollo,anche per il carbone che era stipato nella cantina. Viene estratta una donna,con il volto devastato senza piú i denti con la bocca maciullata,urla per quel che puó, si dispera e chiede aiuto per il figlioletto ed il marito ancora sotto le macerie. Purtoppo peró per loro non c'è piú nulla da fare stanno avvinghiati trá le macerie in un ultimo abbraccio.

È tardi sono ormai sfinito ho la nausea, decido di tornare a casa. Ritiro la posta dalla cassetta delle lettere, ci sono due cartoline. Una è dei miei che mi comunicano che stanno bene...beati loro! L'altra...è della Regia Marina,questa era un pezzetto che l'aspettavo!.. Si parte.

Mi mette un'euforia che mi torna l'appetito, lo avevo del tutto perso con quello che era accaduto prima.

Mi preparo da mangiare e decido di partire la sera stessa. Passeró dai miei genitori a Promano,dove mi fermeró due giorni e poi proseguiró per Pola.

Secondo la cartolina è a Pola che mi devo presentare presso la scuola del C.R.E.M. (Corpo Reale Equipaggi Marittimi). Saró arruolato con la qualifica di S.D.T.(Specialisti Direzione Tiro).

Giunto a Promano, metto al corrente i miei di quanto è successo a Roma, sono sconvolti, la mamma mi stringe a se e dice : Hai fatto bene a venire, ma mio caro puoi toglierti dalla testa di partire di nuovo per andare a Pola. Le cose stanno precipitando e anche se la tua è solo una scuola è ugualmente troppo pericoloso. Mio padre se ne sta in un angolo, ascolta e non si intromette,una vecchia ruggine tra me e lui è sempre presente (vecchie storie di famiglia). Lui peró sa anche di aver dato il suo consenso scritto e se non mi presentassi sarei comunque un disertore.

I miei nonni piagnucolano ma sanno di non aver voce in capitolo,si limitano a trasmettermi il loro affetto abbracciandomi stretto. E dopo alcuni Giorni ( Anche quí mio padre scriveva due giorni ma evidentemente si tratta di un'errore di memoria perché Mussolini si è dimesso il 25 e non il 21 luglio) di abbracci e di addii ero pronto a partire, ho ancora vivido nel cuore il ricordo dell'abbraccio disperato di mia madre ma a nulla valsero le sue lacrime e le sue preghiere.

Sono al finestrino, il cuore mi balza nel petto, respiro profondamente convinto di respirare tutta l'aria di quella campagna che scorre sotto di me, ma in realtá, sto respirando tutta la fuliggine che la locomotiva a carbone lascia dietro di se. La mia bella maglietta bianca in poco tempo si è fatta nera. Si è fatto scuro e fuori non si vede piú nulla, decido di rientrare nello scompartimento.

tiro fuori dalla valigia un po di quello che mia madre mi aveva dato da mangiare poi mi accomodo e cerco di dormire un poco.

Sono triste ma distolgo la mente dai pensieri di casa. Decido di fare una passeggiatina nel corridoio del treno,penso che mi fará bene. Faccio scorrere la porta e mi dirigo verso la toletta,dovrebbero essere passate le quattro non è piú cosí buio, la notte stá lasciando il posto al giorno e nell'aria comincia a diffondersi l'odore del caffé di guerra che qualche passeggero deve aver tirato fuori dal termos.

Nella toletta,mi do una sciacquata alla meglio poi esco,li molte altre persone sono in attesa del bagno. Assumo l'atteggiamento da adulto,del resto sono quasi un militare, un futuro difensore della patria!...Sono convinto che tutte le persone debbano vedermi cosí e non quello che in realtá sono, un giovane diciassettenne.

Mi va l'occhio su due uomini che tenevano un giornale aperto davanti a loro e discutevano sbalorditi dei fatti del giorno e quello che sentono le mie orecchie mi pareva impossibile, inaudito ma poi sulla prima pagina vedo scritto a caratteri cubitali: MUSSOLINI HA RASSEGNATO LE DIMISSIONI.

La cosa è grave! ma non cambia la mia determinazione a proseguire quel viaggio.

Alle 11 sono a Pola (cittá in cui trá l'altro avevevamo vissuto giá anni prima quando mio padre era impiegato presso l'Aeronautica Militare.) alle 12 faccio il mio ingresso alle scuole del C.R.E.M. che quí gli anziani traducono in Carcere. Reclusorio.Eterno.Martirio.

Faccio subito conoscenza con l'amaca, una branda pensile che nelle camerate si stende agganciandola da una parte al muro e dall'altra ad un tubo centrale fissato nel pavimento,insieme con altri due ganci per altre due amache.

Le amache, sono disposte in gruppi di tre sopra sotto e centro e formano due file a destra e a sinistra della camerata per tutta la sua lunghezza.

A me è capitata l'amaca piú in basso, ogni gruppo di amache corrisponde ad un armadietto, molto alto diviso per tre dove ogniuno di noi ha il suo scomparto.

Sdraiato sull'amaca, scrivo subito ai miei genitori, rassicurandoli e raccontando loro le mie impressioni sul viaggio e sul mio ingresso alle scuole dell'Arsenale Marittimo.

Seppure ancora in borghese, sin dai primi giorni si ha l'esatta percezione della disciplina che impera in questo posto! Dobbiamo sempre scattare sull'attenti anche con un semplice e spesso tracotante sottocapo che si muove nella camerata come fosse un ammiraglio, salvo a sua volta prostrarsi deferente se passa un secondo capo e cosí via sino al capo di prima classe.

Riuniti nella zona del campaccio riservata agli immatricolati si fa l'appello, per la prima volta provo come ci si sente ad essere un numero. Numero con il quale d'ora in avanti risponderemo per i meriti e per le punizioni.Da questo momento i nostri nomi passano in seconda linea, verranno usati solo per l'appello e per la posta oltre che ovviamente tra di noi.

A proposito della posta, anche per questa riceviamo delle disposizioni, non dobbiamo mai parlare del posto dove ci troviamo e ci informano che sará sottoposta a controlli.

Sveglia alle cinque a suon di tromba, quindici minuti per lavarsi vestirsi e rifare il salame questo con la massima attenzione perché passibile di controllo e se fatto male fonte di severe punizioni. In campaccio per l'appello poi in classe fino alle undici quindi di nuovo in riga al campaccio dove si viene sottoposti a controllo igienico. Quest'ultmo consiste nel calare le braghe sino al ginocchio onde dar modo all'ufficiale o sott'ufficiale di controllare la biancheria intima. Veniamo controllati davanti, dietro, sopra e sotto, compreso quel che rimane dei capelli che ci avevano rasati a zero fin dal primo giorno. In ultimo c'è la lettura dei castighi, con tutto un cerimoniale a seguire. Difronte ad ufficiali e sott'ufficiali, graduati e marinai tutti schierati, un sottocapo, con il registro in mano comincia a chiamare i numeri dei puniti. Il punito esce di corsa dalla fila, si mette sull'attenti difronte al lettore e ascolta la punizione e la sua motivazione "che puó essere anche dovuta a delle cose assurde tipo dormire con i piedi in abbandono fuori dell'amaca, come se uno potesse essere responsabile delle proprie azioni anche durante il sonno" per cose tipo questa ti potevi beccare anche tre turni di consegna. Dopo questa fase, si rompono le righe e si va a sentire le chiamate per la posta e come si rimane male se il tuo nome non viene urlato,cosí come si esulta se invece lo è. Si ritira quella busta come fosse una reliquia e subito ci si apparta per immergersi in quel che si legge. Suona la tromba del rancio e ci avviamo verso il refettorio, ogni tavola ha un numero che la distingue ed è composta da un sottocapo"capo rancio" otto marinai, un bidonaio che si occupa delle bevande, un gamellaio che si occupa delle gamelle, il capo rancio si occupa delle razioni per ciascuno di noi, va da se che per i suoi paesani e i suoi amici ha sempre un'occhio di riguardo. Dopo il pranzo si va a riposare. A colui che aveva il turno di gamella, spettava il compito di preparare la tavola e dopo il pranzo lavare e riporre le gamelle negli stipetti difronte ad ogni tavolo.

Alle cinque suona la libera uscita ma non ancora per noi inquanto non ci hanno consegnato le divise , dobbiamo ancora fare la visita medica e l'iniezione al petto. Gironzoliamo per l'arsenale, si va allo spaccio ma dobbiamo stare attenti a come spendiamo i pochi spiccioli. Qualcuno per darsi le arie da adulto si compra le sigarette.

Nelle ore di ozio, tra uno scherzo e l'altro per sfuggire ai dispetti dei compagni che col passare del tempo si fanno sempre piú pesanti, amo trascorrere il mio tempo sulle scalette della banchina. Mi soffermo ad ammirare le unitá della Marina che sono ancorate nel porto militare.

Anche quí suona spesso l'allarme, ci portano in alcune grotte antistanti l'arsenale, quí siamo al sicuro, ci sono molti metri di roccia sopra le nostre teste. Sono trascorsi trenta giorni dal mio arrivo, ho fatto le iniezioni al petto, ho avuto un po di febbre, ma di andare in franchigia non se ne parla. Comincio ad avere qualche dubbio sulla mia intenzione di rimanere, non nascondo che la voglia di tornarmene a casa, mi ha sfiorato piú volte, non era proprio cosí che nella mia mente di adolescente mi ero prefigurato la vita in marina.

Siamo arrivati all'otto settembre 1943, l'Italia ha firmato l'armistizio, pensiamo che ció significhi andare a casa. È sera, in caserma c'é il rientro dei marinai dalla franchigia. In campaccio la tromba suona l'adunata, siamo circa 3000, il Comandante ci ha radunato per parlarci. Tutti inquadrati attendiamo le sue dichiarazioni. Preso posto davanti al microfono, si rivolge a tutti ufficiali sottufficiali e marinai, dicendoci che non sono giunti ordini dagli alti livelli della marina che la nostra è una scuola, di conseguenza, non potendo prendere nessuna posizione, ordinatamente continueremo le nostre attivitá come sempre. Il comando locale ha preso la decisione di aprire il porto e rimanere in attesa, mantenendo una posizione neutrale.

11 Settembre 1943. È una bella mattina piena di sole, non mi va di andare in classe e dopo essermi squagliato all'appello eccomi quí sulla mia scaletta vicino al mare.

Ma quí cosa ti vedo?.... Le ciminiere della Giulio Cesare e delle altre unitá fumano pronte a prendere a il largo, circa la metá degli equipaggi in assetto sbarca, i rimorchiatori dopo le solite manovre dirigono verso l'imboccatura del porto, seguiti dalle belle ed imponenti unitá. In breve tempo anche le unitá piú piccole lasciano gli ormeggi e lo specchio d'acqua rimane quasi deserto. Mi domando cosa stia succedendo non ci capisco nulla.

Tutto è accaduto cosí in fretta che non mi ci raccapezzo nel metterlo per iscritto. Sono passati solo circa 5 giorni dovrebbe essere se non ricordo male il 16 settembre e mi trovo seduto nella stiva di una nave diretta dicono a Venezia. Dicono che giunti a Venezia ci smisteranno e ci manderanno a casa. Cosí hanno detto degli ufficiali tedeschi quando ci hanno radunati nel piazzale antistante la caserma Nazario Sauro di Pola. Ascoltavamo sull'attenti le condizioni imposteci dai Tedeschi cone mitragliatrici puntate su di noi.

Ma andiamo con Ordine! Il 12 mattina, sveglia come al solito al suono della tromba. Saltiamo dalla branda e asciugamano in spalla, ci dirigiamo alle tette, ma una sorpresa ci attende fuori ad ogni porta di camerata, c'è un soldato Tedesco che imbraccia una machin pistol. Non riuscendo a dare una spiegazione a questa situazione ci vestiamo e ci rechiamo all'appello e all'alza bandiera. Dopo di che altra assemblea in campaccio con un discorso del comandante. Egli ci informa che nella notte 200 tedeschi sono arrivati con le autoblindo in cittá che qualsiasi nostra presa di posizione è sconsigliata inquanto i tedeschi non esiterebbero ad aprire il fuoco sia su i militari che sulla cittá. Essi ci invitano pertanto a deporre le armi entro le 11 in caso contrario apriranno il fuoco. Una volta disarmati , dovremo deciderci su una delle sguenti condizioni : 1 Combattere con loro 2 Lavorare per loro in Germania 3 Internamento in un campo di prigionia in. Germania.

Ascoltiamo amareggiati il nostro Comandante che dice : Pola è una cittá caposaldo, noi con il S.marco e l'aviazione, formiamo un nucleo di 50.000 uomini. Siamo sufficientemente armati per affrontarli, ma purtroppo dobbiamo cedere a 200 uomini Tedeschi. Non abbiamo ordini superiori che ci permettano di fronteggiarli e peserebbe sulle nostre coscenze la carneficina dei civili che avverrebbe se essi dovessero aprire il fuoco sulla cittá. Ci ordina di arrenderci e di comunicare al nostro sottufficiale di camerata, la nostra decisione . Ci saluta facendoci gli auguri, anche lui non sa che cosa gli riserverá il futuro. Rotte le righe, si confabula un po trá quelli della nostra camerata, poi seguendo l'esempio degli altri ci rechiamo a prelevare le armi e le depositiamo al centro del piazzale fino a farne una enorme catasta.

Mi passa per la testa che non dovrebbe essere difficile squagliarsela e ne parlo con due amici con i quali ci ritroveremo tanti anni dopo e ci convinciamo ad agire anche forti del fatto che conoscevo delle persone a Pola avendoci vissuto per tre anni dieci anni prima. Avremmo potuto trovare rifugio e nasconderci per un po fintanto che le acque non si fossero calmate.

Detto fatto, riusciamo a guadagnare guardinghi l'uscita dell'arsenale e a confonderci nella cittá, tutti e tre diciassettenni e dall'aspetto ancora piú giovane non avevamo nessuno dei tre un filo di barba, non avevamo certo l'aria dei disertori, piuttosto di tre giovinastri sfaccendati.

La famiglia del portiere dello stabile dove avevo abitato era sempre la stessa e ci accoglie affettuosamente veniamo rifocillati e pernottiamo in questa accogliente casa. Ogni tanto qualcuno va fuori , per rendersi conto di come vanno le cose e le cose non vanno bene, hanno affisso per tutta la cittá dei manifesti dove si dice: "I militari trovati nascosti nelle abitazioni verranno fucilati difronte alle abitazioni medesime e le stesse saranno date alle fiamme".

Ci consultiamo e non volendo far correre un rischio cosí grave a questi amici tanto ospitali, nonostante le insistenze del portiere disposto a nasconderci, decidiamo di consegnarci ai Tedeschi. Ci è andata bene! Ci hanno messo nel piazzale davanti alla caserma con una moltitudine di altri giovani. Cinquecento al giorno ci imbarcano su una motonave diretta a Venezia. ITedeschi ci assicurano"forse per farci stare calmi" che una volta a Venezia, saremo smistati e potremo tornarcene alle nostre case. Trascorro la notte accovacciato trá i miei due zaini ed il salame che mi sará di grande aiuto in seguito nel mio viaggio verso la prigionia. Decido di affacciarmi in coperta per avere un po di sollievo dal frastuono dei motori che nella stiva è infernale. È una notte caliginosa ma respirare un po d'aria mi da sollievo. Sul ponte della nave, si va radunando un gran numero di noi, ci stiamo avvicinando alla rada di Venezia. Trá noi ci sono molti Veneziani e abitanti dei dintorni decisi a scappare. La nave è controllata da quattro Tedeschi che hanno piazzato sulla plancia superiore una mitragliatrice e da li controllano tutta la coperta della nave.

Sono le sette e trenta del mattino, una volta attraccati, gli operai che lavorano al porto riescono a far arrivare a bordo la notizia che frá poco come é giá successo nei giorni precedenti , verrá sul molo il convoglio ferroviario su cui verremo caricati per essere deportati in Germania. Nel frattempo sull'altro lato passano vicino delle imbarcazioni che ci invitano a buttarci in mare. Trá i veneti ci sono temerari che non esitano a farlo, alcuni vengono ripescati dalle barche che si dileguano in tutta fretta,molti altri come me soprassiedono anche perché dall'alto comincia il crepitio paralizzante della mitragliatrice. Uno con l'accento Milanese mi chiede di coprirlo, non faccio neanche in tempo a dirgli di fermarsi che ha giá scavalcato il bordo della nave subito una raffica lo accompagna fino all'acqua, rimango paralizzato e aspetto incredulo che il suo corpo riemerga dall'acqua, sono talmente inebetito che mi accorgeró soltanto piú tardi di aver rischiato di morire anche io, infatti uno dei proiettili mi ha sfiorato il dorso della mano che ora stava cominciando a farmi male e sanguinava leggermente. Il corpo viene ripescato da una motobarca ma da quel che ho potuto vedere credo fosse morto e purtroppo non è stato l'unico. Mi fascio alla meglio la mano e insieme agli altri torniamo sotto, in attesa del nostro destino. Ci chiamano con il megafono sopra coperta. Verso le dieci, ci accorgiamo che il convoglio ferroviario è sul molo all'altezza della nave. Il primo carro bestiame dietro la locomotiva ha il portello giá aperto ed è in prossimitá della passerella della nave. Sotto la sorveglianza di un tedesco che imbraccia un mitra ci accingiamo a scendere la passerella in fila indiana. Mentre scendiamo si avvicinano degli Italiani con la croce rossa al braccio ed una crocerossina mi chiede l'indirizzo dei miei genitori e mi chiede anche che cosa ho fatto alla mano, io gli dico che non è nulla e prontamente gli do l'indirizzo dei miei.

Scendo dalla nave e salgo sul carro bestiame che mi condurrá in Germania. Contano quaranta e poi stop! , un segno al macchinista e sotto con il secondo vagone, e cosí via. Circa a metá treno, sulla garitta hanno collocato un mitragliere, pensiamo..... forse a difesa di qualche attacco aereo.

Quando il treno è pronto alla partenza siamo tutti aggrappati ai portelli o alle grate delle quattro finestrelle che ci sono nel vagone. Il macchinista passa dondolando diretto alla locomotiva, ha il suo pranzo in mano e borbotta trá se ad alta voce: Ragazzi questi vi portano in Germania, io vado piano, se potete buttatevi. Altro vagone altra brontolata. Prima di far partire il treno i Tedeschi con un megafono ci intimano di stare calmi e che ci smisteranno ad Udine. Questo convince la maggior parte di noi, i meno temerari ma non tutti. C'è chi si prepara alla meglio per il viaggio e chi invece si toglie la divisa pronto a buttarsi dal treno alla prima occasione. Giungiamo nei pressi di una boscaglia e il treno in una curva rallenta e qualcuno si fa il segno della croce e si butta nel vuoto, ora capiamo meglio il vero uso delle mitragliatrici che subito cominciano a crepitare. I corpi rotolano nella boscaglia, alcuni si rialzano e scappano altri rimangono a terra. Il treno riprende la corsa, le mitragliatrici smettono. Io non appartengo alla categoria dei temerari e cerco di convincermi che a Udine ci smisteranno. Durante le soste, malgrado i Tedeschi cerchino di opporsi, veniamo riforniti da civili che ci passano ceste di pane anche a rischio di qualche colpo con il calcio del fucile da parte dei Tedeschi. Ci gridano di farci forza , di avere coraggio e di essere prudenti. Si giunge ad Udine verso la mezzanotte e malgrado le nostre proteste, di scendere non se ne parla anzi i vagoni ora vengono chiusi dall'esterno e lucchettati. Dopo un ora il treno riparte e addio alle nostre speranze di smistamento e alle nostre fantasie sul ritorno a casa.

Per due giorni siamo rimasti chiusi nel treno, solo cinque brevi soste nelle stazioni dove per quel poco che si poteva abbiamo visto di tutto, c'èrano treni pieni di Tedeschi feriti, oppure treni pieni di carri armati e di cannoni che procedevano nel senso inverso al nostro. Non riesco a spiegarmelo, ma ho la sensazione che all'interno del vagone, piú ci allontaniamo dalla patria e piú ci stiamo incattivendo. Invece di unirci la comune cattiva sorte, ci sta dividendo, si formano due gruppi, prepotenti e succubi. Mi proveró ad essere piú chiaro. Alcuni si arrogano diritti inesistenti e dettano regole a loro piacimento ad esempio nel vagone si stá stretti, siamo in quaranta e ci si puó sdraiare solo in venti. Si cerca di stabilire dei turni, ma sono in pochi a rispettarli A Pola, prima di partire molti hanno saccheggiato i magazzini dell'arsenale, c'è chi ha fatto incetta di alimenti ma si guarda bene dal dividerli con gli altri. Qualcuno mi prende in giro per il mio salame, che per il momento tengo sotto la testa quando mi posso sdraiare e mi dice ci tenevi tanto a portartelo dietro ora mangiati quello.

L'aria comincia a farsi irrespirabile, i bisogni corporali vengono fatti in un vecchio secchio trovato in un angolo e poi lanciati attraverso le grate dei finestrini, ma non tutto riesce ad andare fuori e con il passare delle ore l'olezzo è nauseante. Durante la notte cominciano anche i furti di pane e scatolette, convivere diventa difficile. Trá lo sconforto e i cattivi pensieri che mi affollano la mente, mi si accende una lampadina che lascia gli altri di sasso ed allevia la mia situazione. L'idea mi viene guardando i due finestrini con le grate che sono uno difronte all'altro, in un batter d'occhio srotolo il salame, stendo le corde, le fisso ai finestrini ed il riposo è assicurato. Poi lo cedo per un po ai possessori di vettovaglie in cambio di qualcosa da mettere sotto i denti. La temperatura comincia a scendere e si cominciano a vedere le nuvolette di vapore del nostro fiato ma in compenso si attenua il cattivo odore.

Il treno si ferma ad una stazione, e lo spettacolo che ci si para davanti se possibile ci fa sentire ancora piú freddo. Il cielo è cupo , fiumi di locomotive con vagoni stracarichi di poveracci come noi con tantissimi militari e gente armata intorno. Ci gridano in una lingua incomprensibile e con modi rudi e scattanti di scendere, con la gamella in mano e ci distribuiscono una brodaglia indescrivibile e una fetta quadrata di pane nero alta circa quattro centimetri a testa, dopo ci fanno risalire ed il pomeriggio si riparte.

È il 17 settembre, sono solo cinque giorni che ci hanno fatto prigionieri ma sembra giá un secolo. Se ci facessero una foto ora ne verrebbe fuori uno spettacolo desolante, barbe lunghe "tranne la mia che ancora non ho" vestiario irriconoscibile, sporchi e puzzolenti.

Nel frattempo abbiamo risolto il problema della latrina, in un angolo del vagone qualcuno ha realizzato un piccolo buco, con una mantella a mo di tenda ecco la latrina.

Il viaggio prosegue, comincia a spargersi la voce che abbiamo superato Berlino, probabilmente qualcuno trá noi ha riconosciuto qualcosa, la domanda è ma dove ci portano, al polo nord?

Sono trascorsi altri tre giorni, parecchio tempo lo passiamo fermi su binari morti tra tanti altri treni pieni di uomini di tutte le razze. Siamo stipati come le bestie, circondati da tantissimi militari armati. La mattina del 22 settembre, siamo in una stazione " NEUBRANDENBURG", pensavo che nel pomeriggio saremmo ripartiti ma mi sbagliavo, ci ordinano di scendere con tutta la nostra roba. Ci incolonnano per tre , si forma subito una lunga fila che partendo dalla piccola stazione, si snoda attraverso le vie della piccola cittadina dove nessuno pare interessarsi a noi. Saliamo lungo un costone che fiancheggia il paese. Tante piccole case, disposte in file ordinate, tutte con i tetti a punta e piccole finestrelle dai doppi vetri e tanti fiori. Intere pareti ricoperte di fiori e piante rampicanti. Nel paese, pochi i curiosi, è come se fossero. abituati a vedere questo spettacolo. Continuiamo a camminare, scortati ogni trenta metri da un tedesco armato, circa un chilometro di fila. Dimenticavo di dire che la notte precedente aveva nevicato, ora il cielo è plumbeo e ricomincia a nevicare, abbiamo giá percorso una decina di chilometri e fa un freddo cane. Pare quasi impossibile che solo dieci giorni prima ero a Pola in maglietta e c'era un sole splendido.

Siamo arrivati, in alto sull'ingresso c'è un' enorme scritta di legno :"STALL LAGER ARBEIT" mancano solo le lampadine e farebbe pensare all'ingresso di un lunapark.

Si è fatta notte, giá da lontano, al nostro arrivo veniamo inquadrati da un grosso faro posto sopra una torretta presidiata da sentinelle.

Si alza una barriera al nostro passaggio, poi un gruppo di soldati ci conta e formano tutti gruppi di cinquanta. Ci conducono in fondo al campo dove sulla sinistra ci sono una ventina di baracche , fanno entrare un gruppo in ogni baracca. Tutto intorno, torrette di legno con soldati e fari puntati contro le baracche. Ci ordinano di entrare e ci indicano di sdraiarci per terra dopo di che i fari si spostano e continuano il loro sciabolare notturno per tutto il campo. C'è chi si è trovato un posto subito, chi ancora non lo ha fatto dovrá farlo cercando di non calpestare gli altri giá sdraiati. Alla meno peggio trascorro la prima notte. Alle sei di mattina, era ancora buio quando un grosso botto da la sveglia di soprassalto a chi in qualche modo era riuscito a dormire. Un sergente tedesco, spalancando graziosamente la porta, attraversa la baracca gridando con voce gutturale: " Aufstehen.. Aufstehen!" che poi abbiamo capito voleva dire alzarsi. Insonnoliti e confusi, alcuni di noi ci siamo alzati e siamo usciti, altri si sono riaccucciati ma subito sono entrati due soldati e con un paio di bidoni d'acqua hanno inzuppato per bene chi non era scattato al primo comando. Questo per mettere subito in chiaro che aria tirasse quí, tante volte qualcuno di noi avesse frainteso.

Lascio immaginare cosa sia stato dopo per quei poveretti, quando si doveva stare circa mezzora in piedi fuori nella neve in attesa della conta. Dico conta e non appello perché di conta si tratta, niente piú nomi, solo numeri d'ora in avanti.

Dopo la conta e l'inquadramento avviene la spoliazione. Qui mi rendo conto perché gli stivali dei Tedeschi sono a forma di campana, li finiscono molti dei notri orologi anelli e catenine d'oro e quant'altro possediamo di valore. Dobbiamo consegnare il nostro tesserino militare, dopodiché veniamo avviati alle docce. In un grande capannone ci fanno spogliare nudi 30 alla volta, appendiamo quel che resta delle nostre divise ad un gancio che le trasporta entro uno stanzone dove un gas le sterilizza. Cosí nudi ci dobbiamo presentare poi a braccia e gambe divaricate dinanzi ad un militare che sta appollaiato su di uno sgabello davanti a strani barattoli e tamponi grandi come uno sturalavandino, dopo averli intinti in un liquido che poteva sembrare creolina dalla puzza, ci spennellano abbondantemente le ascelle, poi intorno ai genitali e poi dopo averci fatto fare dietrofront e un leggero inchino una passatina anche al posteriore.

Il primo rancio, consiste in un mestolo di brodaglia composta di carote verza e pezzetti neri bruciacchiati non meglio identificabili con un pane nero della lunghezza di 30 cm. che dovevamo dividere in sette persone.

Il pomeriggio ci portano in un'altro piazzale, dove ci sono due baracche adibite ad ufficio. Hanno scelto una decina di noi con bella calligrafia, incaricati di redigere le nostre generalitá e con le fotografie vengono archiviate. Ci viene messa al collo una piastrina bucherellata longitudinalmente con stampata sulle due metá la nostra matricola.

Espletate tutte queste formalitá, si torna al nostro riquadro e da quí inizia la nostra vita nel campo. Percorrendo la strada, i vari riquadri sono divisi da filo spinato su tre file ed al centro il simbolo del teschio ad indicare che era elettrificato. Saranno almeno otto blocchi, con baracche per almeno un migliaio di prigionieri. Da li mi rendo conto della vastitá del campo, ci sono. : Inglesi, Francesi, Cechi, Polacchi, Russi ecc. Le condizioni e il trattamento riservato ai Russi è di gran lunga il peggiore. Il secondo giorno ci mettono al corrente che giornalmente, in numero di 200, saremo condotti nelle campagne vicine a lavorare. Si deve essere pronti in gruppi da 20 persone alle 5 del mattino, chi è pronto parte chi no resta al campo, si fará ritorno alla sera. Il mattino successivo alle 4 eravamo giá in fila in parecchi. Lo facevamo con la speranza di poter mangiare qualcosa di meglio e comunque per poter uscire. Arrivano dei contadini che guidano trattori gommati con attaccati lunghi carri. Ci fanno sfilare uno per uno da un lato della sbarra d'entrata, con le mani ben in vista, un soldato legge il numero del piastrino ed un'altro lo annota su un registro. Saliamo 20 per carro ed un soldato che sará il nostro angelo custode per tutta la giornata. La maggior parte di noi va fuori a lavorare, quelli che non escono, rimangono a lavorare nell'orto del campo. L'"orto" è un grosso appezzamento di terra trá due pinete e davanti c'è una grande croce. Al momento il significato della croce davanti ad un orto, non ci è chiaro?

I campi dei contadini, sono tutti coltivati a barbabietole e patate, ci vengono date delle ceste di vimini con un solo manico che possono contenere circa 30 kg. Un militare ci chiama sempre con il solito tono sprezzante, com! com! Uno alla volta sino all'ultimo. Cominciamo a lavorare senza sosta, una macchina estrae le patate e noi con una velocitá incredibile le dobbiamo raccogliere e mettere nel cesto, sempre sotto il controllo del militare. A mezzo giorno, non abbiamo avuto il tempo neppure di alzare la testa. Arriva un carretto con sopra dei grossi bidoni tipo quelli nostri del latte, è il nostro pranzo. Puó mangiare solo chi ha completato il cesto e sotto il controllo del militare, ci danno delle ciotole, il pasto non è male e con la fame che abbiamo ci sembra quasi gustoso, la cosa sorprendente è che ne possiamo mangiare a volontá. È una specie di zuppa di cavoli, rape, patate e carote, si percepisce appena un sapore di grasso di maiale, ne facciamo un'abbuffata. Torniamo che è quasi buio, i fari dell'ingresso ci riprendono in consegna, si ripete il rituale del piastrino, perché non manchi nessuno.

I giorni passano, fa un freddo cane. Siamo abbondantemente sotto lo zero, non abbiamo stufa nella baracca e dormiamo sempre per terra come le bestie. Per tenerci piú caldo ci ranicchiamo uno addosso all'altro, altro grande problema sono i bisogni corporali durante la notte. La notte , la baracca piomba nel buio piú completo. Non so se perché magiamo solo brodaglie o per il gran freddo o perché si dorme per terra fatto stá che abbiamo tutti difficoltá a trattenere le urine e questo per chi dorme vicino alla porta o alle estremitá della baracca non è un problema ma se capiti al centro, trá le imprecazioni di chi viene calpestato a volte è difficile raggiungere la porta e spesso si finisce per farsela addosso e anche sul malcapitato che giace in prossimitá. Si cerca di tornare in fretta al posto nella speranza che il malcapitato non si accorga di nulla. Stá di fatto che la mattina ci si sveglia tutti umiddicci e maleodoranti.

Un giorno non riesco ad arrivare presto per l'uscita al lavoro e nemmeno per i lavori dell "orto", cosí rimango a bighellonare con altri nel riquadro vicino alla nostra baracca. Ci diamo un'occhiata in torno, una delle baracche è lunga il doppio della nostra, sono le cucine, in enormi pentoloni cucinano la brodaglia di miglio che ci danno da mangiare. Poi ci sono tanti catini in fila, servono per il the che ci danno anche tre volte al giorno, sono simili a quei catini con piedistallo che in molte case si tenevano in camera per lavarsi. Proseguendo il giro, vi descrivo le latrine, un fabricato lungo una ventina di metri, alto sette, senza finestre. Sulla facciata lunghe tubature a circa due metri, con una grossa manichetta che permette di scaricare l'enorme cisterna di escrementi nell'autobotte, si perché è di questo che si tratta, un'enorme autobotte alta circa due metri e lunga e larga come tutto il perimetro della baracca. Al suo interno, un enorme stanzone, con due porte alle due estremitá, nel centro circa trenta latrine, sono lunghi cassoni con un foro di circa 30 cm. Non vi dico stare appollaiati in trenta persone su questi fori, una puzza terrificante.

In una baracca, ci sono una trentina di alpini, sono un rimasuglio della Julia, sono stati fatti prigionieri in Russia. Certo questi sono diversi da noi !.. sono piú temprati, sono abituati ai sacrifici. Noi ce la facciamo sotto dal freddo, loro appena lo sentono, noi siamo impauriti, loro sono sprezzanti, si accontentano della brodaglia e del pane nero che danno al campo. Non daranno mai ai Tedeschi la soddisfazione di lavorare per loro nei campi. Gli alpini sono riusciti a contagiare con la loro ribellione anche altre due baracche vicino alle loro, un centinaio di avieri, ma sono tutti grandi, gente che ha combattuto, è tutta gente dai 25 ai 35 anni mentre noi siamo tutti ragazzini, io ho 17 anni e il piú grande trá noi ne ha 20. È trascorso quasi un mese, ma a me sembra un secolo. Devo aver perso 10 kg. Ma c'è chi stá peggio di me, adesso bisogna fare molta attenzione a non ammalarsi per non incorrere in un brutto rischio.

Quando passiamo davanti al riquadro degli Inglesi e dei Francesi ci lanciano sempre qualche sigaretta. Beati loro essi sono prigionieri di guerra possono anche ricevere pacchi con la posta. Con loro i Tedeschi stanno attenti mentre per noi non hanno nessun riguardo, per loro siamo inequivocabilmente dei traditori. Gli Inglesi ci gridano sempre di tenere duro che stá per finire e che per i tedeschi si mette male.

Lo volesse Dio, sentire queste cose ci rianima un po.

Dicevo che quí non esiste nemmeno l'infermeria, quella che c'è è solo per i Tedeschi e se per caso ti viene un'appendicite, un principio di congelamento o comunque qualsiasi cosa da cui non guarisci spontaneamente "e in queste condizioni sarebbe difficile guarire anche da una bronchite" ,sei dichiarato inguaribile e quindi vieni eliminato. Queste cose quí avvengono tutti i giorni, per fortuna non fra di noi ma spessissimo tra i Russi e i Cecoslovacchi che sono giá arrivati in questo campo piuttosto malconci e per di piú vengono trattati molto peggio di noi. Molte volte durante il giorno, vediamo passare un gruppo di quattro barellieri "anch'essi prigionieri" che trasportano malati, qualcuno è cosí scheletrito che non ha neppure la forza di lamentarsi ma qualcuno è legato perchè evidentemente preferirebbe continuare a soffrire ma seguitare a vivere. Dietro di loro due tedeschi che oltre al fucile portano con se il registro dell'archivio sul quale espleteranno la pratica della registrazione del piastrino. Il gruppo si dirige al bosco retrostante il campo oltre la croce che si vede anche dalla nostra baracca. Li quei poveri disgraziati cesseranno di soffrire.

Un giorno capitai anch'io a lavorare a quel famoso "orto" , il terreno situato dietro al bosco. Il giorno prima il terreno era stato dissodato ed ora noi dovevamo piantarvi degli ortaggi. Per arrivarci, dobbiamo attraversare la vegetazione del bosco, quello che vedono i miei occhi mi lascia allibito, un sistema di sepolture mai visto e neanche mai pensato potesse essere messo in atto da esseri umani. Passiamo a circa un centinaio di metri da llo spiazzo dove saranno state circa un trecento croci tutte in fila a circa 50 cm. Una dall'altra. Parallela a questa fila per tutta la luhghezza del campo una grossa fossa profonda un paio di metri, larga quattro, all'estremitá della buca giá pronta la calce viva che serviva per coprire i corpi. Questi venivano seppelliti a strati, uno strato di corpi e uno di calce, fino a riempire il fossato. Uno dei nostri compagni che aveva assistito al destino finale degli incurabili, ci ha descritto tutto.

Il misero morto, viene rovesciato nella fossa, quindi viene allineato con una pertica, se invece è ancora vivo, il soldato estrae la pistola lo liquida . I piastrini un addetto li avrá preventivamente tolti e una metá va in una scatola di legno su un tavolaccio, l'altra metá la portano in dietro per l'archiviazione. Poi aprono la valvola della calce e quando arrivano all'ultimo strato, il tutto viene ricoperto con uno strato di terra e vengono piantate le croci. Dopo questo viene scavato un'altro fossato e la cosa ricomincia daccapo. Da questo momento in poi , la mattina quando esco dalla baracca non posso fare piú a meno di guardare in quella direzione.

Da questo punto in poi le pagine sono tutte bianche. Mio padre che ne aveva superate tante, si trova ora difronte un nemico invincibile che purtoppo molti di noi hanno visto arrivare per portarsi via qualcuno della famiglia, è un nemico cosí odioso che non voglio neanche scriverne il nome. Comunque questa volta mio padre si è dovuto arrendere e non ha avuto più la forza di seguitare a scrivere o forse semplicemente non gli interessava piú farlo.

Vi dovrete accontentare dei miei ricordi.

Quando fú liberato Mussolini e venne creata la Repubblica Sociale Italiana, come tutti saprete, il paese si divise in due, e cosí anche la gloriosa X MAS, una parte si schieró con il Duce ed una parte si schieró con il re e con badoglio " chiedo scusa ho commesso un errore, si scrive maiuscolo, correggo il Re e Badoglio. Nella parte della XMAS che aveva deciso di rimanere con i vecchi alleati c'erano due figure molto note della Regia Marina Uno era il Comandante Junio Valeri Borghese, Comandante della suddetta XMAS e l'altro era il Comandante Enzo Grossi, comandante di Betasom. Fù proprio quest'ultimo che consentí in qualche modo a mio padre di portare a casa la pelle.

Un bel giorno, " vogliate scusarmi se a memoria non posso riportare le date" arrivó al campo di concentramento il Comandate Grossi, fecero uscire sul piazzale tutti i prigionieri e Grossi chiese a coloro che volevano aderire al nuovo governo di fare un passo avanti, raccomandando di riflettere bene sul fatto che chi rifiutava, sarebbe rimasto nel campo ma che di li a poco i Tedeschi li avrebbero trasferiti a Buchenwald, da dove ben difficilmente ci sarebbero stati superstiti. Tutti i giovani delle scuole e gran parte degli avieri fecero subito un passo avanti, gli unici che rimasero fermi sul posto furono gli alpini e qualche aviere.

Mio padre ha sempre sostenuto che tutti quelli che come lui optarono senza pensarci due volte per aderire, lo fecero piú nella speranza di trovare un mezzo per tornare a casa che non per convinzione. Del resto almeno i ragazzi delle scuole non era certo a fare la guerra che pensavano quando si sono arruolati, tutti loro sognavano tutte quelle cose prospettate dai bandi e dalla propaganda tipo : arruolati in Marina girerai il mondo ecc. Certo non avrebbero mai immaginato ne erano preparati a quegli orrori nei quali si erano trovati proiettati a pochi giorni dal loro arrivo in Marina.

Dal campo di concentramento mio padre fu mandato a Charchassonne, dove rimase pochissimo credo li facessero lavorare alla mimetizzazione di fortificazioni. Ma quel posto lo affascinó cosí tanto che ci torno molti anni dopo in visita, da li fu mandato direttamente a Bordeaux, ancora una volta a lavorare. Nei suoi racconti, ricordava sempre che quando uscivano in libera uscita dovevano andare sempre in gruppo ed armati perché fuori della base spesso li aspettavano, imboscate tese dai partigiani Francesi e molti non rientravano.

Poi fu assegnato ai dragamine ma fece solo qualche uscita di esercitazione su un'unitá credo in prestito dai Tedeschi infatti ricordava sempre che parte dell'equipaggio era tedesco e che i tedeschi a bordo erano armati e loro no, ricordava sempre la grande diffidenza che i Tedeschi avevano per gli Italiani e in molti casi anche disprezzo.

La sua permanenza a Bordeaux duró poco perche lui era determinato a filarsela alla prima occasione e questa non tardó a presentarsi. Non appena maturata la possibilitá di avere una licenza breve colse la palla al balzo e si dileguó.

Il suo comandante era un certo Luigi MAESTRI. "mi ha chiesto piú volte di fargli una ricerca su internet ma non ho mai trovato nulla ,non ricordo piú neanche che grado avesse".

Mio padre ha sempre avuto un leggero rimorso nei confronti di questa persona, ma vi racconto come andó.

Papá diceva che il comandante dopo aver avuto con lui un breve colloquio capí perfettamente quali fossero le sue intenzioni e gli disse apertamente: ho capito che te la vuoi filare e data la tua etá non ti biasimo per questo, comunque tu sei di Roma ma io il lasciapassare te lo posso concedere solo fino a Montevarchi, da li in poi te la dovrai cavare da solo. Questa conversazione trá noi non c'è mai stata, comunque ti chiedo un favore, se riesci a passare, ti vorrei afidare una lettera per i miei dato che da come si sono messe le cose non so che fine faró. E gli affidó una busta.

Mio padre partí e cominció il suo lungo viaggio fino a Roma, pur avendo il permesso ed essendo in divisa, cercó di evitare treni o mezzi su i quali si potessero comunque incontrare facilmente controlli e rischiare di dover rispondere a troppe domande. Si spostó principalmente sfruttando passaggi su camion, qualche carro che trasportava verdure. Poi mentre èra a bordo di un carro di un contadino, trainato da un trattore, trasportava qualche pollo e ortaggi che andava a vendere da qualche parte, ad un certo.punto del tragitto, furono sorpassati da un camion Tedesco che dopo il sorpasso, si fermó davanti a loro. Mio padre raggeló, ma i Tedeschi erano attratti da altro, si fecero consegnare qualche pollo e delle verdure dal contadino che reclamava ma non piú di tanto. Poi si rivolsero a mio padre che parlicchiava un po di francese e gli chiesero cosa facesse, lui prontamente gli mostró la licenza e il lasciapassare e gli offrirono di salire sul camion per un passaggio e che stavano andando verso il confine, salito sul cassone vide che i Tedeschi dovevano aver incontrato sulla strada diversi carretti tra cui anche uno che evidentemente trasportava vino perché era pieno di bottiglie, e gli occupanti piuttosto allegrotti, gli offrirono anche del pane e un pezzo di formaggio e scoppiarono tutti a ridere quando rifiutó il vino che non era abituato a bere, sghignazzarono un po trá loro in tedesco probabilmente prendendolo in giro. Mio padre era molto a disagio ma per fortuna la maggior parte dei tedeschi dormirono per tutto il tragitto, solo un paio di loro rimasero sempre svegli ma fortunatamente erano taciturni o forse non parlavano altro che il tedesco. Giunti a destinazione in un paesotto ancora in francia ma molto vicino al confine, mio padre fece per salutare ma il piú grasso dei tedeschi gli fece capire in parte a gesti e in parte in francese che non poteva andare. Gli si gelò il sangue, il pensiero gli tornó per un'istante al campo di prigionia, ma il tedesco gli disse che doveva aiutarli a scaricare il camion e ovviamente mio padre obbedí. Ma non finí li, nuovamente mio padre fece per salutare e sempre il grassone lo fermó nuovamente. La cosa si stava facendo complicata, il posto era pieno di militari e la paura di mio padre era che potessero incuriosirsi troppo per la presenza di un militare italiano, per giunta con la divisa da marinaio in un posto come quello e cominciare a fare domande. Invece al grassone serviva qualcuno che lavasse una montagna di piatti che avevano ammucchiato probabilmente da settimane nel locale adibito a cucina di quel posto e cosí gli lavammo pure i piatti. Alla fine il grassone fu di parola, congedó mio padre con una pacca sulla spalla e mio padre si dileguó all'istante.

Finalmente in ITALIA. questo passaggio lo ricordo meno, ricordo qualcosa del passaggio del confine ma molto vagamente e non vorrei metterci del mio ricostruendo male la vicenda.

Comunque ricordo che appena arrivato in italia, fú ospitato in una fattoria dove passó la notte e al mattino i due anziani rimasti soli perché i tre figli che avevano erano tutti in guerra e non avevano loro notizie ormai da mesi, vollero sapere da mio padre lui dove aveva combattuto e lui gli riassunse la sua breve guerra senza combattimenti, gli diedero degli indumenti civili che avevano in casa e gli andavano abbastanza bene, dovevano essere dei figli, tranne i pantaloni un po troppo lunghi e larghi, ma in quel momento per le strade erano un po tutti cosí conciati. La moglie del contadino taglió subito la divisa di mio padre un po per non farsela trovare in casa e anche perché con quel bel panno ci sarebbe venuto un bel paltó per il marito.

Salutati gli anziani coniugi, la prima cosa che fece fú quella di disfarsi della lettera del comandante e dei documenti,licenza e lasciapassare, pensó che se gli fossero stati trovati addosso, sarebbe stato un guaio, gli dispiacque molto per quella busta ma il rischio era troppo alto, non sapeva neppure cosa contenesse ma per non farsi venire altri scrupoli non la aprí nemmeno, gettó tutto in un rovo e si allontanó.

Da quí sino a casa tutta rigorosamente a piedi nutrendosi con qualsiasi cosa fosse commestibile racimolata lungo il tragitto fino a Roma.

Quando arrivó a Casa mia nonna stentó a riconoscerlo, mio padre che era alto un metro e ottanta, quando vide mia nonna l'ultima volta pesava 75 kg. ora avrá pesato a stento una cinquantina di chili.

Mia nonna che era molto devota alla madonna ed aveva fatto un voto andó a piedi scalzi da Trastevere dove abitavano allora fino al Santuario Del Divino Amore che distava molti chilometri.

Mio padre dovette andare per parecchio tempo al piano terra della caserma "ironia della sorte, la stessa dove io ho fatto il militare tanti anni dopo" Grazioli Lante per essere interrogato da un ufficiale e due sottufficiali, che gli ripetevano sempre le stesse domande cercando qualche contraddizione, si chiamava procedura di discriminazione, avevano paura che venendo dall'altra parte potesse essere una sorta di spia o cose del genere.

La vicenda di mio padre si conclude quí, chiedo scusa per la parte che ho ricostruito io se ho tralasciato qualche pezzo ma l'ho fatto per correttezza nei confronti di chi legge e dello stesso mio padre, non volendo aggiungere niente di mio.

Di fatti incresciosi ne sono accaduti anche dopo inquanto avendo mio padre rifiutato di tornare in Marina, dopo qualche anno ed era giá sposato con due figli gli arrivó la cartolina per l'esercito e non ha fatto il militare nuovamente solo perché doveva sostenere la famiglia altrimenti, come se non bastasse, sarebbe dovuto andare a svolgere il servizio di leva, dopo tutto quello che aveva passato... Mah!!!

Nonostante tutto, mio padre ha sempre conservato nel suo cuore un'affetto particolare per la M.M ed il grande orgoglio di averne fatto parte se pur nel modo da lui descritto.

Queste memorie, non saranno certamente avvincenti dal punto di vista marinaresco, ma ritengo che siano comunque utili dal punto di vista storico, inquanto forniscono uno spaccato di quanto avveniva realmente visto dagli occhi di un ragazzo.

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