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Navy60

Il Reggimento Marina

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Buonasera a tutti,

Questo è il libro che al momento sto rieditando...

 

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P.S. se ho sbagliato la sezione, scusatemi tanto...

Edited by Navy60

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La Richiesta che ha poi portato a scrivere questa incredibile opera:

 

Caro Don GIORDANI,

Ella che ha vissuto con il Reggimento «San Marco», fin dalla formazione, e che, per il suo ufficio, ha potuto più di ogni altro penetrare nell’animo dei nostri Marinai, dovrebbe narrare l’opera da essi compiuta al fronte.

Ella ne è degna, perchè ha saputo, in ogni vicenda, dare vigore agli spiriti e consapevolezza al sentimento, inculcare con l’esempio e la parola che la Patria bisogna amarla anche con la prospettiva del sacrificio. Ed è la persona adatta a narrare con parole semplici la grandezza di quell’opera che sta, come tante volte abbiamo rilevato insieme, più che nei fatti, nella spontanea naturalezza con cui furono compiuti da chi, spesso, non aveva per testimonio altro che la sua coscienza e Dio.

La narrazione servirà, principalmente, per coloro che hanno fatto parte del Reggimento. Essa li raggiungerà nelle loro case, ora che son tornati o stanno per tornare alla vita usata.

Leggendo, rivivranno le grandi giornate della guerra ed il ricordo non sarà senza beneficio per le loro anime. Perchè torneranno a sentire, anche quelli nella cui coscienza questa verità si stesse oscurando, che la Patria non è una vana ideologia, ma una realtà tangibile, per la quale un giorno erano pronti a morire.

Io spero, caro Don GIORDANI, che la persuasione di fare opera benefica le farà senz’altro accogliere la mia proposta.

Anticipatamente la ringrazio e le invio i miei affettuosi saluti.

Spezia, 22 Settembre 1919.

Aff.mo

Cap. di Vasc. Giuseppe SIRIANNI.



La Dedica del Cappellano Capo:

 

Agli Ufficiali e Marinai del Reggimento «San Marco», con i quali divisi le ansie e le gioie di un anno di guerra, dedico queste pagine.

Cappellano Capo Antonio GIORDANI.

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Grazie Vincenzo, è un testo bellissimo e davvero difficile da recuperare

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Hai ragione Andrea,

una volta che avrò ultimato spero di riuscire a farlo ripubblicare...

infatti per questo mi sto già muovendo su più fronti.

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CAPITOLO I

I Marinai di Monfalcone e di Grado. – Venezia. – Il 2 novembre. – Per ritardare l’avanzata nemica. – Il Battaglione Starita. – Cortellazzo.

 

I Marinai di Monfalcone avevano sparato fino all’ultimo colpo, coi loro cannoni navali, per proteggere la ritirata della III Armata; poi, con lo strazio nell’anima, avevano smontato i pezzi e dalle foci dell’Isonzo s’erano avviati a Venezia.

Quei di Grado avevano anch’essi asportato tutto il materiale di guerra dalla superba Difesa, lottando per tre giorni contro l’infuriare degli elementi.

Una cosa non avevano potuto riportare intera, il loro cuore, rimasto in gran parte attaccato a quelle terre, a quella laguna.

*

* *

A Venezia, li aveva raggiunti la notizia dell’Esercito in rotta. Prima non era apparsa a loro tutta la sventura rovesciatasi sull’Italia.

Venezia era irriconoscibile.

I negozi chiusi; gran parte della popolazione partita. Si mettevano al sicuro gli oggetti d’arte, i macchinari. Circolavano voci esagerate sulla difficoltà di difendere la città.

Il nemico era giunto al Tagliamento e stava per passare il fiume.

*

* *

Il 2 novembre, il sole, che non si mostrava da alcuni giorni, tornò ad affacciarsi dalle nubi squarciate; le campane di S. Marco martellavano lugubri.

In una caserma della Giudecca, i Marinai stavano raccolti attorno all’altare da campo che il Cappellano aveva salvato dal naufragio.

Si celebrava la Messa per i morti.

Veramente, quel giorno, ognuno di noi invidiava i morti, anche i più oscuri, i morti sul campo che non avevano ripiegato, ma erano rimasti con la faccia rivolta ad oriente, tenendo quelle terre, che noi avevamo lasciato, in un possesso incontestabile.

Dal Comando della Piazza giunse l’ordine di usare di tutti i mezzi a disposizione – personale e materiale – per ritardare l’avanzata nemica e difendere la città.

Il Capitano di Vascello Dentice, già Comandante la Difesa di Grado, tornò a Porto Buso per completare il ricupero del materiale di artiglieria. Era con lui il Tenente di Vascello Rizzo. Il Tenente di Vascello Biancheri andò con due Cannoniere – «Folgore» e «Saetta» – a Baseleghe; il Gruppo Paoletti alla foce del Piave; quello Celozzi ad Altino.

Una Compagnia di 200 Marinai Fucilieri, al comando del Capitano Mazzi ancora convalescente, si portò a Caorle, di là a S. Gaetano sul Lemene che organizzò a Difesa.

Poi, Dentice e Rizzo risalirono anch’essi il Lemene con tre M.A.S. (14, 19, 22) e due motoscafi ordinari.

Il giorno 5, Cannonieri e Fucilieri, respinsero forti pattuglie che tentavano passare il fiume presso Cavanella e sostennero un forte attacco a S. Gaetano. La sera dello stesso giorno, premuti da forze soverchianti, ripiegarono lentamente su Caorle. Il 6 rientrarono a Venezia.

Intanto veniva decisa la resistenza sul Piave. Molte artiglierie di Marina si trasportavano verso la nuova fronte.

*

* *

All’alba del giorno 9, un Battaglione di Marinai agli ordini del Capitano di Corvetta Starita, già Comandante in Seconda della Difesa di Monfalcone, partì dal Molo di S. Elisabetta e dalla Giudecca[1]. All’atto dell’imbarco, poche persone videro e compresero.

Lontano tuonava il cannone.

Lungo i canali, che vanno da Venezia a Cavallino e Cavazuccherina, incontrarono gli ultimi convogli di profughi: barche mosse a forza di braccia da vogatori, cariche di gente spaurita e di bambini incoscienti.

Tutte le braccia si protesero supplichevoli verso i Marinai e una voce si fece udire:

– Benedetti! Difendete le nostre case e le nostre terre ....

I Marinai agitarono commossi i berretti e gridarono:

– Non passeranno!

Alcuni contadini erravano ancora per i campi, come smarriti, inseguendo con lo sguardo la nuvolaglia grigia che ora si addensava verso i monti, ora, diradandosi, si sperdeva verso il mare.

E vi erano di quelli, più animosi, che continuavano a gettare il seme nei solchi, sperando nel futuro raccolto. Smettevano per un istante il lavoro, al passaggio dei Marinai, e si affacciavano dalle prode per vederli, per salutarli, tenendo il cappello in mano, quasi in segno di rispetto e di preghiera, e pronunciando parole che il vento portava lontano.

Alle ore 13, giunsero a Cortellazzo.

*

* *

È una frazione del Comune di Cavazuccherina, sull’incontro del canale Cavetta con il Piave. Sorta di recente, ha poche case, pulite e linde, allineate lungo il canale, e la Chiesa che di mezzo ad esse si leva come una vedetta.

Siamo all’estremo limite nord-est della laguna veneta superiore.

Il terreno circostante è solo in parte bonificato. Nel 1909 fu compiuta, per opera di un Consorzio, la bonifica della zona nord, chiamata primo bacino di Cavazuccherina.

Una rete di canali raccoglie le acque, che potenti macchine (le idrovore) assorbono, scaricandole nei fiumi. Data la natura del terreno, la vegetazione è rigogliosa dovunque: si vedono vigne, frutteti, distese immense di granoturco, pingui pascoli.

Per lungo tratto si svolge, come un nastro bianco, la strada che porta a San Donà di Piave; è tutta in rialzo e, spesso, si confonde con l’argine del fiume.

Le case, sparse con relativa frequenza nella campagna bonificata, portano il nome del proprietario o di chi vi abita o di una città.

Zona di Cortellazzo. – Fotografia da aereo.

Quando i Marinai giunsero a Cortellazzo, tutte le case erano chiuse, sicché sembravano in lutto. Venne aperto qualche uscio; nulla era stato portato via, tranne poche vesti; i mobili erano al loro posto; qualche cosa stringeva il cuore, entro quelle mura, che presto la furia della tempesta avrebbe stritolato, come tanti giocattoli.

Il Piave segnava già l’ultimo limite della nostra difesa. Non restavano che i ponti della Priula, soli varchi ancora aperti fra noi e il nemico, che ormai occupava tutta la sponda sinistra del fiume. Venivano fatti saltare la stessa sera (2).

I Marinai non erano preparati alla guerra di trincea. Tuttavia, a Monfalcone, in zona battuta, avevano fatto e presidiato trincee di seconda linea e nel basso Isonzo erano stati esposti al bombardamento continuo da parte delle artiglierie di Duino e dell’Hermada. Anche quelli che provenivano da Grado avevano subito frequentissimi bombardamenti aerei, più impressionanti dello stesso tiro di artiglieria. E ve n’era un forte nucleo che, nella laguna di Grado, si era per lungo tempo allenato ad un’operazione di sbarco che doveva effettuarsi sulla costa nemica. Ma, soprattutto, erano non esausti dalle fatiche della guerra ed animati dalle migliori intenzioni.

Sicché, in complesso, davano bene a sperare.

(2) Appena giunti a Cortellazzo, fu letto il seguente Ordine del Giorno del Comandante il Battaglione:

Ufficiali, Sottufficiali, Graduati e Comuni:

Orgoglioso e fiero di essere stato destinato vostro capo, vi rivolgo il mio affettuoso e fraterno saluto e dinanzi a voi giuro di adempiere, sempre e dovunque, con tutte le mie forze, al dovere che la Patria ci impone e reclama. Son sicuro che tutti mi seguirete con fermezza e slancio e che, per merito vostro, il Battaglione, fin dall’inizio, sarà battezzato col nome di Battaglione della Vittoria.

Il nostro motto è «AVANTI». Esso è come un voto, al quale non può mancare la benedizione divina.

La fede, inculcataci dalle nostre sante Madri, dice: DIO, PATRIA, RE! Ebbene, tutti i nostri più grandi amori ci chiamano alla gran prova. Siamo degni di loro!

Maledetto sia il vile, maledetto colui che non mi seguirà!

In alto i cuori, o Marinai, e con tutta la forza, perché l’eco sonora giunga fino al nemico, gridiamo: VIVA IL RE!

IL CAPITANO DI CORVETTA

Comandante

P. STARITA.

 

__________________


[1] Il Battaglione era composto su quattro Compagnie, aventi ciascuna una Sezione di mitragliatrici Colt: complessivamente 22 Ufficiali e 899 Sottufficiali, Graduati e Comuni. Comandavano le Compagnie i Capitani di Fanteria Maccaroni, Righi, Cesarini e Mazzi.

Edited by Navy60

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CAPITOLO II

Primi lavori difensivi. – Scambio di fucilate. – Gli Austriaci vogliono udir Messa in San Marco. – 13 e 14 novembre. – Ripiegamento. – I primi caduti.

All’indomani, d’ordine del Comandante il Settore, Colonnello Molaioni, il Battaglione Starita assumeva la difesa della zona compresa tra la foce del Piave e Casa Cornoldi nord, dando il cambio ad una compagnia di RR.GG. di Finanza e ad uno squadrone di Cavalleggeri Lucca appiedato, che si spostò verso nord.

Per dare maggiore efficienza al Battaglione di Marina, gli venne aggregata temporaneamente la Compagnia Mitraglieri Alpini N. 1359, che trovavasi nella zona[1].

Stabiliti i posti di vedetta e piazzate le mitragliatrici nei salienti della sponda del fiume e lungo la strada di S. Donà, si iniziarono i lavori di rafforzamento indispensabili.

Si scavarono trincee, si alzarono cigli di sostegno.

Il lavoro si alternava col servizio di vedetta.

Ogni tanto il movimento di vanga si arrestava e tutti tendevano l’orecchio. S’udiva un rumore dall’altra sponda, fra i cespugli e i canneti. Il nemico, forse, era lì a spiare.

L’attesa del nemico, la prima volta, dà sensazioni strane. È un insieme di ansia, di timore e di desiderio. Tutta l’anima affiora alla superficie. Il corpo diventa meno pesante, è solo occhi e orecchi, si protende innanzi, scruta l’orizzonte, punge l’aria.

Quel migliaio di uomini, che il dolore per la Patria invasa aveva ricacciato in su, a ritroso dei fiumi e dei canali della laguna, per incontrare il nemico, erano lì ad aspettarlo, saldi come la carena delle loro navi, decisi di fargli pagar cara l’audacia di aver posto piede sul suolo d’Italia.

*

* *

L’11 di novembre, s’udì il primo colpo di fucile traverso il fiume: ta-pum. Fu accolto con un grido di gioia, quasi di liberazione.

Due giorni di attesa erano apparsi troppo lunghi ai Marinai, più preparati al colpo di mano, improvviso e rapido, che non al lavoro lungo e monotono.

Lo scambio di fucilate diventò presto frequente, fra le vedette nostre e quelle nemiche.

*

* *

Velivoli austriaci gettarono cartellini di qua del Piave, per farci sapere che la Domenica successiva sarebbero stati a udir Messa in S. Marco.

*

* *

Il 13 novembre, alle cinque di mattina, alcuni barconi carichi di truppa scelta – si rilevò dai prigionieri e dai morti che erano tutti decorati al valore – profittando dell’oscurità fittissima, tagliarono la corrente del fiume e si accostarono silenziosamente verso la nostra sponda, all’altezza di Casa Cornoldi nord.

Molti altri galleggianti erano scaglionati lungo la riva sinistra, pronti a trasportare il grosso dei reparti.

Ma i Marinai facevano buona guardia.

Un barcone diretto verso il fronte della 3a Compagnia fu, al momento opportuno, investito così violentemente dal fuoco delle mitragliatrici che, sulle prime, non osò avanzare nè tornare indietro. Molti uomini si gettarono in acqua e furono travolti dalla corrente. Gli altri, dopo un primo momento di incertezza, si decisero a raggiungere la nostra sponda dove rimasero, acquattati in fondo alla imbarcazione. Furono fatti prigionieri, nonostante che il nemico, con fuoco di sbarramento, cercasse di impedire ai nostri di avvicinarsi.

Invece, poco più a nord, riuscivano a sbarcare e si affermavano rapidamente sul terreno, spazzando le difese antistanti, senza che queste potessero dominare in tempo la situazione.

Il Sottotenente Piatti era subito messo fuori di combattimento, per un proiettile scoppiatogli in bocca[2].

Con felice intuito, le mitragliatrici appostate a Casa Cornoldi si divisero il compito: alcune controbatterono la piccola testa di sbarco, costituita dal nemico, impedendole di estendersi, e altre diressero il fuoco contro la sponda sinistra del fiume, in direzione di Revedoli, dove si accumulavano uomini e materiali.

Contemporaneamente si propagava l’allarme a tutto il Battaglione e sul punto minacciato accorrevano i rincalzi. Il Comandante Starita era in mezzo a loro, pieno di ardimenti.

Con una foga impareggiabile, attaccarono alla baionetta il nemico che non voleva ripiegare e rispondeva con un fuoco violento di mitragliatrici e lancio di bombe a mano.

Dopo accanita lotta, tutti quelli che erano passati al di qua furono uccisi o annegavano nel fiume.

Era l’alba.

Indosso ad un Ufficiale fu trovata una carta del basso Piave, dove erano segnati i punti dello sbarco simultaneo, corrispondenti agli sbocchi stradali che permettevano l’affluire della truppa: Revedoli, Grisolera... Una brigata di Honveds Ungheresi era stata destinata per l’operazione.

Non esistevano comunicazioni telefoniche, mancavano i collegamenti.

Rimesse a posto le vedette e gli armamenti delle mitragliatrici, prese tutte le disposizioni per impedire un ritorno offensivo del nemico, si mandarono un plotone di Marinai ed una sezione di Mitraglieri Alpini a prendere collegamento a nord ed eventualmente a prestare aiuto.

Erano le 7. Il Comando del Settore chiedeva rinforzi.

Il nemico, gettato di sorpresa un ponte, presso Grisolera, era riuscito a far passare numerose truppe. Le compagnie di territoriali, che presidiavano la zona, dopo essersi strenuamente difese, avevano dovuto ripiegare su Casa Trinchet e Casa Molinato, in direzione di Cavazuccherina, lasciando numerosi morti sul terreno. Il nemico aveva dilagato fino a Fornaci di Brazzà. La situazione era gravissima.

Marinai e Alpini, a passo di corsa, giungevano nei pressi delle Fornaci, lasciando alle loro spalle i Cavalleggeri che presidiavano le Case Allegri, e si schieravano di fronte al nemico per frenarne la baldanzosa irruenza.

Il nemico, stupefatto per l’audace avanzata, provvide a trincerarsi.

Cadeva mortalmente ferito il Tenente Fantinati degli Alpini.

Subito dopo, la 2a Compagnia, sopraggiunta col Comandante Starita, attaccò l’avversario, lo circondò, lo incalzò, obbligandolo a retrocedere con gravi perdite. La 4a respinse, nella giornata, ulteriori puntate nemiche.

Finché calò la notte, piena di ansie tremende.

La 1a Compagnia, che era distesa a sud delle Fornaci, lungo l’argine, distaccò una grossa pattuglia, comandata dal Sottotenente Pitzalis, per cercare collegamento, a nord. La pattuglia rientrò, dopo essere arrivata fino a Casa Bressanin, senza aver trovato alcuno.

I Marinai erano soli.

Il mattino seguente, il nemico, preceduto da pattuglie con mitragliatrici d’assalto, attaccava di fianco la 1a Compagnia. Il primo urto fu sostenuto, tutto, dal 4° Plotone. Poi si fece subito avanti, con un rapido sbalzo, la 3a Compagnia. Allora il nemico tornò a trincerarsi nelle Fornaci. Ma i nostri gli strinsero attorno un valido cerchio di fuoco, che esso in vano tentò di spezzare.

Dopo aspra lotta, le Fornaci furono espugnate e il nemico messo in fuga. Sul posto lasciò Ufficiali e Soldati morti e feriti e tutto il materiale bellico[3].

Invece altrove le cose erano andate male.

A Zenson, il nemico aveva passato il fiume e vi si era stabilito saldamente. Da Capo Sile a Cavazuccherina, i nostri si erano dovuti ritirare al di qua del Piave vecchio e del Sile.

Sicché, verso sera, giunse l’ordine ai Marinai di ripiegare su Cortellazzo.

Essi dovevano abbandonare il terreno eroicamente difeso e arrossato dal sangue dei caduti.

Mai ordine fu così duro a eseguire.

Si caricarono i loro morti, le loro armi e quelle del nemico. Camminarono tutta la notte, sprofondando nella melma. Di fronte a Casa Cornoldi, provarono a sistemarsi a difesa. Ma ormai il Comando aveva stabilito il definitivo schieramento sul vecchio Piave; per cui dovettero ritirarsi anche di là.

Giunti a Cortellazzo, passarono di qua del Cavetta e il ponte fu incendiato.

Quando l’illuminò l’alba del 15 novembre e si trovarono sulla destra del piccolo canale che ormai li separava dal nemico, quando videro che neppure le case, la Chiesa di Cortellazzo, dove avevano riposato le prime notti, erano più in loro possesso, sentirono stringersi il cuore.

*

* *

Erano con loro i morti: Bellemo, Pedullà, Pollustri, Giorgetti, Giliberto, Cucuruzzo, De Martino.

Tutti avevano gettato la loro anima, senza rimpianto, per difendere quel lembo di terra, che la Patria aveva affidato al loro onore; alcuni l’avevano gettata, quasi con gioia.

V’era stato un Sottocapo che, mentre portava il rancio alle compagnie in linea, la mattina del 13, s’era accorto che un gruppo di Austriaci stava per accerchiare alcuni Marinai. Lasciate le casse di cottura e maneggiando il fucile come randello, da solo, si era gettato sul gruppo nemico che avanzava cauto, cercando riparo nell’alta vegetazione, lo aveva scompigliato e fatto indietreggiare; poi era caduto, trafitto.

Furono sepolti, in tre piccoli cimiteri, ciascuno dietro la fronte della rispettiva compagnia, un poco a sud del canale che ormai costituiva la linea di resistenza avanzata.

 

 

 

 

 

__________________


[1] La Compagnia Alpini rimase aggregata al Battaglione fino al 24 novembre.

[2] Si rivelavano subito le caratteristiche del nemico. Vari prigionieri, presi in questi giorni, furono trovati in possesso di cartucce esplosive, e, secondo le leggi di guerra, previo giudizio sommario, furono passati per le armi.

[3] Vedi il Bollettino del Comando Supremo del R.E. in data 14 novembre 1917 ed il Comunicato dell’Ufficio del Capo di S. M. della Marina in data 16 dello stesso mese.

Il Capo di S. M. della Marina era stato in linea, mentre si combatteva a Fornaci Brazzà.

I Marinai, venuti da Monfalcone e da Grado, lo amavano molto, per averlo visto spesso, sul fronte terrestre, esporsi serenamente ai disagi ed ai pericoli. Sicché fu un godimento per tutti il rivederlo, in quel luogo ed in quelle contingenze. Le parole di lode e di incoraggiamento che egli rivolse loro, dettero una forza nuova a quel manipolo di volenterosi.

Edited by Navy60

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@Andrea GM: Al momento ho due strade da percorrere per la ri-pubblicazione del libro (forse 3)... ritengo che non si possa permettere che parti della storia del nostro Paese vengano dimenticate :smile:

 

Comunque è presto per parlarne... devo ancora editare le ultime 27 pagine e poi devo re-impaginare restaurando prima tutte le foto che fino ad ora ho tralasciato...

Edited by Navy60

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CAPITOLO III

La Batteria Bordigioni. Il nuovo Comandante di Settore. Si costituisce il Reggimento Marina.

Il 13 e 14 novembre, i Marinai erano stati valorosamente sostenuti dalle poche artiglierie allora dislocate nella zona: 10 pezzi da sbarco del Capitano Bucchianico, una batteria da 87 dell’Esercito ed una da 152 di Marina, situata sulle dune, fra il Cavetta e il mare[1].

Era, quest’ultima, la batteria di medio calibro più avanzata, trovandosi appena a qualche centinaio di metri dietro il Piave. Da sola, aveva preso il nemico a tergo e d’infilata e fugato alcune siluranti, venute per bombardare le nostre linee. Sicchè, tra i Fanti e i Cannonieri navali della 152 si stabilirono subito i più cordiali rapporti. E poi, parte dell’armamento ed il Comandante, Tenente di Vascello Bordigioni, venivano anche essi da Grado; il che accresceva i vincoli d’affetto fra i due reparti[2].

Il 16 novembre fu una giornata gloriosa per la Bordigioni.

Alle 9,30 del mattino, le Corazzate austriache «Wien» e «Budapest», scortate da 10 Cacciatorpediniere, si presentarono al largo, di fronte al porto di Cortellazzo. Da un Caccia sventolava l’insegna ammiraglia. Mentre le siluranti si distendevano a protezione delle unità maggiori, queste aprirono un fuoco violento contro le trincee, le case situate sulla destra del Cavetta e contro la Batteria da 152, caposaldo della nostra difesa in quel settore.

Cinque velivoli si mantenevano sulle linee, per regolare il tiro delle navi e mitragliare le truppe. Lanciarono anche bombe sulle trincee.

La Bordigioni rispose al fuoco in modo superbo. Quei Cannonieri sembrava non credessero alla morte. I proiettili da 240 facevano tremare le dune, sconvolgevano la casetta del Comando, i ricoveri.

Alle 12, le navi nemiche si allontanarono, fugate dai nostri idrovolanti. Ma, alle 14, erano di ritorno.

Allora il Capitano di Fregata Ciano e il Tenente di Vascello Berardinelli, scivolando con due M.A.S. (13 e 15) lungo la costa, aggredirono in pieno giorno i colossi nemici. Tutto il naviglio leggero si avventava contro i minuscoli scafi e tutte le artiglierie, anche quelle delle torri, li bersagliavano inutilmente.

La «Wien» e la «Budapest» fuggirono ed un Cacciatorpediniere, colpito, fu visto tornarsene a rimorchio.

Da quel giorno i Marinai della 152 non potevano mostrarsi o dare l’elevazione ad un pezzo, senza provocare scariche rabbiose di fucileria.

*

* *

Lo stesso giorno, assumeva il Comando del Settore il Tenente Colonnello Pavone, Comandante i Reparti d’Assalto (20° e 21°), venuti a presidiare la linea di Cavazuccherina.

Si rivelò subito uomo di forte volere e in grado di dominare appieno la difficile situazione creatasi.

*

* *

Poco, dopo si ebbe notizia che il Capo di Stato Maggiore aveva deciso la costituzione di un Raggruppamento di Artiglieria e di un Reggimento di Fucilieri di Marina[3].

Il Reggimento sarebbe stato su tre Battaglioni con nomi di: Monfalcone, Grado, Caorle.

Il Comando del Reggimento veniva affidato al Capitano di Vascello Alfredo Dentice, il quale giungeva il 21 novembre e prendeva sede a Cà Nagliati[4].

 

_________________

 


[1] La maggior parte delle artiglierie di marina, che erano state approntate con febbrile attività, avevano affluito verso Capo Sile. Anche il Gruppo Paoletti si era trasportato, il giorno prima, in quest’ultima località.

[2] I cannoni e la maggior parte degli armamenti venivano invece dalla R. Nave «E. Filiberto».

[3] Al tempo di Carlo Emanuele III re di Sardegna, si ebbe un altro Reggimento di fanteria, chiamato «La Marina». Era il Reggimento Nizza, destinato, fin dal 1713, a fornire le compagnie da sbarco alle RR. Galee. Dal Reggimento Nizza nacque la Brigata Cuneo (7° e 8.°).

[4] Venivano istituiti anche l’Ispettorato della Difesa mobile della R. Marina sul fronte terrestre e la Brigata Marina, ambedue con sede a Venezia. Quest’ultima avrebbe dovuto funzionare come Deposito e Centro di rifornimento per i due corpi: Raggruppamento e Reggimento.

Edited by Navy60

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E poi, parte dell’armamento ed il Comandante, Tenente di Vascello Bordigioni, venivano anche essi da Grado;

 

Il dimenticato tenente di vascello Bruno Bordigioni, da Castelfranco Veneto

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Sto preparando un articolo sul Reggimento Marina prenderò qualche spunto.

Edited by Squadrag54

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Sto preparando un articolo sul Reggimento Marina prenderò qualche spunto.

 

Se può servirti ti invio del materiale domani...

Edited by Navy60

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CAPITOLO IV

La testa di ponte di Cortellazzo. Le iscrizioni a Casa Gerardo.

Intanto il terreno tra Sile e Piave si stava coprendo di acqua, fatta dilagare a bella posta per ostacolare i movimenti del nemico. Sporgevano dall’onda, rispecchiandosi in essa, gli alberi e le case. Non restava scoperta che qualche rara lingua di terra ed i sentieri in rialzo, come la strada di S. Donà. Anche di qua del Sile e del Cavetta, dove le idrovore, per la partenza dei proprietari, avevano cessato di funzionare, incominciava l’allagamento. Il paesaggio diventava più che mai melanconico e la permanenza in esso difficile.

Ciononostante, il nemico continuava a gravitare su Venezia.

A meglio contenerlo e rendere più agevole, al momento opportuno, la sua ricacciata, venne decisa la formazione delle teste di ponte di Capo Sile, Cavazuccherina e Cortellazzo.

Il 19 novembre, dopo di aver mandato pattuglie di Arditi in ricognizione a nord del Canale XIII, si iniziava dai Marinai la testa di ponte di Cortellazzo.

Il tracciato era il seguente: partiva dalla prima casa a ponente della Chiesa, raggiungeva il Canale XIII, lasciava questo a sud del reticolato e, attraversando la strada di S. Donà, si estendeva sino al Piave; di là tornava al Cavetta.

Il nemico si era trincerato sulla linea Casa Vianello - Casa Cornoldi sud.

Era perciò necessario che una Compagnia si distendesse sulla linea Casa Gerardo - Casa Rossa - Casa Gaggiola, a protezione delle altre che avrebbero eseguito i lavori.

Il gravoso compito fu affidato alla 5a Compagnia, arrivata a Cortellazzo da qualche giorno.

Questa Compagnia stette in condizioni difficilissime, facendo scudo del proprio petto ai compagni che lavoravano, restando lungamente digiuna, senza riparo, subendo perdite.

Era composta quasi esclusivamente di volontari, pieni di spirito e di buon umore, e comandata dal Capitano Pederzini, volontario anche lui, non ancora guarito da una ferita al torace che lo aveva tenuto alcuni mesi all’ospedale.

Reticolati, trinceramenti, postazioni di mitragliatrici, camminamenti, tutto si compì sotto il tiro di disturbo – di fucileria, mitragliatrici, bombe da fucile, cannoncini da 25 – che la 5a Compagnia cercava di sviare, attirando sopra di sé.

Due Ufficiali mutilati dirigevano audacemente i lavori. La loro presenza sosteneva e incuorava i Marinai.

Andavano le «comandate» cariche di tavole, di travi, di sacchi a terra, di rotoli di ferro spinato.

I Marinai, abituati a vivere da scoiattoli sulle sartie delle navi, guazzavano nel fango.

Incominciava la guerra, non quella dei giorni febbrili, pieni di ansie e di ebbrezza, ma quella dei giorni lunghi e monotoni, del lavoro continuo, sfibrante, delle vedette notturne, del sonno agitato...

La sera del 21, erano compiuti i primi lavori indispensabili alla testa di ponte, che veniva occupata stabilmente, e la 5a Compagnia rientrava nella propria trincea, al di qua del Cavetta.

*

* *

Questa Compagnia, nei giorni che era stata a protezione dei lavori, si era servita di Casa Gerardo, come di riparo momentaneo. Sui muri, i Marinai si ·erano divertiti a disegnare le più strane figurazioni.

Chi conosce l’anima del combattente sa come esso concepisca il nemico.

Qui si era certi che il nemico avrebbe visto e letto, perché la casa, posta fra le due linee, era occupata di giorno da noi e di notte, spesse volte, dal nemico.

Una fotografia, che riproduciamo, lascia leggere la parola «Kaiser» e, sotto, una bestia che doveva essere un ciuco; più in là, una faccia rotonda e ramificata, «Cecco patata».

In basso, il Capitano Comandante la Compagnia aveva scritto con un pezzo di carbone: «Autrichiens vous ȇtes des miserables barbares.

«L’Italie gagnera la guerre!!

« Sachez les autrichiens!!»

Ma una pattuglia austriaca aveva cancellato la parola «autrichiens» e sostituita l’altra «italiens».

La sostituzione aveva tratto in errore un Marinaio, di buon senso del resto, il quale, attribuendo la leggenda agli Austriaci, aveva continuato:

«Austriaci, ingiustamente insultate l’Italia. Noi vi amiamo, ma con ragione detestiamo i vostri capi che vollero e vogliono la guerra»[1].

Gli Austriaci non avevano apprezzato il sentimento buono del Marinaio e avevano risposto con villanie.

 

 

 

 

__________________

 


[1] Trasse in errore anche altri: l’On. Gasparotto che visitava Casa Gerardo, il 1° dicembre, quando costituiva uno dei punti avanzati della nostra difesa improvvisata, e della sua visita e dell’opera dei Marinai faceva cenno in un suo discorso alla Camera dei Deputati, il 22 dicembre 1917, e nel libro: Diario d’un Fante (Vol. I, pago 244 SS., F.lli Treves, 1918) e l’On. Di Campolattaro, il quale aggiunse anche lui alcune frasi alla serie delle iscrizioni di Casa Gerardo.

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CAPITOLO V

La 6a Compagnia. – Dal diario di un Capitano. – Il Battaglione Caorle. – Guerriglia. – I M.A.S.

Il 21 novembre, giunse in linea la 6a Compagnia.

Durante il viaggio, nei pressi di Cavazuccherina, aveva perduto due Ufficiali: l’Aspirante Cipriani ed il Tenente Reversi, Comandante la Compagnia, vittime di scelti tiratori, appostati oltre il canale. Il Tenente era stato colpito in fronte, mentre andava per sollevare il suo compagno caduto.

Il comando della Compagnia fu preso dal Sottotenente di Vascello Manfredi.

Erano così formati i primi due Battaglioni: Monfalcone e Grado.

*

* *

Dal diario di un Capitano:

«23 novembre. - Stamattina, alle ore 9, si è alzato un Draken nemico a circa 6 Km. dalla linea. Ritengo fosse sistemato su autocarreggiata, lungo la strada che va da Casa Murazetta verso nord. Il Draken si è abbassato al sopraggiungere da Venezia di velivoli francesi da caccia. All’improvviso, sono apparsi all’orizzonte anche tre apparecchi nemici che hanno attaccato coi primi vivacissimo combattimento. Erano forse a 3000 metri. Io e i Marinai abbiamo passato momenti di entusiasmo e di angoscia. Dopo qualche tempo, uno dei contendenti ha atterrato a motore spento. É venuto verso di noi, è passato strisciando sul Cavetta e si è schiacciato contro Casa Milazzo, sede della mia Compagnia. Sono accorso per salvare l’aviatore: i Marinai, nella persuasione che si, trattasse di un velivolo nemico, lo hanno circondato con facce scure e punte di baionette. Dai rottami dell’apparecchio è uscito l’aviatore, leggermente ferito alla testa, che credeva di essere prigioniero.

«Era il mio amico, Sergente di cavalleria De Grandmaison.

«Un abbraccio lungo, commosso, muto.

«Erano le 11: l’apparecchio, il Newport N. 4393».

*

* *

La mattina del 3 dicembre, partiva dalla Giudecca il 3° Battaglione, Caorle, al Comando del Capitano di Corvetta Roberto Colombo. Erano presenti il Contrammiraglio Molà e Gabriele D’Annunzio il quale rivolse ai Marinai parole di fede e di forza. Lungo le Fondamenta si era raccolta tutta la popolazione rimasta alla Giudecca, in gran parte donne e bambini, che ascoltarono commossi e stupiti le parole del poeta e applaudirono ai partenti. Quando i vaporini imbandierati passarono davanti la Riva degli Schiavoni, la dimostrazione si ripeté più imponente di prima.

Il Caorle dette il cambio al Monfalcone che si trasferì al Bagni per riordinarsi.

*

* *

Intanto l’attività combattiva aumentava ogni giorno, da ambe le parti. Si avevano frequenti scontri, e spesso sanguinosi, di pattuglie.

Il 29 novembre, una pattuglia nostra si era battuta, presso Casa Cornoldi sud, con una nemica, che aveva ripiegato, lasciando due morti sul terreno.

Il 14 dicembre, si ebbe altro scontro di pattuglie a Casa Rossa, che fu momentaneamente occupata dal nemico; il 15, scontro a Casa Gerardo.

Questa volta la pattuglia nemica era di forze assai superiori. Tuttavia il Tenente Canavesio, in testa ai Marinai, audacemente l’attaccò. Nella notte incombente la lotta fu vivacissima. I nostri rientrarono, lasciando nemici morti e feriti e portando con loro sei prigionieri. Mancavano l’Ufficiale ed alcuni Marinai.

Poco dopo, ritornarono all’attacco in forza maggiore, e Casa Gerardo fu occupata e messa in istato di resistenza[1].

Ma, purtroppo, il Tenente Canavesio si ricercò invano[2].

Si aveva, insomma, la guerriglia, una specie di caccia al nemico. Terreni neutri; punti occupati, solo di notte, da una parte o dall’altra; zone ora allagate ora in secco; ponti leggeri che si gettavano sui canali e si toglievano. Una mitragliatrice ad un varco, avrebbe potuto arrestare l’impeto d’un battaglione. Di notte, un irradiarsi di pattuglie in tutte le direzioni; Arditi che raggiungevano una casa vuota, la occupavano, e, un’ora dopo, quando il nemico si avvicinava, facevano battaglia[3] (3).

Contro queste case spesso si invocava il tiro delle artiglierie.

Stavano così cadendo, l’una dopo l’altra, tutte le belle fattorie, che il Consorzio per la bonifica aveva costruito con larghezza di vedute e di mezzi.

A rendere più caratteristica la lotta, era venuta fin dal principio una squadriglia di M.A.S. (16, 22, 53), «Cavalleggeri della palude», comandata da Rizzo. Di giorno e di notte, facevano scorrerie lungo i fiumi e i canali, cannoneggiando e mitragliando, oltre le sponde, appostamenti nemici e nidi di mitragliatrici, disturbando lavori difensivi in corso. Spesso servivano di appoggio ai reparti operanti, sbarcando gruppi di Arditi, i quali, fatto il colpo di mano, ritornavano a bordo.

Nei primi giorni di Dicembre, Rizzo fu chiamato al Comando in Capo di Venezia per una importante missione. E la notte sul 10, insieme al Sottotenente Ferrarini, silurava, nel porto di Trieste, la «Wien» e la «Budapest».

La notizia, che esaltò l'anima di tutta la Nazione, non è facile dire quale impressione destasse nel Reggimento Marina, specialmente negli Ufficiali del Comando che avevano avuto Rizzo per compagno, durante tutta la guerra, a Grado. Anche nei Marinai l’entusiasmo giunse al colmo. Rizzo li aveva vendicati.

 

 

 

__________________

 

 


[1] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 16 dicembre 1917.

[2] Si seppe più tardi, dai prigionieri fatti il giorno 19, che era caduto ferito nelle mani del nemico, dopo essersi difeso eroicamente, ed era morto in una infermeria da campo.

[3] Scontri di pattuglie avvenivano tutte le notti. Vedi Bollettino del Comando Supremo, 3 dicembre 1917.

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CAPITOLO VI

Come veniva presidiata la linea di Cortellazzo. – La III Brigata Bersaglieri. – Il 19 dicembre. – Gli ultimi onori.

Al Reggimento Marina fu affidata stabilmente la difesa della zona di Cortellazzo, dalla testa di ponte al mare. Dovevano presidiarla due Battaglioni, distesi l’uno alla testa di ponte e l’altro lungo il Cavetta, da Casa Milazzo a Casa Sostegno e, lungo la sponda del Piave, da Casa Sostegno alla penisola.

Il 3° Battaglione, di rincalzo, ai Bagni di Cavazuccherina. Ma quando, verso il 10 dicembre, incominciò a correr la voce di un tentativo di sbarco da parte del nemico, al Battaglione di rincalzo fu affidata la vigilanza costiera, dal porto di Cortellazzo ai Bagni.

*

* *

A Cavazuccherina, i Reparti d’assalto venivano sostituiti dalla III Brigata Bersaglieri (17° e 18°).

La comandava il Generale Santi Ceccherini, il valoroso duce dei Bersaglieri ciclisti del S. Michele, il quale ama molto la Marina, e non senza ragione, perché qualche cosa dello spirito di La Marmora è pure nei Marinai. Egli assumeva anche il comando della linea, da Cavazuccherina al mare[1].

*

* *

Da qualche giorno, stava diventando più intenso il tiro di artiglieria contro le trincee, le opere di difesa, gli sbocchi delle strade e le sedi presunte dei Comandi.

Temendosi un attacco, furono presi i provvedimenti necessari.

Il 19 dicembre, occupava la testa di ponte il Battaglione Grado, il Caorle era lungo il Cavetta e la «saccata»[2]: ambedue al comando del Capitano di Corvetta Colombo.

Erano in linea anche reparti di Bersaglieri zappatori.

Il cielo era striato di nuvole; nel mare foschia.

Alle 8 del mattino, due velivoli nemici si attardarono in ricognizione sulle nostre linee e, alle 9, tiro di tutte le batterie, di quelle individuate nei giorni precedenti e di molte altre che prima non si erano rivelate[3].

Il tiro si estendeva anche a Cavazuccherina e su tutta la linea del vecchio Piave.

Controbattevano tutte le nostre artiglierie a terra e sui pontoni, comprese quelle di navi leggere che incrociavano lungo la spiaggia.

Era un boato generale, un fragore assordante. S’udiva ronzio di velivoli a bassa quota, che mitragliavano la truppa. La permanenza nelle trincee diventava eroismo.

Questa volta l’attacco non poteva mancare.

Il Comandante del Reggimento era in linea e non rivelava alcuna interna emozione. Era sicuro della sua gente. Poche frasi ed un bel sorriso.

Un battaglione di Ungheresi, del 100° Fanteria, preceduto da reparti d’assalto, dette il primo urto contro la nostra linea di difesa: Casa Rossa-Casa Gerardo sponda del Piave. Violenza estrema.

Stretti ai parapetti delle trincee, i Marinai resistettero senza impallidire.

La più provata fu la 4a Compagnia. Il Tenente Porrino cadde, tra i primi, mentre eccitava i Marinai alla resistenza.

Contemporaneamente, il nemico tentava uno sbarco per attaccare di fianco. Ma nostre mitragliatrici facevano indietreggiare in disordine le imbarcazioni cariche di truppa, alcune delle quali affondavano.

Gli attaccanti ebbero perdite enormi. Tuttavia, alle prime ondate ne fecero succedere altre, con intensità sempre crescente.

Si seppe poi dai prigionieri che l’Armata di Boroevic aveva impegnato tutta la XII Divisione in questo attacco alla linea del vecchio Piave, ma specialmente alle teste di ponte di Cavazuccherina e di Cortellazzo.

Qui, il nemico, dopo reiterati sforzi, riusciva a penetrare negli intervalli fra Casa Rossa e Casa Gerardo e fra questa e il fiume.

Parve per un momento ai Marinai che l’onore del giovane Reggimento fosse compromesso. Ma, per fortuna, i capisaldi della difesa rimanevano tuttavia intatti.

Nonostante il tiro d’interdizione che aveva distrutti i passaggi sul Cavetta, il Battaglione di rincalzo si fece sotto con magnifico slancio. Precedeva la 7a Compagnia. Il Tenente Panelli, pieno di ardore, cadeva gridando:

– Avanti, Marinai! Viva la Marina!

Dopo lunghi corpo a corpo, il nemico fu ricacciato sulle linee di partenza.

Ma non si ristette. Fino alle ore 13,30 rinnovò inutilmente gli attacchi, logorando forze ingenti e lasciando nelle nostre mani una cinquantina di prigionieri, di cui tre Ufficiali.

Questi parlarono di sorpresa e sbigottimento, nel nemico, quantunque composto di truppe scelte, per la resistenza dei Marinai all’urto prolungato e per lo slancio con cui contrattaccarono.

Il Comando aveva loro assicurato che il giorno di Natale sarebbero stati a Venezia[4].

*

* *

All’indomani furono raccolte le salme dei caduti.

Durante il rinvenimento e la ricognizione delle medesime, un «cecchino» tirava sui pietosi, intenti al mesto compito. Furono portate al Cimitero di Cà Gamba.

Lungo il percorso le sentinelle presentarono le armi, salutarono commossi gli altri; sul capo sibilavano i proiettili.

Il terreno, per cui si passava, mostrava frequenti segni della lotta del giorno precedente. La fronte dell’8a Compagnia, nei pressi di Casa Vianello, era stata battuta più delle altre; crateri immensi si aprivano ogni tanto. Eppure, lì, non si aveva avuto un ferito. Solo il Comandante, Tenente di Vascello De Benedetti, era caduto in un’ardita ricognizione a Casa Gerardo.

Al Cimitero, il Comandante di Reggimento dette l’ultimo saluto a quei generosi che il giorno prima aveva visto passare dinanzi a sé, sereni e forti. Fu un momento d’intensa commozione, per tutti.

Era finita la mesta cerimonia, quando un Ufficiale alto e magro, anima ·e corpo francescano, portò a spalla la salma del Comandante 1’8a Compagnia, chiusa in una rozza cassa di legno. L’aveva vegliata tutta la notte, nella sua stanzetta angusta, con due candele ai piedi e pochi fiori di campo.

*

* *

Quei giorni, il nemico ·era stato battuto su tutta la linea del basso Piave: a Cortellazzo, Cavazuccherina, Capo Sile, Fagarè. A Zenson era in condizioni assai critiche.

Il Duca d’Aosta poteva emanare un proclama alle truppe della III Armata, in cui diceva: «Il sole della vittoria risplende ancora sulle nostre lacere bandiere».

COMANDO DEL XXIII CORPO D’ARMATA

Stato Maggiore

N. 4438 di prot. Op.

22 dicembre 1917.

OGGETTO:

Prigionieri austriaci.

Ai Comandi delle Divisioni 28ae 61.

Al Comando Settore Cavallino.

La brillante audacia dei nostri Marinai ha infranto sul nascere un attacco nemico in forze·e sapientemente preparato; un buon numero di prigionieri è in nostra mano.

Interrogati, tutti, concordemente hanno avuto parole di elogio, di ammirazione, di entusiasmo per lo slancio e l’impetuosità con cui a Cortellazzo i nostri bravi Marinai si sono battuti.

«Se tutti i soldati italiani combatteranno come i Marinai a Cortellazzo, ogni speranza di sfondare il Piave Vecchio può dirsi perduta». Tale è il giudizio che i prigionieri hanno espresso. Questa frase, in bocca al nostro nemico secolare, deve essere fonte di orgoglio e di sicurezza per noi.

Sono certo che nessuno dei miei Soldati vorrà essere da meno dei miei bravi Marinai. Le valide difese apprestate sul fiume troveranno ovunque uomini saldi e sicuri che sapranno bene sfruttarle; sostenuti dal fuoco delle nostre artiglierie, nulla resisterà ai Fucilieri del Corpo d’Armata. E quando il nemico vorrà attaccarci, dovrà urtare contro una muraglia di ferro e di fuoco e perdere fin da principio le sue audaci speranze.

IL TENENTE GENERALE

Comandante del Corpo d’Armata

F.to PETITTI.

S.A.R. il Duca d’Aosta, Comandante la III Armata, inviava al Comando del Dipartimento Marittimo di Venezia il seguente Ordine del Giorno:

«Dalle ulteriori notizie oggi trasmesse dal Comandante del XXIII Corpo d’Armata rilevo la valorosa condotta ieri tenuta a Cortellazzo dai reparti Marinai che, respinto l’attacco e sventato l’aggiramento, hanno poi brillantemente contrattaccato l’avversario in forze, infliggendogli gravi perdite e catturandogli prigionieri. Sebbene l’odierno Comunicato del Comando Supremo contenga già del fatto d’arme adeguato cenno, esprimo tuttavia ai reparti Marinai il mio compiacimento per il brillante episodio che, per la partecipazione di nuclei di Bersaglieri e Zappatori, vale anche a rinsaldare i vincoli di fraternità d’armi».

Nella stessa occasione, il capo di S.M. dell’Esercito dirigeva al Capo di S.M. della Marina il seguente telegramma:

«Mi compiaccio vivamente della valorosa condotta tenuta dal Reggimento Marina, nei combattimenti del giorno 19 alla foce del Piave, che conferma anche una volta le belle virtù militari dei nostri Marinai».

 

 

 

 

 

__________________

 


[1] Le grandi Unità dell’Esercito, dalle quali tatticamente dipendeva il Reggimento Marina, in quel tempo, erano: III Brigata Bersaglieri, IV Divisione di Fanteria, XXIII Corpo d’Armata.

[2] «Saccata», nome dato alla trincea sopra elevata lungo la sponda del Piave, a sud del Cavetta.

[3] Tiravano da S. Croce, dalla Vallicina, dalle Case Consorziate, Maritan, Vincenzetto, Battistrutto e da altri punti non esattamente individuati.

[4] 4) Vedi Bollettino del Comando Supremo 20 dicembre; Comunicato del Capo di S.M. della Marina 23 dicembre; Comunicato dell’Agenzia Stefani 21 dicembre 1917 e il seguente elogio del Comando del XXIII Corpo d’Armata:

COMANDO SETTORE CAVALLINO

___________

23 dicembre 1917.

N. 7 di prot. Op.

Al Comando del Reggimento Marina.

Sono lieto di comunicare direttamente al bravo Reggimento di Marina le parole di S. E. il Comandante di C.A., parole che ho disposto siano portate a conoscenza di tutti i reparti da me dipendenti.

IL MAGGIOR GENERALE

Comandante del Settore

F.to ALLIEVI.

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CAPITOLO VII

Il Re in Trincea. Natale. La Messa di mezzanotte. – «Vincere o morire». – Auguri e doni. I primi complementi

Il 22 dicembre, S.M. il Re, accompagnato dal Capo di S.M. della Marina, visitava le trincee di Cortellazzo ed aveva parole di elogio per i Marinai.

É difficile misurare tutto il valore morale di questa visita.

Erano gente semplice, i nostri Marinai, senza cultura, incapaci di alimentare il loro amor patrio con considerazioni ideali, ma certi fatti destavano nel loro animo vibrazioni profonde. La notizia della Patria in pericolo li aveva scossi una prima volta; la vista del Re, in trincea, disinvolto e benevolo, accresceva ora, inconsapevolmente, il loro attaccamento alla Sua augusta persona, alla Patria, al dovere.

*

* *

Per l’occasione del Natale, il Comandante il XXIII Corpo d’Armata, Tenente Generale Petitti, diramò una circolare, che fu letta ai Marinai del Reggimento. In essa era detto:

«È il terzo Natale di guerra! Ricorre quest’anno in un momento triste, perché il sacro suolo della Patria è calpestato dai nostri nemici e molti di voi hanno al di là le loro case e le loro famiglie. Quest’anno più che mai il dovere ci sospinge alla lotta. L’augurio che ora erompe dai nostri cuori è quello di riconquistare le nostre terre, di vendicare i nostri morti e di scacciare il barbaro al di là dei confini segnati all’Italia da Dio e dalla storia.

«Ho ferma fede nel successo, perché so le vostre virtù, perché so la tenacia dimostrata nei lunghi periodi di trincea ed il valore dimostrato in aspre lotte».

L’accenno a coloro che avevano «al di là le loro case e le loro famiglie» toccava parecchi Marinai. Erano bravi giovani, a cui la sventura recente aveva dato una tinta di melanconia, ma non aveva spento l’ardore guerriero.

La maggior parte mancavano di notizie dei loro parenti: non sapevano se fossero riusciti a fuggire, prima che arrivasse il nemico, o fossero rimasti al di là. Moltiplicavano da ogni parte le richieste di notizie, ma non ne giungevano che pochissime.

C’era chi aveva la sua casa a Passarella di Sopra, a S. Donà, a Caorle, luoghi vicinissimi, spesso battuti dalle nostre artiglierie. L’anima di quei Marinai era messa a ben dura prova.

Ad uno di Caorle era stato detto che il nemico aveva abbattuto il campanile del suo paese, stupenda mole cilindrica del X secolo. Per molti giorni fu visto salire sulle dune, aguzzar l’occhio e cercare il suo campanile, ma la foschia non gli permetteva mai di vederlo con sicurezza. Il giorno che poté scorgere, coi suoi propri occhi, che il campanile «'l gera suso» fu per lui una festa.

Invece quello di Revedoli non si affacciava più fra i canneti; ed i Marinai della laguna, abituati a navigare in quei paraggi, rimpiangevano, con vero dolore, la caduta della piccola torre a loro famigliare, che nelle giornate di nebbia serviva a ritrovare la via del ritorno.

*

* *

A mezzanotte, fu celebrata la Messa, sulla spiaggia, nella Casa del Marinaio apprestata per la circostanza.

Fu una cerimonia intima, piena di richiami religiosi e di dolcezze quasi famigliari. Vi parteciparono il Battaglione Grado che era sul posto, di rincalzo, il Comando del Reggimento Marina, Ufficiali e Soldati della III Brigata Bersaglieri.

Due pini fiancheggiavano l’altare. La Musica suonò la «pastorale», mentre le onde del mare, percuotendo con ritmo monotono la chiesetta improvvisata, circondavano di uno strano fascino la rievocazione del mistero. Marinai e Soldati si accostarono alla Comunione. Splendevano poche luci attorno all’altare, ma molta chiarità era, quella notte, nelle nostre anime.

Il Capo di S.M., da Venezia, così aveva risposto al Comandante del Reggimento, il quale lo aveva invitato ad assistere alla Messa, che sarebbe stata celebrata a rinsaldare gli animi nella fede della vittoria immancabile.

«Spiacente non potere assistere assieme nostri bravi Marinai Messa del Santo Natale, unirò mie preghiere alle loro, perché loro valore sia riconfermato dalla completa vittoria delle nostre armi, che ne consentirà ritorno in seno alle famiglie che ora essi strenuamente difendono.

F.to Revel».

Al mattino, servizio religioso per i battaglioni in linea. La Messa fu celebrata nell’angolo formato dal congiungimento del Cavetta col Piave e presso Casa Milazzo.

L’altare poggiava sul fasciame della trincea ancora mezzo disfatta dall’ultima battaglia: altare povero ed insieme ricco, miserevole e sublime, che ci ricordava la grotta di Betlem ed il colle del Calvario.

Due soldati Austriaci furono veduti in piedi, sull’altra sponda, assistere alla Messa che il Sacerdote celebrava anche per loro e per tutti gli uomini «di buona volontà».

Compiuta la cerimonia, il Comandante del Monfalcone parlò alla sua «gente» con l’accento che gli è proprio, calmo, animandosi a tratti: parlò di guerra e di pace, della trincea presente e della casa lontana. Da ultimo posò la mano sul libro ancora aperto della Messa e, in nome proprio e di tutti, rinnovò il giuramento di vincere o morire.

*

* *

Ormai il nome dei Marinai di Cortellazzo andava di bocca in bocca: la Marina ne era orgogliosa ed in paese ognuno sentiva di doverli annoverare fra coloro che avevano salvata Venezia dall’invasione.

D’Annunzio così scriveva al Comandante Dentice:

«Mi ero proposto venire a passare qualche settimana fra i Marinai in palude, che li trasforma in eroi resistenti e ne riluce la prodezza che non si ricorda della «plancia» se non per avere saldo ed infallibile il piede anche sulla velma e sulle barene, ma sono costretto a ritornare presso le mie squadriglie di S. Pelagio.

«Non voglio fare a Lei ed ai suoi Battaglioni una visita frettolosa: verrò più tardi.

«Ecco intanto il mio più ardente augurio per la gloriosa Brigata Marinai, per i suoi mirabili Fanti navali, che combattono là dove il fiume, il mare e la terra si confondono come il coraggio, la costanza e la speranza nei giovani cuori»[1].

Nel pomeriggio il Console Americano a Venezia si recava a Cortellazzo per fare gli auguri ai Marinai e per distribuire doni a nome del Governo degli Stati Uniti. Fu festeggiatissimo, oltreché per la missione gradita che veniva a compiere, anche per il suo fare bonario, per la sincera ammirazione e, quasi, meraviglia che dimostrava per tutto ciò che il Fante italiano sa operare e soffrire[2].

Gli ultimi di dicembre, giunsero in linea i primi complementi.

Si notò subito la differenza fra i nuovi venuti e gli altri, che ormai si consideravano, un po’ orgogliosamente, come gli anziani del fronte.

Questi avevano già sofferto, molti avevano già superata la morte; quelli si preparavano a soffrire ed a morire. Ma si era sicuri che, presto, tutti sarebbero stati assorbiti dallo stesso spettacolo e dallo stesso pericolo, con la stessa anima e serenità.

Il Comandante la III Armata così rispondeva al telegramma di omaggio e di augurio del Comandante del Reggimento:

«Contraccambiando suoi auguri, formulo i più fervidi voti per i Marinai del giovane Reggimento, sicuro che essi in terra come in mare sapranno arricchire di nuova gloria i fasti della Marina Italiana.

F.to E.F. Di Savoia».

 

_________________

 


[1] Lo stesso D’Annunzio telegrafava al Capo di S.M. Ammiraglio Revel questo pensiero, che veniva comunicato al Comando del Reggimento:

«I Marinai della marina di Cortellazzo, con le erbe povere delle barene, hanno composto un santo ed eroico giaciglio a Colui che nascendo si chiama «il più forte». Natale del 1917».

[2] Furono inviati doni ai Marinai del Reggimento anche dal Comitato Patronesse della Lega Navale Italiana - Sezione di Milano, dal Comitato «Pro Marinai» di Roma, dal Municipio di Venezia, dalla Signora De Vito Francesco di Venezia, dalla Contessina Giulia Del Balzo di Napoli, dalla Signorina Lina Brambilla di Milano e da molti altri.

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CAPITOLO VIII

Gli Arditi. – I Mitraglieri del Sile. – Vita di travaglio. – Attività combattiva.

Prima di qualche colpo di mano, era sempre grande, più del bisogno, il numero degli Arditi che si offrivano spontaneamente. C’era chi scongiurava di non essere escluso.

Gli Arditi vegliavano tutte le notti fuori dei reticolati, appiattati fra i cespugli, per dare in tempo l’allarme ai difensori delle trincee ed evitare sorprese. Spesso sentivano il bisogno di sgranchirsi le membra ed allora si davano a frugare, come levrieri. Non era raro il caso che ritornassero con la preda, avendo acciuffato qualche vedetta nemica sorpresa nel dormiveglia.

Designati, sul principio, solo in vista di maggiore prestanza e coraggio, più tardi furono inquadrati in gruppi distinti, istruiti sul posto od inviati ai corsi speciali che si tenevano periodicamente a Casale sul Sile e ad Altino.

Ogni Battaglione formò il suo gruppo, che salì in qualche periodo e per qualche Battaglione a cento uomini. Ripartiti in squadre, marciavano sempre in testa alla loro Compagnia.

Piccolo è il numero di questi temerari scampato alla morte.

Alcuni che non l’avevano incontrata sul campo, furono colti, un giorno, quasi a tradimento.

Era il primo giorno di bel tempo, dopo un lungo periodo di nebbie durante il quale le artiglierie avevano taciuto. Nella mattinata, era ricominciato il solito duello.

Un colpo prese in pieno Casa Negri, esplodendo in un locale a piano terra, dove riposavano gli Arditi addetti al Comando di Battaglione. Morirono o furono gravemente feriti, tutti.

Il fatto destò grande commozione nel Reggimento. Quelli che più agognavano a battersi, erano periti oscuramente e senza gloria, offesi da un turbinio di pietre in rovina, soffocati da una nuvola di polvere e di detriti.

*

* *

Accanto agli Arditi, merita di essere specialmente ricordata una Sezione di Mitraglieri (37 uomini e 8 armi), che fu per vario tempo lungo il Sile, alla dipendenza tattica del Comando di un Battaglione delle RR.GG. di Finanza (7° e 8°).

Isolati, senza vie di comunicazione, furono i «Robinson Crosuè della laguna e della guerra», come li chiama Maffio Maffii[1].

Li comandava un giovane avvocato, il Sottotenente Silvio Cotta[2].

Fino dal 15 novembre, queste poche diecine di uomini esercitarono in una zona la più capricciosa, dove non era che un debole argine a cui aggrapparsi, la vigilanza e la difesa del Sile, e per una settimana tennero tutto il tratto, che va da Salsi a Cà Gradenico, circa 8 chilometri. Erano i primi giorni dell’invasione. Più d’una volta respinsero il nemico che tentava di sopraffarli. La notte sul 19 dicembre, 20 uomini del 31° Regg. Honved comandati da un Tenente erano riusciti, sciando silenziosamente con una «zemola», ad acquattarsi nei canneti presso la nostra sponda ed aspettavano il mattino per dare l’assalto. Avevano il compito di aprire il varco al grosso del Reggimento. Erano muniti di mitragliatrice, bombe a mano, pugnali. Ma i Mitraglieri di vedetta, a cui nell’oscurità era sfuggita la manovra del nemico, si accorsero più tardi dell’agguato teso. Appostarono le armi, e, sul far del giorno, quando stava per pronunziarsi l’attacco, li fulminarono, nonostante che dall’altra parte si aprisse immantinente il fuoco di interdizione.

Dei 20 Ungheresi, 10 furono uccisi e 10 fatti prigionieri; le armi catturate.

Il giorno innanzi avevano catturata un’altra pattuglia (7 uomini), che aveva tentato di passare il fiume a scopo di ricognizione.

Il Maffii ricorda alcuni, i più caratteristici, di questo piccolo ma ardito gruppo di Mitraglieri.

«Tra questi nostri valorosi Mitraglieri c’è un bel tipo: un marinaio meridionale, lavoratore infaticabile, tiratore scelto infallibile, artiere d’ogni arte, soprannominato «Isso s’acconcia». È fatalista più di un musulmano. Disdegna di camminare dietro l’argine in modo da essere un po’ protetto contro le fucilate e la mitragliera di fronte. Lui cammina sull’argine; dice che di lassù vede meglio gli austriaci e spara a colpo più sicuro. Quando sente scoppiare uno shrapnel o fischiare una zuffolata di pallottole o crepitare una schwarzlose non muta passo, né si degna di voltar la testa; porta alla spalla il pugno chiuso coll’indice ed il mignolo tesi in alto. Il nemico s’accanisce contro quell’uomo insolente sempre ritto sull’argine e lui, ad ogni sparo, fa le corna. Il suo fatalismo l’ha risparmiato. Ma il suo moschetto non risparmia.

«Un altro bel tipo è morto in questi giorni. Siccome s’indispettiva che gli avversari non sporgessero mai la testa fuor dell’argine loro, ricorreva alle allocuzioni più gutturali, alle invocazioni più patetiche o più comiche per costringerli ad alzare il capo al di sopra del terrapieno e poter così aggiustare la sua mira. È finito in una ricognizione notturna arditissima, al di là del fiume, nel terreno occupato dal nemico»[3].

Ricorda anche il Marinaio Morelli, veneziano, il quale essendosi presentati sull’altra sponda del Sile quattro soldati Rumeni che facevano cenno di volersi arrendere, si offrì per andarli a prendere. Poteva nascondersi un’insidia, come spesso era accaduto. Per cui l’Ufficiale volle avvertirlo del rischio a cui andava incontro.

– E se invece di arrendersi ti fanno prigioniero? – gli disse.

Il Morelli rispose:

– Se mi fanno prigioniero, lei spari pure.

Le mitragliatrici italiane vennero spianate sul gruppetto dei Rumeni, e il Morelli andò a prenderli.

La Sezione, il 7 gennaio, rientrò alla sede del Reggimento.

*

* *

I punti più battuti, nel nostro settore, erano Bova cittadina (testa di ponte di Cavazuccherina) e Cortellazzo.

Ma da qualche tempo l’ira nemica era specialmente rivolta contro quest’ultima località, dove le perdite erano quotidiane.

La vita stava diventando assai dura.

I ricoveri erano invasi dall’acqua o squassati dalla bora. E da per tutto fango, fino alla cintola.

In queste condizioni era stata rafforzata tutta la prima linea e completata la saccata. Ed ora si trattava di mettere in istato di difesa la «penisola», la lingua di terra che si protende a schermo del porto di Cortellazzo: lavoro lungo e pericoloso.

Anche questo lavoro fu condotto a termine dai Marinai, che fino a poco tempo prima non sapevano tenere in mano la vanga, con viva soddisfazione delle Autorità superiori che vennero ad ispezionare la linea[4].

*

* *

A tener desto lo spirito combattivo, succedeva ogni tanto qualche scontro di pattuglie o si effettuava qualche piccolo colpo di mano.

Un tentativo nemico di occupare Casa Gerardo era stato sventato, la sera del 28 dicembre.

L’11 gennaio, una nostra pattuglia tentava di catturare un piccolo posto, presso Casa Cornoldi sud. Veniva accolta a fucilate e raffiche di mitragliatrici. Tuttavia riuscì a passare i reticolati e fugare il piccolo posto. Sconvolta la trincea, si impadroniva di due sacchi di bombe a mano e di varie armi[5].

Ad un nucleo di Arditi era stato dato il compito, il 29 gennaio, di uscire di notte dai reticolati a constatare l’entità dei lavori di rafforzamento fatti dal nemico, nelle ultime settimane, ad ovest di Casa Cornoldi sud. L’Aspirante Ghirimoldi, un adolescente, animosamente offertosi per condurre la pattuglia, cadde, ferito a morte, nella lotta ingaggiata con la difesa nemica. Ma gli Arditi rientrarono con quattro prigionieri.

Il 12 febbraio, nostri Arditi, usciti in esplorazione, ritirarono numerose armi e munizioni nemiche dalla zona neutra, che fu teatro di combattimento il 19 dicembre. Sul terreno giacevano ancora numerosi cadaveri di quella giornata, dal nemico lasciati insepolti[6].

Il 16 dello stesso mese, pattuglie nemiche, giunte presso i nostri reticolati, furono ricacciate a colpi di bombe a mano[7].

Il giorno appresso, il Comando di Divisione ordinava di occupare Casa Gaggiola. Nelle prime ore della notte, una pattuglia del Golametto si dispose ad eseguire l’ordine. Il passaggio riusciva assai difficile, essendo la zona allagata. Per cui la pattuglia, quella notte, dovette ritirarsi. Ma all’indomani, preparati dei ponti leggeri, venne occupata la Casa, e si destinò un plotone, con mitragliatrici, a presidiarla stabilmente.

Non sono state ricordate, di questo periodo, che le pattuglie principali o che ebbero l’onore di essere menzionate nei Bollettini del Comando Supremo

 

 

 

 

__________________

 


[1] La Riscossa Navale, Alfieri e Lacroix, 1918, pag. 89.

[2] Morto, più tardi, quando aveva già lasciato il Reggimento Marina.

[3] L.C., pag. 93-4. Il marinaio, cui si accenna nelle ultime righe del Maffii, è il Cann. Luigi Legramandi di Caravaggio. Fu creduto morto, perché visto accerchiato dal nemico mentre insieme ad un altro Marinaio, G. Battista Perotto, avendo passato in pieno meriggio il Sile, stava catturando due mitragliatrici. Invece era stato fatto prigioniero. Tentò sei volte di evadere; soffrì la pena del palo e della prigione. Finalmente, il 2 febbraio riuscì a fuggire da Budapest, il 30 marzo raggiunse insieme ad altri compagni il fronte Ucraino, il 2 giugno era a Mosca, 1’8 ottobre rientrava in Italia.

Lo speciale ardimento, dimostrato in ogni circostanza da questo Marinaio, gli facevano perdonare alcune stravaganze, delle quali non riuscì mai a correggersi.

[4]

MINISTERO DELLA MARINA

Gabinetto del Ministro

Prot. 1038 G. Roma, 14 gennaio 1918.

Risp. f. n. 3143 del 10 corr.

______________

 

Oggetto:

Encomio al Reggimento Marina

Al Comando in Capo del Dipartimento Marittimo di

VENEZIA

_________________

Ho letto con vivo compiacimento il foglio N. 11 in data 13 corr. del Comandante la prima linea del sottosettore Cavallino nel quale si tributano calorosi elogi al Comandante del Reggimento Marina ed ai dipendenti Comandanti di Battaglione, che hanno saputo rapidamente e efficacemente rafforzare la parte di fronte a loro affidata, e trasformare i Marinai in ottimi soldati di terra.

La Marina tutta è veramente orgogliosa per il modo altamente lodevole in cui, sulla linea del Piave, si comportano i nostri Marinai che per l’alto spirito combattivo onde sono animati, per l’attività e lo slancio che dimostrano in ogni contingenza hanno meritata lode incondizionata da quanti han potuto ammirare l’opera loro.

Prego l’E.V. comunicare al Comandante del Reggimento ed ai Comandanti dei Battaglioni una mia viva parola di elogio per gli ottimi risultati che in così breve tempo hanno saputo conseguire.

Il Ministro

firmato: DEL BONO.

Il foglio, a cui si riferisce la lettera del Ministro della Marina, conteneva vivissime felicitazioni del Comandante il sottosettore di Cavallino, Generale Ceccherini, per i lavori compiuti, «i quali, diceva il Generale, permettono disturbare continuamente il nemico, serrarlo da presso e tenerlo inchiodato nelle sue posizioni, dalle quali ormai non può muoversi senza correre il pericolo di morte o sicura cattura».

E continuava: «Il lavoro, nuovo per gente di mare, è entrato ormai nel loro spirito e nelle loro abitudini e al fiero Comandante del Reggimento di Marina che ha saputo trasformare in ottimi soldati di terra gli arditi navigatori d’Italia, ai valorosi coadiuvatori, ai Comandanti dei suoi Battaglioni, vada intiera e incondizionata l’ammirazione e la riconoscenza di noi tutti che qui siamo con essi, animo lieto e volontà ferma, a sostenere il buon diritto e l’onore del nostro Paese».

Anche il Comandante della IV Divisione segnalava all’Ispettorato della Difesa mobile della R. Marina sul fronte terrestre «l’opera intelligente e fattiva svolta dai Comandanti di Reggimento e di Battaglione, nonché la volenterosa attività degli Ufficiali e Marinai incaricati della sistemazione difensiva».

[5] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 14 gennaio 1918; Comunicato del Capo di S.M. della Marina, 15 dello stesso mese.

[6] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 12 febbraio 1918.

[7] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 18 febbraio 1918.

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CAPITOLO IX

Il 4° Battaglione. L’Inno del Reggimento.

Il 20 gennaio, era arrivato un quarto Battaglione di Marinai, comandato dal Capitano di Corvetta Del Greco. Doveva rimanere autonomo, perché destinato ad operare altrove, appena raggiunta la preparazione bellica necessaria. Invece fu incorporato al Reggimento e prese il nome di Golametto (Batteria della Difesa di Grado).

Quei Marinai avevano lasciato Taranto, La Spezia, La Maddalena, dove la vita poteva offrire, anche in tempo di guerra, qualche conforto, ed erano venuti in trincea.

Era in tutti loro la gioia di combattere?

Certo, era in tutti la volontà di compiere il proprio dovere. Chi avrebbe potuto chiedere di più?

La guerra ha dato luogo ad una falsa valutazione dell’anima del combattente.

Non si sono visti che eroi, slanciati a corsa folle verso la morte. Invece l’uomo ama la vita e non la getta, senza rammarico, se non quando si è formato la coscienza di raggiungere, attraverso la morte, un bene di ordine superiore per sé o per gli altri. La disposizione d’animo è possibile e reale, ma richiede una forza di ragione o di sentimento non comune.

La nostra gente giunge prima per via di sentimento, che per forza di dialettica. Restia ad ogni automatismo od obbedienza passiva, si lascia persuadere, convincere dalla parola, trascinare dall’esempio.

Ora, nel Reggimento Marina, questi aiuti venivano offerti in gran copia. Il Comando non tralasciava nulla che potesse giovare alla formazione, sovrattutto morale, del Marinaio: una cura minuta e quasi paterna della sua persona e dei suoi bisogni, ammaestramenti, consigli, premi, la disciplina non basata esclusivamente sulla differenza di grado, ma, più, sulla fiducia nei capi e temperata da una certa libertà.

Ottimi erano gli Ufficiali. I Comandanti di Battaglione erano il fiore degli Ufficiali di Marina, dotati, tutti, di un grande ascendente sui loro uomini. Comandanti le Compagnie e i Plotoni erano, in maggioranza, Ufficiali dell’Esercito, veterani del Carso, più volte feriti, abituati a prodigarsi, ad esporsi, a morire ogni istante. Molti di questi avevano raggiunto il limite di permanenza in trincea, che dava il diritto all’avvicendamento. Ma tutti rimanevano al loro posto, senza lamentarsi. Qualcuno, già avvicendato, aveva chiesto dopo Caporetto, di tornare in trincea.

È facile immaginare come, portati in questo ambiente, i Marinai inconsapevolmente si trasformassero.

C’era poi l’influenza che veniva dai compagni, già allenati alla vita di trincea, influenza forse maggiore di ogni altra.

Non vi era alcuno che, giunto al fronte, non trovasse conoscenti od amici. La famiglia marinara, si sa, è assai ristretta e finiscono per conoscersi, la gran parte. La lieta accoglienza, che ricevevano in ogni caso, li incuorava, anche se timorosi; l’aria tranquilla e serena che, nonostante i disagi e i pericoli, leggevano sul volto dei più, una certa spavalderia e non curanza del nemico, comune a tutti, producevano subito l’effetto che si desiderava.

La preoccupazione dell’ignoto, propria dei novellini della trincea, poco a poco veniva meno e cominciava l’adattamento; il nemico faceva il resto.

Anzi, nelle trincee di Cortellazzo si era sicuri di trovare una spensieratezza, qualche volta irritante.

Quei che visitarono la linea, anche nelle giornate «calde», ebbero spesso a dichiarare che mai era capitato loro di vedere gente più disinvolta, sotto il fuoco.

Si faceva lo «sciorino» come a bordo, pure essendo proibito; le cucine di compagnia fumavano lungo le trincee del Cavetta e, se il nemico le faceva saltare, si ricomponevano nello stesso posto o poco lontano.

I Marinai non seppero formarsi l’abitudine dell’immobilità e del silenzio. Parlottavano in trincea, si mostravano.

Più di uno morì per imprudenza; ma gli altri, del nemico continuarono sempre a fare nessun conto.

I canti di trincea rivelavano, quasi tutti, questo spirito un po’ guascone dei nostri Marinai[1].

*

* *

Il Reggimento Marina ebbe finalmente il suo Inno, che da tempo desiderava.

L’Aiutante Maggiore in Prima, Tenente di Vascello Roselli, seguendo un metodo inverso dall’ordinario, compose le parole per questo bel brano di musica del Maestro Musso.

 

Pentagramma inno di San Marco

 

Per comprenderlo, bisogna ricordare che le prime Compagnie, venute al Piave a sbarrare il passo al nemico, erano partite da Monfalcone e da Grado.

La ridente cittadina della laguna, l’Isonzo, la vista del Carso e di Trieste, tutta d’oro nelle ore del tramonto, avevano lasciato tracce così profonde nell’anima di quei Marinai che ne conservavano, più che il ricordo, la visione, anche in trincea.

Erano lampeggiamenti di immagini, di fosforescenze lontane, di visetti di bimbi e di volti di donne amate.

– Padre Giordani, quando torniamo a Grado?

Era la domanda che rivolgevano continuamente al Cappellano, venuto anch’egli di là e che, tutti lo sapevano, amava molto quella cittadina.

L’Inno del Reggimento si riportava a questo stato d’animo dei Marinai.

Lo si sentiva spesso nei turni di riposo. Qualche Battaglione si adunava al grido di: adsum! il motto dei legionari romani, e si scioglieva al canto dell’Inno.

Spesso il canto era sopraffatto dalle onde del mare; ma, se i Battaglioni erano al di qua delle dune, il canto si diffondeva nella distesa piana di campi coperti dalle acque, lungo i filari di pioppi, verso i monti lontani.

Quante volte, di sera, sostando presso il Comando di Reggimento, sul quadrivio di Cà Gamba, udivamo le note di quell’Inno giungere fino a noi:

No: lo giuriam sui capi bianchi delle nostre madri

. . . . . . . . . . . . . .

Iddio lo vuol,

libereremo il nostro suol.

Poco lontano, le bianche croci, allineate fra il verde del Cemetero, richiamavano alla memoria tanti che a quel giuramento avevano tenuto fede.

 

 

 

 

 

 

__________________

 


[1] Eccone un esempio:

Finché s’ha in tascapane

«brenose» e bombe S.I.P.E.,

Austriaci e Ungheresi

si fuman nelle pipe:

Tedesco molto sporco,

Taliano punto bon.

Bom, bom, bom;

pugnale nel groppon.

L’altra nota, che ritornava insistente in quei canti, era contro gli imboscati. Naturalmente venivano presi di mira, di preferenza, gl’imboscati veri o presunti, di mare. Non tutti quei couplets furono però composti dai Marinai. C’era il Tirteo del Reggimento, il Tenente di Vascello Roselli, che spesso li lanciava e divenivano subito popolarissimi.

Le sue principali composizioni furono: L’alfabeto di guerra del fantoccio di mare, illustrato dal Sottotenente Medico Del Prete, in cui è resa benissimo la psicologia del combattente abituato a far dello spirito un po’ a carico di tutti; il Portolano del visitatore, che descrive l’andata in linea, per missione temporanea, di un eroe da operetta e molte deliziose canzonette, alcune delle quali furono cantate in tutte le mense, sull’aria di canzoni già note.

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CAPITOLO X

Condizioni materiali e morali della gente. Per ricacciare il nemico dalla zona fra Sile e Piave. Andrea Bafile.

Eravamo in febbraio.

Continuavano le perdite, dovute specialmente al tiro di artiglieria e di bombarde. Le recidive malariche erano anch’esse frequenti, fra quelli venuti dall’Isonzo e dalla laguna di Grado. Invece non si ripetettero più i casi di congelazione, avuti in dicembre e gennaio, nonostante che il freddo si mantenesse intenso. I Marinai avevano preso l’abitudine di avvolgersi, nella notte, i piedi con carta di giornali. Le vedette avevano speciali calzature, con fondo di legno.

Il morale della gente era buono.

*

* *

Il Caorle si stava allenando per un’importante azione. Si trattava di passare il Piave e affermarsi, a qualunque costo, tra Revedoli e il mare, mentre numerose forze avrebbero premuto il nemico da Capo Sile a Cortellazzo, per ricacciarlo dalla zona fra i due fiumi. Lo sbarco sull’altra riva doveva servire come diversivo e, in caso di riuscita dell’operazione principale, come base per una nuova testa di ponte.

Fervevano i preparativi. Giungeva da altre parti del fronte molta artiglieria. Quella da campagna e da montagna si piazzava lungo il Cavetta e fra le dune della penisola. Si piazzavano bombarde e costruivano nuovi osservatori.

Il nemico, a cui non era sfuggito il movimento dalla nostra parte, mandava aerei ad esplorare la zona. Il solito draken, appena il tempo volgeva al bello, si levava anche lui a spiare. Il tiro di disturbo si faceva ogni giorno più intenso e produceva, spesso, perdite dolorose.

Sul Cavetta, presso Casa Milazzo, un colpo di granata uccise un Ufficiale e quattro Marinai del Golametto.

Altri due Ufficiali dello stesso Battaglione, un Capitano e un Tenente, venivano colpiti sulla stessa linea del Cavetta, mentre tornavano dal rapporto. Il Tenente moriva poche ore dopo.

Fino agli ultimi istanti, cercò i compagni d’arme, la mamma, la trincea. Diceva:

– Mi dispiace solo di morire alla vigilia dell’azione.

Era uno dei più distinti e colti Ufficiali del Reggimento, figlio del Tenente Generale Medico della Marina, Calcagno[1].

Ai primi di marzo, il Caorle era pronto per l’azione: la lunga attesa aveva assottigliato quei corpi, che sembravano protendersi verso qualche cosa invisibile. Il Comandante era stato, per alcune settimane, tutto nervi, scatti, intelligenza; ma l’eccessiva fatica lo aveva fatto cadere gravemente ammalato ed era stato sostituito dal Comandante Bafile[2].

*

* *

Questi, nella spedizione aerea su Cattaro, che aveva organizzato e diretto come capo degli osservatori, aveva riportato una grave lesione alla cornea, che stentava a guarire. Per cui aveva dovuto molto insistere per ottenere il comando di un Battaglione. Era di ostacolo il suo occhio sempre leso. Ma che importava se l’occhio era ammalato? Il Comandante Bafile aveva una grande luce interiore, che lo illuminava.

Si rese esattamente conto dell’azione, in tutti i suoi particolari; sperimentò il comando del Battaglione, che trovò rispondente al bisogno. Tuttavia un dubbio lo tormentava.

Era la mezzanotte dal 10 all’11 di marzo; il Comandante del Battaglione in linea riposava, a Casa Negri. Bafile andò da lui. Gli disse, come ad un fratello, che la zona di là del Piave, dove dovevano sbarcare i suoi Marinai, non gli pareva fosse stata abbastanza esplorata; credeva che l’alta vegetazione potesse avere impedito agli aerei ed agli osservatori di terra la vista di opere di difesa, contro le quali sarebbe andata fatalmente ad urtare la sua gente, se egli prima non se ne fosse reso conto.

La sua parola non rivelava alcuna emozione.

Indarno il Comandante del Golametto cercò di dissuaderlo.

Bafile, con quattro Arditi, traversò il fiume impetuoso. Giunto a toccar la sponda, si inginocchiò sul terreno umidiccio, lo baciò, ne prese un pugno e agli uomini, che gli stavano davanti, disse:

– Questa è terra sacra, che noi domani riscatteremo. Baciatela anche voi.

E protese la mano a quei, che vi accostarono le labbra, l’uno dopo l’altro, sentendo scorrere per le vene un brivido di dolcezza.

L’esplorazione durava da molto, quando s’udirono i passi di una pattuglia; allora i nostri si fermarono, poi ripresero l’esplorazione. S’udirono altri passi; questa volta il nemico era vicino, si propagava l’allarme; per cui convenne imbarcarsi.

Durante il passaggio del fiume il Comandante fu colpito, insieme ad un Marinaio, da scariche di mitragliatrici.

Al posto di medicazione volle che il Marinaio fosse medicato prima di lui, mentre egli riferiva al Comandante di Reggimento sull’operazione compiuta.

Fu collocato in un motoscafo veloce, per essere trasportato all’ospedaletto di Cà Pazienti; ma aveva versato molto sangue. Prima di uscire dal canale Cavetta, si tolse dal collo una piccola medaglia, la premé alle labbra e chiese che venisse rimandata a sua madre. Quindi spirò serenamente.

Le ultime sue parole furono:

– Ho ancora sulle labbra il sapore della mia terra.

Erano le 4[3].

Nella mattinata si seppe che l’azione, fissata per il giorno dopo, era stata sospesa. Gran parte delle artiglierie campali furono trasportate d’urgenza in altro settore.

 

 


[1] La bella figura di questo Ufficiale merita di essere meglio conosciuta, dalle sue lettere alla famiglia.

«Un uomo d’onore, diceva lasciando i suoi dopo Caporetto, in questi momenti deve fare più del suo dovere».

Dal Campo di concentramento scriveva alla mamma: «Non essere in pensiero, stai tranquilla... è il mio dovere di cittadino e di soldato che voglio fare fino in fondo. Sono sicuro che tutto andrà bene e che la nostra cara Italia non dovrà sentire a lungo l’onta di avere in casa il nemico».

E dalla trincea di Cortellazzo:

«Sono già in linea da quattro giorni e sono molto contento. Spero di poter compiere intero il mio dovere in ogni circostanza. Ho ambito il comando di una Compagnia, come l’incarico di maggiore soddisfazione che un Ufficiale possa avere in guerra, perché sentivo di potere assolvere il mio compito. Sono lieto di essere stato accontentato. La truppa che mi è stata affidata, mi rende sicuro di potere ottenere ottimi risultati.

«... tirano dalla mattina alla sera e spesso anche di notte, ma sento che questa attività mi fa bene. Ieri sono andato a riconoscere la linea nemica e sono rimasto sempre più entusiasta. Faremo un turno alla testa di ponte e mi auguro di avere l’onore di occuparla con la mia Compagnia.

«... mi sono perfettamente adattato a vivere in trincea, come se ci fossi sempre stato. La guerra ci prova questa nostra straordinaria facoltà di adattamento, di cui prima non eravamo consapevoli: ci rende superiori a tutte quelle miserie, cui prima davamo tanta importanza, e ci renderà più forti, più seri, più audaci.

«Riposo pochissimo e godo spettacoli indimenticabili. Ho momenti di calma e di serenità da farmi pensare che il furore della guerra sia come sospeso, per un mistero di contemplazione. Le granate non ci fanno più paura.

«Conto nel valore dei miei Marinai che ora sono sicuro di tenere in pugno. Stai dunque tranquilla, cara mamma; aspettami e prega per me... Dai Bollettini di guerra, in cui si parla di noi, potrai apprendere, caro papà, il posto dove ci troviamo, ma dove speriamo di non rimanere a lungo, perché i nostri desideri vanno molto al di là».

II giorno prima di cadere, scriveva:

«Viviamo una vita di guerra sempre più intensa. Faremo subito qualche cosa. Se non potessi scrivere a lungo, per qualche giorno, non state in pensiero. Cercherò mandarvi delle cartoline e presto una buona notizia».

Che bravo ufficiale! Per tutte le ore che sopravvisse, tenne i presenti in una commozione indicibile. Quando sentiva rullare sovra il capo i proiettili che le nostre batterie mandavano al nemico, sorrideva e diceva, scandendo le sillabe: «Così, così va bene!» Ai colleghi ed ai dipendenti inviò saluti, raccomandazioni ed auguri pieni di affetto. Abbracciò ripetutamente il Cappellano che lo confortava della sua assistenza e si spense ripetendo la preghiera di S. Bernardo alla Vergine, che gli veniva letta in un piccolo «Dante», che era stato il suo viatico spirituale in trincea.

[2] II Comandante Bafile aveva sostituito, fin dal 27 dicembre, il Comandante Starita, che aveva imbarcato sull’«Audace».

[3] La sua morte destò ammirazione e rimpianto in tutta la Marina. Il Capo di Stato Maggiore cosi la annunzia va alle Autorità dipendenti:

UFFICIO DEL CAPO DI STATO MAGGIORE

DELLA MARINA

____________

No di Prot. 6905

________ Roma, 24 marzo 1918.

OGGETTO:

Tenente di Vascello Andrea Bafile.

A tutte le Autorità.

La notte tra il 10 e l’11 marzo il Comandante Bafile Andrea, nell’eseguire importante ed ardita ricognizione nelle linee nemiche, cadeva mortalmente ferito, sacrificando la sua esistenza per la Patria.

Nel portare a conoscenza di tutte le Autorità l’eroica fine del Comandante Bafile sono orgoglioso di additare a tutti il suo nobile e valoroso contegno, perché sia a bordo di regia nave che si trovava in critiche condizioni per incendio, sia in comando di silurante nel Mare Adriatico, sia quale osservatore volontario nella spedizione aerea su Cattaro ed infine quale Comandante di Battaglione al fronte, Egli fu, sempre ed ovunque, a tutti magnifico e luminoso esempio di patriottismo e virtù militari.

IL CAPO DI STATO MAGGIORE

F.to: REVEL.

Tutti quelli che conobbero il Comandante Bafile lo celebrarono e la stampa ebbe per lui altissime lodi.

Gabriele D’Annunzio lo ricorda più volte nei suoi discorsi e messaggi:

«Per ciò io non dimentico. Per ciò la mia piaga non si può né chiudere né alleviare. Penso che a Cà Gamba dorme un mio fratello d’Abruzzo; il quale dal giorno scuro non aveva potuto più sorridere e non sorrise se non quando si senti morire». (Dal discorso dopo il volo su Vienna)

«Io dico, per i combattenti del Piave, che ogni stilla del loro preziosissimo sangue la corrente la portò in tutto il nostro mare, sino ad Otranto... Io dico che per noi, nel delta del Piave, c’erano le sabbie e i tritumi di tutta la spiaggia latina d’oriente e che, quando un eroe puro come Andrea Bafile ne prendeva un pugno per comunione, prima di offrire la vita, Egli credeva di comunicare con tutta l’altra sponda fino al più nascosto seno del labirinto di Cattaro». (Dalla lettera ai Dalmati).

Edited by Navy60

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CAPITOLO XI

Un’offensiva nemica? Dal diario del Cappellano. La Casa del Marinaio.

La mancata azione e un presentimento diffuso che non si sarebbe più fatta, gettò un certo sconforto tra i Marinai, specie nel Battaglione che si era allenato a fungere da battaglione d’assalto.

Motivo del rinvio, dovette essere la voce di un imminente attacco da parte del nemico.

Questi rivelava infatti una straordinaria attività, anche nella zona di Revedoli. Eseguiva mascheramenti lungo tutta la riva sinistra del fiume e dislocava truppe e artiglierie.

Furono prese tutte le precauzioni del caso.

Al Colonnello Dho fu affidato il comando della sezione centrale, da Cavazuccherina a Casa Vianello, e al Reggimento Marina il compito della difesa da Casa Vianello al mare.

La vigilanza costiera fu ridotta al tratto fra la penisola e Baraccamento N. 2.

Il battaglione di rincalzo, per esser più pronto ad intervenire, si trasferì a Motteroni.

Nell’eventualità che la flotta nemica avesse a sostenere l’azione di terra, un M.A.S. stazionava, di notte, nella Marina di Cortellazzo, in agguato.

Furono intensificati, d’urgenza, i provvedimenti anti-gas. Si distribuirono i respiratori inglesi e alle vedette ed ai Mitraglieri anche gli indumenti anti-piritici. Campane, raccolte fra le macerie delle Chiese abbattute di Cortellazzo e di Cava, si sospesero agli alberi, per gli squilli d’allarme in caso di bombardamento con granate a gas[1].

Dove non si avevano campane, si utilizzarono allo scopo proiettili vuoti e bossoli d’artiglieria.

I Marinai attendevano gli eventi, serenamente.

E cominciò l’offensiva pacifista. Il nemico ci lanciava ogni giorno, nelle trincee, manifestini di propaganda, nei quali si esaltava la pace russa e si tentava di entrare in rapporti coi difensori della prima linea.

Ma ogni tentativo di questo genere provocava l’ilarità della gente e potenti scariche di artiglieria.

Altro genere di offensiva non venne.

Dal diario del Cappellano.

«20 marzo. – A comandare il Battaglione Caorle è giunto il Capitano di Corvetta Vittorio Tur, uomo animato da grande fede in Dio e nei destini della Patria.

25 marzo. – Lunedì Santo.

Ho passato la giornata a Motteroni dell’uva, insieme con il Cappellano del 17° Bersaglieri, P. Merlo, per ascoltare le Confessioni del Battaglione Grado.

Verso le ore 15, mi ha chiamato al telefono il Comandante in Seconda del Reggimento, ordinandomi di andare subito al Comando. Mi ha fatto impressione il tono della sua voce così diverso dall’ordinario. Ho pensato ad una disgrazia e sono andato di corsa.

Dal Tribunale di Guerra di Venezia era giunto un Marinaio, reo di diserzione e appropriazione indebita a danno dei suoi compagni, condannato alla fucilazione.

Un essere fragile, una volontà debole, irretita e vinta dalle suggestioni di una cattiva donna.

Ho pianto anch’io con lui. Mi ha consegnato 60 lire, frutto di una colletta fra compagni di prigione, incaricandomi di darle ai più poveri dei Marinai che ha defraudato, ed una poesia patriottica – strana contraddizione! – scritta da lui stesso, qualche mese fa.

Quando la carretta da battaglione lo ha portato, svestito della divisa di Marinaio e colle braccia legate alla schiena, sulla spiaggia, tutti quelli che lo circondavamo, eravamo allibiti.

Dopo la lettura della sentenza, ha provato a chiedere perdono, ma la voce gli è stata soffocata dalla commozione.

La esecuzione ha impressionato fortemente tutti i presenti.

30 marzo. – Sabato Santo.

Oggi non hanno squillato le campane di resurrezione. Ha tuonato invece il cannone, per l’azione compiuta a Casa Rossi dal 17° Bersaglieri. Anche Cà Camba è stata notevolmente bersagliata.

Nessuna vittima.

Quando le campane, ora destinate a segnalare il lancio dei gas, annunzieranno la liberazione di queste terre?

31 marzo. – Pasqua.

La Casa del Marinaio, a Cava Bagni, stamattina sembrava una piccola cattedrale. Sono state celebrate varie Messe e fatte molte Comunioni, anche fra i reparti dell’Esercito sprovvisti di Cappellano.

Il Comando della Divisione aveva diramato apposita circolare a tutti Comandi dipendenti.

Nel pomeriggio, cinematografo.

Marinai e Soldati sciamavano per le vie di campagna, leggendo il nuovo giornale della III Armata, La Tradotta, o si assiepavano davanti le Cooperative. Velivoli lanciarono messaggi augurali. Era in tutti una gaiezza festiva».

*

* *

La Casa del Marinaio, arredata con i mobili degli edifici distrutti e i cortinaggi del Palazzo municipale di Cavazuccherina, stava diventando il centro della vita del Battaglione a riposo o di rincalzo, che accampava nelle vicinanze. Oltre ad essere un luogo di ritrovo e di svago per la gente, vi si tenevano conferenze, vi funzionava una specie di ufficio notizie dei profughi e dei prigionieri, e vi si faceva altresì scuola agli analfabeti.

Una domenica mattina, si svolse là dentro una cerimonia religiosa che lasciò in tutti un ricordo dolcissimo.

Il Capitano Arhens, Comandante la 9a Compagnia, vi riceveva il Battesimo, alla presenza di tutti i suoi Ufficiali e Marinai.

Fungeva da padrino il Comandante di Reggimento.

Quando il Re d’Italia e il Re del Belgio vennero ai Bagni, per passare in rivista il Battaglione Caorle che si preparava all’azione, allora ritenuta imminente, pure essi, sostarono in quella modesta baracca. A ricordo del fatto fu collocata una tavoletta, con la leggenda:

LE LORO MAESTÀ

IL RE D’ITALIA E IL RE DEL BELGIO

L’8 FEBBRAIO 1918

QUI SI FERMARONO

A COLAZIONE DI GUERRA.

__________________


[1] Dalle macerie della Chiesa di Cavazuccherina furono raccolti, oltre una grande campana, molti arredi e vasi sacri e l’Archivio parrocchiale. Il tutto fu inviato al Cardinale Patriarca di Venezia.

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CAPITOLO XII

Il Battaglione Bafile. Le caverne degli Ungheresi. Due idrovolanti catturati.

Il 9 aprile, il Comando in Capo del Dipartimento e della Piazza marittima di Venezia emanava il seguente

Ordine del Giorno:

«A ricordare l’eroica fine del Comandante Andrea Bafile, S. E. il Capo di Stato Maggiore ha disposto che il Battaglione «Monfalcone» assuma la denominazione di Battaglione «Bafile».

Il V. Ammiraglio Comandante in Capo

F.to P. MARZOLO.

*

* *

Il 12 aprile, dopo breve tiro di distruzione, 14 Arditi del Grado, a cui si era aggiunto volontario il Capo Cannoniere Rigoldi del Raggruppamento Marina, guidati dal Tenente degli Alpini Gibelli, sbucavano dalle trincee, superando i reticolati fra la nostra linea avanzata e Casetta Bianca, nei brevi varchi aperti dall’artiglieria.

Prima che gli Ungheresi avessero tempo di riaversi dallo stordimento dei proiettili scoppianti sulla scarpata della strada e di affacciare il capo dalle tane, dove si erano annidati per sfuggire al bombardamento, gli Arditi ne ostruivano minacciosi le uscite, gettandovi dentro bombe a mano e facendo, dei più vicini, un carnaio. Gli altri si nascosero negli anfratti interni e fu necessario, per snidarli, andare ad ingaggiare con loro violenti corpo a corpo. Qualcuno, più ardito, vista disperata la situazione, tentò farsi largo, forzando il passaggio. Uno vi era riuscito ed era subito corso ad una mitragliatrice, appostata poco lontano. Se avesse potuto mettere in opera il suo divisamento, i nostri sarebbero stati falciati lungo il piede dell’argine o bloccati nelle caverne. Ma il Tenente Gibelli, con un balzo improvviso, gli fu sopra e lo freddò.

Gibelli fu ferito, così anche il Capo Rigoldi. Tuttavia il «ripulimento» delle caverne si compì ugualmente. Gli Arditi, cacciati avanti i prigionieri, caricato sulle spalle il Tenente che non poteva camminare, rifecero il difficile passaggio dei reticolati, mentre gli Ungheresi di rinforzo, emettendo urrah spaventosi, sgranavano i primi nastri delle mitragliatrici[1].

In pochi giorni, furono abbattuti due idrovolanti austriaci il K. 388 e il K. 383, gemelli. L’uno, poco prima dell’alba del 12 aprile, profittando dell’oscurità seguita al tramonto della luna, era venuto a bombardare a bassa quota la nostra linea di Cortellazzo e Cava Bagni; ma qui le mitragliatrici antiaeree della Compagnia Fiat Reggimentale colpirono il motore e il mastodontico apparecchio dovette ammarare, poco lontano dalla spiaggia; un chilometro a sud di Faro Piave.

Gli aviatori, feriti, furono fatti prigionieri.

L’altro subì la stessa sorte, al mattino del giorno 20, vicino alle nostre trincee, mentre era di ritorno da Fusina. Le vedette della Batteria 30, del Raggruppamento Marina, lo scorsero, quando scendeva in acqua presso la spiaggia, e dettero l’allarme. L’apparecchio aveva il carter forato e vuotato della provvista d’olio.

 

 

__________________


[1] Vedi Bollettino C. S., 13 aprile 1918.

Il Capo di Stato Maggiore della Marina inviava al Comando del Reggimento il seguente fonogramma: «Stato Maggiore 43999. – Preso conoscenza del rapporto sul brillante colpo di mano compiuto dal reparto Arditi del Battaglione Grado, prego esprimere al Tenente Gibelli ed a tutti i suoi compagni della spedizione il mio vivissimo compiacimento. – F.to Revel».

Il 2 aprile si era avuta un’altra piccola azione per ricacciare pattuglie nemiche, che avevano tentato di appressarsi ai nostri reticolati. Vedi Bollettino del Comando Supremo. 3 aprile 1918.

CAPITOLO XIII

 

Maggio. I Czechi. Cambia il Comandante di Reggimento. La consegna della bandiera. – Una pattuglia del Bafile.

La laguna triste e monotona era diventata, durante l’inverno, tutta una fucina di guerra. I canali, per cui una volta non passavano che il postale e qualche rara «battella», adesso erano in tutte le direzioni solcati da convogli carichi di uomini, cannoni, proiettili, quadrupedi, viveri. Andavano e venivano natanti d’ogni specie; dalla «tradotta» con i militari festanti e chiassosi, se partivano per la licenza, al vaporetto-ospedale tutto bianco e muto, dalle chiatte pesanti tirate a rimorchio all’agile motoscafo.

Lungo ogni sponda erano attaccati bastimentini, barche, pontoni, aventi i cannoni mascherati fra i canneti. C’erano gli enormi 305 e i piccoli 76. I Marinai del Raggruppamento vivevano, come anfibi, accanto ai pezzi che amavano più che fratelli. Quando un pezzo veniva scoperto e bersagliato, gli cambiavano subito posto, eseguivano il tiro, e poi, per disorientare il nemico, lo riportavano spesso nel posto di prima.

Il nemico inseguiva con le sue artiglierie le colonne di fumo levantisi dalle ciminiere o mandava aeroplani a bombardare i convogli, ma la vita nei canali continuava ugualmente intensa e tumultuosa.

A terra lo era anche di più. Soldati di ogni arma e Marinai abitavano nelle case, nelle baracche, sotto le tende. Lungo tutte le strade si vedevano colonne di salmerie e di carrette da battaglione, autocarri, Ufficiali a cavallo, ciclisti. E ogni tanto la volata di un pezzo che si affacciava tra il verde degli alberi, nidi di mitragliatrici, lunghe strisci e di reticolati, che si perdevano nei campi.

Finché era durato il cattivo tempo, non si ridice il disagio della gente, in quella zona morta, spesso invasa dalle acque e dove le strade a fondo solido erano pochissime. Ma il maggio portò segni di vita nella natura.

Il terreno cominciò a solidificarsi, i tratti non sommersi e non scavati dai proiettili, si riempirono presto di verde, le ninfee popolarono i canali.

Gli uomini intesero, pure essi, tumulti interiori e impeti di battaglia.

*

* *

In questo tempo venne a Cortellazzo un Plotone di Czechi, pronti a mescolare il loro sangue con quello dei nostri Marinai. Prestavano servizio nella frazione Z. 21 (testa di ponte), agli ordini del Tenente Jaronir Husicka.

Una mattina assistevano, per la prima volta, al servizio religioso dei Marinai. Compiuta la cerimonia, levarono in alto i cappelli, al grido di: Viva il Re! e rimasero rigidamente sull’attenti, durante il suono della Marcia Reale. Poi, quando la banda intonò il nostalgico Inno Czeco «Kde doinov mùy? Dove è la mia Patria?» ebbero un fremito di commozione.

Guardavano lontano, lontano, in una specie di estasi o di visione interiore. Rivedevano la loro Patria martoriata, rivedevano Praga, la madre Praga dalle cento torri, dalle tombe dei suoi Re e dei suoi Martiri.

Qualcuno piangeva[1].

Verso la metà di maggio, il Comandante Dentice lasciò il Reggimento[2].

Chi ha conosciuto questo Comandante, non lo dimentica. Era andato alla guerra colla disinvoltura con cui è solito fare una partita di caccia al camoscio, pure sentendo della guerra tutto l’orrore.

Una sola volta lo avevamo visto preoccupato, quando gli venne l’ordine di sgombrare da Grado e non gli pareva possibile eseguire un tale ordine. Nella sua anima di combattente era qualche cosa che si ribellava. Mentre intorno a lui, per suo volere, si attendeva con energia disperata al ricupero ed imbarco di tutto il materiale, egli restava chiuso, nella concezione; di un disegno irrealizzabile, la difesa ad oltranza.

Gli succedette il Capitano di Fregata Giuseppe Sirianni, un valoroso Ufficiale, che aveva fatto la guerra contro i Boxers e comandato il «Perseo» nella impresa dei Dardanelli. Sbarcava dalla «Nino Bixio».

*

* *

Il Comandante Dentice, per sentir meno il dolore della separazione, era voluto partire proprio alla vigilia di una festa che sì preparava al Reggimento Marina.

Venezia, memore della protezione da questo prestatale in giorni burrascosi, gli offrì solennemente, in Piazza S. Marco, la bandiera di combattimento.

Così il Maffii descrive la cerimonia:

«Venezia, 19 maggio.

«Piazza S. Marco piena di vento e di sole. Il cielo pieno di clamori: ondate di campane, fremiti di colombi, ronzio di idrovolanti. Sopra la tozza mole del blindamento, il frontone della Basilica tutto lampi nei pinnacoli d’oro, tutto pallori di marmo nelle merlature. I pilastri delle Procuratie affondati nella calca di venticinquemila persone: quasi intera la popolazione della città. Ad ogni davanzale, un drappo di velluto o di damasco. Sopra ogni davanzale, un grappolo di teste. A sommo della torre, attorno ai due mori dell’orologio, un fastigio di folla nera.

«Da un palco improvvisato, si leva fresco e solenne un coro di duemila fanciulli. Cantano la resistenza d’Italia e la fede di Venezia, sopra un’aria di Benedetto Marcello. I tre grandi stendardi dei «pili» pare accompagnino il ritmo. Dalle barene del Piave e del Sile giungono sul vento i boati del cannoneggiamento lontano.

«In mezzo alla Piazza, un quadrato di elmetti d’acciaio, di baionette lucide, di petti bianchi, di blouse grigio-verdi. Gli scarponi ferrati battono sonori sulle pietre levigate dal passo di venti generazioni. Dentro il quadrato, sotto l’ombra mutevole d’una bandiera nuova, una gran figura maschia sovrasta con la spalla il gruppo degli ufficiali che la fiancheggia. È il Capitano di Fregata Sirianni, il Comandante del Reggimento Marina. Parla ai suoi uomini con voce avvezza a farsi udire sul monsone dell’Oceano. II suo gesto par che dica:

«Marinai delle Lagune e del Piave, i Veneziani vi danno questa bandiera consacrata in San Marco, perchè sanno che difenderete Venezia come sapeste difenderla. Trasmettendoci per le mani d’un discendente dei Dogi quest’insegna, ci affidano, con l’onore della Patria, l’anima della città.

«Uomini di Monfalcone, di Grado, di Caorle, dell’Isonzo, e noi la porteremo avanti. O si vendicherà i nostri morti o si morrà!

«II pugno e l’indice s’appuntano tesi verso il cannoneggiamento incessante. La seta tricolore schiocca sulla barba bruna e sulla gota arsiccia che provò le vampate dei Boxers, le vampe dei Dardanelli. La gran voce pronunzia la formula del patto sacro che lega al vessillo i combattenti. Poi s’arresta, perchè gli occhi guardino negli occhi i marinai allineati. Poi prorompe: – Lo giurate voi?

« – Lo giuriamo!

« E le file serrate hanno un breve ondeggiare nello slancio del grido. Il presentat’arm crepita di scatto, come a sottolineare la promessa. Le baionette scintillano sulle fronti bronzee.

« Allora i venticinquemila della città martoriata - quelli che hanno i commerci arrestati, i guadagni inariditi, i patrimoni distrutti, le famiglie disperse; - quelli che al plenilunio trascinano i materassi poveri e i bambini insonnoliti dentro i rifugi penosi; - quelli che all’alba non riconobbero più il sottoportico né la casa né la bottega né l’orto familiari sotto l’ammasso dei rottami; - quelli che non tremano guardando dalle fondamenta l’orizzonte rosseggiante di bagliori e di incendi; - quelli che dicono: «Vada tutto in malora purché l’Italia sia salva»; - allora questa stupenda popolazione veneziana che nutre il dolore di fede, i sacrifici di disciplina e le angustie di speranza, con scroscio d’applausi, con lancio di fiori, con evviva impetuosi, con sventolio di cappelli, con occhi sorridenti bagnati di lacrime, ha esploso la sua riconoscenza. Il clamore ha vinto per alcuni minuti il rombo delle batterie di Capo Sile.

«Poi i battaglioni del mare hanno sfilato davanti la Bandiera, sotto la torre risorta»[3].

All’indomani la bandiera del Reggimento, scortata-da un picchetto d’onore, fu portata in linea ai battaglioni che l’accolsero con evviva formidabili. Formato il quadrato, il bel vessillo spiegò al sole le sue pieghe e si abbassò in segno di sfida in faccia al nemico.

*

* *

Il mese di maggio si chiuse con un colpo di mano. Per garantirne il successo ed evitare, per quanto possibile, perdite, erano state fatte, prima, alcune esercitazioni sul terreno.

Alle 4 di mattina, dopo brevissima concentrazione di fuoco delle batterie di piccolo calibro, dislocate nelle immediate vicinanze della testa di ponte, gli Arditi irruppero in un prossimo elemento di trincea nemica, e, vinta ogni resistenza, ritornarono con sei prigionieri[4].

Chi scrive li vide, questi umili Marinai che avevano passato tutta la notte nella preparazione mentale dell’attacco, raccogliersi, all’alba, nei loro ricoveri, disponendosi ad assaporare col sonno la dolcezza del dovere compiuto.

Erano sublimi!

 

 

__________________

 


[1] Poco dopo, un graduato si presentava al Cappellano del Reggimento Marina, a cui consegnava 25 lire da erogare in beneficenza, e gli chiedeva di pregare per la sua Patria.

A conferma dello straordinario attaccamento dei Czechi al proprio Paese, riferiamo questo drammatico episodio avvenuto in altra parte del fronte e narrato dal Presidente del Consiglio Onorevole Orlando, nel discorso pronunciato l’11 aprile 1918 alla Conferenza delle nazionalità soggette all’Austria-Ungheria:

«Era la notte, una notte cupa, e le prime linee dei nostri nemici erano avvolte in quel silenzio gravido di mistero e di minaccia, che incombe su due eserciti che stanno di fronte.

«Agli avamposti austriaci era un reparto dove erano molti Czechi. Ad un tratto, nella profonda oscurità, si elevò un canto. Omero solo avrebbe potuto descrivere la solennità suggestiva di quel momento. Erano le note dell’Inno Czeco e allora si videro le vedette rettificare la loro posizione, i soldati delle trincee ergersi in piedi, scoprirsi il capo e rimanere sino a che l’Inno non cessò.

«Nulla di più semplice e più profondo; passava nella notte veramente un soffio di epopea.

«Questa gente che ha innanzi a sé il nemico, il quale, perchè ignaro può prenderla di fronte sotto il suo fuoco; che ha dietro di sé un altro ben peggiore e più deciso nemico, che allo spettacolo di una così audace, magnifica affermazione della coscienza di popolo potrebbe anche fucilarla proditoriamente alle spalle, ebbene, questa gente non ha temuto né il pericolo palese né quello nascosto, e, alla voce della Patria, è balzata in piedi a capo scoperto, ascoltando l’Inno nazionale, il simbolo più sacro per essa».

[2] Fu un periodo in cui cambiarono, quasi tutti, anche i Comandanti di Battaglione.

Il 21 aprile, era venuto il Capitano di Corvetta Mario Pellegrini ad assumere il Comando del Bafile. Ma, dopo pochi giorni, era stato chiamato a Venezia per prepararsi ad una importante missione di guerra. Come è risaputo, il 12 maggio, penetrò con tre Marinai nel porto di Pola, rinnovando l’audace tentativo compiuto da Goiran, la notte sul 2 novembre 1915. Lo sostituì il Capitano di Corvetta Repetto.

Il Comandante Carnevale aveva preso il posto del Comandante Del Greco, al Golametto.

Robbo, che teneva da alcuni mesi il Comando del Grado, lo cedeva al Comandante Speciale.

[3] M. MAFFII. - Libro citato, pag. 171-3.

La bandiera era stata benedetta nella Basilica di S. Marco, da S. E. Mons. Bartolomasi, Vescovo castrense.

Pronunziarono discorsi il Sindaco, il Ministro della Marina, il Vescovo.

Erano presenti anche il Comandante del Dipartimento Vice Ammiraglio Marzolo e il Comandante il XXIII Corpo d’Armata, Tenente Generale Petitti di Roreto.

Prestavano servizio le rappresentanze di tutti i Corpi armati della città. Assistevano il Battaglione Golametto, un plotone degli altri tre Battaglioni e uno della Compagnia Mitraglieri Fiat Reggimentale, e largo stuolo di Ufficiali.

I cittadini di Venezia, profughi, avevano sentito il bisogno di partecipare anch’essi, di lontano, alla cerimonia ed avevano inviato al Sindaco il seguente telegramma:

«Oggi che la città nostra agli strenui difensori attesta con la consegna del Vessillo tanto amato tutta l’ammirazione e riconoscenza sua, i profughi veneziani della colonia Adriatica ancor più presenti collo spirito e col cuore plaudono e benedicono. - Avvocato Masotti Consigliere delegato per l’ufficio di assistenza dei profughi veneziani in Rimini».

[4] Vedi Bollettino del Comando Supremo, del 28 maggio 1918.

Dal Corpo d’Armata veniva fatta la seguente comunicazione:

«Comando del XXIII Corpo d’Armata, N. 2298 prot. op., 27 maggio 1918.

«Al Comando della IV Divisione.

«I pochi ardimentosi soldati del mare che, all’alba, irrompendo nelle trincee avversarie, per quanto fortemente ostacolati dalla rabbia impotente dell’austriaco, hanno riportato prigionieri e armi, possono unire le loro mani robuste con quelle degli Arditi di Capo Sile. Ai valorosi del Reggimento Marina che hanno saputo ancora una volta con il loro slancio aver ragione del nemico vada la mia parola di encomio e di ammirazione. E sappiano i Marinai e le truppe tutte della Divisione che con tali soldati io guardo fiducioso l’avvenire e ricordino che il loro passato li impegna per il futuro. - Il Tenente Generale Comandante il Corpo d’Armata, firmato Petitti».

Edited by Navy60

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CAPITOLO XIV

Fraternità d’armi. – Giornate d’attesa. – Pattuglie nemiche. – Premuda. – Il nemico attacca su tutto il fronte. – Azioni di assaggio a Bova Cittadina e Cortellazzo. – Per alleggerire la pressione su altra parte del fronte. – Un pazzo?

Dal Comando della III Brigata Bersaglieri giungeva questa lettera al Comando del Reggimento Marina:

«30 maggio 1918.

«N. 1462 prot. Op.

«E bravi sempre, valorosissimi Marinai, che da sei mesi compite opera magnifica di eroismo e di sacrificio.

«Sono anch’io un po’ fiero dei continui successi vostri, legato a voi dal Comando tattico che vi pose ai miei ordini, fin dal nascere del bel Reggimento.

«Da allora con i Bersaglieri della III Brigata vi siete data fraternamente la mano nel modo il più simpatico e proficuo.

«E l’esempio è antico, della fraternità sacra fra i figli di Lamarmora e i figli del mare: verso la fine dell’ottobre 1911 l’unione superba si verificò ad Henni con i Bersaglieri dell’11° Reggimento, che mi accoglieva nelle sue file in quell’epoca, sicché orgoglioso posso ricordarvi quanto efficace, opportuno, necessario fosse per noi il vostro concorso. Giunti sul luogo della lotta asprissima, formaste un solo reparto coi compagni prima impegnati e già decimati, esempio del più fulgido valore dalla storia ormai consacrato; vendicaste i caduti ed eroicamente strappaste al nemico quella vittoria, per la quale Tripoli e la nostra spedizione fu salva.

«Per noi ora sarà salva Venezia, la città magnifica che già per noi respira aria di libertà.

«Orgogliosi del sacrificio e del compito avuto, Marinai e Bersaglieri, confondiamo le nostre voci nel grido che è la nostra fede e che è un programma:

«Avanti, Viva l’Italia, Viva il Re!

Il Maggior Generale

Comandante della Brigata

F.to Santi Ceccherini».

*

* *

La fraternità d’armi tra «i figli di Lamarmora e i figli del mare» , nata nei comuni pericoli e nelle asprezze della vita di trincea, doveva diventare più stretta e più forte nelle prossime azioni.

Le parole del Generale rivelavano un presentimento confortatore: la vicina liberazione di Venezia.

Difatti qualche cosa era nell’aria che ci rendeva tutti raccolti.

La sensibilità del combattente, mentre si attenua per ciò che è pericolo, disagi, sofferenze, vista di miserie e di dolori, si acuisce invece per quello che è presentimento di eventi.

Si attendeva un attacco di giorno in giorno.

In trincea, dove non giungeva l’eco dei bollettini d’informazione, lo si sentiva ugualmente per la attitudine dell’anima a raccogliere le vibrazioni che vengono dalle cose. Movimenti insoliti del nemico, mascheramenti, rumori notturni, gli stessi silenzi prolungati creavano certe disposizioni di spirito e certe chiaroveggenze. I silenzi, spesso, erano più impressionanti che le raffiche di tiro; sembravano preludere alla improvvisa apertura di fuoco, di tutti i calibri, su tutto il fronte, che suole precedere l’attacco.

*

* *

Da qualche tempo, pattuglie nemiche si studiavano di penetrare nelle nostre linee, evidentemente per assumere informazioni.

Avevano fatto simili tentativi la notte sul 21 maggio, all’alba del 23, la mattina del 29: sempre senza alcun risultato.

Quest’ultima volta avevano lasciato, oltre parecchi morti sul terreno, anche cinque prigionieri nelle nostre mani[1].

Ritentarono il 5 giugno[2]. Tre giorni dopo, mandarono una grossa pattuglia, con mitragliatrici portatili. Per proteggerla, aprirono il fuoco con bombarde e artiglieria, battendo la nostra linea per 50 minuti. Ma la pattuglia fu ricacciata dal solo tiro di fucileria degli avamposti.

La notte sul 10 giugno, rinnovarono ancora una volta il tentativo, facendo un fuoco d’inferno. Le trincee ne furono in qualche punto sconvolte e vi fu un momento in cui si credette ad un attacco in forze.

Sotto la pioggia delle granate, non uno dei nostri si mosse. Al mattino furono trovati morti quattro Marinai del Caorle. Appoggiati al ciglio della trincea, col fucile ancora spianato, pareva che dicessero al nemico: non passerete!

Ogni volta che il nemico subiva uno di questi scacchi, si sfogava con prolungati tiri di rappresaglia che causavano, talora, perdite, ma non diminuivano punto il morale della nostra gente.

*

* *

La sera del 10 giugno, giungeva la notizia che una sezione di M.A.S., comandata da Rizzo, aveva affondato, presso Premuda, una Dreadnought austriaca, la «Szent-Istvan», e colpita un’altra, la «Tegethoff».

Le fortune d’Italia cominciavano sul mare.

All’indomani, il Comandante di Reggimento gli telegrafava laconicamente, così: «Al Comandante Rizzo – Ancona.

«Onore e gloria. Senza meraviglia.

F.to Sirianni».

Erano, in quelle parole, l’anima del Comandante e il sentimento di tutti, Ufficiali e Marinai del Reggimento.

*

* *

Il 15 giugno, il nemico attaccava su tutto il fronte e con tutte le forze, di uomini e di mezzi, di cui disponeva la Monarchia.

Il Comando tattico del Reggimento Marina si era trasferito al nuovo osservatorio, in località Palude Marina, tra il Cavetta e le dune, 800 metri a sud di Casa Vianello.

L’osservatorio, provvisto di un periscopio di 6 metri di altezza, permetteva di vedere tutta la zona avanti la testa di ponte e, di là del Piave, fino a Valle Ossi e Palude Tre Cai. Era collegato telefonicamente cogli altri osservatori e con i vari Comandi. Ricordava un po’ la coffa di tiro di una nave da battaglia.

Il Comandante così notava i primi echi della grande battaglia:

«È la notte dal 14 al 15 giugno.

«L’aria è grave; spira brezza dal mare e spinge a tramontana una densa nuvolaglia; gravi di pensieri sono le nostre anime, nell’attesa.

«L’offensiva nemica è vicina; nota è l’ora dell’inizio; note sono le sue mire. In tutti noi è una trepidazione grande, per la grande prova che dovrà decidere dell’avvenire della nostra stirpe.

«Sono le tre: è l’ora. Per tutto l’orizzonte, al di là dell’orizzonte, divampa l’azione delle artiglierie. La terra ha sussulti, come le anime pronte alla tormenta.

«Tutte le linee delle trincee, la zona delle artiglierie sono percosse dalle esplosioni, avvolte dalle nuvole di fumo; l’aria, lacerata dal sibilo delle granate a gas.

«Sono le 7: nel nostro settore la furia si acquieta, per ravvivarsi ad intervalli; ferve invece la lotta nei settori a tramontana. Si scorgono fumate bianche, indizio che il nemico ha passato il fiume»[3].

Il nemico, infatti, era riuscito a passare il Piave da Candelù a Zenson, per una profondità di circa 2 chilometri. Era sboccato anche da Fossalta ed aveva oltrepassato Losson; stava puntando su Meolo. Altro sfondamento era riuscito ad effettuare a S. Donà. A Chiesa Nuova aveva passato il Piave vecchio. I difensori di Capo Sile, minacciati di fronte e di fianco, avevano dovuto abbandonare la testa di ponte.

Le Batterie del Raggruppamento Marina, su quel fronte, erano state tutte arretrate. L’orecchio, adusato, avvertiva lo spostamento.

Nel nostro settore, nulla di interessante. Una granata aveva colpito l’osservatorio reggimentale ed ucciso un Marinaio. Era stato colpito anche l’ospedaletto di Cà Pazienti con granate a gas; senza vittime. Qualche ferito in linea.

*

* *

Il 17 giugno, veniva l’ordine dal Comando di Brigata di eseguire una piccola operazione di assaggio sulla trincea di prima linea, dirimpetto alla testa di ponte di Cortellazzo, allo scopo di tener desto il nemico.

Alle ore 18, dopo 5 minuti di fuoco di artiglieria, 20 uomini del Grado, seguendo in due gruppi l’argine del fiume, l’uno a destra e l’altro a sinistra, rapidamente raggiungevano le mitragliere poste a difesa di quel tratto di linea. Distrutto il presidio delle medesime, messo lo scompiglio nelle trincee, rientravano, portando tre prigionieri, due mitragliere ed altro materiale.

Un Ufficiale, che aveva rifiutato di arrendersi, era stato ucciso da un Ardito siciliano.

Alla stessa ora, analoga azione veniva compiuta a Bova Cittadina dal 17° Bersaglieri[4].

*

* *

Giornate interminabili. Il cielo coperto faceva rimbombare maggiormente le artiglierie, che tuonavano dal Montello a Capo Sile. Giungevano notizie incerte, contradittorie. La sera del 18 giugno, l’avanzata nemica sembrava contenuta. Noi si era arsi dal desiderio di conoscere, ma più da quello di agire.

Il giorno 20, il Comando del XXIII Corpo d’Armata ordinò che la IV Divisione, per alleggerire la pressione avversaria sulla fronte contigua, impegnasse vigorosamente il nemico. In relazione a quest’ordine, il Comando della 3a Brigata Bersaglieri predispose una duplice azione, a Bova Cittadina ed a Cortellazzo.

Obbiettivo, per il Reggimento Marina, occupazione della prima e seconda linea nemica da Casoni Arzaretti, od almeno dal Bivio a sud-est di detta località, a Casa Cornoldi nord-Piave Nuova. L’irruzione delle fanterie era fissata per le 19[5].

Fin dalle prime ore pomeridiane, incominciò il tiro lento e metodico di distruzione, con bombarde da 58-A e da 240; più tardi quello delle artiglierie, il quale divenne violento, vero tiro di stordimento, 5 minuti prima dell’ora fissata per l’irruzione.

Prendevano parte all’azione: un reparto di 140 Arditi (Marinai del Grado e Bersaglieri del 18° Reggimento in fraterna gara), il Battaglione Grado, la 12a Compagnia del Golametto, un reparto Zappatori dei Bersaglieri e del Genio.

Di contro stava un Reggimento dei Diavoli rossi, il 12° Ussari della 1a Divisione di Cavalleria Ungherese.

Alle 19, il Reparto d’assalto comandato dal Capitano De Michelis, irrompeva nelle linee nemiche, seguendo l’argine del Piave e la strada di S. Donà.

Nonostante la viva resistenza, uccideva parte del presidio della prima linea e catturava le mitragliatrici, quindi proseguiva sulla seconda linea.

Era seguito immediatamente dalle Compagnie.

Sotto l’impressione della fulminea irruzione, anche la seconda linea, al centro e alla destra, cedeva. Il nemico continuava ad essere incalzato con eccezionale vigore. Cadeva in un attacco il Tenente Calderone. Presto era guadagnata la terza linea. Parte del presidio si dava prigioniero, parte si ritirava, in fuga.

Ormai gli Ussari, anche quelli dei reparti a tergo, erano in rotta. Molti cercavano scampo in una passerella, gettata sul fiume in direzione di Casa Allegri. Ma un Ufficiale dava ordine di tagliarla, mentre era affollata di fuggiaschi che il fiume ingoiava e trascinava.

Le nostre Compagnie erano schierate sulla linea Casa Arzaretti-Casa Veronese.

Nuclei di Marinai frugavano ogni nascondiglio, lungo l’argine del Piave, continuando a fare prigionieri e uccidendo quelli che resistevano.

Pioveva a dirotto. Il nemico faceva concentramenti di artiglieria su tutta la linea. Non vi era punto che non fosse aspramente battuto. La linea del Cavetta, dove si effettuava tutto il traffico di uomini e di materiali, lo era più violentemente di ogni altra. Anche il posto di medicazione era preso d’infilata. I valorosi, che avevano tutto osato, ora si lagnavano di essere lasciati sulle barelle o sul nudo terreno, nel fango, sotto la pioggia ed i proiettili.

Un nucleo del Reparto di assalto aveva raggiunto Casa Allegri N. 4. Erano pochi uomini. C’era fra essi Capo Adamoli, un Ardito intelligente e pieno di slancio. Erano tutti coperti di fango, fino alla testa; i pugnali rosseggiavano di sangue.

Qualcuno grida: A Fornaci Brazzà!

Tornavano loro in mente le famose giornate del 13 e 14 novembre…. Quel gruppo di Marinai era deciso allo sbaraglio. Partono, affondando nella melma fino alle ginocchia; evitano o vincono la resistenza delle varie Case Allegri, ancora presidiate da qualche reparto con mitragliatrici, e giungono a Fornaci Brazzà. È la sede del Comando di Reggimento. Anche qui è stato dato l’allarme e non vi sono più che 4 Ufficiali nascosti e pochi sbandati, coi quali i Marinai si azzuffano.

Qualche Marinaio cade. I superstiti riprendono poi contatto con le Compagnie[6].

Intanto il Comando di Reggimento aveva ordinato al Battaglione Grado di lasciare la linea Casa Arzaretti-Casa Veronese e ritirarsi su quella precedentemente stabilita, cioè sul parallelo che passa per Casa Cornoldi Nord e si appoggia col fianco sinistro sull’allagamento. Questa linea doveva mettersi subito in istato di resistenza, per essere tenuta saldamente contro ogni eventuale ritorno offensivo del nemico.

Continuavano raffiche di acqua e gragnuola di proiettili.

Marinai e Zappatori dei Bersaglieri e del Genio, illuminati dalla luce dei lampi, trasportavano materiali per il rovesciamento della nuova linea; ma il transito era estremamente difficile, dovunque. La spiaggia era invasa dalla mareggiata, il fiume in qualche punto aveva straripato e inondato le trincee, il terreno era seminato di buche. Notte d’inferno.

Tuttavia i lavori di rafforzamento procedevano alacremente. L’entusiasmo, che aveva invaso tutti i difensori di Cortellazzo, non faceva sentire i sacrifici; la forza e il coraggio di ognuno erano moltiplicati dal successo.

Dopo la mezzanotte, il nemico tentò un contrattacco dal lato di ponente, ma non ottenne altro effetto che accrescere le sue perdite.

Mentre 200 prigionieri si dirigevano in colonna al Comando della III Brigata Bersaglieri, un colpo di granata austriaca li prendeva in pieno, uccidendone parecchi[7].

*

* *

La mattina del 21 giugno, era tutta una festa di sole. L’acquazzone della notte aveva reso l’aria tersa come un cristallo. Ma il terreno era ancora sparso di pozze d’acqua; sulla spiaggia si notavano mine venute alla deriva.

Marinai e Ufficiali percorrevano la zona con gli abiti sbrandellati e inzaccherati di fango e con un sorriso di vittoria nel volto. Erano superbamente belli.

Ad un tratto si vide camminare, diritto, sull’argine della strada di S. Donà, un soldato austriaco, in pieno assetto di guerra: zaino, fucile, tascapane.

U n pazzo od un ignaro degli avvenimenti verificatisi nella notte?

Una fucilata lo fece rotolare sulla scarpata dell’argine.

 

 

 

 

__________________

 


[1] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 30 maggio 1918.

[2] Vedi come sopra, 5 giugno 1918.

[3] Sirianni. Con i Marinai al fronte: Conferenza. Arti Grafiche Bertarelli, 1920 – pag. 16.

[4] Quel giorno, il Capo di S.M. della Marina aveva inviato da Venezia il seguente telegramma: «Ai bravi Marinai del Reggimento Marina. – Sono venuto in mezzo a voi, per ammirare quanto farete ancora di bello e di buono per l’Italia. – F.to Revel».

[5] Il Comandante della Divisione, nel compilare l’ordine di operazione, aveva aggiunto:

«Le forti tradizioni guerriere della IV Divisione, le belle gesta qui già compiute da Marinai, Fanti e Bersaglieri affratellati da comunanza di armi e di ideali, sono sicuro affidamento che sarà interamente compiuto quanto ci viene richiesto nell’interesse dei vicini camerati che già hanno combattuto gloriosamente per la grandezza della Patria».

E il Comandante della Brigata:

«Bersaglieri e Marinai, fate come sempre avete fatto, per la Patria e per il RE».

Poco prima che si iniziasse l’azione, era venuto a Cortellazzo S.E. il Ministro-Soldato, Bissolati, il quale aveva rivolto parole di incitamento alla gente.

Fu testimonio dello spettacolo, rinnovatosi anche quel giorno, di molti che chiedevano insistentemente di essere compresi nel Reparto d’assalto e si tormentavano di gelosia verso i favoriti dalla sorte.

[6] Sul principio, veramente, non si prestò fede al loro racconto; tanto appariva sbalorditivo. Il Comandante di Reggimento nel suo primo rapporto al Comando di Brigata diceva soltanto: «Qualcuno sembra si sia spinto verso Fornaci Brazzà, ove due Arditi di Marina sarebbero caduti». Ma uno di questi, il Marinaio Chiarantonio, fu trovato, il 6 luglio, insepolto e trafitto da numerose pugnalate.

Quel corpo, contro cui si era sfogata la rabbia degli orgogliosi Ussari, vinti e vilipesi da un pugno di Marinai, fece testimonianza alla parola ed al valore dei suoi compagni.

[7] Vedi il Bollettino del Comando Supremo, del 21 giugno 1918, ed i Comunicati dell’Agenzia Stefani, dello stesso giorno e del 19 agosto 1918.

Il Centro raccolta Truppe Operanti del XXIII Corpo d’Armata comunicava le seguenti notizie, desunte dall’interrogatorio di alcuni prigionieri della I Divisione di Cavalleria appiedata.

«Effetti della nostra azione offensiva alla testa di ponte di Cortellazzo.

«La riuscita della nostra azione offensiva destò grande preoccupazione nel Comando nemico, che, per rinforzare la minacciata occupazione, vi fece affluire tutte le forze disponibili, togliendole anche dalle prime linee nel settore di Cavazuccherina. Perfino i piccoli posti (Feld Wachen) di quest’ultimo settore furono mandati nella zona di Cortellazzo, ciò che facilitò singolarmente il proseguimento dell’azione verso il canale dei Pirami.

…………………………………………………………………………………

«Perdite. – Il 12° Ussari, che sostenne il primo urto nell’azione del 20 sera, subì perdite gravissime: furono gravemente provati anche i reparti successivamente accorsi nel contrattacco».

Il Comando della III Brigata Bersaglieri inviava il seguente fonogramma a mano:

«21 giugno 1918.

«N. 1789 op. – Sono lieto di comunicare il seguente fonogramma di S.E. il Comandante del XXIII Corpo d’Armata:

«N. 2755 op. – Mi compiaccio vivamente del brillante successo di ieri in cui, in nuova fraterna cooperazione di armi e di intenti, Bersaglieri e Marinai si sono avventati sull’odiato nemico, fugandolo e strappandogli più posizioni. Desidero che tale mio compiacimento sia a tutti partecipato, dai capi ai gregari. I combattenti di Zenson e della Fossetta che da più giorni accanitamente si difendono e contrattaccano, ringraziano quelli di Cortellazzo per la loro valida cooperazione.

Generale Petitti.

Generale Ceccherini».

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Carissimo Navy,

Non te l'ho ancora scritto ma sappi che anch'io, come molti altri, apprezzo molto la tua opera di recupero di questo prezioso testo.

Grazie! Alla via così...

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Carissimo Navy,

Non te l'ho ancora scritto ma sappi che anch'io, come molti altri, apprezzo molto la tua opera di recupero di questo prezioso testo.

Grazie! Alla via così...

 

Grazie infinite per il sostegno... :smile:

 

CAPITOLO XV

Gli Arditi del Caorle a Cavazuccherina. Valore sfortunato. Il nemico ripassa il Piave.

L’azione che doveva compiersi alla testa di ponte di Cavazuccherina, contemporaneamente a quella di Cortellazzo, era stata rimandata all’indomani. La truppa destinata all’operazione, il 18° Bersaglieri[1].

Dovevano muovere da Bova Cittadina, canale che limita ad occidente la testa di ponte, dirigendo a nord, verso il quadrivio di Case Pirami e ad ovest, verso l’ansa di Cà Lunga.

Il Battaglione Caorle aveva mandato 30 uomini dei migliori, tutti volontari, al Comando del Tenente Pelettier.

Alcuni minuti prima che cessasse il tiro di stordimento, che si estendeva da Cortellazzo a Cavazuccherina per rendere il nemico dubbioso sul punto ove sarebbe stato portato l’attacco, usciva un manipolo di Arditi, fra cui 10 Marinai[2].

Loro compito eliminare un ostacolo gravissimo all’avanzata dei battaglioni, una vecchia casa diroccata, al di là della Bova, presidiata da forte nucleo di Cavalleggeri che ne avevano fatto un nido di mitragliatrici.

Divisi in due gruppi, aggirarono la casa, strisciando il petto sul terreno melmoso e presero alle spalle i Cavalleggeri, tempestandoli a colpi di bombe a mano, senza dar loro tempo di difendersi. Parte s’arresero parte fuggirono lungo l’argine del Sile. Il varco era aperto.

Gli obbiettivi successivi erano: Case Rossi, Casa Diana, Casa Canale. Ad ognuno di questi capisaldi nemici, la pattuglia di punta compì atti di astuzia e di eroismo. A Casa Diana cadde ucciso il 2° Capo Cozzola, a Casa Canali il Marinaio Nocerino.

Gli altri ritornarono, portando sulla tenuta mostrine e pennacchi da «fiamme rosse». Essi avevano offerto ai camerati del 18° i loro berretti da marinaio[3].

Intanto dalle altre parti del fronte venivano notizie più confortanti. Il nemico, sulle prime contenuto, era stato contrattaccato con efficacia. Erano state riportate avanti le batterie, arretrate nel primo giorno dell’invasione.

*

* *

Nei giorni che seguirono, si verificò qualche attacco contro la linea di Cortellazzo, che fu nettamente respinto. In uno di questi attacchi cadde il Tenente Carbonara[4].

La notte sul 24, furono irradiate frequenti pattuglie per accertarsi delle opere di difesa costruite dal nemico a protezione della sua linea, la quale correva al di là di Casoni Arzaretti e Casa Veronese. Si riscontrò che la linea era fortemente presidiata da uomini e da difese passive.

Pattuglioni nemici avevano tentato, anch’essi, di penetrare nelle nostre trincee.

Ciò nonostante, il mattino appresso, giunse l’ordine al Comando del Reggimento di far marciare forze proporzionate fino a raggiungere il fronte Casa Vincenzetto-Casa Allegri N. 4, colla simultanea occupazione dell’argine del bosco, sito nell’ansa di fronte a Revedoli.

Altre colonne avrebbero mosso da Cavazuccherina[5].

Fu destinato per l’operazione il Battaglione Caorle che trovavasi in linea. A sua disposizione un plotone del Bafile ed un reparto della Compagnia Mitraglieri di questo Battaglione, su 6 armi. A immediato rincalzo due compagnie del Golametto che presidiava la frazione Z. 22 (saccata e penisola).

Alle ore 9, dopo la solita preparazione di artiglieria, il Caorle, con in testa i gruppi di Arditi, usciva dalle trincee di Case Cornoldi Nord e, spiegato in formazione di attacco, iniziava l’avvicinamento al nemico, traendo profitto dal terreno boschivo e dalla alta vegetazione.

Il nemico aprì il fuoco di sbarramento, non molto efficace, quindi mise in attività numerose mitragliere appostate a Cà Vincenzetto, nei capisaldi della sua linea avanzata, lungo l’argine della strada di S. Donà e la riva sinistra del Piave.

Il Battaglione, nonostante le perdite, proseguiva animoso nell’avanzata, fin sotto le difese nemiche. A levante dell’argine era penetrato nelle prime propaggini del bosco e trovavasi a pochi metri da un gruppo di mitragliere, su cui gli Arditi tentarono un’irruzione che non riuscì, perchè le mitragliere erano difese da fitto reticolato intatto. A ponente, 1’8a Compagnia aveva superato il sentiero in rialzo da Casoni Arzaretti a Casa Veronese ed era sotto il reticolato, anche questo intatto, che correva da Casetta Bianca a Casa Allegri N. 4.

Il fuoco nemico diventava sempre più intenso. Da Casa Vincenzetto le mitragliere battevano normalmente l’argine della strada, lungo il quale avvenivano gli spostamenti di uomini e i rifornimenti di materiale, e prendevano d’infilata la linea di testa che tentava, nonostante tutto, di avanzare.

Cadeva, colpito alla fronte, il Tenente Lugarini, simpatico ed ottimo Ufficiale.

Molti feriti gemevano sul terreno, riuscendo difficilissimo effettuarne il trasporto.

Si vide un Ufficiale trascinarsi carponi verso un Marinaio, ferito ad ambedue le gambe, procurare di arrestargli l’emorragia legando uno degli arti colla cintura dei suoi pantaloni, e poi, per sottrarlo al tiro delle mitragliatrici, tirarlo verso l’orlo di una fossa aperta da una granata e lasciarlo scivolare là dentro.

Furono momenti terribili. Il nemico che aveva avuto numerosi rinforzi, dopo lo scacco della notte del 20, era deciso di non cedere d’un passo.

Tuttavia l’ardore degli attaccanti non scemava; si invocava l’invio di pinze tagliafili, munizioni e un maggiore concorso delle artiglierie.

AI Comando tattico del Reggimento, che s’era trasferito da Palude Marina a Casa Negri, così giungevano, eloquenti nella loro brevità, i rapporti dell’azione:

«Ore 9,30: Viva resistenza nemica sulla destra della strada di S. Donà dalla parte del boschetto.

«Necessario battere con artiglieria tutto l’argine della strada e la riva sinistra del Piave. Comandante Tur».

«Ore 9,45: Avanzata ostacolata. Battere quadratini 170-171-172-174-175 e spazio a nord quadratino 176.

«Mandateci molte pinze. Tenteremo tagliare reticolati ed avanzare. Comandante Tur».

«Ore 9,50: Impossibile avanzare. Troppe mitragliatrici appostate dappertutto. Pare nemico avanzi sulla destra (tentativo di accerchiamento dal lato di levante). La nostra ala destra si è ritirata al di qua dell’argine. Battere quadratino 196. Comandante Tur».

«Ore 9,55: Prego inviare urgenza munizioni da fucile e mitragliere al Comando Golametto che farà proseguire per prima linea; dove sono state richieste. Comandante Carnevale».

«Ore 10: Battere più intensamente linee nemiche. Ritenteremo l’attacco dopo tagliati i reticolati. Comandante Tur».

«Ore 10: Capitano medico Mendini chiede aiuto altro Ufficiale medico. Comandante Carnevale».

«Ore 10,10: Impossibile avanzare. Comandante Tur».

Allora dal Comando di Reggimento partì l’ordine di ripiegare sulle posizioni di partenza.

Alle 11, giungeva quest’altra comunicazione:

«Ripiegamento ultimato: mezza compagnia raccoglie feriti e morti».

E alle 12:

«Accertati finora 15 morti e 50 feriti».

Il ripiegamento si era compiuto in condizioni assai critiche, specialmente per 1’8a Compagnia che aveva dovuto superare allo scoperto il sentiero sopra elevato fra Casoni Arzaretti e Casa Veronese. Degno di essere ricordato l’atto generoso, compiuto dalla 12a, arditamente distesasi a cavallo dell’argine per frenare l’irruenza nemica e permettere al Battaglione Caorle di rientrare nelle sue linee.

Affaticati, laceri, per l’assalto ai reticolati, senza aver potuto gustare l’ebbrezza della vittoria, i Marinai del Caorle si abbatterono nelle trincee di partenza, non avendo più che un desiderio solo: ritentare, in migliori condizioni, la prova.

Di un Ardito mancavano notizie. Sul far della sera, fu visto trascinarsi carponi verso le nostre trincee, facendo segni con le mani. Ferito ad una gamba, era stato per otto ore, presso i reticolati nemici, a pochi passi dalle vedette, soffocando le proprie sofferenze e cercando di arrestare il sangue che sgorgava dalla ferita.

Ma altri erano ancora contro i reticolati, avvinti come in un supremo spasimo, le braccia spalancate e gli occhi aperti contro il nemico[6].

Le notizie che giunsero quella sera, ci esaltarono. Il nemico, fino dal giorno avanti, aveva ripassato il fiume, dappertutto; restava in possesso solo della testa di ponte di Capo Sile. E il giorno dopo si apprese che era stato respinto anche da questa ultima località, dove anzi era stata estesa la nostra occupazione.

 

 

 

 

 

__________________

 

[1] Il Comando della III Brigata Bersaglieri, nel trasmettere l’ordine di operazione, diceva:

«Bersaglieri del 18°, ieri avete portato il vostro aiuto ai Marinai e insieme con essi valorosamente vi siete battuti.

«Sono oggi i Marinai del Caorle che hanno chiesto ed ottenuto di battersi al vostro fianco.

«Sono certo che con essi e con le balde Guardie del 7° Battaglione di Finanza, rinnovellerete le gesta epiche del ponte di Madrisio e di Fagarè».

[2] Ne diamo i nomi, a titolo di onore:

Secondo Capo Cozzola; Sotto-capi Corsi e Vaccaro; Marinai Balestrieri, Gentile, Nocerino, De Caro, Bosio, Colombo e Abbaterusso.

[3] Vedi Bollettino del Comando Supremo, 22 giugno 1918.

Dal Comando della III Brigata Bersaglieri veniva inviato al Comando Reggimento Marina il seguente fonogramma: «Con animo grato informo che nucleo Marinai Arditi, comportatosi in modo magnifico, ha dato ai fratelli Bersaglieri vivissima cooperazione. Perdite subite dal reparto secondo Capo ucciso ed un semplice. F.to Ceccherini».

Lo stesso giorno, il Duca D’Aosta esprimeva il suo compiacimento «per i colpi di mano ben condotti ed eseguiti con molto slancio». Ed aggiungeva la raccomandazione di «continuare a premere il nemico».

[4] Il 22 giugno, un uomo completamente nudo attraversò a nuoto il fiume e si dette prigioniero. Si lamentò perché le vedette gli avevano spianato contro il fucile; una avrebbe lasciato partire un colpo.

Disse di essere Marinaio a servizio dell’Ammiraglio Kudelka, già Comandante la Piazza di Trieste ed allora a Caorle, in attesa di andare al Comando di quella di Venezia.

L’Ammiraglio Kudelka trovavasi veramente a Caorle, dove si era reso odioso alla popolazione, per la millanteria di volere essere il 17 giugno a Venezia; ma presto, visto che le cose volgevano assai male, ritornò a Trieste, non osando neppure levare lo sguardo verso alcuni popolani, che, dopo essere stati testimoni delle sue bravate, presenziavano casualmente all’Agenzia di Sesta Presa quella ingloriosa partenza. Così ci fu riferito dal Sig. Tessarin, Sindaco di Caorle.

[5] Queste colonne non fecero più alcun’operazione.

[6] Vedi Bollettino Comando Supremo, 26 giugno 1918.

Il Comando della IV Divisione indirizzava a quello della III Brigata Bersaglieri il seguente fonogramma:

«24 giugno 1918. I prodi Marinai del Battaglione Caorle, caduti di fronte alla trincea nemica, additano a tutti quale sia la via gloriosa da seguire. F.to Viora».

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CAPITOLO XVI

Preparativi per l’azione. Da Intestadura al mare. Aspra giornata. Dal diario del Cappellano. Vittoria!

A Cortellazzo si rafforzava la nuova linea, correggendone il profilo, che in qualche punto veniva arretrato allo scopo di dargli maggiore consistenza difensiva. E si stava compiendo il concentramento delle bocche da fuoco e della truppa. Erano schierati un Gruppo da montagna, un Gruppo di obici campali pesanti da 149, un Gruppo di cannoni da 105; altri Gruppi di artiglieria campale pesante erano dislocati nelle immediate vicinanze, con possibilità di azione anche nella zona di Cortellazzo. Si calcolavano 1000 bocche da fuoco, da Capo Sile al mare.

Intanto continuavano, da ambo le parti, le solite azioni di pattuglie. Il nemico eseguiva frequente tiro di disturbo sulla testa di ponte e incursioni aeree sulle sedi di truppe a riposo e dei Comandi, sui centri di movimento e i nodi stradali.

Qualche velivolo scendeva a bassa quota sulle nostre trincee.

Il 30 giugno, lo schieramento delle artiglierie era finito.

*

* *

All’indomani, fu comunicato l’ordine di operazione per la riconquista di tutta la zona fra i due Piave.

La colonna di attacco di Cavazuccherina doveva dividersi, in direzione di Le quattro Case e di Case Pirami. Quella di Cortellazzo doveva costeggiare il fiume, appoggiandosi, a sinistra, sulla zona allagata. Il punto di riunione con le altre colonne, provenienti da Intestadura-Osteria e da Capo Sile, era stato fissato nei pressi di Palazzo Bressanin.

Alle ore 21, avvenne la dislocazione dei reparti, destinati ad operare nella zona di Cortellazzo: 17° Bersaglieri e Reggimento Marina[1].

Alle 4 del 2 luglio, incominciò, da Intestadura al mare, un nutrito fuoco di tutta l’artiglieria e, due ore dopo, le fanterie uscirono all’attacco. Dalla testa di ponte di Cortellazzo si slanciò, primo, il 64° Battaglione Bersaglieri, preceduto dagli Arditi (Bersaglieri e Marinai).

Obbiettivo immediato, l’occupazione, a sinistra dell’argine, della zona compresa fra Casetta Bianca e Casa Allegri N. 4 e, a destra, del terreno boschivo prospiciente Revedoli.

Resistenza estrema. Dappertutto erano appostate mitragliatrici. I reticolati erano pressoché intatti, il boschetto un groviglio inestricabile di difese passive.

Indarno, dalla penisola di Cortellazzo, il Battaglione Grado tentava, con simulato sbarco sull’opposta riva, distrarre l’attenzione del nemico. Questi, pure opponendosi al tentativo di sbarco con poderoso tiro di sbarramento, riusciva a resistere efficacemente alle truppe attaccanti, che dovettero arrestarsi e rafforzarsi sulla linea Casoni Arzaretti-Casa Veronese, limitandosi ad inviare qualche nucleo in direzione di Casa Vincenzetto.

*

* *

Fu una mattinata assai dura.

La testa di ponte e le case di Cortellazzo e tutto il Cavetta furono ininterrottamente battuti da una tempesta di fuoco. Il Cavetta era preso d’infilata. Trincee e ricoveri erano colpiti in pieno da grosse bombarde, che distruggevano ogni cosa. Si vedevano nuvoli di polvere e di fumo e membra umane lanciate nello spazio: uno spettacolo orrendo.

Le Case Vianello N. 1 e N. 2 presto scomparvero, seppellendo numerosi Marinai che stavano a ridosso e due valorosi Ufficiali, i Capitani Bernardini e Bendinelli. Una sezione di batteria da montagna fu distrutta, con tutti i suoi serventi. Un plotone di Bersaglieri (66° Battaglione) fu anch’esso metà sepolto. L’Ufficiale, che aveva visto i suoi uomini scomparire in un vortice di terra e di schegge di proiettili, sembrava pazzo dal dolore. I morti avevano perduto ogni parvenza umana.

Il posto di smistamento dei feriti fu colpito di fianco e sfondato. I ricoverati si trascinavano fuori, colle gambe malferme, ruzzolando per debolezza, cercando sottrarsi alla morte; ostruivano l’ingresso del posto di medicazione, scongiurando di essere messi al sicuro. Una grossa granata cadde, vicinissima a quell’agglomeramento di corpi già straziati, per fortuna senza esplodere.

Verso le dieci, si ebbe un poco di sosta. Andammo a visitare le case di Cortellazzo e la Chiesa, ridotte in extremis. Una enorme quantità di rottami di pietre e di mattoni era stata scaraventata nei camminamenti, spesso sbarrati da grosse travi. Fu necessario sgombrarsi il passo. La Chiesa aveva perduto l’abside; l’altare, ancora in piedi, si delineava sullo sfondo della melanconica pianura. Delle case restavano pareti isolate, travi sporgenti, archi minacciosi.

Ma la fontanella continuava a dare acqua. E un angolo di una casa, rimasto intatto, portava ancora una tabelletta di legno con l’indicazione:

Via Trieste.

I piccoli cimiteri, lungo il Cavetta, erano stati anch’essi tutti sconvolti; le croci scheggiate, squarciate le reti di ferro poste ad impedire l’oltraggio degli animali. C’era un quadro votivo, ancora appeso ad una croce, tutto sbilenco, colle assi schiodate, il vetro infranto e l’immagine sacra che pareva tagliuzzata.

Nel pomeriggio, si rinnovò l’azione offensiva per parte del 64° Battaglione, con il concorso del 65°. Si ebbe qualche vantaggio di terreno, senza però raggiungere le posizioni nemiche fortemente presidiate e aspramente contese.

Le altre colonne avevano avuto risultati più confortanti, ma grande era stata la resistenza dappertutto e spesso alterna la sorte.

Dal diario del Cappellano:

«2 luglio. – Sono arrivati i primi Marinai feriti. Sollevati dalla barella, agitavano i fazzoletti insanguinati in segno di giubilo. Era tale l’ardore con cui avevano mosso all’attacco, da credere che i loro compagni fossero già a Case Allegri.

«C’erano l’Ardito De Bianchi, senza un braccio, Cassioli, con una guancia ed il naso asportati; irriconoscibili.

«C’era Biagi, uno dei primi che hanno toccato la trincea nemica, ferito all’addome. Mi ha raccomandato di spedire le lettere, consegnatemi in precedenza, e di aggiungere, in quella alla mamma, che gli dispiace di morire solo perché non può vedere queste terre libere dal nemico.

Che caro e valoroso giovane! Era questo il primo combattimento, a cui prendeva parte: lo aveva tanto sospirato. Ieri si era confessato, insieme ad altri compagni. Stamattina avrebbero voluto accostarsi alla Comunione, ma è venuto improvviso l’ordine di muovere e all’alba erano già in linea.

«Tutta la mattinata è stato un succedersi di feriti ai vari posti di medicazione, di Marina e dell’Esercito. I più gravi però non sono venuti dalla prima linea ma dal Cavetta, dove le bombarde hanno compiuto una carneficina.

«È morto l’infermiere Damonte. Mentre trasportava un ferito in barella, è stato preso in pieno da una granata. Il ferito è riuscito a raggiungere da solo il posto di medicazione e ci ha raccontato il fatto raccapricciante.

«3 luglio. – Giornata di attesa. Ognuno è presente a se stesso e vive intensamente queste tragiche ore. Nonostante le sofferenze e i disagi, non si ha altro desiderio che quello di mostrarsi degni dei compagni che, in tutto il fronte, per due settimane, hanno compiuto prodigi di valore e di eroismo.

«Non ho mai visto le anime trasalire al minimo tocco, come in questi giorni; mai le ho trovate più buone e più disposte al sacrificio.

«4 luglio. – Giornata non molto laboriosa; abbiamo potuto prenderci il lusso di un’ora di riposo.

«Per ripararci dal tiro radente dei piccoli calibri, ci siamo accoccolati, io ed alcuni Ufficiali, sul terreno, a ridosso di Casa Sostegno. C’erano, tra gli altri, i Tenenti Giglioli e Riccobaldi.

«Come si sono mostrati sensibili e solleciti del proprio bene spirituale!

«Dopo che si era parlato di molte cose intorno alla fede, all’anima, alla vita avvenire, uno di essi mi ha domandato se chi muore combattendo, per una giusta causa, può essere considerato come Martire. Ho loro esposto brevemente la dottrina cattolica sul Martirio.

«Ciò che dà merito, ho detto, nel senso del soprannaturale, alle sofferenze e alla morte è che siano liberamente accettate. Ma badate, ho aggiunto, che una prova può essere imposta e tuttavia volontaria; non c’è contraddizione. Credo anzi che questa sia la condizione della maggior parte di voi che non vi piegate, rassegnati, a ciò che in questo momento è inevitabile, ma gli andate incontro con gioia.

«Una cosa però ancora ci vuole, e questa non deve mai mancare in chi si prepara, come voi, a combattere per una causa giusta: il pensiero d’Iddio. Perchè solo chi fa a Dio il dono della sua vita, è veramente Martire.

«Doveva essere molto calore nel mio discorso, perchè li ho visti ascoltarmi con avidità. Nessuna esitazione e nessuna commozione era in loro. Ma gli occhi avevano una trasparenza nuova.

«Quando ci siamo separati, tutti mi hanno salutato con una stretta di mano più forte e più lunga.

«5 luglio. – La gioia per la bella vittoria riportata è stata in me offuscata dalla vista di tanti morti. Sono caduti sul campo i Tenenti Petrolini, Spataro, Saita. Il Sottotenente di Vascello Baj è morto poco dopo, all’ospedaletto di Cà Pazienti.

«Fra i primi feriti che ci hanno portato erano i Tenenti Di Mauro, Morfuni, Tinacci, Neri, Pitzalis e l’amico Giglioli, quasi morente. Egli aveva compiuto l’offerta.

«Commosso gli ho chiesto:

«– Caro Umberto, ricordi il nostro discorso di ieri?

«– Se lo ricordo! – mi ha risposto serenamente.

«– E... sei contento del tuo sacrificio?

«– Sia benedetto il Signore!

«L’ho abbracciato e baciato anche per la sua mamma, che forse non lo vedrà più.

«Ah! Chi non ha assistito ad una battaglia non può sapere quale impeto d’amore e d’olocausto c’è, spesso, nel fervore dell’azione e quale fusione fra la terra ed il Cielo!»

*

* *

Il 5 luglio, si rinnovò l’attacco delle posizioni nemiche, nell’ansa compresa fra Casa Veronese e Casa Allegri N. 4.

Il Bafile aveva, la sera antecedente, sostituito in linea il 64° Battaglione che aveva preso posto presso il Cavetta.

Erano stati destinati ad operare, a ponente dell’argine, un reparto di Arditi Marinai e la 1a e 2a Compagnia del Bafile. A levante, la 6a Compagnia del 65° Bersaglieri, un secondo reparto di Arditi Marinai ed un plotone della 3a Compagnia del Bafile, con mitragliatrici. Un 3° gruppo di Arditi Marinai e gli altri plotoni della 3a Compagnia erano di riserva di battaglione, pronti ad essere lanciati dove fosse stato maggiore il bisogno. La Compagnia Mitraglieri Fiat del Reggimento Marina doveva operare a cavallo della strada.

Non si era mai vista fusione più bella di intenti e di ardore.

Alle 9, mentre dalla penisola di Cortellazzo per opera del Battaglione Grado si simulava un nuovo tentativo di sbarco[2], Marinai e Bersaglieri si portarono inosservati nelle immediate vicinanze delle posizioni nemiche, prima che fosse allungato il tiro delle nostre artiglierie e nel momento in cui batterie di piccolo calibro, appositamente portate avanti, eseguivano tiro accelerato sull’argine.

Profittando di un lieve varco aperto da un obice campale da 149, che aveva avuto quel particolare obbiettivo, il primo reparto degli Arditi, immediatamente seguito dalla 1a Compagnia, irrompeva con risolutezza contro i presidi ad ovest dell’argine, riuscendo a paralizzarne la resistenza.

I fucili, protetti da scudi d’acciaio, intervallati sul piano stradale, erano rimasti inerti; nel primo momento poche mitragliatrici avevano funzionato. Il tiro di artiglieria e di bombarde scrosciava ancora sulle trincee di partenza.

La 1a Compagnia raggiunse presto la linea di Casa Allegri N. 4. Lasciatovi un plotone a difesa, scavalcava l’argine e si gettava nel terreno antistante, puntando verso il bosco.

Qui avveniva la resistenza più attiva, facilitata, oltreché da numerosi reticolati e bocche di lupo, dai rami degli alberi spezzati dai proiettili e stranamente intrecciati, che rendevano quel luogo una specie di labirinto. Ma ogni resistenza fu superata, per il coraggio della 6a Compagnia Bersaglieri, degli Arditi e del plotone di Marina, a cui successivamente si erano aggiunte la 2a e la 1a Compagnia del Bafile.

Il plotone rimasto a difesa della Casa Allegri, subiva nel frattempo, un violento contrattacco nemico che lo obbligava momentaneamente ad abbandonare la posizione, subito rioccupata con i due plotoni di riserva della 3a Compagnia e reparti del Golametto prontamente inviati sul posto.

Altri reparti dello stesso Battaglione si portavano a vincere le ultime resistenze nel bosco.

A mezzogiorno, i nostri tenevano saldamente le Case Allegri N. 4 e N. 3, dove si fermavano in attesa di un battaglione di Bersaglieri ciclisti.

Colonne di prigionieri, oltre 300, snidati da ogni buca, strappati da ogni nascondiglio, venivano avviati a Cortellazzo. Procedevano di corsa, lungo l’argine, sempre battuto dall’artiglieria, caricati delle loro mitragliere, dei loro feriti, cogli occhi sbarrati dalla paura.

Da parte dei nostri, si diffondevano grida di gioia in tutta la zona. I Marinai del Bafile erano vibranti di entusiasmo per aver vendicato il loro Comandante; quelli del Golametto per avere avuto, anche essi, la loro giornata.

Quando arrivarono i Bersaglieri ciclisti, trovarono un’animazione insolita[3].

I ciclisti e due Compagnie del Golametto occuparono, nel pomeriggio, le Case Allegri N. 2 e N. 1, collegandosi a Fornaci Brazzà con un Battaglione del 154° Fanteria. Le colonne mosse da Cavazuccherina si schierarono sul Piave nuovo, a sud di Casa Castellana. Le altre, a nord, continuarono ancora per poco la loro azione. La mattina del 6 luglio, era finita la battaglia fra Sile e Piave. La «Kaiser Stellung» o posizione dell’Imperatore, come la chiamava il nemico che la riteneva imprendibile, era caduta. Il fiume sacro era nostro dal Montello al mare.

Il Bollettino del Comando Supremo, comunicando la vittoria riportata, diceva:

«…. La riconquista di tutta la zona litoranea tra Sile e Piave, che il nemico aveva occupato e manteneva con ogni sforzo fin dal novembre, corona brillantemente la vittoria da noi conseguita nella prima grande battaglia della nostra riscossa ed allarga la zona di protezione di Venezia»[4].

 

 

 

 

 

__________________

 


[1] Il 64° e il 65° Battaglione Bersaglieri sostituirono alla testa di ponte il Bafile e il Golametto che passarono di riserva di Brigata alla saccata e lungo il Cavetta, insieme col 66° Battaglione. Il Caorle andò di riserva divisionale a Motteroni dell’uva. Il Grado presidiava la Z. 22 e doveva presidiare anche la Z. 21, appena i Battaglioni 64° e 65° avessero iniziata l’azione.

Cinquanta Arditi del Grado, Golametto e Bafile furono messi a disposizione del Colonnello D’Errico, comandante la zona di attacco di Cortellazzo; altri 50 del Caorle a disposizione del 18° Bersaglieri e dell’82° Fanteria, a Cavazuccherina.

Questi ultimi furono così ripartiti: 30, agli ordini del Sottotenente Feroldi, coi Bersaglieri, e 20, comandati dal Sottocapo Baldi, con la Fanteria.

La pattuglia Feroldi, il mattino del 2 luglio, puntava su Quattro Case, in concorso con un’altra pattuglia di Bersaglieri. Vinta la resistenza nemica, le due pattuglie si riunirono e da Quattro Case procedettero verso Cà Salerno, dove la resistenza fu assai più forte. Lì dovettero sostare a lungo, sempre sotto il fuoco, fino all’arrivo di altri reparti di Bersaglieri, coll’aiuto dei quali il nemico fu fatto sloggiare. Furono presi una cinquantina di prigionieri. Anche nei giorni successivi la pattuglia Feroldi cooperò allo svolgimento delle operazioni, rientrando al proprio Battaglione la sera del 6 luglio.

Gli altri 20 Marinai prestarono aiuto ai Fanti della Brigata Torino, servendo come barcaioli, per il traffico di uomini e munizioni attraverso i fiumi ed i canali.

[2] Lo stesso tentativo fu simulato, per la terza volta, la sera del 5 luglio, allo scopo di distrarre le artiglierie del settore di Revedoli da un punto più a nord, dove i nostri avevano ancora da vincere qualche resistenza. Fantocci vestiti da Marinai, con fucile a crociatet, passarono il fiume su zemole, mossi con fili di ferro, come marionette. Dieci grandi apparecchi fumigeni navali sollevarono, subito dopo, montagne di fumo, che una leggera brezza di libeccio allargava fino ad occultare tutta la zona di Revedoli. Risultato stupefacente. Il nemico, temendo che volesse sfruttarsi il momento in cui la sua truppa era disgregata, per creare una testa di ponte sull’altra sponda, apriva un fuoco violentissimo di sbarramento da Cortellazzo al mare. Lo spettacolo durò qualche ora.

[3] Qualche capo ameno aveva già combinato il couplet di circostanza, che andava ad arricchire la collezione dei canti di trincea:

A Casa Veronese

C’è un bel boschetto fresco:

«Non si entra dalla strada»

Sta scritto in buon tedesco.

Allora noi dal campo

Si cerca di passà.

Ah! ah! ah!

Quanti ne vò ammazzà!

Il mattino, prima dell’azione, aveva fatto il giro della trincea quest’altro canto:

Alle nove precise

Cesserà l’artiglieria;

coraggio, Marinai,

Cà Allegri è in agonia.

[4] Vedi anche Bollettino del Comando Supremo, 7 luglio, e Comunicato dell’Agenzia Stefani, stessa data.

Fra le tante dimostrazioni di simpatia ricevute in questo periodo dal Reggimento Marina, assai gradita fu quella dei profughi di Grado i quali, quantunque dispersi da un capo all’altro d’Italia, avevano seguito con grande interesse le gesta del nostro Reggimento, particolarmente dei Battaglioni Grado e Golametto in cui vedevano come l’immagine della Patria, la cara isoletta lasciata là, a specchio del mare di Trieste.

«Le virtù guerresche, scriveva il Sindaco Marchesini, di cui diedero magnifica prova i Battaglioni che portano i nomi di Grado e Golametto, ci rendono superbi.

«Gloria ai valorosi Marinai, gloria ai loro invitti Duci che li seppero guidare alla vittoria!»

(Da Albano Laziale, 20 Luglio 1918).

Anche gli alunni di varie scuole del Regno, indirizzarono al Comandante del Reggimento lettere piene di ammirazione e di affetto, prova eloquente del modo come la fanciullezza d’Italia sentiva la guerra e valutava la vittoria. Riportiamo una di queste lettere, delle alunne di una Scuola elementare di Roma:

Cari e valorosi fratelli nostri,

A tutti i Soldati e Ufficiali d’Italia, ma più specialmente a Voi che di tanta gloria vi siete coperti, gridiamo con tutto il cuore: Evviva! Evviva! Noi sappiamo le vostre prodezze e in questi giorni in cui, combattendo come leoni, avete salvata la Patria, noi abbiamo pregato commosse ed abbiamo pianto quando la signora maestra ci raccontava che ricacciavate il nemico e soffrivate con entusiasmo per la bella vittoria. La scuola è terminata; questa letterina è l’ultimo lavoro dell’anno e noi la dedichiamo a Voi, rivolgendo a Voi ed ai vostri compagni caduti il nostro saluto riconoscente in nome dei vostri figli, delle vostre sorelline, delle vostre madri, di tutti i cari lontani che Voi difendete e per i quali avete vinto. Siamo piccole e non sappiamo dirvi di più. Ma vediamo la città imbandierata, tutti gli occhi luccicanti di orgoglio; il nostro cuoricino batte per Voi e vorremmo che Voi vedeste tutto e sentiste il nostro amore.

Baciamo quelle mani benedette che adoperarono sì bene le armi per la difesa della cara, mille volte cara Patria, e le adopreranno sempre eroicamente per Lei.

Il nostro bacio vi porti fortuna.

Le alunne della 3a B.

Scuola in Via Giubbonari

ROMA.

In calce alla lettera era la seguente postilla:

«L’insegnante, l’anima piena di ammirazione e di commossa gratitudine, aggiunge il suo saluto ed il suo augurio a quello spontaneo e modesto delle alunne».

Edited by Navy60

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CAPITOLO XVII

La vista del terreno di battaglia. «Hôsi Hallál háltak». – Un campo di grano. Dove le sponde del Piave si avvicinano. A riposo.

La vista del terreno di battaglia, su cui per otto mesi si erano rovesciati torrenti di fuoco e da venti giorni la lotta imperversava, a intervalli, intensamente, era piena di macabro interesse.

Case Cornoldi, Casa Veronese, Casetta Bianca non esistevano più.

Dovunque alberi schiantati, il terreno seminato di fosse, di ferro spinoso e di cadaveri. In una stessa buca giacevano un Bosniaco ed un Bersagliere, riuniti nell’amplesso della morte. Dietro l’elemento di trincea che partiva da Casa Veronese numerosi cadaveri di Austriaci disfatti; davanti la medesima trincea, Bersaglieri e Marinai caduti nell’assalto. Si levava un fetore insopportabile.

Fucili, sciabole-baionette, casse di munizioni, ordigni di guerra abbandonati, paletti di ferro divelti, elmetti, scarpe rotte, vestimenti laceri.

Si scorgevano ancora le tracce della fuga degli Ussari, la notte del 20 giugno: gli zaini di pelle, i belli zaini di cavalleria, pacchi di corrispondenze, scatolette di carne sul terreno e nelle acque luride dei canali.

Dietro un filare di viti, un enorme cumulo di bossoli di mitragliera: aveva fatto fuoco per delle ore, senza alcun riparo, nascosta dai pampini dell’uva.

Lungo il fianco ovest della strada di S. Donà, sbocconcellata dai proiettili, tutta una fila di piccole tane. Brandelli di teli da tenda ancora ne ricoprivano l’entrata. Conficcati nel terreno, gli scudi d’acciaio a protezione di scelti tiratori. C’era un fucile periscopico. Una vedetta, nascosta in una buca, era ancora lì, accoccolata; non usciva fuori che la testa, coperta da un elmo rinforzato, una specie di vecchia barbuta.

Lì vicino era la salma del Marinaio Arcamone, ucciso mentre cercava di sottrarre al fuoco, caricandoselo sulle spalle, un suo Ufficiale ferito. Più avanti quelle di Marinai, Bersaglieri, Artiglieri andati di pattuglia assieme ai Fanti, frammischiate ad altre di Ungheresi, Bosniaci, Croati.

A Casa Allegri N. 4 giacevano i Marinai Spagnuolo e Mirone, i quali, essendo di vedetta alla casa appena conquistata e vista venire una grossa pattuglia nemica, l’avevano attaccata per i primi ed erano caduti nell’impari lotta. Casa Allegri era anch’essa tutta squarciata, traforata, cadente; di là si poteva attraversare la strada di S. Donà per andare al famoso boschetto, un luogo di incantesimi, con insieme fantastici di reticolati e di alberi, con buche enormi aperte dai 305 navali: un immenso cratere. Usciva dappertutto odore di morte.

Trovammo il 2° Capo Monaco, un Ardito, caduto nel primo assalto, il mattino del 2 luglio; i Marinai Gentile e Balestrieri, ancora abbracciati ai reticolati.

Bisognava frugare tutti i cespugli, gli intrichi di canneti e di piante palustri, che spesso nascondevano cadaveri, tutti i ricoveri sotto cui giacevano assaliti e assalitori[1].

*

* *

Si trovarono quattro tumuli, composti dal nemico. Scritti a lapis, i nomi di, 11 Ussari e le parole: «Hôsi Hallál halták - Beke poraira» (Caduti da eroi - Pace alle loro ceneri)[2].

Davanti a quelle rozze croci, ci arrestammo. Ogni ira si spegnava e saliva spontaneo dall’anima il grido: «pace alle loro ceneri».

*

* *

Sola cosa bella, fra tanta tristezza, un campo di grano a sud dell’argine che andava da Casa Veronese a Casa Vincenzetto.

Nei giorni dell’azione s'udivano spesso i capi dare l’avviso:

– Attenti al campo di grano!

Poteva nascondere e forse nascondeva insidie. Allora, a vederlo ci si sentiva commossi. Era l’emblema della pace.

Il Comandante del Reggimento lo descriveva così: «L’alba del mattino seguente, tenue di luce, saluta il primo lembo della Patria ritrovato. Come sembra grande, come sembra bello il piccolo lembo di Patria! Vi è un campo di frumento che la furia devastatrice ha risparmiato; è lì, presso alle trincee, un po’ a ponente. È il lavoro di gente operosa nelle ultime giornate di ottobre. Come salutiamo la vista di quelle spighe dorate! Nessun campo, di nessuna terra, per quanto vasto, rivelò mai tanta bellezza»[3].

*

* *

Mentre si faceva la pulizia del terreno di battaglia, il nemico andava picchiettando di piccoli calibri la zona, ma il lavoro continuava ugualmente.

Il Capo di S.M. della Marina e il Comandante Sirianni, uno di quei giorni, traversarono il boschetto, oltrepassando l’ultima vedetta, e giunsero di fronte a Revedoli, allo scoperto. Era suggestivo guardare l’altra sponda, che in quel punto è vicinissima. Provarono a fermarsi, ma il sibilo di una pallottola di fucile li ammonì a ritirarsi[4].

*

* *

Il 19 luglio, finita la pulizia del campo di battaglia e messa in efficienza la nuova linea, il Reggimento Marina si trasferì a Venezia, a riposo[5].

Si dette l’addio alla trincea.

Questa volta non erano i Marinai che davano il cambio ai Marinai; era tutto il Reggimento che se ne andava ed era sostituito dai Bersaglieri ciclisti.

Quantunque atteso e desiderato, fu triste l’addio.

Quel giorno la trincea aveva, per i Marinai che partivano, voci, effetti, colori che non aveva avuto mai.

L’avevano costruita loro, scavando il terreno acquitrinoso, sollevando la sabbia a foggia di muro, sostenendola a stento con reti metalliche, con pali di legno o di ferro, rafforzandola con zolle erbose; l’avevano rifatta dieci volte, intersecata di traversoni, per riparo dai colpi d’infilata; poco a poco avevano costruito i passaggi coperti, i piccoli ponticelli, i ricoveri bassi e oscuri che per otto mesi erano stati le loro abitazioni nelle rare ore di ozio e di sonno, le feritoie per le vedette, le postazioni per le mitragliere, i reticolati, i cavalli di frisia ; avevano camminato curvi trasportando i sacchi, i rotoli di filo; le mani avevano sanguinato in tutti questi lavori, ma il nemico non era passato.

A qualcuno veniva la voglia di baciare quella trincea santa. Tanti compagni le erano caduti vicino....

Oh! i piccoli cimiteri del Cavetta, le tombe sparse attorno all’orrido bosco!

I Marinai del Reggimento andavano a riposo, ma restavano i morti.

 

 

 

 

__________________

 


[1] A provare il buon cuore dei nostri Marinai, riportiamo questo particolare.

Un Ufficiale volontario aveva messo a disposizione del Cappellano una discreta somma di denaro da distribuire in premio fra coloro che più si fossero adoperati a raccogliere e dar sepoltura ai compagni caduti. Dopo che era stato ultimato il pietoso compito, il Cappellano chiamò intorno a sé quei volenterosi, li ringraziò, facendo comprendere tutto il merito di quello che avevano fatto, e distribuì a ciascuno un bel gruzzolo di denaro.

Mezz’ora dopo si vide comparire un Marinaio che riportò l’intera somma, dicendo con parole semplici, ma che partivano dal cuore, che lui e i suoi compagni avevano molto gradito l’atto generoso del Tenente, ma desideravano che quei denari servissero per suffragare le anime dei caduti ed onorarne la memoria con qualche segno visibile sulle loro tombe.

[2] Riproduciamo l’elenco dei nomi, scritti su quelle croci:

1a. Croce: K. u. K. Husz. Reg. N. 12 Sturmhalberegiment (mezzo Reggimento d’assalto). Huszar Szabó Bálint - Králik András.

Hosi Hallál halták 1918 junius 18 an (Caduti da eroi li 18 giugno 1918). Béke Poraira (Pace alle loro ceneri).

2a. Croce: Husz. Reg. N. 12.

Káplár Kurták Janos 7 szazad (7a Compagnia).

Gefr Dzurila Mihály » »

Huszar Molnár Bela » »

» Horváth Istvàn » »

» Haidu Pal Il Gépfegyveriszazad (2a Compagnia mitragl.).

Hosi Hallál halták 1918 junius 17 an.

Beke Poraira.

3a. Croce: Reg. 12 8 Schrv. (8. 0 Squadrone).

Huszar Balla Sándor.

4a. Croce: Husz. Reg. 12 3 Schrv.

Itt nyngszanak (Qui riposano).

Huszar Teodor Károli 1914 Bevonnlt (Arruolato).

» Hoszu Gergely » »

» Opoi Cekipal.

Hosi Hallál halták 18 junius 21 D.U. (Nel pomeriggio del 21 giugno 1918).

Le salme degli 11 Ussari furono trasportate, dopo l’armistizio, nel cimitero di Cà Gamba, dove erano stati sepolti in precedenza, coi dovuti onori, tutti i nemici caduti entro le nostre linee.

[3] Sirianni. L. C., pag. 8.

[4] Il 15 luglio, il Comando del XXIII Corpo d’Armata era sostituito da quello del XXIV Corpo (Comandante il Tenente Generale Alfieri).

Fu diramata la seguente circolare:

COMANDO DEL XXIII CORPO DI ARMATA

15 luglio 1918.

Ufficiali e Soldati della IV Divisione.

In seguito ad ordine del Comando Supremo questo Comando passa da oggi alle dipendenze di altra Armata.

A voi che per otto mesi consecutivi avete indefessamente lavorato per difendere Venezia con una barriera che gli austriaci non hanno mai osato attaccare, che con ardite puntate avete sempre tenuto in scacco ed in soggezione l’avversario; a voi che con eroico slancio avete testé concorso in modo così brillante alla doppia vittoria del Piave: dapprima aiutando i compagni, che operavano a nord del taglio del Sile, a scacciare dalla destra del fiume l’invasore, e poscia, liberando, dopo aspra e sanguinosa lotta, il territorio tra Sile e il Piave nuovo, vada l’espressione della mia gratitudine, del mio plauso, della mia ammirazione!

Prodi Compagni della IV Divisione!

Io serberò il più grato ricordo di voi e delle vostre eroiche gesta. Al caldo affettuoso saluto di commiato aggiungo l’augurio fervidissimo che sempre nuovi successi premino il vostro valore, che nuove glorie si aggiungano a quella che avete testé acquistato, ogni qual volta sarà fatto appello al vostro patriottismo ed al vostro onore di soldati.

IL TENENTE GENERALE

Comandante del Corpo d’Armata

PETITTI.

[5] Il Comando della Brigata Torino inviava il seguente fonogramma a mano:

1° luglio 1918. – Al Comando del Reggimento Marina.

Al Reggimento Marina, nel momento in cui lascia le trincee del Piave da esso conquistate con tanto valore, l’affettuoso saluto dei camerati della Brigata Torino, con l’augurio di arrivederci per nuovi fortunati cimenti.

Brigadiere Generale Buzio

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CAPITOLO XVIII

A Venezia. Per i morti. I feriti. Le Infermiere della Croce Rossa. Si ritorna in linea.

Venezia accolse con simpatia il Reggimento Marina. E i Marinai dimenticarono presto i travagli e i pericoli, per immergersi nella quiete più completa.

La guerra appariva loro come una cosa passata e lontana che momentaneamente non li riguardava più: così grande era il bisogno di riposo per il corpo e, più, per lo spirito.

Dormire su della paglia asciutta; non essere risvegliati di soprassalto, ogni quarto d’ora, dall’urlo rabbioso del pezzo di piccolo calibro che spara alle spalle, di fianco, di giorno e di notte, logorando i nervi; passeggiare per le comode calli veneziane, anziché per i camminamenti fangosi della testa di ponte, non più col capo chino per tema di essere visti dal nemico, ma sempre con il collo allungato e il naso all’insù, come chi cerchi qualche cosa nell’aria nuova che respira; rivedere volti gentili di donne, di fanciulle, come era dolce per quei valorosi che da otto mesi vivevano isolati dal mondo.

S’udiva qualche volta il rombo del cannone, ma affievolito, come un ricordo.

Solo di sera, al salone Pilsen, gli Ufficiali del Reggimento, dopo la mensa, cantavano canzoni che avevano echi di battaglie. Una ondata di guerra veniva allora dal Piave. I passanti si fermavano ed applaudivano[1].

*

* *

Il 4 agosto, si tenne la commemorazione dei caduti.

Nella Chiesa di S. Ignazio, attigua alla Caserma dei Gesuiti, si era raccolto tutto il Reggimento, circa quattromila uomini. Era la prima volta che ciò avveniva. Quattromila uomini, che la morte aveva sfiorato e che una specie di miracolo aveva fatto immuni fino al giorno innanzi.

Che sarebbe stato di loro, all’indomani? Il tumulo funerario, eretto nel centro della Chiesa, ricordava a tutti l’incertezza di quel domani.

Fu celebrata una Messa solenne di Requiem, in suffragio dei caduti. Il Cappellano del Reggimento, dal pulpito, li ricordò tutti.

Si respirava la morte, l’amore e la gloria in un soffio solo e il cuore era così gonfio che gli occhi si velavano e la gola si stringeva[2].

*

* *

A Venezia nessuno mancava. V’erano anche i nostri cari feriti, alcune centinaia, negli ospedali Bauer e Britannia. Là dentro, dove d’ordinario è spento ogni valore, continuavano a comportarsi da forti.

Percorrendo le stanze di quegli alberghi trasformati in ospedali, si restava pensierosi. Le vaste sale da pranzo e da ballo, che videro tanta coquetterie e lussi sfrenati, erano diventate luoghi raccolti di sofferenze umili ed eroiche in cui aleggiava una purità sconosciuta a quelle pareti.

Forse le più belle vittorie, o le più vere, si riportano non in trincea, ma negli ospedali. Qui si rivela meglio il valore dell’uomo, nel saper soffrire, nel vincere la tristezza quando nulla c’è, come sul campo, che ecciti i sensi e l’immaginazione, che scuota dal torpore, ma tutto invece, il male e la monotonia, tenderebbero ad abbattere i sensi e la vita.

Unico conforto una lettera della famiglia, ignara che il suo caro è ferito, una parola buona e una carezza della pia Infermiera, tutto cuore per i suoi «bravi ragazzi», una visita dei superiori e dei compagni. Quando questi entravano nelle sale, dove stavano i loro camerati feriti, era uno scoppiettio di domande e di risposte. Si ricordavano ad una ad una le case conquistate, le trincee, i reticolati. Case Cornoldi, Case Allegri, il boschetto, Fornaci di Brazzà passavano di bocca in bocca, nei ricordi delle battaglie.

Allora i malati invidiavano feriti.

Tra i feriti più gravi, c’era il Capo Dotto, colpito alla spina dorsale, condannato a morire, eppure sempre vibrante di entusiasmo. Aveva attorno a sé la mamma, la moglie ed un bambino di un anno, tutte le persone più care, venute dalla Sardegna per essere con lui, per aiutarlo a guarire o per vederlo morire. La forza d’animo di questa gente faceva stupire.

Gli avevano conferito la medaglia d’argento al valore. Era appesa sul suo letto, ed egli la guardava e ricordava.

Oh! la Sardegna, l’umile isola che ha dato alla guerra tanti uomini di questa tempra, quale gratitudine meriterebbe dal Paese!

C’era il Tenente Giglioli, che era sfuggito alla morte, ma conservava gravi deficienze psichiche; era tornato bambino. Sotto le vigili cure della dama che sorvegliava il ridestarsi in lui di una seconda vita, si stava esercitando a scrivere il suo nome; però, dopo averlo scritto, non sapeva leggerlo.

C’erano i Marinai Palombo, Paurici, Graziani, tutti mutilati. Nessuno si lamentava. Era qualche cosa che aveva del miracoloso, quello che avveniva in queste anime semplici ed oscure.

*

* *

Parecchi erano morti, in quei giorni, commovendo gli astanti col loro contegno sempre ugualmente sereno.

Un’Infermiera della Croce Rossa, che li aveva assistiti e curati con tanto amore, scriveva:

«Ricorda Biagi, morto di ferita addominale, in piena coscienza, baciando un fazzoletto tricolore? Il piccolo Lisi, buono e dolce fino alla morte? Giuffrè[3], giunto all’ospedale così forte e rigoglioso di salute malgrado le ferite, abbattuto da queste in pochi giorni, figlio unico strappato all’amore del padre e della madre che non sapevano credere a se stessi, all’idea di perdere quel figlio? Il piccolo genovese, ferito alla trachea, un bambino del’99? e tanti, tanti altri, morti questi giorni per la grandezza d’Italia?

«Nessuna parola potrà mai dire quanto grande sia stata la loro forza d’animo, il loro sacrificio. Nessuna parola potrà esprimere il sentimento di ammirazione profonda, di devozione, che sentivo vicino ai nostri Soldati, ai nostri Marinai. Quando le corsie erano affollate di feriti gravi, morenti, consci della loro gravità, eppure sereni, anche lieti, sentivo di vivere in un’atmosfera quasi sovraterrena. Molti comprendevano di morire, soffrivano dolori atroci, ma non imprecavano; sorridevano e morivano.

«Davano la vita sublimemente, con tanta semplicità, come bambini fra le braccia della loro madre. Sono, questi eroi della nostra guerra, anche più gloriosi perchè ignoti, perchè nessuna gloria individuale circonda il loro nome e niente li ha compensati».

Per tali donne, quasi sempre di alta condizione, fattesi spontaneamente serve e confortatrici di umili eroi, quanta riconoscenza avevano i malati ed i feriti! La stessa Infermiera scriveva, a questo riguardo:

«Allegri, affettuosi, riconoscenti per ogni piccola attenzione, limpidi come bambini. Non saprei raccontare tutte le sfumature di gentilezza d’animo che sapevano avere per noi, per ringraziarci. Devo al Soldato di avere avvicinato il nostro popolo e di conoscerne le virtù meravigliose e spontanee.

«La semplicità con la quale ci sentirono sorelle è il più gradito ricordo che ci rimane e non saranno mai loro che dovranno ringraziare noi, ma noi loro, per il gran bene che ci hanno fatto!

«M’è caro riparlarne con Lei che uno per uno li ricorda quelli che dormono nel campo santo, sulla laguna, e tutti gli altri tornati alle loro case, portando tesori di energie, che devono fruttare per il bene e la grandezza d’Italia».

*

* *

Tornammo in linea l’11 agosto[4]. Il riposo, che doveva durare due mesi, s’era ridotto a venti giorni. Ma tornammo senza rammarico. Ormai ognuno di noi si sentiva attaccato a quella linea, nostra, a quel tratto di fiume sacro, affidato a noi, a quelle trincee, costruite colle nostre mani.

Eravamo decisi di aspettar, tutti, lì, il giorno della vittoria.

 

 

 

__________________

 


[1] Il 24 luglio, il Capo di Stato Maggiore della Marina passò in rivista il Reggimento, a cui tributò un caldo elogio per il valore e lo spirito di patriottismo dimostrato nelle ultime azioni.

[2] Per ricordo della pia cerimonia, furono distribuiti agli intervenuti i seguenti versi dettati dal poeta Benelli:

IL REGGIMENTO MARINA PREGA PER I MORTI.

Fratelli morti, eroi senza rimpianto: Morte vinta dalla Fede

noi preghiamo per voi. morte vinta dall'Idea

Mare! Mare! Terra e mare! morte vinta dalla Patria,

Noi preghiamo per i morti; tu non sei più morte, sei

ma non è giorno di morte: la Resurrezione.

è la Risurrezione!

Fratelli morti, eroi senza rimpianto: Noi scendemmo dalle navi:

noi preghiamo per voi; diventammo sponda e scoglio

ma voi non siete morti: contro la marea nemica.

se scemato è il nostro numero Noi vincemmo mare e terra:

raddoppiato è il nostro cuore. noi vincemmo anche la morte.

Non mandateci altra gente;

che rimangano alle navi: Fratelli morti, eroi senza rimpianto:

anche l’ultimo di noi noi preghiamo per voi.

sarà come tutti noi Mare! Mare! Terra e mare!

moltiplicati in lui. Noi preghiamo per i morti:

ma non è giorno ,di morte;

è la Resurrezione!

[3] Marinaio Giuffré Giovanni, appartenente al Raggruppamento di Artiglieria di Marina, morto a Venezia 1’8 giugno 1918.

[4] Il Comando della IV Divisione, comunicava il seguente:

ORDINE DEL GIORNO N. 22.

12 agosto 1918.

Ai valorosi Marinai del Reggimento Marina, che ritornano fra noi a rioccupare la trincea di fede e di gloria, dò, a nome di tutti i componenti la IV Divisione, il «ben tornati».

Il Maggiore Generale

Comandante la IV Divisione

firmato: G. VIORA

Edited by Navy60

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Peccato che le tabelle vengono "scomposte".... :sad:

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Peccato che le tabelle vengono "scomposte".... :sad:

 

Nessun problema Vincenzo. Ti ringrazio per quanto hai riportato, sperando vivamente che tu riesca nel tuo intento di farlo ripubblicare !

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Peccato che le tabelle vengono "scomposte".... :sad:

Ciao Vincenzo, come al solito un gran bel lavoro, :smiley19::smiley19::smiley19:

 

mi provi ad inviare le tabelle in formato word o qualsiasi altro formato che provo a fare un paio di prove per vedere come vengono sulle pagine del forum...

 

E come sempre BUON ANNO :biggrin::biggrin::biggrin:

 

magico_8°/88

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Grazie a tutti,

@Magico 88: scusa ma in questo periodo sono stato molto indaffarato e non avevo letto prima...

Domani di invio tutto.

Buona serata :smile:

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CAPITOLO XIX

La IV e la LIV Divisione. Organico. Allenamento dei reparti. Ore d’ozio.

Il 19 agosto, ci lasciava la IV Divisione.

La IV Divisione aveva ricordi gloriosi: il Sabotino, Oslavia, gli Altipiani, Castagnevizza. Era stata una delle poche Divisioni che aveva tenuto testa, infaticabilmente, nei giorni della rotta, alla fiumana del nemico imbaldanzito[1].

Il Comandante la III Armata le rivolse un saluto che le fece molto onore. La partenza della Divisione, in modo speciale della III Brigata Bersaglieri, con cui i difensori di Cortellazzo avevano avuto occasione di trovarsi più a contatto, fu sinceramente sentita da tutti i Marinai i quali non mancarono di esprimere, nel modo più affettuoso, ai partenti, il loro dispiacere.

Furono sostituiti dalla LIV Divisione: Comandante il Maggior Generale Pajola.

Facevano parte della LIV Divisione la Brigata Novara (153° e 154°) e la Brigata Granatieri di Sardegna. Il Reggimento Marina dipendeva tatticamente da quest’ultima.

*

* *

Le perdite considerevoli, subite dal Reggimento nelle ultime azioni, avevano fatto affluire grande quantità di «complementi», fra cui un buon numero di reclute della classe del 99: tutti giovani, pieni di freschezza, che costituivano una bella promessa.

Per la loro rapida preparazione militare e morale si creò la Compagnia Complementare, alla quale erano inviati anche quelli che tornavano dall’ospedale o, per qualunque motivo, erano stati lungamente assenti dal proprio reparto.

Tutto l’organico del Reggimento fu migliorato e reso più rispondente al bisogno. Il Comandante Sirianni ne fece oggetto di studio e di cura specialissima. Abituato al comando della nave, egli voleva avere in pugno la sua gente, per manovrarla come dalla «plancia»[2].

Allo scopo di facilitare l’addestramento e l’allenamento dei reparti, furono modificati anche il servizio in linea e la dislocazione dei battaglioni.

Un solo battaglione presidiava la linea, dal Cavetta al mare (fraz. Z. 12)[3]. Il battaglione di rincalzo lasciò Motteroni dell’uva, località assai battuta dall’artiglieria, e si trasferì nella pineta a nord di Cà Nagliati; il 3° battaglione andò nei pressi di Antica Caserma; il 4° a riposo[4].

Si iniziò così un periodo di intensa preparazione, per tutti i reparti. Da mattina a sera, istruzioni sulle armi, esercitazioni tattiche e manovre sul terreno, lancio di bombe, ginnastica, sport. Nel lancio di bombe batteva il record (72 metri) il Marinaio Bruzzi del Caorle, un vero discobolo.

Non vi era prova difficile alla quale la gente non si stesse allenando.

Intere compagnie facevano esercitazioni di arditi: Tutto il Reggimento stava assumendo l’aspetto di un reggimento d’assalto.

*

* *

Cava Bagni si era trasformata, in questo periodo, in una vera borgata: c’erano la Cooperativa, la Casa del Marinaio, il Cinematografo, il Teatro all’aperto, la Chiesa, accanto ai Comandi, ai baraccamenti, agli attendamenti per la truppa. C’erano i campi di giuoco e di sport, la Scuola, la banda reggimentale.

Chi, nelle ore d’ozio, visitava quel luogo, trovava capannelli di Marinai che conversavano o discutevano in tutti i dialetti, il gruppetto napoletano che «teneva concerto» suonando il «putipù», lo «scetavaiasse» e il «triccaballacche», i filodrammatici che preparavano lo «spettacolo».

Un sottocapo faceva esperimenti di ipnotismo. Si rivelavano i tipi più caratteristici per intelligenza, versatilità e stranezza di pensiero e di vita.

In alcune ore attendevano alla pulizia personale, a far bollire acqua nei bidoni, lavar biancheria. Procurarsi piccole comodità per la tenda. In altre accorrevano al mare, in cerca di «granseoli» od a tuffarsi nelle onde.

Ed a sera, prima di ritirarsi sotto la tenda, aspettavano che fossero passati gli immancabili «scocciatori», gli aerei che, profittando dei periodi di luna, venivano a bombardare gli accampamenti ed i Comandi[5].

Dispersi per i campi o lungo la spiaggia, si godevano lo spettacolo dei proiettori che scrutavano il cielo cercando gli «uccellacci». Quando si riusciva a incocciarne qualcuno, tutte le artiglierie si scatenavano contro «l’angelo di fuoco», il quale cercava subito la via del ritorno.

La vista di un velivolo, preso nel fascio di luce di un proiettore, è quanto mai fantastica.

 

 

 

 

__________________

 


[1] Il Comando della Divisione inviava, prima della partenza, all’Ispettorato della Difesa Mobile della R.M. sul fronte terrestre, la seguente comunicazione:

19 agosto 1918. – Per circa dieci mesi le truppe di codesta Brigata sono state alla dipendenza prima del Comando Settore Cavallino e poscia di questo Comando. Il loro valore, il loro patriottismo era noto anche fuori della cerchia del settore; ma ho avuto particolarmente occasione di apprezzare ed ammirare le belle doti di eroismo e di disciplina di Ufficiali e Marinai da quando assunsi il Comando della Divisione.

Artiglieri e Fanti di codesta Brigata furono, insieme alle truppe della IV Divisione, i difensori di Venezia, e, quando suonò l’ora della riconquista del terreno fra i due Piave, particolarmente rifulsero le doti meravigliose degli eroi Marinai.

Nel lasciare questa zona, invio a V. S. il mio saluto e il più sentito ringraziamento, pregandola di tributare agli Ufficiali e truppa da V. S. dipendenti, l’espressione del mio vivo compiacimento.

Il Maggiore Generale

Comandante della Divisione

G. VIORA.

E quest’altra, particolarmente affettuosa, al Comando del Reggimento Marina:

19 agosto 1918. – Agli eroici Marinai del Reggimento Marina che, per dieci mesi, insieme a Fanti, Bersaglieri e Guardie di Finanza, hanno con tenacia conteso al nemico il sacro suolo della Patria, ai valorosi difensori di Cortellazzo, ai cari fratelli d’arme sempre primi, sempre generosi, ai meravigliosi Marinai che, con sublime slancio offensivo, hanno concorso alla riconquista del terreno fra i due Piave, invio, a nome delle truppe partenti della IV Divisione, un affettuoso saluto, ed esprimo il mio rincrescimento di non aver più come compagni di lotta soldati cosi valorosi.

Vi auguro, o Marinai, che la vittoria che brillò tante volte radiosa sopra la vostra fronte, sia per voi, sia per tutti sprone per nuove eroiche gesta, per nuove vittorie.

Il Maggiore Generale

Comandante della Divisione

G. VIORA.

Dal Comando della Brigata Granatieri veniva diramato il seguente Ordine del Giorno:

COMANDO DELLA BRIGATA GRANATIERI DI SARDEGNA

N° 1 di prot. Op. Addì 19 agosto 1918.

Al Comando del Reggimento Marina.

Al Comando del 1° e 2° Reggimento Granatieri.

Al Comando del 22° Battaglione Regie Guardie Finanza.

Comunico che dalle ore 8 di stamane ho assunto il Comando del Settore Granatieri-Marina.

Ai valorosi Marinai, alle valorose Guardie di Finanza che meravigliosamente cooperano nel settore alla difesa di Venezia, porgo il saluto della Brigata Granatieri che in sì eletta schiera di compagni d’arme e nell’esempio della gloriosa Brigata che ci ha preceduti alimenta la fiamma che ci deve condurre alla vittoria.

Fiero di avere ai miei ordini il Comandante Sirianni, valoroso campione dell’audace impresa dei Dardanelli, onorato di operare ancora una volta a fianco dei Marinai d’Italia, ai quali sono legato per ricordi di guerra ed affetti di famiglia, invio il mio personale saluto.

Il Maggiore Generale

Comandante la Brigata

F.to ROSSI.

[2] La dislocazione del Reggimento ed il fatto di dipendere tatticamente dalle grandi Unità dell’Esercito mobilitate e logisticamente dall’Ispettorato della Difesa Mobile della R. M. sul fronte terrestre, avevano già fatto sentire il bisogno di creare alcuni organi o servizi nuovi e di ampliarne altri, comuni ai reggimenti di fanteria.

I nuovi erano, oltre la Compagnia Complementare:

1° – La Compagnia Mitraglieri Fiat di riserva reggimentale, su 12 armi.

2° – La Compagnia Mitraglieri Lagunari, fornita di 24 armi su caorline, zemole, topi, con i relativi mezzi di rimorchio, destinata ad operare nei canali di tutto il settore, con possibilità di funzionamento anche a terra. Questa Compagnia, già dipendente dalla Difesa M. M. di Venezia, nell’aprile era stata messa a disposizione dell’Esercito e aggregata al Reggimento Marina.

3° – Il Comando di Tappa, per la polizia militare e fluviale alla testa di sbarco di Cà Pazienti e per il prelevamento e l’invio di viveri, materiale di rafforzamento e munizioni in linea od ai singoli battaglioni.

Analoga funzione compiva per il Sottoraggruppamento di Artiglieria della R. Marina.

Fu alla dipendenza, successivamente, del Comando del Sottoraggruppamento, di quello del Reggimento e dell’Ispettorato della Difesa Mobile della R. Marina sul fronte terrestre.

4° – Il Distaccamento a Cà Cementi, per il traffico di materiali lungo il Cavetta.

5° – L’Autodrappello, con 6 autocarri, ridotti poi a 4.

Il rifornimento di materiali solo in parte poteva effettuarsi lungo il canale Cavetta, a mezzo di natanti. Il grosso doveva percorrere la spiaggia, dove i carri trascinati da quadrupedi spesso non potevano procedere. Il carreggio era perciò notevolmente ridotto.

6° – La Sezione telefonica.

Il Reggimento Marina aveva una rete propria con largo sviluppo di cavi sotterranei, che fu spesso, per esempio nelle azioni di giugno-luglio, la sola rete che funzionò regolarmente, nella zona, essendo state tutte le altre interrotte.

7° – Il servizio radiotelegrafico.

Erano stati ampliati il servizio sanitario e quello amministrativo.

SERVIZIO SANITARIO.

Oltre i posti sanitari di battaglione e quello reggimentale, situato in un primo tempo a Cà Sicilia, poi a Cà Gamba, si ebbe alle dipendenze del Reggimento il Posto sanitario di Cà Pazienti, con funzioni di sezione di sanità (ricovero ammalati e feriti, smistamento, interventi d’urgenza) e provvisto di 50 posti letto, divisi tra una casa in muratura ed una tenda «Roma», e dei seguenti mezzi di trasporto:

N° 1 autoambulanza

» 5 carri a buoi per il trasporto dei feriti e ammalati a Cà Pazienti.

» 2 carrelli attrezzati

» 1 vaporetto fluviale con 16 cuccette

» 1 motoscafo » 6 » per scarico feriti e ammalati agli ospedali di Venezia.

» 1 » veloce 2 »

Nel mese di agosto, il Posto sanitario di Cà Pazienti divenne Sezione di Sanità avanzata della R. Marina e passò alle immediate dipendenze dell’Ispettorato della Difesa Mobile, servendo insieme al Reggimento e al Raggruppamento di Artiglieria di Marina, il quale in questo frattempo aveva spostato nella zona una maggiore quantità di bocche da fuoco.

SERVIZIO AMMINISTRATIVO.

Il Capo dell’Ufficio Amministrativo del Reggimento Marina aveva funzioni non soltanto contabili ma anche di commissariato, essendo autorizzato all’acquisto di certe sostanze a pagamento diretto.

Dipendevano da lui i seguenti servizi:

Il servizio cassa, per il conteggio e pagamento delle competenze mensili ed eventuali agli Ufficiali e alla truppa, pagamenti diversi per acquisti, ecc. Conseguentemente i Comandanti di Compagnia erano esonerati dal conteggio e pagamento delle competenze spettanti al proprio reparto.

Il servizio viveri, fatto per mezzo di un burchio ormeggiato a Cà Pazienti, dove giornalmente era effettuata la distribuzione. Il burchio si riforniva dal Magazzino delle Sussistenze della R. Marina a Venezia.

II servizio vestiario, organizzato in maniera analoga a quello dei viveri.

Successivamente, questi servizi furono disimpegnati dal Commissariato del R. Esercito; però quello del rifornimento vestiario non lo fu mai completamente, essendo riuscito, nei casi di maggiore urgenza, più semplice e più rapido rivolgersi direttamente ai Magazzini della R. Marina piuttosto che al Commissariato del R. Esercito, il quale, a sua volta, doveva richiederlo alla stessa Autorità.

Il servizio della Cooperativa di generi di consumo, a somiglianza delle Cooperative di bordo: istituzione importantissima per l’economia ed il morale della gente.

Ecco la tabella organica del Reggimento Marina, nel mese di agosto.

 

REPARTI

COMANDANTI

Forza Effettiva

Mitragliatrici Fiat

Mitragliatrici Colt

Carrette da Battaglione

Quadrupedi

Autoambulanze

Autocarri

Ufficiali

Truppa

Cavalli

Muli

Reg.

Reg.

Reg.

Reg.

Mar.

Eser.

Mar.

Eser.

 

 

 

 

Comando di Reggimento

Cap. Vasc. Sirianni Giuseppe

4

7

53

15

Compagnia Stato Maggiore

Cap. Fant. Mazzi Alberto – Ten. Vasc. Valastro Rosario Aiutanti Magg. in 1a

Battaglione Bafile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comando

Cap. Corv. Borghese Rodolfo Cap. Fant. Com. in 2a Dettori Vincenzo

3

24

805

3

12

Ia Compagnia Fucilieri

Cap. Fant. Braghetta Riccardo

IIa » ».

» » Ciccone Pasquale

IIIa » »

Ten. Vasc. Zannoni Ruggero

Ia » Mitraglieri.

» Fant. Di Vico Alfredo

I° Reparto Zappatori

» » Di Mauro Luciano

I° » Arditi

» » Pitzalis Guglielmo

Battaglione Grado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comando.

Cap. Corv. Speciale Pietro – Cap. Fant. Com. in 2a De Michelis Ezio

3

25

790

5

12

IVa Compagnia Fucilieri

Cap. Fant. Floriani Orazio

Va » »

» » Minardi Oreste

VIa » »

» » Brunetti Giuseppe

IIa » Mitraglieri.

» » Arcidiacono Cos.

II° Reparto Zappatori

Ten. » Zamboni Mario

II° » Arditi

» » Spada Ireneo

Battaglione Caorle

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comando

Cap. Corv. Tur Vittorio – Cap. Fant. Com. in 2a Schiavi Pier Domenico

4

27

810

4

12

VIIa Compagnia Fucilieri

Cap. Fant. Perego Francesco

VIIIa » »

» » Cerutti Edgardo

IXa » »

» » Giovannini Carlo

IIIa » Mitraglieri.

» » Casanova Arrigo

III° Reparto Zappatori

Ten. Bers. Gentili Enzo

III° » Arditi

S. T. Alp. Mazzoni Gino

Battaglione Golametto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comando

Cap. Corv. Carnevale Carlo – Cap. Fant. Com. in 2a Bertolazzi Enrico

7

19

798

12

Xa Compagnia Fucilieri

Cap. Fant. Marengo Virginio

XIa » »

» » Trissino Prospero

XIIa » »

Ten. » Del Puglia Luigi

IVa » Mitraglieri.

» » Frattin Vittorio

IV° Reparto Zappatori

» » Santarelli Mario

IV° » Arditi

S. T. Alp. Marchino Adalberto

Comp. Mitraglieri Lagunari

Ten. Vascello Insom Enrico

3

3

179

16

Comp. Mitraglieri Fiat Regg.

Cap. Fanteria Giorgio Antonio

5

43

70

16

Compagnia Complementi

Cap. Fanteria Odella Carlo

15

229

Servizi Reggimentali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Servizio Sanitario

Cap. Med. R.M. Bruno Gaetano

1

10

1

» Religioso

Capp. Capo Giordani Antonio

1

» Amministrativo

Cap. Com. R.M. Moretti Raffaele

2

15

1

» Fluviale (Ca Cementi)

Ten Vascello Insom Enrico

1

43

Com. di Tappa (Ca Pazienti)

Ten. Di Porto Bisconti Antonio

1

60

Salmerie e Carreggio

Ten. Fant. Addario Francesco

2

94

34

36

74

Autoparco

9

4

30

127

3835

201

16

64

34

36

74

1

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[3] Erano stati cambiati i numeri delle frazioni Z. 21 e Z. 22, diventate rispettivamente Z. 11 e Z. 12.

[4] Il battaglione in turno di riposo ebbe le seguenti sedi: Bagni di Cavazuccherina, Tre Porti, Venezia, ragioni di carattere tattico o morale avendo consigliato ora l’una ora l’altra di queste località. In ogni posto, si cercò di rendere la permanenza meno disagiata che fosse possibile.

Anche a Motteroni dell’uva era stata organizzata la Casa del Marinaio, con il cinematografo, per il passatempo e l’istruzione morale della gente. Ma il cannone non la risparmiò, come non risparmiò l’altra dei Bagni di Cavazuccherina.

[5] Vedi Comunicato dell’Ufficio del Capo di S.M. della Marina, in data 24 agosto 1918.

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CAPITOLO XX

Topi e zanzare. – Il colpo di mano. – Un «va e viene». – «Feldwache» N. 13. – Il 28° Reparto d’assalto – XX settembre. – Gas asfissianti e propositi di pace.

 

In linea, le cose procedevano senza scosse. Topi e zanzare erano nemici più vicini e molesti.

Le perdite andavano sensibilmente diminuendo, nonostante il tiro metodico di artiglierie e bombarde.

Continuavano i lavori di rafforzamento della penisola e della saccata e i colpi di mano, divenuti ormai abituali nella zona di Cortellazzo.

*

* *

Il colpo di mano è l’attimo che può diventare l’eternità. È il silenzio assoluto, i sensi sospesi, la vita arrestata. Il più lieve rumore basta a comprometterne l’esito. Si va, si striscia carponi, si piomba addosso al nemico, si ritorna indietro o si cade, facendo poco strepito e lasciando ad altri di ritentare la prova.

È la guerra ridotta nei più brevi limiti di tempo, di spazio e di mezzi. Si ripete una volta, due volte, dieci volte, finché non riesce.

*

* *

La sera del 27 agosto, tre Marinai attraversarono su di una imbarcazione leggera il Piave, duecentocinquanta metri a sud del Cavetta, approdando nel punto corrispondente dell’altra riva, che si presentava rivestito di canneti.

Esplorarono la zona. C’era una pattuglia nemica in moto. Dopo che la pattuglia era passata, provvidero ad ancorare gli elementi di un «va e viene», quindi ritornarono.

L’ancora e le cime di rinvio restavano leggermente sommerse, per sottrarsi alla vista dell’osservatore.

Il giorno successivo, pure di sera, cinque Arditi, su di un natante blindato, scivolando silenziosi lungo le cime già ancorate, raggiunsero di nuovo la riva nemica, ma furono accolti da scariche di fucileria provenienti da una pattuglia di dieci uomini. I Marinai, imperterriti, risposero a colpi di fucile e lancio di bombe a mano, atterrando uno dei componenti la pattuglia, e rientrarono con un Soldato dalmata del 122° Fanteria, fatto prigioniero.

*

* *

Il Comando del Corpo di Armata desiderava che la pattuglia si ripetesse, per disturbare il nemico e fare qualche altro prigioniero.

Gli Arditi erano in solluchero.

Ogni giorno, nelle ore pomeridiane, vedevano un uomo dalla barba rossiccia, immobile come un adoratore di Allah. Lo chiamavano «Barbarossa» ed era una delle vedette di un piccolo posto («Feldwache») indicato nelle carte col numero 13. Si proposero dunque di «salparlo».

Cinquanta metri più a sud della volta precedente, nel punto in cui la sponda destra del fiume forma una piccola insenatura, fu messo su di un piano inclinato uno speciale zatterino, nascosto da mascheramento. La cima di alaggio fu lanciata, di notte, con un cannoncino da 37.

Eravamo al 7 di settembre, circa le ore 13. Dall’osservatorio Nibbio, il Comandante del Caorle spiava le vedette nemiche. Quando venne dato il «via», lo zatterino scivolò sul piano inclinato, abbattendo il mascheramento, e scese in acqua, portando quattro Marinai e due Granatieri – la fraternità d’armi stabilitasi coi Bersaglieri del Generale Ceccherini si rinnovava intera coi Granatieri del Generale Rossi. – Erano tutti volontari. Il 2° Capo Scalvinelli aveva ancora una ferita aperta alla schiena, per scheggia di aereo; s’era rifiutato di farsi portare all’ospedale, per non perdere il suo turno di trincea.

Marinai e Granatieri, in piedi, sul bordo dello zatterino, alavano la sagola che li avvicinava alla sponda opposta; ma, a metà fiume, l’ancora mollò l’ormeggio. Era impossibile proseguire a forza di remi. Il colpo fu rinviato all’indomani.

Fu gettata l’ancora, mediante una bombarda speciale da 58, e, alla stessa ora del giorno innanzi, si ritentò la prova. Era presente il Comandante della Divisione.

A circa 180 metri dalla sponda nemica, anche questa volta, venne meno la fune di alaggio; l’ancora era caduta a picco in quel punto. L’osservatorio che aveva notato movimento di vedette, dava il segnale di ritorno; ma gli Arditi non ubbidirono. Il Capo Scalvinelli si gettò in acqua e trascinò a braccia lo zatterino.

Lasciati due uomini a guardia dell’imbarcazione e del passaggio del reticolato, gli altri procedettero verso l’obbiettivo. Giunsero a pochi metri dal piccolo posto. Poterono constatare che era comandato da un Cadetto e aveva due vedette e una mitragliatrice. Le forze essendo sproporzionate, ritornarono, senza destare l’allarme[1].

L’11 settembre, sempre alla stessa ora, si ripeté l’operazione.

Era presente, anche quel giorno, il Comandante della Divisione.

Due Marinai si portarono con un «topo» a fissare fortemente l’ancora, munita di verrucola a doppia cima scorrevole, quindi furono messe in acqua due zattere con quattordici Arditi: undici Marinai e due Granatieri, comandati dal Sottotenente Vicelli. Andarono e circondarono il piccolo posto nemico, senza dargli il tempo di difendersi. Qualche riottoso fu ucciso, gli altri furono fatti prigionieri. Fu anche catturata la mitragliatrice (una Saint-Étienne italiana). Ad impedire che gli scoppi delle bombe dessero l’allarme nel campo nemico, una batteria da 76 sparò alcune salve.

Mentre le zattere portavano verso di noi Arditi e prigionieri, il piccolo topo, sul quale avevano preso posto tre Marinai, fu travolto dalla corrente ed affondò. Si presentavano intanto alla riva alcuni soldati nemici; giungeva qualche fucilata.

Una delle due zattere andò per raccogliere i naufraghi, ma anch’essa si perdé.

Di qua era un ansimare di petti in attesa. Si vedevano corpi comparire e scomparire, lottando disperatamente contro la corrente che sembrava volesse ingoiare ogni cosa.

Si mosse l’altra zattera; i Marinai, completamente ignudi, manovravano animosamente i remi, i Granatieri si adoperavano anch’essi per poter fare avanzare l’imbarcazione, spostando l’acqua cogli elmetti.

I muscoli si tesero gagliardi per qualche tempo, finché, estenuati dallo sforzo, si rilasciarono e l’imbarcazione fu in balìa di se stessa. Un momento di terrore. Ma subito i Marinai si ripresero e la zattera giunse finalmente a riva.

Due Arditi, Potì e Calabrese[2], e un prigioniero erano periti.

«Barbarossa» e gli altri, erano là, che si asciugavano al sole e tremavano tutti[3].

*

* *

Il 13 settembre, giunse notizia che, quella mattina, avanti l’alba, anche gli Arditi del 28° Reparto di assalto avevano trasbordato il fiume a Lampol ed a Gonfo ed avevano fatti cinque prigionieri. Il nemico aveva reagito con violenza.

Indizi assai confortanti, perchè si era certi che alle pattuglie, presto, avrebbe tenuto dietro il grosso.

*

* *

Era il 20 settembre. Le nostre batterie avevano dato la sveglia al nemico. Un colpo aveva preso in pieno un deposito di munizioni, facendolo saltare.

Alle 9, fra Cà Nagliati e la Batteria Vitturi, in una spianata cinta da pioppi e acacie, si svolse una simpatica cerimonia: la consegna dei nastrini della «Croce al merito di guerra» ai militari del Reggimento che ne erano stati decorati (240).

Presenziavano la cerimonia i Comandanti della LIV Divisione e della Brigata Granatieri.

Risuonarono per l’ampia spianata la voce robusta del Comandante Sirianni e quella del Generale Pajola, che ricordarono ai Marinai ed ai Soldati di tener duro e di essere lieti, che l’ora della vittoria era vicina. Poi, davanti alla bandiera del Reggimento Marina, sfilarono le truppe: il Bafile, il Golametto e rappresentanze del Grado e del Caorle, della Brigata Granatieri e della Brigata Novara.

Alle 11, si svolsero le gare sportive.

Fu, nell’insieme, una giornata di festa, una di quelle giornate, nelle quali combattenti guadagnavano molto in serenità ed in forza.

*

* *

Verso la fine del mese, l’artiglieria dell’altra sponda riprese a mandarci con frequenza granate a gas. La maggior parte però non esplodevano. Erano proiettili speciali da 105, con ogiva molto allungata, alti circa 45 centimetri.

Si ritornò ai mezzi di difesa contro i gas.

Contemporaneamente, il nemico cominciava a parlar di pace.

 

 

 

 

 

__________________

 


[1] Giungeva dal Comando della Brigata Granatieri:

N° 238 di prot. 10 settembre 1918.

Al Comando del Reggimento Marina.

Sono lieto di partecipare il seguente elogio di S.E. il Comandante il XXVI Corpo di Armata, al quale aggiungo il mio vivo compiacimento, auspicando che le future piccole azioni diano il risultato vivamente atteso:

«Esprimo a nome di S.E. il Comandante del Corpo di Armata il suo compiacimento per il contegno dimostrato dai componenti la pattuglia che 1’8 corrente alle ore 13 approdava alla riva nemica in frazione Z. 12 riportando utili informazioni sul presidio nemico, pegno sicuro di quei risultati che S.E. si promette di ottenere dal loro ardimento nelle future piccole azioni. Per essi si autorizza a fare le proposte che si riterranno del caso. Al compiacimento di S.E. aggiungo il mio vivissimo che personalmente ho potuto constatare il valore dell’ardita pattuglia.

Il Maggior Generale

Comandante della Divisione

F.to PAJOLA».

Il Maggior Generale

Comandante la Brigata

F.to ROSSI.

[2] Le salme dei due Marinai furono ricuperate nei giorni successivi.

[3] Vedi Bollettino del Comando Supremo dell’Esercito, del 12 settembre 1918, e le seguenti comunicazioni:

Comando della LIV DIVISIONE DI FANTERIA

___________

Zona di Guerra, 15 settembre 1918.

N° 12617 prot. Op.

Al Comando del Reggimento Marina.

Mi è grato trasmettere a codesto Comando copia della lettera con la Quale S.E. il Comandante del Corpo di Armata si compiace ed elogia la virtù dei militari che il giorno 11 corrente compirono, al di là del Piave, l’ardito e fortunato colpo di mano:

«S.A.R. il Duca D’Aosta ha espresso l’alta sua parola di lode e di compiacimento per tutti i valorosi componenti l’ardita pattuglia che, di pieno giorno, eseguirono il giorno 11 la piccola azione che ci fruttò buon, numero di prigionieri.

«Sono lieto di comunicare l’ambito elogio al valoroso nucleo di Marinai e Granatieri che, gareggiando in ardimento, hanno saputo, come sempre, confermare sul nemico, già vinto sul Piave, la nostra superiorità ed il valore delle nostre armi.

Il Tenente Generale

Comandante del Corpo d’Armata

V. ALFIERI».

Il Maggiore Generale

Comandante la Divisione

PAJOLA.

11 settembre 1918. – Fonogramma della Brigata Granatieri per il Comandante Sirianni:

Mi rallegro vivamente con V. S. e i bravi Marinai per la brillante piccola azione oggi compiuta, dolente che due valorosi non abbiano potuto partecipare alla soddisfazione e alla gloria del felice risultato dopo avervi concorso con ammirevole slancio.

F.to Generale ROSSI.

I prigionieri catturati furono dodici: un Cadetto, due Caporali maggiori, un Appuntato e otto uomini di truppa, tutti di nazionalità Polacca e appartenenti al 3° Battaglione del 40° Fanteria, II Divisione.

Erano venuti dalla Volinia, due mesi prima, e da tre giorni si trovavano a Revedoli.

Da notizie assunte dopo l’armistizio, dal Capitano Guidotti, presso la popolazione di Brian, l’effetto di questo colpo di mano fu immensamente superiore a quanto poteva attendersi. Poiché il nemico credette che si trattasse non di una semplice pattuglia ma di un attacco in forze.

I reparti in quel di Revedoli furono presi dal panico; molti fuggirono. Furono fermati a Brian, dove riferirono che gli Italiani avevano passato il fiume anche a nord di Revedoli e che i Marinai erano giunti all’agenzia «Paste e Farina» (3 Km. da Brian).

Di questa pattuglia si parlò molto nei presidi militari Austriaci della zona, i quali ammiravano apertamente il coraggio dei Marinai. Si diceva che le perdite erano state di circa venti uomini, ma i più credevano ad un numero maggiore.

La popolazione di Brian riferiva inoltre che, in quella circostanza, gli Austriaci si sarebbero convinti di avere di fronte i Marinai, mentre fino a quel tempo sarebbero stati persuasi che la linea di Cortellazzo fosse tenuta dagli Americani, a cui sarebbero stati aggiunti dei Marinai Italiani incaricati di fare le pattuglie.

– Dal Capitano Medico Romiati e dal Tenente di Vascello Insom era stato preparato un altro colpo di mano, audacissimo, che, se avesse potuto effettuarsi, sarebbe stato il più bel coronamento dei molti compiuti dai Marinai. Si trattava di andare all’abbordaggio di un bastimento austriaco che faceva il servizio di vigilanza all’imboccatura del porto di Falconera ed era perciò di ostacolo alla uscita notturna delle barche che da quei paraggi spesso prendevano il mare, cariche di fuggiaschi.

Il Capitano Romiati, che è di S. Giorgio di Livenza, si era fatto trasportare di là, a bordo di un idrovolante, per rivedere le sue terre, animare la sua gente e assumere informazioni, restandovi per oltre una settimana in condizioni drammaticissime. Da una ragazza, a cui il Comandante del bastimento faceva la corte, aveva avute tutte le notizie necessarie per la buona riuscita dell’operazione. Avrebbero sorpreso, nel cuore della notte, l’equipaggio della nave, l’avrebbero stordito con improvviso tiro di mitragliere e lancio di bombe, impedendogli di difendersi, quindi, a rimorchio, avrebbero portato via bastimento ed equipaggio.

Il Comando in Capo di Venezia aveva messo a disposizione 1’«Ape», una Cannoniera armata di 12 mitragliere, ed un motoscafo elettrico per effettuare in silenzio l’avvicinamento alla nave e la sorpresa dell’equipaggio. Il Reggimento Marina avrebbe mandato un plotone di Arditi.

Il Tenente di Vascello Insom si era recato con un areoplano a controllare la situazione. Ma, il giorno fissato, avendo di nuovo esplorato la località, trovò che il bastimento era partito. E non vi tornò più.

Edited by Navy60

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<p style="text-align: center;"><span style="font-size:18px;">CAPITOLO XXI</span></p>

<p style="margin-left:70.9pt;"> </p>

<p style="margin-left:70.9pt;"><em>Verso la meta. </em><em>– Diario di ottobre. – Si passa il Piave. – Revedoli. – L’assalto alle batterie. – Marcia trionfale.</em></p>

<p style="margin-left:70.9pt;"> </p>

<p>C’erano molti malarici, non così numerosi tuttavia come fra le altre truppe della Divisione. Alla Sezione di sanità dell’Esercito, non riuscivano più a sgombrare i colpiti dalla febbre. E qualche caso di «spagnola» nel Battaglione Caorle, che ebbe anche delle vittime. Ma al male poco si pensava; gli animi di tutti erano tesi verso la meta.</p>

<p>Da alcune settimane si illuminavano. finalmente, le vie della vittoria.</p>

<p>Il pensiero della famiglia, in quell’attesa, diventava più forte e più dolce, in tutti. Si vedevano dei Marinai, appoggiati alla trincea, estrarre dal taschino della camicia la fotografia della sposa, dei figlioletti, e restare a lungo pensosi, guardando quei cari volti. Il ritorno, col desiderio e la speranza, alla vita di famiglia, li rendeva più buoni.</p>

<p>Anche il pensiero d’Iddio si ravvivava. Si riunivano a sera nei ricoveri, dove tenevano esposte delle immagini religiose, per recitare insieme la preghiera. Nella 10<sup>a</sup> Compagnia c’era un Marinaio, un giovane seminarista, che raccoglieva l’obolo fra i camerati per comprare la cera da far bruciare durante la preghiera.</p>

<p>I sentimenti cattivi cadevano, come le foglie secche quando il vento soffia.</p>

<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>

<p style="text-align: center;"><strong>* *</strong></p>

<p>Dal diario del Reggimento:</p>

<p>«9 ottobre. – La 4<sup>a</sup> e 5<sup>a</sup> Compagnia partono per ignota destinazione.</p>

<p>«10 ottobre. – Gli Austriaci gettano dagli aerei cartellini pacifisti.</p>

<p>«14 ottobre. – La 6<sup>a</sup> Compagnia raggiunge, a Taranto, le altre due del Battaglione Grado. Si crede che sbarcheranno in Dalmazia.</p>

<p>«16 ottobre. – Ritorna dalla licenza il Comandante del Reggimento.</p>

<p>«17 ottobre. – Il Comando della III Armata ha diramato istruzioni circa la guerra di movimento.</p>

<p>«18 ottobre. – Partono la Compagnia Mitraglieri ed il Comando del Battaglione Grado.</p>

<p>«19 ottobre. – Si parla di un tentativo di sbarco presso le foci della Livenza. Ne verrebbe dato il compito al nostro Reggimento.</p>

<p>«20 ottobre. – Piove, da alcuni giorni. Il Piave cresce spaventosamente. Oggi fa anche freddo; i monti son coperti di neve.</p>

<p>«Il nemico ha costruito, nonostante la pioggia di questi giorni, altri reticolati lungo la sponda sinistra. Si è notato molto traffico di fronte alla penisola e precisamente di fronte al fortino N. 2. Forse hanno piazzato nuove mitragliatrici.</p>

<p>«Nel pomeriggio è passata una nostra squadriglia di velivoli da ricognizione e da bombardamento. Due apparecchi lanciavano manifestini al nemico.</p>

<p>«23 ottobre. – I Granatieri hanno avuto ordine di lasciare le frazioni Z. 1O e Z. 11 (Casa Allegri N. 4 - Cortellazzo). Sono partiti per altra zona e li ha sostituiti metà del Golametto, che è in linea<a href="#_ftn1" title="">[1]</a>.</p>

<p>«È partito anche il 20° Battaglione delle Guardie di Finanza dalle frazioni costiere E, D (Batteria 30 - Cava Bagni), dove si è recato un plotone del Caorle.</p>

<p>«Un barcone, carico di Guardie, mentre si disponeva a lasciare Cavazuccherina, è stato preso in pieno da una bomba di aereo. Vi sono state numerose vittime.</p>

<p>«24 ottobre. – Si comunica alla gente il seguente proclama del Duca d’Aosta:</p>

<p>«24 ottobre 1918.</p>

<p>«<em>Miei Soldati,</em></p>

<p>«Da un anno un indegno nemico occupa le nostre terre e ruba ed uccide ed insulta le nostre donne, i nostri bambini, le nostre tombe.</p>

<p>«L’ora della riscossa è vicina: a noi la gioia di punire i prepotenti, di vendicare le infamie da essi commesse, di liberare il sacro suolo della Patria!</p>

<p>«I vostri compagni su altre fronti già hanno mosso i primi passi sulla via della vittoria e della redenzione: Soldati d’Inghilterra, di Francia e d’America combattono valorosamente con noi, per la nostra e per la loro Patria; essi saranno testimoni del vostro valore e porteranno poi nelle loro terre il nome d’Italia da voi fatta grande.</p>

<p>«<em>Prodi Soldati della III Armata!</em></p>

<p>«L’ora è giunta; lanciatevi con fermo cuore nella giusta battaglia; i nostri gloriosi eroi ci attendono sul Carso; l’Italia intera vi guarda e vi benedice!</p>

<p>«Avanti!</p>

<p>« F.to E. F. DI SAVOIA».</p>

<p>«È stata iniziata l’offensiva, fin dalle 4 di stamane, attaccando sul Grappa.</p>

<p>«Un anno preciso dall’offensiva di Caporetto!</p>

<p>«Il Bafile è tornato da Venezia e s’è accantonato a Casoni Gamba, per essere più vicino alla linea.</p>

<p>«25 ottobre. – La battaglia infuria sul Grappa, dove la IV Armata incontra aspra resistenza.</p>

<p>«26 ottobre. – Ha attaccato anche l’Armata del Montello ed ha passato il Piave.</p>

<p>«Il Comandante Dentice è venuto a conferire col Comandante Sirianni.</p>

<p>Gli ha chiesto dei reparti di Arditi, per un’importante missione.</p>

<p>«27 ottobre. – Hanno attaccato la VIII e la X Armata, alla sinistra della III.</p>

<p>«Il Reggimento è pronto. A Cà Cementi, sono state preparate le passerelle per il passaggio del fiume, sotto la direzione del Tenente di Vascello Insom e del Sottotenente del Genio Mazzucchelli.</p>

<p>«Stamane, il Caorle ha assistito ad una funzione religiosa. Il Cappellano ha terminato il sermone con queste parole: «Marinai, riempite la vostra anima di bontà, di giustizia, di forza e avanti, senza paura. Iddio vi benedica!»</p>

<p>«Tutti hanno ricevuto l’assoluzione, in ginocchio. Quando si sono rialzati, il Comandante del Battaglione, portando in alto il berretto, ha gridato: «Marinai, Iddio ci aiuta. Viva il RE!»</p>

<p>«I Marinai han risposto con un urlo formidabile.</p>

<p>«28 ottobre. – All’alba, aerei nemici hanno bombardato le batterie intorno Cà Gamba.</p>

<p>«29 ottobre. – Ha attaccato anche la III Armata con il XXVIII Corpo d’Armata e la XLV Divisione. La LIV si muoverà in conseguenza».</p>

<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>

<p style="text-align: center;"><strong>* *</strong></p>

<p>Il 30 ottobre, alle 2 del mattino, giunse l’ordine che il Reggimento passasse il Piave. Contemporaneamente cominciava il tiro di disturbo; poco dopo quello di distruzione. Il nemico, verso le 3, prese a controbattere, con tiro prevalentemente a gas, che divenne violento sul fare del giorno.</p>

<p>Erano destinati all’azione il Caorle ed il Bafile. Il Golametto restava nella frazione Z. 12, di rincalzo.</p>

<p>Passavano i battaglioni lungo la saccata e il Cavetta, per andare ad ammassarsi alla foce del canale. Erano affardellati, pesanti, il volto nascosto nel respiratore, ma imperturbabili, sotto il tiro a gas. Si delineavano, nella penombra del mattino nebbioso, come immagini appena sbozzate dalla fantasia.</p>

<p>Alle 5, i vari elementi della passerella erano congiunti e distesi lungo il Cavetta.</p>

<p>Alle 6,30, cento Arditi, su apposite zattere rimorchiate da motoscafi, protetti da un leggero velo di nebbia, approdavano di slancio sulla riva opposta.</p>

<p>Il primo a toccar terra era il Tenente Feroldi, con i suoi uomini. Furono accolti da scariche furiose di mitragliere e da lancio di bombe, ma l’ardore degli attaccanti, accompagnato da grida di evviva, era tale che ebbe ragione di qualunque resistenza. Non sembrava fossero andati all’attacco, ma ad una festa. Un clamore confuso giungeva alla nostra sponda, insieme alle detonazioni dei proiettili.</p>

<p>Il Comandante del Reggimento guardava, commosso, dal suo osservatorio.</p>

<p>Gli Arditi superarono i reticolati, s’avventarono sulle mitragliere a colpi di bombe a mano; alcuni caddero; ma, feriti, gridavano ancora. I nuclei procedevano, compatti, agli obbiettivi designati e annientavano la difesa di tre successive linee di resistenza, poi si disperdevano nella pianura resa difficile dalle molte insidie: camminamenti coperti, allagamenti, reticolati, appostamenti invisibili di mitragliere.</p>

<p>Nel frattempo, si faceva avanzare la passerella sotto il tiro di sbarramento del nemico. Il Tenente Mazzucchelli, incaricato dell’operazione, in piedi sulla passerella, agitava il berretto traforato da una pallottola e gridava:</p>

<p>– Evviva l’Italia!</p>

<p>Passarono i Battaglioni con i Comandanti alla testa, cantando. Era con loro il Capitano medico Romiati, desideroso di rivedere le sue terre, alfine liberate. Il Comandante di Reggimento e il suo Aiutante avevano lasciato l’osservatorio ed erano venuti ad ammirare lo spettacolo superbo.</p>

<p>Si cantava tutti, si gridava tutti:</p>

<p>– Viva l’Italia!</p>

<p>Una frenesia ci aveva invaso. Ogni tanto giungeva qualche raffica di mitragliatrice e il tiro di artiglieria continuava sempre violento, ma nessuno ci badava. Tutto si dimenticava in quell’ora, nel sentimento di gioia che ci trasportava. Tutte le amarezze della vita di guerra, tutti i travagli, tutti i pericoli erano dimenticati e largamente ricompensati da quell’ora. Valeva la pena di essere vissuti alcuni anni, fra disagi e pericoli, per quell’ora soltanto.</p>

<p>Ma quando toccammo l’altra sponda e qualcuno si chinò per baciarla, si vide la terra intrisa di sangue e sparsi fra i reticolati i cadaveri ancora caldi dei compagni che ci avevano preceduti.</p>

<p>Balsamo era lì, col pugnale ancora stretto e con la faccia protesa verso il nemico, a cui pareva che gridasse: «Va fuori!» Nencini, piegato sul fianco sinistro, colpito al cuore. Coppi con il ventre squarciato dalle proprie bombe, ma il volto atteggiato a sorriso<a href="#_ftn2" title="">[2]</a>.</p>

<p>Poco più avanti trovammo Finocchi, a cui una bomba aveva asportata una gamba. Mentre lo raccoglievamo per farlo trasportare al posto di medicazione e gli rivolgevamo parole di conforto, egli, impassibile, ci rispondeva:</p>

<p>– Non pensate a me, andate a vanti!</p>

<p>Evviva l’Italia!</p>

<p>La vista del sangue dei compagni caduti aveva più che mai infiammato i Marinai che, messo piede sulla terra anelata, si davano alla caccia del nemico, percorrendo in tutti i sensi la zona, che le artiglierie battevano disordinatamente e gruppi di nemici cercavano di difendere con sforzo supremo.</p>

<p>Si ripeteva la guerriglia dei primi giorni dell’invasione.</p>

<p>Alle ore 8 e mezza, vinte le ultime resistenze, il Bafile ed il Caorle occuparono la linea prevista nell’ordine di operazione: Cà di Valle – Cà degli Ossi – Revedoli – Canale di Revedoli.</p>

<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>

<p style="text-align: center;"><strong>* *</strong></p>

<p>Revedoli, frazione del Comune di Grisolera, era ridotta un cumulo di rottami. Le case di là e di qua del canale rase al suolo; non le congiungeva più il ponte ma una malsicura passerella, mascherata con stuoie.</p>

<p>La Chiesa caduta e sulle macerie uno strato informe di polvere rossa. In piedi non c’era che una statua di Santo, fiero in mezzo a tante rovine.</p>

<p>Nel vicino cimitero, una lapide con la scritta: «Ferdinando Boscarato fondatore della Chiesa di Revedoli». Lungo l’argine del fiume, i soliti ricoveri, luride tane invase dall’acqua; il disordine provocava la nausea. Abbandonata qua e là si vedeva qualche rozza croce, preparata per segnare il luogo di sepoltura, ma non trovammo sepolcri.</p>

<p>La strada in direzione di Cà Brian era tutta scavata dalla nostra artiglieria. Dappertutto traini abbandonati, fasci d’armi e riserve di munizioni.</p>

<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>

<p style="text-align: center;"><strong>* *</strong></p>

<p>L’artiglieria nemica continuò a far fuoco fino a mezzogiorno, poi tacque.</p>

<p>Alle ore 15, un reparto della colonna di destra (Battaglione Bafile), procedendo lungo le dune, attaccava la prima batteria da 76 su affusti a ruote, sita verso S. Croce e difesa da mitragliatrici. Parte del presidio fu fatto prigioniero e parte messo in fuga. Le altre batterie del settore a mare, dopo avere eseguito violento fuoco sul nostro reparto, che avanzava risolutamente, furono distrutte dal nemico e abbandonate.</p>

<p>Della colonna di sinistra (Battaglione Caorle) una Compagnia, che era andata ad esplorare la zona di Tre Cai, fece prigioniero un distaccamento di cento uomini posto a presidio di una linea di resistenza. Pattuglie si spinsero oltre Casa Bariseppo, fugando e catturando altri piccoli nuclei nemici. Alla sera, il Battaglione si collegava, come era stato ordinato, col 26° Reparto d’assalto, che si apprestava a difesa nelle vicinanze di Giazzere.</p>

<p>Prigionieri, nella giornata, 550 uomini di truppa e 17 Ufficiali; bottino di guerra, non calcolato<a href="#_ftn3" title="">[3]</a>.</p>

<p>Era tale la gioia in tutti, che nessuno sentiva la stanchezza. Quando calò la notte, i ricoveri austriaci tentarono qualche pigro di adagiarvisi, ma una cosa che non si definisce – puzzo, sentimento istintivo di repulsione? – li ricacciò e si dormì sulla nuda terra, all’aperto.</p>

<p>Tutto taceva, le vedette facevano buona guardia con le mitragliere pesanti catturate al nemico.</p>

<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>

<p style="text-align: center;"><strong>* *</strong></p>

<p>Al mattino dopo, pattuglie a canale di Volao, a Cà Pezzaundici e Cà Brian.</p>

<p>Passò un motoscafo con Ufficiali e Marinai del Raggruppamento Marina, incaricati di stendere la linea telefonica che doveva allacciare le batterie, le quali si preparavano ad avanzare con il Comando.</p>

<p>Alle ore 12, si riprese l’avanzata, per andare a dislocarsi sulla Livenza,</p>

<p>Non fu una avanzata, ma una marcia trionfale.</p>

<p>Dovunque fummo accolti festosamente dalla popolazione.</p>

<p>– Gli italiani, gli italiani; sono i nostri....</p>

<p>Era il grido che passava di casa in casa, prima che noi arrivassimo. Ci venivano incontro a braccia aperte, acclamandoci e pronunciando parole sconnesse per la emozione; ci baciavano le mani, ci abbracciavano e piangevano.</p>

<p>Volevano dirci tutto con quelle lacrime, tutto quello che avevano sofferto, tutta l’attesa di un anno di pene, di angosce mute, di torture. Una donna, eccitata dal ricordo doloroso del passato, ci gridò:</p>

<p>– Siete stati troppo crudeli, avete troppo aspettato prima di venire a liberarci.</p>

<p>I Marinai si guardavano l’un l’altro; si fermavano ad ascoltare, a domandare, ad imprecare contro il nemico; avevano anch’essi gli occhi gonfi di lacrime. Qualcuno vuotava la sua tasca da pane nelle mani dei bambini sopravvenuti.</p>

<p>Le dimostrazioni si rinnovarono ad ogni centro abitato, ad ogni casa isolata e al passaggio di ogni battaglione.</p>

<p>A Casa Brian ci fu mostrata una fanciulla, uccisa dal nemico in ritirata.</p>

<p>Presso S. Giorgio di Livenza, un Tenente del Genio ci fece vedere la sua casa. Era arrivato di corsa pochi istanti prima. Era ancora ansante e in preda all’emozione che non riusciva a contenere. Ci indicò il posto dove scendeva col suo velivolo il Tenente di Vascello Casagrande, quando portava il Capitano Romiati ed il Tenente Miazzi.</p>

<p>A S. Giorgio, vediamo un prete, che getta le braccia al collo del primo Ufficiale che incontra e gli dice:</p>

<p>– O finalmente! Si fermi! Venga a vedere; qui, nella mia casa, si tenevano le riunioni segrete degli Italiani. Ecco i telefoni, di cui ci servivamo per comunicare.</p>

<p>Lungo la Livenza, donne e bambini si affacciavano dall’altra sponda del fiume chiamando i Marinai; mandavano saluti e baci e agitavano il simbolo della Patria, tenuto nascosto per quel giorno desiderato.</p>

<p>Venne la notte; la marcia diventava lenta e faticosa. I battaglioni portavano mitragliere, attrezzi e tutto il munizionamento a spalla; spesso era difficile il passaggio, perchè il nemico aveva fatto saltare i ponti; ma le dimostrazioni di gioia non cessavano. La popolazione continuava a venirci incontro con lanterne, piccoli lumi a mano, pezzetti di candele.</p>

<p>– Benedetti! Cari da Dio! – ci sentivamo dire dappertutto.</p>

<p>Insieme ai popolani, ci venivano incontro i primi prigionieri, fuggiti dai campi di concentramento. I più avevano deposto la divisa ed erano vissuti, aiutando i contadini nella lavorazione dei campi. Un soldato era rimasto tale:</p>

<p>– Ho voluto rimanere sempre soldato – ci disse; – ho preferito vivere nascosto piuttosto che deporre la divisa.</p>

<p>A mezza notte, due battaglioni erano dislocati sulla Livenza: il Golametto da Cà Corniani a Chiavica, il Bafile da Chiavica alla Salute. Il Caorle era di riserva a Cà Brian con il Comando di Reggimento.</p>

<p>Erano stati fatti altri trenta prigionieri. Da parte nostra un morto. Molti cannoni, armi portatili e munizioni erano state avviste lungo la strada.</p>

<p> </p>

<p> </p>

<p> </p>

<p> </p>

<p style="text-align: center;">__________________</p>

<p> </p>

<div><br />

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<p style="margin-left:14.2pt;"><a href="#_ftnref1" title="">[1]</a>   COMANDO DELLA BRIGATA GRANATIERI DI SARDEGNA</p>

<p>                             _______________</p>

<p>Zona di Guerra, 23 ottobre 1918.</p>

<p>Fonogramma a mano N. 1960.</p>

<p><em>Al Signor Comandante del Reggimento Marina Sirianni.</em></p>

<p>Con dolore mi distacco dal bel Reggimento Marina nel quale avevo posto tutta la mia fiducia, pregando V. S. esprimere ai suoi baldi Marinai il mio augurio ed il mio ricordo. Nutro speranza che Granatieri e Marinai si riuniscano tra breve sulla via della Vittoria.</p>

<p>F.to Generale ROSSI.</p>

</div>

<div>

<p style="margin-left:14.2pt;"><a href="#_ftnref2" title="">[2]</a>   Aveva lasciato la R. N. «Coatit» per andare in licenza. Allo scadere di questa, anziché tornare alla sua nave, era venuto al fronte terrestre, chiedendo di essere accettato fra gli Arditi del Reggimento Marina, ed era stato autorizzato a rimanere.</p>

<p style="margin-left:14.2pt;">      Suo ideale, aveva detto al Comandante, servire la Patria fino all’estremo limite; se fosse caduto, avrebbe lasciato un nome onorato e un forte esempio al suo figliolo.</p>

</div>

<div>

<p style="margin-left:14.2pt;"><a href="#_ftnref3" title="">[3]</a>    Vedi i Bollettini del Comando Supremo dell’Esercito del 1 e 2 novembre e il Comunicato dell’Ufficio del Capo di S.M. della Marina del 1 novembre 1918.</p>

</div>

</div>

<p> </p>

Edited by Navy60

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CAPITOLO XXII

Gloria di sole. L’«Ape» e la «Vespa». – Attraverso i paesi liberati. L’armistizio. – In pace! Un bagno involontario.

Il 1° novembre una gloria di sole illuminava le terre riconquistate: il sole della libertà. Rideva ogni prato, ogni fiume, ogni canale, ogni roggia.

Il nemico era in fuga su tutta la fronte.

*

* *

Le Cannoniere «Ape» e «Vespa», con un plotone di Arditi e di Mitraglieri lagunari, al comando del Tenente di Vascello Insom, entravano di buon mattino in Caorle. Il paese era in festa. Sul campanile sventolava, dalla sera del 30, la bandiera italiana, issata da certo Nicolò Gallo, coll’aiuto di tre soldati Austriaci: bandiera d’amore, perché composta, in mancanza d’altro, di stoffa ritagliata da abiti muliebri e di biancheria.

Il presidio, con tutto il Comando, era fuggito. La popolazione aveva passata una giornata in un’attesa febbrile. Pareva le mancasse il respiro. Alcune torpediniere italiane si erano presentate al largo, ma non erano entrate. S’era sentito nella notte il rumore di un motoscafo o barca a vapore[1], ma nessuno era venuto. Finalmente, la sera del 31, una pattuglia del Raggruppamento Marina, con il Tenente di Vascello Ceccherini, aveva preso possesso di Caorle.

Le Cannoniere, alle ore 11,30, raggiunsero il porto di Falconera, facendo saltare con una mina gli sbarramenti; alle 15, erano a Baseleghe; alle 17,30, a Bevazzana, per impedire, se in tempo, che le porte delle chiuse venissero distrutte. Ma il nemico, che era tuttora in quei paraggi, le aveva già scardinate.

Furono i primi arrivati al Tagliamento e vi passarono la notte.

*

* *

Il Comando del Reggimento, stabilito a Cà Brian un servizio di controllo per l’accertamento e l’inoltro dei prigionieri e organizzata la difesa della costa, si trasferì prima a Bovoni poi a Cà del Passo. Si ripeterono, nel passaggio, le dimostrazioni di giubilo della popolazione. Tutti avevano cose dolorose da raccontare: i furti, le violenze patite. Un uomo era stato ucciso da un Ufficiale, perchè non era stato abbastanza sollecito nel traghettarlo colla sua barca. Un giovane di 18 anni ucciso anche lui, con una fucilata, da alcuni Soldati andati a rubare nel suo campo.

Le infamie commesse dal nemico ci accendevano d’ira[2].

Gruppi di Ufficiali e Marinai ci recammo a Caorle. Il paese era guarnito di batterie di medio e piccolo calibro, che il nemico in parte aveva fatto saltare. Parecchie case erano state incendiate.

Il Sindaco Tessarin, un valoroso che non aveva piegato sotto il giogo austriaco ma aveva sfidato più volte la fucilazione, aiutando i prigionieri ad evadere e favorendo con ogni mezzo i nostri, andati di là ad assumere notizie, ci raccontò i particolari delle sue ardite imprese.

La popolazione era quasi tutta fuggita prima dell’invasione; non erano rimaste che una trentina di persone. Ma molti erano venuti nel frattempo dai paesi distrutti del Piave.

Quando noi partimmo, le donne andavano in Chiesa a ringraziare Iddio, ornate di nastri tricolori.

Era la festa di Ognissanti, di ogni gioia, di ogni gloria!

Il 2 novembre, il Battaglione Caorle andò a schierarsi sul Lemene. La strada lungo il fiume era seminata di cannoni; nuclei nemici erano ancora sulla sponda sinistra. Se ne videro in giornata a Cà Franzoni. Affluivano da ogni parte i nostri prigionieri, vestiti da contadini, colla barba lunga e incolta, in condizioni miserevoli.

I sanitari del Reggimento apprestavano cure e medicinali anche alla popolazione civile, che ne era affatto priva. Si seppe che i medici militari Austriaci pretendevano, per una visita, centinaia di lire, gioielli, effetti di biancheria. Taglieggiavano quella povera gente a cui, al tirar dei conti, non avevano farmaci da somministrare.

Gli strapazzi degli ultimi giorni avevano provocato molte recidive malariche anche fra i Marinai. Per cui fu fatto venire il vaporetto-ospedale, che li trasportò a Venezia.

Il 3 novembre, il Comando del Reggimento si trasferì a Boccavolta, il Golametto, per ordine del Comando in Capo, raggiunse Venezia e il Bafile partì per compiere una operazione di guerra. Obiettivo: sbarcare a Marano Lagunare, occupare il ponte di Palazzolo dello Stella, per ostacolare al nemico la ritirata, e possibilmente spingersi fino a Latisana, dove la LIV Divisione aveva avuto il compito di costituire una testa di ponte sul Tagliamento.

Siccome mancavano i mezzi per trasportare tutto il Battaglione, partirono solo 400 uomini; erano vibranti di entusiasmo[3].

Fino dalle prime ore del mattino si erano visti vaporetti, rimorchiatori, torpediniere filare lungo la costa, provenienti da Venezia. Poco dopo mezzogiorno, passò una squadriglia di cacciatorpediniere. Le vedette, all’imboccatura del porto di Falconera, distinguevano Soldati, Carabinieri, Marinai che sventolavano fazzoletti. Andavano a Trieste.

A sera, ci venne l’annunzio che era stato firmato l’armistizio fra l’Italia, gli Alleati e l’Austria Ungheria: all’indomani, alle ore 15, sarebbero cessate le ostilità per terra, per mare e per cielo.

*

* *

Armistizio.... Assumiamo tutti una espressione indefinibile. Era proprio vero? La guerra era dunque finita? Una sensazione di riposo, o meglio di rilasciamento, ci invase. Non ebbrezza, non canti, non grida. Eravamo lontani dai centri di vita, senza più contatto con le grandi Unità. Non potevamo comunicare né ricevere notizie, impressioni, commenti. Credo che pochi reparti accogliessero la notizia dell’armistizio con eguale apatia.

E c’era chi si ribellava al pensiero che la guerra fosse finita e che li avesse colti lì, sorpresi proprio in quelle condizioni, in una località sperduta, all’estremità della laguna. Avrebbero voluto avere terreno solido sotto i piedi e le vie aperte, per inseguire il nemico.

Intanto nei pressi del pontile di Boccavolta affluivano natanti di ogni specie: caorline dei Mitraglieri lagunari, pontoni e burchi del Raggruppamento d’artiglieria della Marina. Si diffondeva un vociare confuso e si accendeva qualche razzo, in segno di giubilo. Ma fu subito proibito per il pericolo d’incendio: i burchi erano carichi di munizioni.

Soli, coricati in qualche fienile o raccolti sotto la tenda, si pensava a quelli che non avevano potuto vedere quella giornata, a tutti quelli che dormivano nei mille cimiteri del Carso e del Piave, ai Marinai che riposavano presso le trincee di Cortellazzo, attorno al boschetto e all’ombra alta dei pioppi, sulla via di Cà Gamba....

*

* *

La Signora X riceveva la seguente lettera dalla zona di guerra:

«3 novembre 1918.

«Il Reggimento avanza sempre. Dopo il primo giorno di battaglia, credo non abbia più trovato il nemico, che si ritira. Ora è nei pressi di Caorle.

«Pochi Ufficiali del Comando, dell’Ufficio Amministrativo, delle Salmerie siamo ancora a Cà Gamba od a Cà Negri, sul Piave, ma decisi di raggiungere il Reggimento anche senza attendere ordini. Forse partiremo domani.

«Il vento di gloria che soffia così forte in questi giorni rende penosa, insopportabile la nostra permanenza qui, dove tace il cannone, tutto tace.

«Oggi, giorno dei morti, si è celebrato un Ufficio divino nel nostro cimitero di Cà Gamba. Ha letto Messa un Prete-Soldato della vicina Sezione di Sanità, in mancanza del nostro Cappellano che segue il Reggimento. La gloria dei superstiti sembrava fosse anche la gloria dei caduti. Si era in pochi attorno all’Altare.

«Questo cimitero è diventato una cosa cara a tutti noi del Reggimento. Ogni volta che si viene a visitarlo – e si viene spesso, perchè non fa punto paura – ci si ferma a lungo a guardare la ordinata distesa di croci bianche, sotto cui riposano tanti bravi figlioli. È anche bello, Le dirò, questo cimitero; così diverso dai nostri. Adesso un’enorme fioritura di crisantemi lo fa sorridere; ma anche nelle altre stagioni, sono fiori su tutte le tombe e verde, molto verde, in tutti i viali.

«Lungo il lato della strada, sotto un filare di pioppi, è una vecchia pietra che ha fatto collocare il Cappellano con le parole: IN PACE, una colomba e un ramoscello d’olivo e il monogramma. Sembra una pietra trasportata dalle catacombe. Più avanti, alcuni ruderi con le parole dei Soldati di Leonida, caduti alle Termopili, al passeggero diretto a Sparta[4].

«Il viale di mezzo è fiancheggiato dalle tombe degli Ufficiali, alcune delle quali assai belle, e verso il termine sta una grande croce di legno, sormontata e quasi abbracciata da una grande pianta di rose che le nasce ai piedi. È una vista bellissima, specialmente di sera, quando, dietro la croce, sullo sfondo dei monti lontani, si riflettono gli ultimi bagliori del tramonto.

«Oggi, pensando che forse non tornerò più a rivedere questo luogo dove sono tanti ricordi del mio bel Reggimento, il solo luogo dove i ricordi si eterneranno, mi son fermato più a lungo del solito, ricercando ad una ad una le tombe degli amici scomparsi.

«Ho notato, per la prima volta, delle cose che mi hanno commosso.

«Sul sepolcro di un Marinaio viareggino è la sua fotografia inviata dalla mamma, in una cornicetta di legno, in mezzo a tante viole che pare esalino ancora un profumo di amore materno.

«Alcune tombe sono ornate con tronchi di colonne, tratte dalle macerie della Chiesa di Cava, capitelli, stele di pietra rozza e un nome inciso. E verde e fiori dappertutto.

«Altre sono un po’ ricche, quasi scostandosi dall’austera semplicità che deve avere un cimitero di guerra. Ma non è artifizio in nessuna cosa. Un sentimento purissimo ha suggerito di comporre così le tombe dei propri camerati o superiori. Perchè è da notare che il danaro occorso per tale sistemazione è stato dato, spontaneamente, dai nostri Marinai. Quindi ogni tumulo, ogni croce rappresenta un piccolo sacrificio.

«Ho trascritto, per Lei, un brano di una preghiera, chiusa in una teca di metallo e pendente dalla croce di un valoroso Ufficiale.

«É stata composta dalla madre, una colta signora romana:

«Se voi lo aveste voluto, o Dio, non cadrebbero dai miei occhi queste lacrime che spargo oggi alla vostra presenza: se lo aveste voluto, Egli vivrebbe ancora, sarebbe ancora vicino a me, questo essere sì teneramente amato, la cui morte ha spezzato il mio cuore. Ma io adoro la vostra volontà, abbasso la testa ed accetto, mio Dio, unendola alla vostra, la croce di cui mi caricate. Io vi scongiuro solamente di aiutarmi a portarla.

«Lo so, mio Dio, voi avete vinta la morte. Colui che avrà creduto in voi non morrà in eterno. Io credo ancora: i legami che voi stesso avete formati, gli affetti che avete benedetti, possono essere separati per un tempo in questa triste terra, ma essi devono ritrovarsi di là ove si ama meglio, là ove le famiglie disperse qui dalla morte si riuniscono per non lasciarsi più».

«Sono sepolti anche parecchi Soldati Austriaci, accanto ai nostri, senza distinzione, anzi onorati dagli stessi segni di pietà cristiana. Pensi, Signora, che i nostri Marinai hanno portato per parecchi chilometri, a spalla, i cadaveri di questi nemici, per dar loro sepoltura; qualche volta li hanno raccolti, con pericolo di vita, fuori delle trincee…»

*

* *

A Boccavolta ci raggiunsero gli Ufficiali rimasti alla sede del Comando di Reggimento, per i rifornimenti di materiali e di viveri. Erano venuti a piedi, dal Piave, dopo aver fatto nel medesimo un bagno involontario.

Poco era mancato che a qualcuno non costasse la vita.

__________________

 


[1] Probabilmente, era un’imbarcazione partita da qualche porto dell’Istria per Venezia, avente a bordo patrioti che andavano ad informare le Autorità italiane ed a chiedere l’intervento immediato. Una torpediniera e varie barche e motoscafi, quelle notti, traversarono l’Alto Adriatico provenienti da Fiume, da Pola e da Trieste.

[2] Smontavano un po’ la nostra collera un gruppo di ragazze che, in prova della loro fierezza alla presenza del nemico, ci fecero sentire alcuni dei «dispetti» solite a cantargli in faccia, specie di couplets costrutti o rabberciati da loro:

Siamo prigionieri,

prigionieri freschi;

sotto dei tedeschi

non vogliam più star.

L’Imperatore d’Austria

mangia le bistecche

e ai poveri Soldati

danno erbe secche.

I Soldati di Carletto

passeggian per Brian;

per andare contro il Piave

ci vuol tessera del pan.

[3] Cantavano, allontanandosi, con una punta d’ironia verso quelli che restavamo, melanconicamente, lì:

Se andate in licenza,

riditelo al Paese,

che noi siam gli arditissimi

del Principe Borghese.

Il Capitano di Corvetta Rodolfo Borghese comandava, in quel tempo il Battaglione Bafile.

[4] Dic viator Romae nos te hic vidisse iacentes

Dum sanctis patrice legibus obsequimur.

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CAPITOLO XXIII

Muzzana del Turgnano. Fra i canali della laguna. I temerari. Vicini nella morte e nella gloria. Baldo Mazzucchelli.

Fra le truppe sbarcate il 3 novembre a Trieste, in mezzo alla popolazione fremente di entusiasmo, era la Compagnia Mitraglieri Fiat del nostro Reggimento; il Golametto vi giungeva il giorno appresso[1].

Tutti gli altri eravamo rimasti tra i pantani di Boccavolta a sentire gracidar le rane. Almeno avessimo potuto seguire il Bafile, nell’ultima operazione di guerra....

Alle 9, giunse dal Comando del Bafile il seguente rapporto, scritto affrettatamente a lapis, in un foglietto di carta da lettere:

«Marano Lagunare, 4 novembre 1918, ore 5.

«Arrivammo a Marano alle 17. Il paese mezz’ora prima era stato sgombrato dal nemico. Alle 18 partimmo, divisi in due gruppi.

«1° Gruppo: 100 Arditi, una sezione di Mitraglieri, un plotone Fucilieri (in tutto 150 uomini) al Comando del Tenente di Vascello Insom.

«2° Gruppo: 2a Compagnia Fucilieri, reparto Stato Maggiore del Battaglione e Arditi Stato Maggiore (in tutto 250 uomini) al Comando del sottoscritto. Procedemmo di conserva: a Carlino gli Arditi di testa fugarono gli ultimi Gendarmi Austriaci.

«Si giunse a Muzzana del Turgnano alle ore 21,30. Là, si ebbe notizia che per la via di Latisana avanzava numerosa truppa e carreggio nemico. Allora, vista la impossibilità di arrivare per detta via a Palazzolo dello Stella, decisi di operare sul posto.

«Tagliate le comunicazioni telegrafiche e telefoniche, il 1° Gruppo sbarrò la via rotabile, il 2° la ferroviaria ed occupò dopo breve lotta la stazione ed il ponte sulla Muzzanella. I reparti restavano collegati tra di loro.

«L’allarme dato da scariche di fucileria e colpi di petardi destò la difesa. Il paese è sede del Comando di Divisione. Si perdette il collegamento col reparto Insom, perchè fra i due si era incuneata una forte difesa austriaca. Abbiamo resistito fino alle due del mattino. Indarno ho cercato di riprendere il collegamento. Il nemico ingrossava; le forze di cui disponevo diventavano insufficienti. Prese le debite precauzioni, mi sono ritirato lentamente su Marano.

«Abbiamo fatto una quarantina di prigionieri; nostre perdite tre uomini. Continua attiva la ricerca di collegamento col reparto Insom.

«F.to Borghese[2]».

*

* *

Poco dopo, il Comando di Reggimento, il Caorle e la parte del Bafile rimasta il giorno precedente a Boccavolta, su barconi a rimorchio, si diressero a Marano Lagunare, per i canali interni.

Pilota era un barcaiolo del posto, il quale si era spontaneamente offerto, anzi aveva pregato di essere preso a bordo. Aveva navigato due anni per quei canali, prima di Caporetto, quando pilotava i convogli di munizioni e materiali diretti a Palazzolo ed a Monfalcone. Quel giorno, tornava al suo mestiere.

Anche molti di noi avevamo percorso quei canali, nei giorni della ritirata dall’Isonzo. Si ridestava un senso di tristezza che avremmo creduto ormai spento, al vedere, dopo un anno, i segni di quel passaggio: galleggianti affondati od in secco, carcasse che mostravano la sola ossatura, cannoni abbandonati ed ormai corrosi. Senonché ora lo spettacolo era a doppia faccia. Più fresche e più profonde erano le tracce lasciate dal nemico nella sua fuga: armi e cannoni su ogni sponda, imbarcazioni in ogni canale, fra cui centinaia di elementi di barche in ferro, che erano state preparate nel giugno precedente per il passaggio del Piave e per uno sbarco sulla nostra costa.

Rifacemmo il canale Nicesolo, quello dei Lovi, quello di Lugugnana....

Incontrammo un motoscafo, con a prua il tricolore. Veniva da Grado ed aveva a bordo una Commissione di cittadini diretti a Venezia, per chiedere che venisse occupata la loro città[3].

Trovammo intere batterie, a Baseleghe e a punta Tagliamento. A Bevazzana, le porte erano state rimesse sui cardini dai Marinai di Ceccherini.

Lungo il canale di Bevazzana, in vicinanza di una casa di pescatori, era un bambino solo, che ci salutava con la mano. Il pilota, che conosceva la sua famiglia, gli domandò:

– Dov’è tuo padre?

E il bambino con un accento atono:

– Morto.

– Tua madre?

– Morta.

– E i fratelli?

– Morti.

– Non hai più nessuno?

– Nessuno.

Alle 13,30 si giunse a Marano.

Il Comandante Borghese attendeva sulla banchina. Il Comandante del Reggimento, entrando nel porticciolo, gli chiese col megafono:

– Avete notizie di Insom?

Dalla banchina si rispose:

Insom prigioniero.

– E gli uomini?

– Prigionieri.

Una nube velò, per un momento, la fronte del Comandante Sirianni.

*

* *

Verso sera, fu recapitato il rapporto del Tenente di Vascello Insom.

Coi suoi cento Arditi si era attestato a nord del ponte sulla rotabile Muzzana-Palazzolo dello Stella, occupando le due prime case del paese ed arrestando la marcia di lunghe colonne di carri e di autocarri. Inconsapevolmente aveva dato il «ferma» ad una intera Divisione, che stava facendo gli ultimi affrettati preparativi per la partenza. Il Comando della Divisione, volendo sfuggire ad ogni costo alla cattura, aveva mandato uomini a gridare nelle vicinanze del ponte:

– l’armistizio! la pace!

Queste parole, sul principio ritenute tendenziose, poi avevano acceso maggiormente gli Arditi che ormai sapevano di essere, dunque, alle ultime prove. Avevano catturato Ufficiali e Soldati, avessero intenzioni pacifiche od aggressive, e li avevano chiusi come ostaggi, in una delle case occupate. Poi, vi si erano trincerati anch’essi, facendo fuoco da ogni spiraglio di finestra e di uscio.

Il nemico aveva piazzato numerose mitragliatrici, sui tetti delle case da cui si poteva battere la minuscola testa di ponte improvvisata dai Marinai.

Avevano dato il segnale d’allarme e attaccato impetuosamente i due fortini, facendo uso di bombe e di un cannoncino. Visto inutile ogni tentativo, avevano finito per piazzare una batteria da 76.

I Marinai, dopo aver resistito tutta la notte con ardore infrenabile, all’alba, esaurite le munizioni ed avendo avuto qualche morto e dei feriti, si erano arresi.

II Comandante della Divisione Austriaca, vistosi davanti un così minuscolo numero di uomini, era andato sulle furie, pensando che per tutta una notte aveva trattenuto la sua truppa e forse ne provocava la cattura.

Il gruppo di Marinai fu poi scortato a Cervignano. Ma, qui giunti, profittando di un momento di confusione, prodotto nel nemico dal rumore lontano di autoblindate, assaltarono una colonna di carri in marcia, rovesciarono di sella i cavalieri e, impadronitisi dei mezzi di trasporto, parte a cavallo, parte su carri fuggirono al galoppo, riacquistando la libertà perduta per poche ore[4].

Non erano ancora le 15. II nemico veniva fatto prigioniero dalla LIV Divisione.

*

* *

I Marinai ripassarono per S. Giorgio di Nogaro, quindi si diressero a Muzzana a ricercare i compagni feriti e rendere omaggio ai caduti.

Poco lontano, si era svolto, proprio allora, un altro commovente episodio. Sulla via che mena da Torsa a Castions di Strada, i Lancieri di Aquila, curvi sulla schiena dei loro cavalli, si erano slanciati con impeto all’inseguimento delle retroguardie di una Divisione di Ulani appiedati. Mancava appena qualche minuto allo scadere dell’armistizio, quando una raffica di mitragliatrici, appostate al Trivio del Paradiso, aveva abbattuto cavalli e cavalieri. Poi gli Ulani, agitando le bandiere bianche, avevano continuata la fuga.

Giacevano vicini, Marinai è Cavalleggeri, che avevano scagliata «l’anima oltre la morte, oltre il destino, consapevoli, nell’atto stesso in cui la battaglia stava per essere interrotta»[5].

Vicini nella gloria e nella morte!

*

* *

All’azione di Muzzana aveva partecipato il Sottotenente del Genio Baldo Mazzucchelli; volontario di guerra e grande animatore della gente.

Questo Ufficiale, non più giovane di anni ma ardente nello spirito, aveva, più volte nella notte, affrontato personalmente e da solo il nemico. Cadde colpito da bomba a mano, mentre, con la rivoltella in pugno, obbligava un Ufficiale Austriaco ad insegnargli la dimora del Generale Comandante la Divisione che voleva fare prigioniero. Giacque, fino al mattino, sul nudo terreno. Fu bestialmente malmenato dal nemico; ma rifiutò di farsi medicare da un medico Austriaco, a cui trovò la forza di dire che al nemico egli non mostrava la schiena, neppure se moribondo. Moriva qualche giorno dopo, in un ospedale di Venezia[6].

 

 

 

__________________

 


[1] Vedi Comunicati dell’Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina del 3 e 4 novembre e dell’Agenzia Stefani del 4 novembre 1918.

[2] Diamo l’elenco riassuntivo ·dei prigionieri catturati dal Reggimento Marina, avvertendo che le cifre spesso non coincidono con quelle dei Bollettini del Comando Supremo del R.E. perché questi venivano compilati in base alle prime informazioni, non sempre complete, trasmesse dai reparti:

Data

Numero

Località

13

Novembre

1917

9

Cortellazzo

14

»

»

4

»

15

Dicembre

»

4

Sile

18

»

»

7

»

19

»

»

10

»

19

»

»

50

Cortellazzo

20

»

»

3

»

27

»

»

1

»

29

»

»

2

»

22

Gennaio

1918

1

»

29

»

»

4

»

3

Febbraio

»

2

»

12

Aprile

»

6

»

27

Maggio

»

6

»

29

»

»

5

»

17

Giugno

»

3

»

20

»

»

200

»

22

»

»

1

»

5

Luglio

»

300

»

28

Agosto

»

1

»

11

Settembre

»

12

»

30

Ottobre

»

567

»

31

»

»

30

Livenza

3

Novembre

»

40

Muzzana del Turgnano

 

 

Totale

1268

Il Reggimento Marina, nel periodo di dodici mesi, non perdette che una ventina di uomini, rimasti in mano al nemico nei primi tempi, quando, non essendo ancora perfettamente organizzata la difesa della zona, si combatteva da ambo le parti una specie di guerriglia, fatta di temerità e di insidie.

[3] Grado veniva occupata la stessa sera del 3 novembre, dopo la partenza del motoscafo, da una torpediniera.

[4] La relazione della battaglia oltre Piave fatta dal Comando della III Armata diceva:

«Fra gli aggiramenti più notevoli fu quello del Reggimento Marina che l’Armata aveva inviato a Marano Lagunare.

«Il Reparto, forte di 500 uomini ed al Comando del Capitano di Corvetta Borghese, alle 17 del giorno 3, giunge a Marano scortato dalle Cannoniere lagunari «Ape» e «Vespa»: sbarcato, forza a Carlino un debole presidio austriaco e, con un distaccamento di avanguardia di circa 100 Arditi al Comando del Tenente di Vascello Insom, dopo breve lotta occupa la stazione ferroviaria di Muzzana sul Turgnano e il ponte ferroviario sulla Muzzanella.

«Il distaccamento di avanguardia però e poscia tutto il grosso sono a loro volta contrattaccati da elementi di una grossa unità austriaca in ritirata e valutata della forza di circa 10000 uomini. Il grosso è costretto ad arretrare lentamente fino a Marano Lagunare: il distaccamento di avanguardia, tagliato dal grosso, continua a portare scompiglio nella colonna nemica, occupa la sede di un Comando nemico, cattura un Colonnello, alcuni Ufficiali di Stato Maggiore, e una quarantina di uomini di truppa: ma, chiuso a sua volta da tutti i lati, è costretto ad asserragliarsi in una casa. Quivi il distaccamento resiste tutta la notte dal 3 al 4 novembre; attaccato all’alba da un Reggimento di fanteria con aliquota di artiglieria, ultimate ormai tutte le munizioni, nella mattinata del 4 è costretto a deporre le armi. Il giorno stesso però i temerari, aiutati dalle truppe sopraggiunte, riescono a sfuggire alla cattura e raggiungono di nuovo il loro reparto, traendo seco in prigionia buona parte dei nemici che li avevano catturati».

[5] Dal discorso del Duca d’Aosta, per l’inaugurazione di un monumento ai caduti al Trivio del Paradiso.

[6] Dello spirito gagliardo del Sottotenente Mazzucchelli sono prova, fra l’altro, le sue lettere, indirizzate alla famiglia.

Dopo avere prestato servizio come Ufficiale del Genio al Comando della Difesa di Venezia, aveva ottenuto di essere mandato in trincea. Scriveva allora (il 25 giugno), tutto felice, alla sorella:

«Il mio sogno si è avverato finalmente! Ti scrivo accovacciato in terra, col foglio appoggiato sopra alla mia cassetta d’ordinanza, al lume di una candela infilata in una bottiglia, dentro una piccola baracca da campo, con una musica infernale di artiglieria tutto intorno! In prima linea; in primissima linea, Dopo tanto brigare ci sono riuscito».

E più avanti: «Arrivai quassù il giorno 12, ossia pochi giorni prima che cominciasse questa grande offensiva austriaca che s’è trasformata in una vittoria nostra. Per cui ho avuto subito la fortuna di trovarmi in pieno combattimento».

Parlando dei Marinai, coi quali viveva, e dei Bersaglieri, soggiungeva: «Il Reggimento Marina si coprirà di gloria! C’è qui uno spirito elevato, un entusiasmo meraviglioso, Tutta gente di mare sceltissima, ardente, sitibonda di gloria, e con noi lavorano i Bersaglieri, i Bersaglieri magnifici. Sono in un ambiente ideale; ci sono riuscito finalmente!»

Il 7 luglio, in una breve cartolina alla stessa sorella, accennava all’azione del 5 a cui aveva partecipato: «Vittoria! azione riuscita splendidamente, come leggerai. Vissuto ore indimenticabili». Ma non diceva nulla di sé. Solo più tardi, scrivendo ai nipoti che ringraziava di un loro saluto giuntogli mentre ritornava dalla linea, diceva: «Due emozioni grandi provai quel giorno, che non dimenticherò mai più. Quel piccolo cartoncino con quei vostri quattro dolci nomi e la stretta di mano del mio Comandante di Reggimento che mi disse: Bravo!»

Il Reggimento era a riposo. Egli avrebbe potuto ottenere una licenza, ma vi aveva rinunziato, perchè pensava d’aver fatto «troppo poco ancora, per meritarla». Scriveva invece agli stessi nipoti: «Tornerò presto a quel bel fiume sacro: tornerò con più entusiasmo ancora. Io ho fiducia nella mia buona stella, abbiatela anche voi, state tranquilli: nei giorni duri vi darò mie notizie sempre. E voi seguitemi col cuore vostro come fa la vostra mamma, come fa l’ombra santa della vostra nonna, la mamma mia che non mi abbandona mai: questo mi darà fortuna. Auguratemi voi, che mi volete bene, che io possa seguire il mio ideale validamente e con onore, come io credo e spero».

Tutto l’epistolario del valoroso caduto meriterebbe di essere riprodotto. Alla sorella, parlando del suo Cecco, scriveva: «Tu puoi andare fiera di avere il tuo sangue, il tuo caro e bel figliuolo al fuoco, al fuoco vero, dove non c’è imboscati».

Nelle sue lettere ritornava ogni tanto la nota della resistenza e della propaganda. Scriveva ancora alla sorella: «Ora lavoriamo soltanto e prepariamoci. Prepariamoci a grandi giornate, prossime; a grandi e belle gioie: e voi costì, mi raccomando, resistete, resistete forti, che siamo alla fine».

Il giorno dopo che era arrivato, gravemente ferito, all’ospedale Britannia di Venezia, scriveva, dimentico di sé: «Vedi che la vittoria è venuta? e quale! Come completa, come grandiosa! avevo dunque ragione di gridare sempre, anche nei momenti più foschi: Fermi i cuori, salda la fede!»

Accennava brevemente alle torture sofferte, ma poi si riprendeva subito: «Tuo fratello non si lamenta mai. Viva l’Italia, sempre! Viva l’Esercito, sempre!» e trovava anche la nota allegra: «Solo che per «fare il ferito», ferito grave, in campagna, bisogna avere venti anni. È la prima volta che ho capito che a quarantasette anni è un’altra cosa. Pure, fa niente. La vecchia carcassa ha resistito».

E ancora una volta al suo pensiero correva il ricordo della madre adorata: «La nostra mamma mi ha sempre accompagnato col bel sorriso del suo viso di cera che mi diceva: Bravo! Reggi! Me la son sempre vista davanti in tutti i momenti più terribili!»

La sera del 23 novembre, poco prima di morire, sussurrò alla sorella accorsa al suo capezzale: «Soffro tanto, Maddalena. Ma non mi lagno. Viva l’Italia! È però ingiusto che io muoia in questo letto. Dovevo morire sul campo, col sorriso sulle labbra, come Gallardi e Randaccio!»

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Grazie Vincenzo, sempre meraviglioso.

Non so se sia il pc differente ma ho dei problemi di visualizzazione ai post 31, 33 e 35. Nei primo e ultimo ci sono molte distanze tra le date nelle note, nelsecondo visializzo dei codici che non dovrebbero essere visibili. Vuoi che provo a correggerli?

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Certamente Totiano,

Io con le pagine di questo tipo ci litigo parecchio...

Anzi, quando vedi questo tipo di discrepanze... intervieni direttamente, non c'è bisogno che mi chiedi...

Ti ringrazio in anticipo

Vinz.

Edited by Navy60

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CAPITOLO XXIV

A Marano Lagunare. – La bandiera di Grado. – «Aspettare». – Verso il Carso, oltre il Carso.

A Marano erano rimaste poche persone valide al lavoro, le quali dal Comando Militare Austriaco erano state adibite alla pesca della laguna. Il 25% erano morte negli ultimi dodici mesi. Questa era la proporzione costante dei morti, nelle terre invase. Il nemico ci aveva ucciso la quarta parte della popolazione e i sopravvissuti erano, spesso, ombre umane, minate dalla fame, dall’esaurimento e dalla tisi. Si avevano decessi ogni giorno.

I medici andavano visitando da mattina a sera i malati del paese e delle borgate vicine; ma famiglie intere erano malate, a centinaia erano gli individui che, per ragioni igieniche, avrebbero dovuto essere isolati.

Il Comandante di Reggimento chiese, d’urgenza, al Comando in Capo di Venezia, viveri, medicinali per la popolazione e legno per costruire casse da morto. Intanto consegnò al Sindaco di Marano ed al Parroco di Carlino, per la distribuzione, parte dei viveri di riserva che aveva fatto portare per la gente.

Il Comando alloggiava nella villa dell’On. Deasarta, svaligiata da capo a fondo.

Come in tutti i paesi del Veneto e del Friuli, anche a Marano mancavano le campane. Il Sindaco aveva potuto ottenere che ne venisse lasciata una, per chiamare i pescatori, nei giorni di nebbia. Le altre erano state precipitate dal campanile. I gendarmi, dopo aver numerati i pezzi, li avevano lasciati temporaneamente in consegna al Sindaco. Ma questi trovò modo di trafugarne «un bel toco» che conserva come reliquia.

*

* *

«Albano Laziale, 30 ottobre 1918.

«Al Cap. Antonio Giordani

«Cappellano del Reggimento Marina

«Zona di Guerra.

«A Lei che, nella guerra santa per la redenzione delle nostre terre e per il trionfo del diritto, ha dimostrato cuore pari alla fede ed all’entusiasmo, affidiamo questo tricolore che abbiamo voluto preparare nell’ora dell’attesa fiduciosa, perché da Grado nostra garrisca primo ad annunziare sulla laguna e sulla marina, di faccia a Trieste, la nostra Vittoria.

«Siano benedetti insieme a Lei i valorosi Marinai, che a prezzo del proprio sangue ci aprono la via del ritorno e porteranno a Grado questo vessillo che consegniamo, baciandolo con religioso fervore.

«VIVA L’ITALIA».

Questa lettera ed una bandiera di seta tricolore erano state consegnate, a nome di un Comitato di Signore, dal Sindaco di Grado al Tenente Aviatore Otello Cavara, a Roma, la sera del 30 ottobre.

Il Cavara non poté partire col suo apparecchio da Venezia prima del 5 novembre. Alle 9, rompeva la nebbia densa sulla laguna, sperando di trovare il cielo aperto più avanti. Invece tutto l’alto Adriatico era nelle stesse condizioni.

Volò un’ora e mezza tra un mare di nubi e il cielo purissimo, finché, immerso di nuovo nella nebbia, lambiva il suolo e, dopo aver evitato miracolosamente alcune case di pescatori, scendeva in una barena presso il Piave.

Contuso piuttosto gravemente, dovette rinunciare al suo disegno di consegnare il plico e poi volare su Pola, dove alle 11 di quella mattina entrava la flotta italiana.

Ma, il giorno dopo, il Cappellano e una squadra di Marinai, per i quali Grado era, più che un ricordo, un simbolo, vi andarono ugualmente, quasi per sciogliere un antico voto.

Trovarono la città in condizioni miserevoli.

Della popolazione rimasta, i meno favorevoli alla causa italiana avevano salutato con una certa compiacenza il ritorno del presidio militare Austriaco: compiacenza forse determinata, più che da malanimo, dalla speranza di veder presto i propri congiunti, che militavano dall’altra parte, ritornare alle loro case. Ma avevano dovuto subito ricredersi. Perchè, quantunque le popolazioni oltre i vecchi confini non fossero state trattate così orribilmente come quelle dei territori occupati del Friuli e del Veneto, pure erano venute meno, ad un tratto, tutte le previdenze di carattere economico che il Comando Supremo dell’Esercito Italiano aveva in precedenza attuato. Questa differenza di trattamento si era sentita specialmente a Grado, dove il Comando della Difesa Marittima aveva compiuto miracoli di organizzazione, a beneficio della città. E ne era stato levato così alto lamento che il Deputato Bugatto aveva dovuto farsene il portavoce, alla Camera di Vienna, nella seduta del 5 febbraio.

Gli approvvigionamenti erano stati assolutamente insufficienti al bisogno, il commercio paralizzato, i pescatori, prima riuniti in consorzio, erano ricaduti alla mercé degli accaparratori, le scuole rimaste chiuse quasi tutto l’anno ed i bambini abbandonati a se stessi, senza istruzione e senza quelle cure che erano state largamente prodigate durante la nostra occupazione.

Erano così scomparsi quel relativo benessere e quella gaiezza di vita, di cui Grado, anche in tempo di ostilità aveva potuto godere.

Quando vi tornarono, dopo un anno di assenza, i Marinai italiani, Grado aveva l’aspetto di una città morta, che si ravviva al ricordo di un passato lieto e porge la mano, quasi in atto di ammenda, a quei che tornano, dopo tutto, con animo di fratelli.

Essi portavano infatti cuori ancora palpitanti e grandi mazzi di crisantemi: per i vivi e per i morti.

Furono assai festeggiati, specialmente dai piccoli, che rivedevano nei Marinai e nel Cappellano i loro vecchi amici e protettori.

*

* *

A Marano si restò alcuni giorni, in attesa di ordini, mentre un delirio di esultanza avvolgeva tutta l’Italia. Ricordavamo, celiando, una caratteristica circolare del Comando della IV Divisione che aveva per oggetto: Aspettare. Anche noi si aspettava, non c’era altro da fare.

Ma i Marinai, che non avevano dimenticato di sapere usare le bombe a mano, essendo finita la guerra cogli Austriaci, avevano dichiarato guerra ai pesci della laguna.

Ramanzine e ritiro di tutte le S.I.P.E.

Per confortarsi dell’inerzia forzata e passare il tempo, si prese a cantare l’Inno del Reggimento, edizione della vittoria, sulle parole improvvisate dal Sottotenente Oliari. Ufficiali e Marinai si udivano cantare a squarciagola, nelle case e per le vie di Marano:

Ah! La campana di S. Giusto al vento allegra suona,

Il tricolor tranquillo ondeggia sulla rocca a Trento.

Gridiam che forte s’oda,

Tutti gridiam: pel nostro suol sacro e redento,

Sia gloria a te, stella d’Italia, e al nostro Re!

Erano giornate, nelle quali bisognava in qualche modo dare sfogo al tumulto di sentimenti che la vittoria aveva addensato, quantunque lentamente, anche in noi.

Nel pomeriggio del 9, ci fu recapitata, per via di cielo e da mano regale, la posta, che non avevamo più da dodici giorni. Ce la portò, con un idrocaccia, da Venezia, il Principe Aimone. Grande contento, in tutti. Per qualche ora non si fece più chiasso; ognuno s’era raccolto a leggere la propria corrispondenza, in comunione spirituale con i cari lontani, parenti o amici, che ci rivelavano il loro entusiasmo per la grande vittoria e ci esprimevano, con parole commosse, ammirazione e gratitudine per quello che anche noi avevamo fatto per conseguirla.

Forse, fu quello il giorno in cui noi più sentimmo la gioia di aver vinto.

Il 10, solenne Te Deum di ringraziamento nella Chiesa di Marano.

Poi incominciammo, a scaglioni, a lasciare il paese.

Il Bafile andò a Grado; di là si trasferì a Duino e Nabresina.

Il Caorle imbarcò per Venezia, con ordine di proseguire per Volosca. Invece, dopo essere stato trattenuto a Venezia alcuni giorni, dirigevasi a Pola. Sull’imbrunire del 17, il Cacciatorpediniere «Nullo», che trasportò le prime compagnie, scivolava lungo i bordi della «Teghetthoff», da cui sventolava il tricolore e si affacciavano i Marinai Italiani, gridando: Urrah!

Sembrava un sogno.

*

* *

Il Comando di Reggimento si trasferì da Marano a Monfalcone, dove rimase alcuni giorni per esercitarvi le mansioni di Commissariato Civile. A Monfalcone i Marinai in grigio verde avevano compiuto le prime prove, fino dal giugno del 1915.

Rivedemmo le postazioni delle batterie navali, i cannoni distrutti e non ancora rimossi, il cantiere dei fratelli Cosulich, l’Adria Werk. Visitammo la Rocca, Duino, salimmo l’Hermada, scendemmo nel Vallone, portando ai caduti del Carso l’omaggio di tutti i Marinai d’Italia.

Ci recammo in pellegrinaggio al tempio della III Armata, ad Aquileia; a Ronchi, a Sagrado, a Gorizia.

Le strade erano ancora mascherate, le baracche di legno bruciacchiate, come alla fine d’ottobre del 1917, le campagne deserte.

Il 19 novembre, il Comando del Reggimento partì da Monfalcone e il Bafile da Duino-Nabresina.

Nessuno può ridire che cosa provammo quando, dall’alto di Prosecco, ci affacciammo su Trieste, sospiro di tutti i combattenti d’Italia. Con quali occhi la guardammo, come assaporammo il piacere di quella vista! Non sentivamo lo strepito festoso delle sue grida, che aveva inondato di letizia quei che sbarcarono primi, il 3 di novembre, ma tutta la sua anima ardente saliva come una vampata fino a noi e ci bruciava il volto.

Ci fermammo pochi minuti, durante i quali ci recammo al colle di S. Giusto, palladio della libertà e della italianità di Trieste. Poi riprendemmo la marcia. Salendo la strada che porta a Scoffia, cento volte ci voltammo verso la città che si allontanava, per mandarle ancora un saluto.

E avanti, attraverso l’Istria irsuta e sassosa. Incontrammo campagne sterili, ricinte di muriccioli di pietra, e disseminati qua e là paesetti ora Italiani, ora Slavi. Portole era in festa: attendeva l’arrivo del presidio Italiano. Toccammo Montona e Pisino ed arrivammo a Pola alle ore 18.

 

 

 

 

 

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                                                       CAPITOLO XXV

Lembi di Patria. – Il Battaglione Grado. – La consegna dei gagliardetti. – Per i bambini redenti. – Le classi del 1885-1886. – «Padre nostro» del congedando. – Nazario Sauro. – Il Battesimo del Reggimento. – Le vittime del «S. Spiridione».

 

Il Reggimento Marina occupava gli estremi lembi di Patria, strappati al nemico, da Pola a tutto il Quarnaro: Lussino, Cherso, Veglia, Arbe, la piccola Arbe, la più piccola ma la più bella delle isole del Quarnaro, Patria del lapicida Marino che fondò la Repubblica sul Titano. Aveva presidi anche a Fiume, la città martire, e nelle isole della Dalmazia.

Suo compito, la tutela dell’ordine spesso turbato da bande di malviventi organizzatesi nelle ultime settimane, prima della nostra occupazione; l’affermazione della potenza e del diritto dell’Italia vincitrice, di fronte agli elementi riottosi di altre nazionalità; l’esecuzione delle previdenze decretate dal Comando Supremo dell’Esercito in favore di quelle popolazioni.

Verso la metà di dicembre, il Reggimento era così dislocato:

il Bafile a Fiume;

il Grado in Dalmazia;

il Caorle nelle isole del Quarnaro[1];

il Golametto, la Compagnia Fiat, la Compagnia complementare ed il Comando di Reggimento a Pola[2].

Il Grado, ad eccezione della 6a Compagnia, era stato inviato, fra il 18 e il 25 ottobre, a Vallona, a disposizione del Comando di quella base navale. Il 30 ottobre, aveva occupato S. Giovanni di Medua, che aveva subito messo in istato di difesa. Poi, gli Arditi erano stati inviati ad Alessio, richiesti dal Comando del Corpo di operazione, per una ricognizione nel basso corso della Bojana, mentre la 4a Compagnia e due Sezioni di Mitraglieri erano ritornate col Comando di Battaglione a Vallona, per procedere all’occupazione dei principali centri dell’isola di Curzola[3].

Alla fine di novembre, il Grado, essendo tornati successivamente altri reparti da S. Giovanni di Medua, completava l’occupazione delle isole di Curzola e di Lesina[4].

La 6a Compagnia, rimasta a Taranto, giungeva il 15 novembre a Costantinopoli colla Divisione «Elena», avente a bordo l’Ambasciatore Conte Sforza. Occupava subito gli edifici italiani – Ambasciata, scuole, ospedale, conventi – alcuni dei quali erano rimasti chiusi, durante la guerra, altri erano stati adibiti dai Tedeschi o dai Turchi, quasi tutti saccheggiati e manomessi. Contro le Chiese cattoliche si era specialmente accanito il furore dei musulmani. Il Convento delle Suore d’Ivrea era stato trasformato prima in postribolo, poi in ospedale per malattie celtiche.

Il 1° dicembre, i Marinai occupavano anche il palazzo «Venezia» della ex Ambasciata Austro-Ungarica[5].

*

 

* *

 

A Milano, il 20 dicembre, presente una rappresentanza del Reggimento Marina, vennero consegnati solennemente dal Comitato cittadino per le onoranze ai combattenti i gagliardetti ai Battaglioni Bafile, Grado, Caorle e Golametto.

*

 

* *

 

Nell’occasione del Natale, il Reggimento offrì doni a 1300 bambini di Pola. Nel Politeama Ciscutti era stato preparato il tradizionale albero. Fu una festa di luce, di colori, di canti e di vibrante italianità[6].

Si stava ingaggiando dappertutto, nelle terre redente, una specie di gara per venire in aiuto dei bambini, nei quali si vedeva la più dolce espressione della Patria ritrovata.

A Veglia, ad Arbe i Marinai cuocevano la minestra, che andavano a scodellare nelle pubbliche scuole ad una lunga fila di monelli impazienti, mettendo nell’umile mansione tutta la serietà e l’interessamento con cui fino a poco prima avevano fatto la guerra. Ai piccoli che incontravano per via, ponevano fra le mani una bandierina tricolore o appuntavano sul petto una medaglietta-ricordo e insegnavano a cantare l’Inno del Reggimento.

Frotte di bimbi lo andavano ripetendo, in ogni paese presidiato da Marinai.

In qualche posto furono organizzati ricreatori, squadre sportive, ecc.

Intanto incominciava il congedamento delle classi anziane.

Il 20 gennaio avvenne quello, assai numeroso, delle classi del 1885 e 1886.

Nella circostanza, si constatarono gli effetti delle cure e dell’interessamento che i vari Comandi avevano avuto, sotto ogni forma, per la loro gente. Perchè i partenti, nonostante il naturale desiderio di ritornare alla propria casa, si distaccarono con vero dispiacere dal Reggimento che era stato per loro una seconda famiglia.

II Comandante consegnò a ciascuno un diploma d’onore, in cui erano annotate le azioni di guerra alle quali aveva preso parte, le ferite riportate e le ricompense: diploma di cui i Marinai furono assai desiderosi ed orgogliosi. Poi rivolse a tutti calde parole di elogio e di ringraziamento, per l’opera generosa data al Paese, e li esortò a continuare sempre nella via del dovere. Quando la sua mano strinse, in segno di affettuoso commiato, quella dei Marinai, qualcuno aveva gli occhi inumiditi.

Tutti, Ufficiali e compagni, li fecero segno alle più delicate attenzioni.

*

 

* *

 

Poco prima di partire, si riunirono nella Chiesa della Madonna del mare, dove il Cappellano rivolse, anche lui, parole di lode e dette suggerimenti e consigli per l’avvenire; quindi a nome di tutti recitò ad alta voce la seguente preghiera:

«Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Nome Tuo.

«In questo giorno in cui depongo le armi, che impugnai per la difesa del Diritto e della Giustizia, sia lodato e ringraziato il Tuo Nome, o Padre.

«Venga il Tuo Regno.

«Venga su tutte le terre d’Italia, per la cui libertà ho dato l’opera del mio braccio e tanti miei fratelli hanno dato la vita. Io torno tranquillo alla mia casa, perchè sono animato da questa fede e da questa speranza.

«Sia fatta la Tua Volontà come in cielo così in terra.

«Sia fatta nel consesso delle Nazioni e nel segreto d’ogni cuore. E sia accolta da tutti come noi l’abbiamo accolta sui campi insanguinati.

«Noi lo sentivamo chiaramente, nelle vittorie e nelle sconfitte, nelle ore tristi o liete, che la Tua Mano passava sopra di noi e si compiva la Tua Volontà, o Padre.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

«L’abbiamo avuto finora il pane di guerra che la Patria non ci ha fatto mai mancare; che non ci manchi nella pace il pane, per noi e per i nostri figli, il pane benedetto, santificato dal lavoro.

«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

«Perdona le nostre colpe individuali e collettive, come noi perdoniamo per amor Tuo a chi ci offese, come perdoniamo, malgrado tutto quello che abbiamo sofferto, anche al nemico....

«Non ci indurre in tentazione.

«Non lasciar soccombere alcuno di noi alle tentazioni dell’ora presente, tentazioni di civili discordie, di inutili violenze, di perturbamenti dell’ordine.

«Ma liberaci dal male.

«Libera noi, le nostre famiglie, la nostra Patria da ogni male presente e futuro.

«Che tutto il mondo pacificato Ti riconosca e Ti ami.

«Così sia»[7].

*

 

* *

 

Nel cimitero di Marina, a Pola, era stato sepolto Nazario Sauro, fuori del sagrato, accanto a due Marinai, condannati alla pena capitale per tentata diserzione.

Il 10 gennaio, fu fatta la ricognizione della salma. In nessun altro rito fu maggiore contrasto fra la semplicità delle forme esteriori e la grandezza dell’atto, la grandezza dell’eroe che risorgeva, disfatto nel corpo, ma diventato simbolo della Patria.

Un piccolo numero di persone, che avevamo combattuto per liberare quella tomba e tutte le tombe dei nostri caduti, provammo, assistendo a quella cerimonia, la gioia di chi ha raggiunto una meta radiosa.

La salma venne poi collocata nel sepolcro nuovo, preparato dai Marinai del Reggimento, all’ombra di due vecchi cipressi. Contro l’apertura fu rovesciato un grande masso di pietra, non tocco dallo scalpello, così come era stato trasportato dalle cave di Barbana. E, il 26 gennaio, si compì la glorificazione dell’eroe. Fu vista la madre, che era rimasta impassibile davanti ai giudici, piangere quel giorno sulla tomba del figlio, rivelando una freschezza di sentimento che riempiva di stupore e di ammirazione.

Lo stesso giorno la Caserma di Marina, già intitolata a Francesco Giuseppe, assunse il nome di Nazario Sauro.

Quando il poeta Benelli, dal palco, eretto davanti alla caserma, rievocò con alte parole la figura dell’eroe, ci sembrava a tutti di vederlo, fiancheggiato dagli sgherri, traversare a piedi nudi la piazza, che separa la caserma dalle carceri militari, e ripassare, strangolato, per andare ad attendere, sotto un’infame mole di sassi, quel giorno di gloria.

Una profonda commozione ci invase, specialmente quelli che avevamo conosciuto Nazario Sauro e il suo gaio sorriso, non smentito neppure davanti al carnefice.

*

 

* *

 

La popolazione di Venezia, ritornata fra le mura incontaminate, chiese che al Reggimento Marina, per avere validamente contribuito alla difesa della città, fosse imposto il nome di S. Marco[8].

Il 25 di marzo, si compì la cerimonia. Erano ancora nell’aria vibrazioni di gioia e di gloria, perchè, il giorno avanti, erano state ormeggiate in porto le navi nemiche, superbo trofeo della nostra vittoria. La Piazza S. Marco era tutta una iridescenza di colori.

Dalla loggia esterna della Basilica, nel centro della facciata d’oro, scese la parola del Patriarca, piena di dolcezza:

«…. qui, presso il sepolcro dell’Evangelista, in mezzo ai voti del popolo veneziano, sopra il duce immortale Sebastiano Veniero e sopra i suoi prodi Marinai, fu invocata la benedizione d’Iddio che li scorse ai trionfi di Lepanto...: qui oggi, in mezzo ai voti del popolo veneziano, io invoco sopra di voi, duci e soldati, la benedizione che vi conservi e vi renda spiriti magni, come quelli dell’antica Repubblica. Vi sia scudo e difesa, e, ove sorgessero novelle insidie di nemici contro di voi, vi guidi a novelle vittorie, al grido che fece trasalire di gioia altre volte le onde del mare nostro, al grido trionfale: San Marco!»[9].

Erano per l’Italia giorni di gloria e di passione, a causa dell’incerta e contrastata sorte di Fiume e della Dalmazia. Nella parola del mite Patriarca pareva di ritrovare l’ansia da cui ognuno era tenuto.

Il Sindaco di Venezia, a nome della città, espresse la immutabile gratitudine ai Marinai ed a tutti i combattenti di terra, dell’aria e del mare, che in nome di un ideale di libertà e di giustizia avevano compiuta l’Italia. Rivolto poi ai Marinai: «A voi, disse, che alla nobilissima impresa donaste il cuore generoso, decisi come foste agli estremi sacrifici, a voi che, difendendo Venezia, difendeste l’Italia e rievocaste le glorie dell’antica Repubblica; a voi spettava come sacro diritto intitolare il vostro Reggimento al fatidico nome di San Marco».

Fermo al suo posto, presso la bandiera donata dalla città, rispose il Comandante di Reggimento[10].

Due giorni dopo, a Venezia, succedeva il disastro del «San Spiridione», in cui perirono un Capitano e ventuno Marinai del Reggimento.

Poveri compagni! Avere sfidato tutte le insidie della morte, sul campo, ed essere sopravvissuti per perdere la vita così, ciecamente, quando meno l’aspettavano....

La maggior parte tornavano dalla licenza, recando nell’anima tesori di memorie e di affetti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

__________________

 

 


[1]   I distaccamenti, nelle isole del Quarnaro, erano i seguenti:

      Isola di Lussino: Lussin Grande, Lussin Piccolo, Forte Asino, Chinuschi, Neresine;

      Isola di Cherso: Cherso, San Martino, Bellei, Casole, Varesine, Smergo, Ossero;

      Isola di Veglia: Veglia, Ponte, Bescanova, Bescavecchia, Dobrigno, Verbenico, Castelmuschio, Malisca;

      Isola di Arbe: Arbe, Loparo, Gherbe.

      Successivamente, i distaccamenti di Lussino e Cherso furono ritirati e mandati a rinforzare quelli delle altre due isole.

[2]    La Compagnia Mitraglieri lagunari era rientrata alla Difesa di Venezia.

[3]    Vedi Comunicati dell’Ufficio del Capo di S. M. della Marina in data 1 e 6 novembre 1918.

[4]    A S. Giovanni di Medua non rimase che la 5a Compagnia, la quale inviò piccoli presidi anche a Dulcigno ed Antivari.

[5]    Rientrarono alla sede del Battaglione, nel mese di aprile.

[6]   «…. Bambini, fu lungo ed aspro il cammino compiuto dai Soldati e Marinai d’Italia per liberarvi. Molti di loro caddero per via. Il mare, che vi sta dinanzi, e la terra sono seminati di tombe, che voi visiterete un giorno, prostrandovi ginocchioni e pregando per gli eroi i quali nobilitarono col loro sangue le vostre terre e la vostra libertà.

      «Se sapeste quante volte essi sognarono i vostri piccoli volti, nelle notti dure della trincea, quante volte, nella tormenta della battaglia, videro le vostre piccole mani protendersi verso di loro, e se sapeste quanto conforto e incitamento alla lotta ne ebbero quelle anime semplici di operai, di contadini, di marinai, che avevano lasciata la famiglia ed erano andati incontro a quella cosa grande e terribile che è la guerra!

      «Quelli che sono giunti, dopo tanto sudore e sangue sparso fino a voi, vi hanno portato con la libertà il piccolo dono natalizio. Sono fratelli e padri che hanno anch’essi dei bimbi nella bianca casetta. Sulle vostre teste vorrebbero versare tutta la tenerezza che non possono dare ai loro figli lontani. Accettate le dolci carezze ed i piccoli doni, non per quello che sono ma per quello che significano; e quando incontrerete per via questi umili e gloriosi artefici della vostra libertà, con negli abiti e nella persona i segni delle fatiche e delle ferite, dite a voi stessi: Ecco i nostri liberatori!»

      Così parlò, quel giorno, il Cappellano del Reggimento, ai mille bambini di Pola, sfavillanti di gioia.

[7]    Copia di questa preghiera il Cappellano dette, come ricordo ed esortazione, a tutti i congedati.

[8]

MINISTERO DELLA MARINA

___________

Oggetto:

Relazione a S. M.

Udienza del 17 marzo 1919

________

Determinazione di S. M.

SIRE!

Allorquando, alla fine dell’anno 1917, la minaccia nemica tragicamente incombeva su Venezia, un Battaglione di Marinai, rapidamente costituito coi reparti che ebbero già a presidiare le città di Grado e di Monfalcone, accorse alla difesa del Basso Piave.

Ben presto il Battaglione, per incessanti profferte volontarie di capi e di gregari, divenne Reggimento e come tale ha scritto la sua pagina di storia gloriosa arrossando col migliore suo sangue gli acquitrini che vanno da Capo Sile a Cortellazzo.

SIRE!

È storia d’ieri, ma scritta a caratteri d’oro, il modo superbo con cui il Reggimento Marina ebbe ad opporre un argine alla tracotanza avversaria superando ostacoli che parevano insormontabili tra i più grandi disagi di un terreno, dove alla insidia del nemico si aggiungeva quella della natura.

Venezia, sempre memore, ha voluto e chiesto a mezzo del suo primo Magistrato che al fatidico nome di «San Marco» si intitolasse il Reggimento Marina, consacrando cosi il suo sentimento di amore e di riconoscenza verso gli eroi che ne hanno protetto, col loro sangue, la sua bellezza immortale.

SIRE!

A tale voto non ho potuto a meno di aderire ed è perciò che sicuro di interpretare anche i sentimenti dell’animo della Maestà Vostra, sottopongo alla Sua Augusta Firma, l’unito Decreto che varrà a tramandare alla storia con il nome di «San Marco» il Reggimento Marina.

DEL BONO.

VITTORIO EMANUELE III

PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ DELLA NAZIONE

RE D’ITALIA.

Sulla proposta del nostro Ministro della Marina;

ABBIAMO DECRETATO E DECRETIAMO:

Il Reggimento Marina, che alla fronte terrestre ha concorso con le truppe del R. Esercito alla difesa dei sacri confini della Patria, assume la denominazione di Reggimento «San Marco».

Ai quattro Battaglioni del Reggimento stesso sono imposti i nomi di «Bafile», «Grado», «Caorle», «Golametto».

Ordiniamo che il presente Decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato al Comando Supremo, addì 17 marzo 1919.

 

VITTORIO EMANUELE.

DEL BONO.

[9]   A memoria d’uomo, il Patriarca non si era mai affacciato da quella loggia per parlare al popolo raccolto nella piazza.

Erano presenti le rappresentanze della Camera del Senato e della Camera dei Deputati, il Ministro della Marina, il Capo di S. M. dell’Esercito e tutte le Autorità locali.

[10] Queste le parole pronunciate dal Comandante:

      «Nello scorso maggio, Ella, signor Sindaco, per delegazione dei cittadini della laguna veneta, donava al Reggimento Marina, al cospetto del popolo in attesa e tra i simulacri allora in lutto, la bandiera della Patria.

      «Noi accogliemmo, consapevoli dell’alto onore, la bandiera doppiamente sacra, che rappresentava il simbolo della Patria e le civiche virtù di un popolo; e le nostre anime, con incrollabile fede, affermarono che la bandiera sarebbe ritornata, in giorni lieti, a sventolare onoratamente tra sacri simulacri non più in lutto e al cospetto del popolo festante.

      «Ecco la bandiera onorata, al vento, ecco fa promessa, sacra al nostro onore, mantenuta.

      «Oggi, Ella, signor Sindaco, per delegazione di quegli stessi cittadini che vissero tutte le ansie delle grandi ore, dona al Reggimento Marina il nome di San Marco.

      «È anch’esso un vessillo, una bandiera; è la bandiera di una grande stirpe marinara, ha più di dieci secoli di gloria, la troviamo impressa, per virtù di un gran popolo ardente, in tutte le vestigia, nelle infinite pietre della Patria ritrovata.

      «Noi ritorniamo, signor Sindaco, ai luoghi della nostra dimora, pieni di orgoglio, per il grande onore, e là attenderemo con serena fermezza il giorno in cui il Leone di San Marco, finalmente placato, vorrà che il suo popolo legga in letizia le grandi parole: Pax tibi Marce evangelista meus».

Edited by Navy60

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CAPITOLO XXVI

Anniversario della battaglia fra Sile e Piave. Il Raggruppamento di artiglieria della R. Marina. A Cortellazzo, otto mesi dopo l’armistizio.

Il 6 luglio, fu celebrato l’anniversario della battaglia tra Sile e Piave, in cui i Marinai avevano avuto la loro parte di fatiche e di gloria.

Il Battaglione Bafile, a Fiume, organizzò per la circostanza una simpatica festa, a cui intervennero la parte più eletta della cittadinanza ed una larga rappresentanza di Ufficiali e militari di truppa dell’Esercito e della Marina. Il Comandante Carnevale, che aveva sostituito il Comandante Borghese, tenne un di scorso, illustrando la vittoria e rilevando il contributo dato dai Marinai.

La ricorrenza fu commemorata anche nel cimitero di Cà Gamba, dove si recò una compagnia del Golametto per assistere all’inaugurazione del monumento che il Raggruppamento di artiglieria di Marina aveva collocato a ricordo dei caduti, «…. Monumento d’amore costruito con la pietra d’Istria squadrata in Polo romana e con la decima del bronzo tolto al nemico sconfitto»[1].

La cerimonia riuscì una solenne glorificazione di tutti i Marinai, Fanti e Cannonieri, e di tutti i combattenti le cui spoglie giacciono nel grande cimitero, portate dalle trincee del Cavetta e del Piave, da quelle che costeggiano il Sile e circondano le rovine dell’Antica Jesolo[2].

*

 

* *

 

Il Reggimento ed il Raggruppamento di Marina, durante dodici mesi, avevano messo in comune la loro opera per la difesa della zona, dove il Piave biforcandosi sfocia nel mare.

Il Raggruppamento era balzato su, come il Reggimento, per un impulso generoso, in un momento in cui il materiale di artiglieria, stante le perdite subite, era assolutamente impari al bisogno. Ai cannoni trascinati faticosamente da Monfalcone, da Grado e da Caorle, altri ne erano stati aggiunti, tratti, ultime riserve, dai magazzini o scesi dalle torri corazzate di navi in disarmo.

Erano stati riordinati ed approntati, montati su galleggianti di ogni specie – burchi, pontoni, maone, zattere – e trasportati sulla linea di tiro, in un tempo inverosimilmente breve. Quando l’invasore si era affacciato sul Piave, aveva trovato oltre cento cannoni di tutti i calibri, in azione, da Capo Sile al mare.

Dal 13 novembre a tutto il mese di dicembre, era durato continuo l’accanimento del nemico per rompere la nostra fronte a Zenson, a Capo Sile, a Grisolera, a Cavazuccherina e Cortellazzo. Le batterie di Marina, sempre vigili e pronte ad ogni sorpresa, erano intervenute, nei primi giorni quasi da sole, dovunque si annunziava il pericolo.

La sera del 14 novembre, i nostri si erano ritirati al di qua del Piave Vecchio e del Sile, estenuati, scorati, in stato di non potere opporre immediata resistenza. Le acque del Piave e del Sile, aperte le chiuse, s’erano fatte irrompere nella zona; erano state interrotte le strade, fatti crollare i ponti, abbattuti i campanili. In quella tragica notte, le batterie di Marina avevano bombardato senza tregua i luoghi tenuti dal nemico e le vie di avanzata. E il nemico, che già si credeva in possesso di Venezia, era rimasto inchiodato fra gli acquitrini della laguna.

Appena il tempo lo aveva consentito, il Comando aveva provveduto a ripartire le bocche da fuoco organicamente, in gruppi, a seconda del calibro e del tipo, ed a renderle più idonee al tiro di assedio, così diverso da quello navale per il quale erano state costruite. L’offensiva di giugno aveva trovato il Raggruppamento nella sua piena efficienza e pronto ad ogni evento.

Di rado sul nostro fronte, un assieme di così numerose, varie e potenti bocche da fuoco era stato messo sotto un’unica direzione di tiro. In qualche occasione, essendo stati aggregati gruppi dell’Esercito, e inviati temporaneamente altri cannoni dalla Difesa di Venezia, il numero complessivo dei pezzi in azione era salito a 170[3].

Avevano sparato insieme il gigantesco 381 ed i minuscoli 57, il cannone d’assedio da 149 e l’obice da 105, il pezzo da sbarco e la bombarda navale: imponente massa di artiglieria, capace di battere la fronte di tre Corpi d’Armata, da Ponte di Piave fino a Ceggia e, negli ultimi tempi, fino a Caorle.

Tale massa aveva potuto, con spaventosi concentramenti di fuoco, essere scatenata ora contro una fonte di offesa, ora contro un centro di resistenza, o suddivisa per respingere un attacco, demolire ridotte, sconvolgere trincee.

Quando, il mattino del 15 giugno, il nemico, facendo uso di gas tossici, era riuscito a superare il Piave a S. Donà e il Piave Vecchio a Chiesa Nuova, il Raggruppamento aveva compiuto il massimo sforzo per proteggere la fanteria e sbarrare l’avanzata avversaria.

Tuttavia il nemico era riuscito a penetrare sulla strada della Fossetta, verso le Porte Grandi di Venezia; più a nord, era già sotto Losson e toccava quasi Meolo; stava per imboccare il Taglio del Sile. Se ci fosse riuscito, la situazione sarebbe diventata forse irreparabile. Invece l’impeto del nemico era stato fermato, con il concorso efficacissimo delle artiglierie della Marina. Queste, rimaste isolate e senza protezione, avevano dovuto arretrare e mettersi in salvo, nel tempo stesso che sparavano: manovra estremamente difficile per l’oscurità della notte, la ristrettezza dei canali, la violenza della corrente e il fuoco nemico, compiuta nondimeno in perfetto ordine, per turno, senza perdere un solo pezzo, ma continuando affannosamente a contrastare l’accesso nemico.

Erano state ore di tensione straordinaria e di spasimo per i Cannonieri navali.

E appena il nemico, respinto da una tempesta di fuoco, aveva iniziato il suo arretramento, le batterie si erano slanciate nuovamente innanzi, accompagnando i Fanti e qualche volta precedendoli.

Nelle sole azioni dal 15 giugno al 6 luglio, i cannoni del Raggruppamento avevano sparato 75000 colpi. Alcune batterie avevano consumato, da sole, diecine di migliaia di colpi, in un giorno[4].

Il Comandante Foschini, mentre ricordava queste cose, ai piedi del monumento, nel cimitero di Cà Gamba, era fortemente commosso.

Né lo erano meno i Marinai del Raggruppamento e del Reggimento, presenti alla cerimonia.

Questi ultimi non potevano dimenticare la fraterna solidarietà dei Cannonieri, specialmente della Batteria Bordigioni e del Gruppo Brivonesi che erano stati sempre con loro in trincea; la sicura e potente azione dei 305, la mattina del 5 luglio, quando, a distanza di 15 Km., avevano battuto il famoso boschetto, regolando i colpi a poche diecine di metri avanti gli Arditi che muovevano all’assalto; il cannone da 149 che aveva tagliato con pochi colpi un rialzo di terra, nel punto designato, per lasciarvi scivolare al coperto la linea degli attaccanti.

Sapevano i Fanti, il lavoro compiuto e i pericoli corsi dai loro compagni, i Cannonieri, nel rimanere per ore ed ore esposti al tiro di controbatteria, in osservatori che il nemico stava riducendo in macerie, nel correre impavidi sotto la pioggia di ferro e di fuoco, ogni volta che urgeva riparare le linee telefoniche o collegare le batterie con le truppe moventi all’assalto.

Per questo erano andati volentieri a Cà Gamba, quel giorno, lieti di poter tributare ai compagni caduti l’omaggio della loro affettuosa riconoscenza.

Dopo la cerimonia, fu concessa ai Marinai qualche ora di libertà. Ognuno sentiva il bisogno di rivedere la zona in cui aveva lavorato, sofferto e combattuto. Mille voci si sprigionavano da essa.

Chi si fermava davanti ad una trincea ancora intatta, chi davanti alle piazzole di una batteria, ad un nido per mitragliatrici o presso avanzi di reticolati arrugginiti.

La vista della popolazione, dove prima non erano che militari, i tratti di terreno coltivati, accanto ad altri ancora incolti, facevano sentire la differenza fra la guerra e la pace.

A Cavazuccherina, pochi edifici erano stati restaurati. Presso le macerie della vecchia Chiesa, n’era stata costruita una nuova, di legno. Spiccava sull’altare la Madonnina che i Marinai avevano estratto, a pezzi, dalle macerie della Chiesa vecchia, che avevano ricomposto e per un anno venerato nella cappella della Casa del Marinaio.

Destava commozione il rivederla lì, su quell’altare, pieno di lumi e di fiori e circondato da una folla di fedeli.

Le trincee del Cavetta nessuno le aveva disfatte, ma l’erba, che vi era cresciuta abbondantemente, ne alterava la linea.

Le case di Cortellazzo erano ancora un ammasso di rottami. La popolazione alloggiava in una serie di baracche, erette lungo la strada. Era caduto anche l’angolo di muro coll’indicazione: Via Trieste, che aveva resistito a tutti i bombardamenti, ma i Marinai ne rinnovarono la scritta sulle poche pietre rimaste in piedi.

Lì vicino scorreva silenzioso il Piave, da cui i Marinai erano stati difesi e che essi avevano difeso a loro volta, alla cui sponda erano stati di vedetta, nelle notti oscure e fredde, perché il nemico non tentasse il colpo, prendendoli alla sprovvista, come aveva fatto nei primi giorni.

Non l’avevano più visto, dopo quella mattinata trionfale in cui l’avevano attraversato, ebbri di canti, sotto le raffiche del tiro. Quel giorno tornarono a guardarlo lungamente, senza ansie, ma colla compiacenza con cui si rivede un amico.

Qualcuno si spinse fino a Fornaci Brazzà: trovarono, che vi era stato costituito un accampamento di prigionieri.

 

Comandante in I – Capitano di Vascello Foschini Antonio.

Comandante in II – Capitano di Corvetta Bruzzone Antonio.

Sotto-Raggruppamento (Gruppi D. G. P.).

 

Comandante – Capitano di Corvetta Augusto Mengotti.

Gruppi

Batterie

Cannoni

Bombarde da 240/4

Numero

Nome

Se a terra o su pontoni

Dislocazione

57/43

76/17

76/30

76/40

120/40

120/50

152/40

152/50

190/45

203/45

305/40

305/46

Gruppo A

Comandante Tenente di Vascello

Ascoli Aldo

9

Raganelle

4 pontone

Capo Sile

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10

»

4      »

»     »

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12

»

4      »

»     »

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14

»

6      »

»     »

 

 

 

 

6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

39

»

6      »

»     »

 

 

 

 

6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo B

Comandante Tenente di Vascello

Biancheri Luigi

16

Rane

2 pontoni

Nei pressi di Cavazuccherina

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18

»

2      »

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21

Martora

1      »

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

23

De Rosa

1      »

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

36

Ranocchi

4      »

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo C

Comandante Tenente di Vascello

Ferrando Luigi

15

Zoccola

1 pontone

Lungo il Piave Vecchio, da Cavazuccherina alle Porte di Cavallino

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17

Foche

4      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20

Sdobba

1      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

22

Topi

2      »

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

24

Lupi

2      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25

Folgore

1   nave

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26

Saetta

1     »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19

Bianchini

1 pontone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

Pasubio

1      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo D

Comandante Tenente di Vascello

Celozzi Antonio

28

a terra

presso Motteroni dell’Uva presso Bagnetti Cortellazzo Piave Vecchio presso Bagnetti

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

29

Vitturi

     »

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30

Bordigioni

     »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

33

Masotto

1 pontone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

 

 

38

Campale

a terra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo E

Comandante Tenente di Vascello

Antona Traversi Roberto

1

Carso

1 pontone

Taglio Sile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

 

2

Vodice

1      »

         »       »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

3

Cucco

1      »

         »       »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

4

Tigre

1      »

Canale S. Felice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

5

Forte

1      »

     »     »      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

 

 

 

 

6

Robusto

1      »

     »     »      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

7

Monfalcone

1      »

     »     »      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

8

Valente

1      »

     »     »      »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1

 

 

Gruppo F

Comandante Tenente di Vascello

Paoletti Gino

11

Orsi

5 pontoni

Lungo il Taglio del Sile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13

Topi

4      »

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27

4      »

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruppo G

Comandante Tenente di Vascello

Ceccherini Venanzio

31

a terra

Cortellazzo

10

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

32

su autoc.

Pres. Cà Gamba

 

 

 

 

3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

40

a terra

Cortellazzo

 

 

 

 

3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

53

Bombarde

su pont.

pr. Cavazzucch.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

52

»

 »    »

  »            »

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

51

»

a terra

pr Cortellazzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

Gruppo P

Comandante Tenente di Vascello

Brivonesi Bruto

37

da Sbarco

a terra

Tra Motteroni dell’uva e Cortellazzo

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

41

»

»

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

42

»

»

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

43

»

»

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

44

»

»

 

 

4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Totali

46

 

 

 

 

 

 

10

20

18

30

20

4

15

1

5

4

2

2

12

Forza del Raggruppamento: Ufficiali R.E………………………………. N.    176

                                                   »       R.M………………………………  »       37

                                              Sottufficiali, S. Capi e Comuni R.M…..….  »   3800

 

 

*

 

* *

 

 

 

__________________

 

 


[1]    Dalla epigrafe di Gabriele D’Annunzio, incisa nel monu