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La Difesa Navale Di Suez

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Altro capitolo tratto da " Fumi all'orizzonte "

di Italo Sulliotti :

 

LA DIFESA NAVALE DI SUEZ

 

La mattina del 30 dicembre 1915 un uomo si è presentato alla porta del Quartier Generale inglese, al Cairo, e chiede di essere ricevuto dal generale Maxwell.

E' saltato da cavallo agilmente, nonostante la sua età non più giovane. Veste l'abito dei missionari domenicani, ed il suo volto è segnato da quello che gli arabi chiamano " il morso del deserto ".

E' il Padre Jaussen : l'uomo più conosciuto nelle montagne del grande e piccolo Libano.

Da anni il Padre Jaussen percorre e conosce, palmo a palmo, la Palestina e la Siria; può esprimersi con eguale facilità in tutti gli infiniti dialetti delle tribù nomadi che la percorrono : è accolto, con fiduciosa confidenza, in tutte le case, in tutti i tuguri.

Cristiani, ebrei, musulmani, wahabiti rispettano e onorano questo sacerdote che si curva su tutte le miserie, che consola tutte le agonie, che non chiede al sofferente nessuna professione di fede, ma riconosce, in tutti gli uomini, i suoi fratelli nel dolore.

Ma se Padre Jaussen è, soprattutto, un servo di Dio, si ricorda di essere - anche - un uomo dell'Occidente, che ha gli occhi ben aperti davanti a ciò che vede, e che comprende più di tutti come una minaccia grave si addensi alle porte dell'Egitto inglese.

L'Inghilterra non lo sa e non lo crede. Da mesi e mesi, i suoi informatori, disseminati attraverso la Turchia d'Asia, annunciando concordemente che una grande azione si sta preparando contro il Canale di Suez.

Essa è stata decisa il 20 agosto 1915, in una conferenza tenuta a Costantinopoli ed alla quale hanno partecipato l'ammiraglio Souchon, comandante la Divisione tedesca del " Goeben " e del " Breslau ", l'ambasciatore di Germania, Enver Pasha e il generale Liman von Sanders.

Ma gli inglesi d'Egitto sorridono scetticamente. Così, quella mattina di dicembre, il generale Maxwell, circondato dal suo brillante Stato Maggiore, accoglie con distratta cortesia, il domenicano francese.

Il Padre Jaussen non si scompone, gira il suo sguardo chiaro sugli ufficilai, e poi parla seccamente :

- Signori, prima del marzo 1915, voi vedrete i turchi sul Canale. -

Maxwell fa un gesto evasivo. Qualcuno sorride. Ma Jaussen continua :

- Signori, le forze ottomane si stanno radunando nell'Edjaz. Gli emissari di Costantinopoli stanno eccitando, nello Yemen, la rivolta contro l'Inghilterra. E Djemal Pacha ha già ricevuto l'incarico di comandare la spedizione, attraverso il grande deserto

- Ne siete sicuro ? -

- Sono sempre sicuro, generale Maxwell, di ciò che affermo. Fra gli arabi voi avete soltanto delle spie; io ho degli amici. -

Jaussen dice la verità. A Gerusalemme, a Damasco, sulla strada del Sinai, egli ha visto passare le colonne dei soldati turchi che si dirigevano verso il sud.

Egli sa che la quarta armata ottomana - trentacinquemila arabi dell'8° Corpo siriano, quindicimila del 12° Corpo di Mossoul,

quindicimila soldati dell'Anatolia della Divisione di Smirne - sta preparandosi ad attaccare l'Egitto. E gli inglesi cominciano ad ascoltare con un poco di attenzione questo prete che sa tante cose: più dei soldati..........

 

Il 21 novembre del 1914, il 3 moharrem dell'Egira, Costantinopoli ha assistito ad uno spettacolo pittoresco.

Colle musiche in testa, tre Divisioni di fanteria hanno attraversato Scutari, pavesata a festa : sugli usci, armeni, ebrei e greci

si sono fermati a osservare con timida curiosità la grande parata. Sul Bosforo, i motoscafi dell'ammiragliato filano a grande velocità; le navi turche e tedesche hanno il pavese a riva.

Ecco; passano i riservisti d'Anatolia, alti, membruti, solenni. Sono i discendenti di coloro < che disseminarono dei loro ossami tutti i campi di battaglia dall'Adriatico al Caspio, dall'Hiran all'Ungheria >.

Alla testa dell'esercito conquistatore, Djemal Pacha sta per partire per la Siria.

Sulla riva si stanno radunando i condottieri e i capi della Giovane Turchia; le uniformi sontuose scintillano sotto il sole.

Nessuno manca. C'è Taalat Pacha, l'antico portalettere, divenuto, con Enver e Djemal, membro del < triumvirato massacratori > ; c'è Enver Pacha, impeccabile nell'uniforme attillata, arricciato, profumato, irresistibile < Napoleoncino d'Oriente >.

Impassibile, Djemal Pacha, colla mano nervosa contratta sull'impugnatura della sciabola d'oro, ascolta pazientemente i discorsi ufficiali. Egli guarda soprattutto Enver Pacha, il vincitore di Adrianopoli, il suo nemico mortale che lo copre di frasi

laudative e che ha, negli occhi neri, un lampo di malizia, poichè pensa che Djemal va a coprirsi di gloria o...... a levarglisi di

tra i piedi.

La musica degli Zuavi albanesi suona implacabilmente gli inni. Gli ufficiali tedeschi sull'attenti, contemplano con silenzioso

disprezzo questa ciurmaglia gallonata che sono obbligati a comandare.......o a servire.

Ecco : Djemal Pacha deve rispondere. Enver ha detto, nel suo discorso, che egli si incarica di condurre la Terza Armata alle vittorie del Caucaso, ed a minacciare gli inglesi sulla via dell'Afganistan e delle Indie. Djemal non sarà da meno..........

- Intraprendo un'impresa che comporta difficoltà sovrumane. Se soccomberò, i nostri valorosi alleati dell'Occidente ci vendicheranno. Ma io giuro di non rientrare vivo a Costantinopoli, se non prima, entrato al Cairo. -

Djemal non esagera. La strada che i turchi hanno scelto per attaccare l'Egitto, è certamente la più aspra che mai sia presentata davanti ad un esercito.

Per una estensione di trecento chilometri, l'Armata di Djemal Pacha dovrà traversare l'Et-Tih. L'Et-Tih è la < no man's

land >, la terra di nessuno, il deserto spaventevole del Sinai, fra Suez e il Golfo di Akaba.

Un proverbio arabo dice che persino il colera < ha paura di affacciarvisi >. Altri uomini, altri eserciti sono stati obbligati a passarlo : i fenici, gli assiri di Assurbad-don, i persi di Cambise, i greci di Alessandro il Grande, i turchi di Selim I° il Feroce.

Ma essi hanno scelto la strada costiera : quella che è oggi battuta dalle squadre degli alleati.

E Djemal deve attraversare l'interno del pauroso paese: là dove la leggenda racconta che soltanto Mosè sia passato, traendosi dietro il popolo ebreo.........

Non importa. Bisogna passare, e si passerà. Il treno parte, recando sulle vie del sud il Generale che si muove alla conquista dell'Egitto. Ma nel vagone-salon Djemal Pacha pensa quanto sarebbe più dolce la vita di Stambul : di Stambul dove restano i tedeschi, nuovi padroni dell'Islam.

........settimane e settimane sono trascorse. Gli inglesi, al Cairo, hanno finalmente capito : un pò tardi, come sempre, ma in tempo per prevedere e provvedere.

Lo scetticismo e l'ottimismo di Sir John Maxwell si sono fusi al contatto colla realtà. Gli alleati cominciano a supporre possibile - se non prossima - l'apparizione dei turchi alle spalle della grande arteria acquea che mette in comunicazione l'Oriente e l'Occidente.

Dalla fine di novembre, una Divisione navale inglese è concentrata nella acque egiziane.

E' composta dello < Swiftsure >, che batte bandiera dell'ammiraglio Peirce e degli incrociatori < Minerva >, < Philomel >,

< Doris > e < Proserpina >. Completano questa forza navale l'incrociatore russo < Ascold > e tre navi francesi : il < Requin>

< l' Amiral Charner > e il < Desaix >.

La squadriglia francese d'aviazione compie un'opera meravigliosa ed ardita di vigilanza: sotto il comando del tenente di vascello D'Escaille, i suoi apparecchi, tutt'altro che moderni ed efficienti, si spingono in ardite ricognizioni sull'inferno di rocce del Sinai e sul deserto arenoso dell'Et-Tih : avvistano gruppi di armati che si raccolgono fra le dune, bombardano accampamenti, segnalano strani movimenti di truppe.

Le avanguardie turche camminano nel deserto durante la notte ; di giorno si nascondono nelle pieghe del terreno, coperte da mucchi di fogliame. Una sera il pilota Grall è obbligato ad atterrare molto lontano dalla costa. raggiunge con infiniti stenti

, dopo avere evitato per miracolo le pattuglie nemiche. Quando è sulla riva, al stanchezza lo vince, e si abbandona svenuto.

Solo tre ore dopo - per un vero miracolo - il proiettore della < Minerva > lo sveglia dal torpore col suo fascio luminoso, e ne permette il ricupero.

La marcia del nemico continua. Il deserto è una fornace. Gli uomini di Djemal Pacha camminano penosamente : da dieci giorni essi non ricevono giornalmente che un bicchiere d'acqua verdastra. I cammelli piegano sotto l'arsura e sotto il carico pesante ; a tratti qualcuno si abbatte sulle ginocchia per non rialzarsi più.

Ma vigili, infaticabili gli < ogia > e i < muezzin > camminano in testa alle colonne, cercando di rialzare colle evocazioni infiammate il morale depresso della truppa.

- Uccidete i Giaurri, gettateli nelle fiamme ardenti ! Fate che sventoli presto sul Cairo la bandiera rossa colla stella e la mezzaluna ! I credenti che cadranno nella battaglia, entreranno nel paradiso delle Uri, e i sopravvissuti berranno a volontà l'acqua del Nilo, gioiello dell'Egitto, grano di bellezza sulle guance del mondo ! -

Poche olive putride, pochi datteri disseccati, sostengono le forze dei soldati. Accade talvolta che i reggimenti vedano spuntare all'orizzonte - durante la marcia che non ha tregue e sembra non avere fine - una nuvola di polvere e di sabbia.

Un gruppo di meharisti sopraggiunge come un turbine : in mezzo, ritto sopra un cavallo bianco, è Djemal Pacha avvolto nel mantello grigio.......

Djemal sa parlare. Si è < formato > sui libri dell'Occidente e sa copiare lo stile dei grandi Capitani.

La sua voce suona squillante in faccia alle truppe.

- Soldati di Damasco e di Tripoli, di Aleppo e di Beyrouth, volontari di Gerusalemme e di Naplusa, Dio è con noi.

Il grande sultano di Germania domina il mare con la sua flotta invincibile. Il lago di Err Righm, disseccato da dieci anni, si è riempito d'acqua piovana per dissetarvi e sostenere le vostre forze. Avanti in nome dell'Islam, alla conquista dell'Egitto ! -

L'Egitto è pronto......Ogni sera , i proiettori delle navi alleate - cui si sono aggiunte < l'Ocean >, la < Clio >, < l'Imalaya >

e il < D'Entrecasteaux > - frugano la riva d'Asia, penetrano nella barriera di mimose e di palmeti, dove gli idrovolanti hanno segnalato, di giorno, strani movimenti.

Nelle trincee, lungo il canale, dalla foce ai Laghi Amari , le artiglierie inglesi sono piazzate colla bocca rivolta al deserto, e i soldati indiani e neozelandesi vegliano coll'arma in pugno.

A sua volta, Djemal Pacha ha ordinato i suoi piani.

La dodicesima Divisione attaccherà per la prima, di sorpresa, i posti inglesi e cercherà di traversare il canale ; seguiranno di rincalzo i ventimila fucili dell'ottavo corpo.

La mattina del 2 febbraio, davanti al Cantiere numero VI, scrosciano le prime fucilate.

Ma il soffio improvviso e formidabile del Kamsin , il vento del deserto che nasconde il cielo colle sue immense nuvole di sabbia - arresta la battaglia appena cominciata.

Per dudici ore i soldati non vedono più nulla : ognuno è occupato a salvarsi, nelle buche, nelle trincee, nelle tende, dall'alito mortale. Ma quando cade la sera - e una meravigliosa notte africana trapunge di stelle d'oro la volta azzurra del cielo - le sentinelle egiziane della quinta Batteria, appostata a sud di Tossoum, odono tutti i cani abbaiare furiosamente.

I proiettori si accendono di colpo e scoprono, sulla riva dell'Asia, un formicolo di corpi umani : sono gli Arabi della venticinquesima Divisione e i < mouhajddin > ,i volontari della guerra santa, che stanno discendendo negli zatteroni e si preparano ad assaltare la riva d'Egitto.

L'inferno si scatena. L'allarme è dato su tutta la linea. Gli arabi sparano furiosamente a fuoco accelerato, mentre le mitragliatrici Maxim degli inglesi falciano gli assalitori.

Essi riescono ugualmente ad agguantarsi alla riva ed issarsi sulle prime trincee : i soldati indiani si difendono col pugnale, in silenziosi e sanguinosi corpo a corpo.

Ad un chilometro di distanza, un gruppo di ufficiali circonda Djemal Pacha, che attende, dietro una duna, l'esito del primo attacco. I tedeschi sono nervosissimi.

Il capo di Stato Maggiore, il colonnello Kress von Kressentein, è terribilmente pallido : l'uomo è troppo intelligente, e troppo soldato , per non comprendere come finirà la partita.........

S'odono improvvisamente delle urla di terrore. Dei sodati sbandati, in fuga, passano di corsa, senza obbedire ai richiami

degli ufficiali che li minacciano con le rivoltelle.

Djemal ha aggrottato le ciglia. Ha potuto leggere il numero del Reggimento in fuga : il ventottesimo, d'assalto : le cose si mettono male......

Giunge al galoppo il colonnello Servet Bey.

- I nostri uomini sono sulla terra d'Africa........

- Gloria a Dio ! - mormora Djemal Pacha. Ma soggiunge in un soffio : - Temo che vi restino tutti. -

Cupa,violenta,trionfale, s'allarga nella notte una sinfonia di cannonate. E Djemal porta una mano agli occhi :presente la fine tragica dell'avventura.

Sono le navi da guerra degli Alleati, che hanno aperto il fuoco coi grossi calibri.

Il < Requin >, ancorato a quattro chilometri da Ismailia, tira con due pezzi da ventisette e sei pezzi da dieci, sistemati in modo da far fuoco senza bisogno di vedere il bersaglio. A sud di Timsah è < l'Ordinge >, incrociatore ausiliario della Flotta delle Indie.

E' su questa nave che avviene un episodio eroico.

Le batterie turche, nascoste dietro le dune, sparano contro l'incrociatore, tutto mascherato e blindato con sacchi di terra, dietro ai quali si ripara l'equipaggio.

Sul ponte di comando, il pilota irlandese George Carew, dirige la manovra che deve condurre < l'Hardinge > in un punto dove l'acqua è meno profonda. Un obice turco scoppia sul ponte ; il pilota ha le gambe stroncate.

Pallidissimo, con uno sforzo sovrumano, Carew prega il dottore di bordo d'amputargli i brandelli inutili, e continua a ordinare la manovra, finchè l'incrociatore è ancorato.

La fanteria della ventitreesima Divisione turca avanza intanto a piccoli sbalzi fra le ondulazioni del deserto. E non ha di fronte che una batteria di montagna : guai se mancassero i cannoni delle navi !

E' la squadra - soltanto la squadra - che salva l'Egitto dall'invasione.

La lotta continua feroce, accanita, sui margini del Canale.

L'artiglieria navale apre solchi sanguinosi fra i soldati dell'Anatolia - questa carne da macello dell'Islam ! - e fra gli arabi che cercano di incoraggiarsi l'un l'altro col loro grido di guerra.

Tutte le bocche da fuoco del < D'Entrecasteaux > avvampano ora, inaffiando di proiettili la posizione di Djebel Habeita, dove si è ammassata la cavalleria ottomana.

Alle tre del pomeriggio, la fucileria comincia ad essere meno intensa. Il Canale di Suez è salvo; i turco-arabi ripiegano su tutto il fronte.

Sopra una duna Djemal Psha osserva col binocolo la ritirata delle sue truppe. Il ronfo degli ultimi obici passa sopra la sua testa. Livido, coi lineamenti contratti dal furore, il Capo di Stato Maggiore tedesco, von Frankenberg si rivolge al Generalissimo :

- La decima Divisione è fresca e intatta. Spero che Vostra Eccellenza la manderà all'attacco. -

Djemal Pacha lo guarda freddamente, con quel silenzioso disprezzo che i piccoli Napoleoni della Giovane Turchia nutrono verso i consiglieri d'Occidente.

- No. Io non mando le mie truppe a farsi massacrare dai cannoni della Marina. La partita è perduta. Non ho che un

dovere : risparmiare le truppe. -

Djemal Pacha volge le spalle al tedesco. Poi, calmissimo, comincia a dettare al suo ufficiale d'ordinanza l'ordine del giorno di ringraziamento e felicitazione alle truppe per < il magnifico contegno tenuto in una ricognizione effettuata per preparare l'offensiva contro l'Egitto >.

Djemal Pacha conosce perfettamente tutte le sfumature che occorrono ai grandi Capitani per vestire di dignità letteraria

le offensive mancate...........

 

FINE

 

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