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Mauro Valeri - Il Generale Nero

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MAURO VALERI

IL GENERALE NERO: BERSAGLIERE, AVIATORE E ARDITO

ODRADEK, 2015

ISBN 9788896487464

€ 20

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All’inizio della lettura, lo confesso, mi stavo arrabbiando. Mauro Valeri, nel suo “Il generale nero: Domenico Mondelli: bersagliere, aviatore e ardito” (Odradek, 2015) già alla 4^ pagina di testo, durante un excursus sulle valutazioni razziste che si facevano sui neri in Italia, cita Ferdinando Martini, dicendo che “(Martini) arriverà a sostenere : Bisogna sostituire razza a razza […] All’opera nostra l’indigeno è un impiccio; ci toccherà dunque volenti o nolenti rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da lui per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna […]noi abbiamo cominciato, le generazioni avvenire seguiteranno a spopolare l’Affrica de’ suoi abitanti antichi, fino al penultimo. L’ultimo no: l’ultimo lo addestreremo in collegio a lodarci in musica dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo di abolire la tratta!”.

Che Ferdinando Martini, acceso anticolonialista (tant’è vero che fu Governatore dell’Eritrea per dieci anni, nonché Ministro delle Colonie, il che, ammettiamolo, dice qualcosa di positivo sui governi di allora) e fine intellettuale di graffiante sarcasmo si sia mai sognato di “sostenere” affermazioni del genere non è vero. Nel suo “Nell’Affrica Italiana” Martini riporta sì queste affermazioni, che però erano opinioni del botanico ed esploratore tedesco Giorgio (Georg August) Schweinfurth, opinioni di cui Martini apprezza dichiaratamente la mancanza d’ipocrisia e probabilmente l’ironia, bene esplicitata, del resto, da quel “lodare in musica l’abolizione della tratta in quanto la popolazione è stata sterminata” (è noto che l’abolizione della tratta di schiavi era sempre presentata come buona causa per il colonialismo). Vero che Schweinfurth espresse giudizi durissimi sugli indigeni (affermazioni a cui Martini cercava ogni tanto di porre obiezioni, pur finendo in seguito con il riconoscervi delle verità, ma a proposito, per esempio, delle scuole); si trattava di incontri conoscitivi di un funzionario inviato dal Governo di allora a indagare la situazione coloniale, e che quindi metteva a confronto varie opinioni di esperti (infatti il colloquio con Schweinfurth è inserito tra le altre opinioni del capitolo “Visite e Colloqui”).

Non si trattava, ripeto, di affermazioni sostenute da Martini, e quindi l’imbattermi in questa citazione mi aveva in un primo tempo fatto sospettare in Valeri, che ha diretto per anni l’Osservatorio nazionale sulla xenofobia e ora è responsabile dell’Osservatorio nazionale su razzismo e antirazzismo nel calcio, una certa parzialità o quanto meno visuale condizionata da sue convinzioni pregresse sul razzismo italico.

L’argomento trattato era però troppo solleticante per interrompere la lettura e ho dovuto ricredermi sull’accuratezza documentaristica dell’autore, che si occupa non solo del personaggio principale, ma tratteggia a contorno anche le figure di altri militari italiani di colore. Domenico Mondelli, alias Wolde Selassiè, bambino eritreo portato in Italia, a Parma, fu cresciuto da un ufficiale dei Bersaglieri, Attilio Mondelli, che dichiarò di averlo “trovato” nell’aprile 1891 abbandonato lungo una strada tra Asmara e Debaroa. Il sospetto che in realtà il bimbo fosse frutto di una relazione tra Attilio e una donna locale (conseguenza del diffusissimo “madamato”, insomma) è più che plausibile e il libro, analizzando e confrontando molte fonti archivistiche, spesso contraddittorie, cerca di far luce su questo aspetto. Certo, il bimbo viene accolto con affetto nella famiglia Mondelli, della quale riceve il cognome e la cittadinanza italiana. Non risulta che, pur nel ristretto ambiente di Parma, sia stato soggetto a fenomeni di derisione o curiosità fastidiosa; anzi, quando sceglie di avviarsi, come Attilio, alla carriera militare, non solo viene accolto nell’ambiente senza alcuna forma discriminatoria, ma anzi riesce, grazie alle sue indubbie capacità, a seguire una brillante carriera. Dopo essere uscito con ottimi risultati dalla Scuola Militare di Modena, ottiene subito un comando, il che, come fa notare Valeri, “scardina, o per lo meno contraddice, una regola […] che voleva che nessun militare bianco potesse sottostare agli ordini di un militare nero.” Tale “regola”, a quanto risulta, nelle Forze Armate dell’epoca non aveva valore, tant’è vero che Domenico Mondelli non è stato l’unico ufficiale di colore ad avere posizioni di comando, anche se la sua è stata certo la carriera in assoluto più brillante: “ciò che conta è l’amor patrio più che il colore della pelle, che, anzi, può essere un ulteriore elemento positivo”.

Valeri cita infatti nella sua ricerca diversi militari le cui origini africane non furono di ostacolo alla vita militare:

Umberto Omar, anche lui allievo dell’Accademia di Modena, trovato bambino nei pressi di Dogali all’epoca del disgraziato attacco del 26 gennaio 1887 e, per il suo comportamento coraggioso in quella occasione, portato ad educarsi in Italia, ma morto nel febbraio 1896.

Michele Amatore, sudanese, bersagliere, combattente e pluridecorato nelle guerre di Indipendenza.

Gebrù (Ghebrù) Zachè, nato ad Adua da genitori abissini nel 1887, portato in Italia da un ufficiale italiano, combattente in Libia nel 1913, poi nominato tenente per meriti di combattimento, ferito, decorato cinque volte al Valor Militare.

Michele Carchidio, nato a Cheren nel 1891 da Francesco (caduto poi a Cassala nel 1894) e da Uolalla Selassiè, primo meticcio ufficialmente riconosciuto da padre italiano, sottotenente in Cirenaica e poi combattente a San Grado di Merna, sull’Isonzo, diventa maggiore.

Worknech (Workneh) Sengal, nato ad Adua nel 1880, inviato in Italia per completare gli studi, era entrato nella - generalmente considerata esclusiva – Cavalleria, acquisendo perciò (prestare servizio nel Regio Esercito era considerata prova determinante di amor patrio) cittadinanza italiana. Sposato con un’italiana, combatte nella 1ᵃ GM come capitano.

Giovanni del Corso, nato a Massaua nel 1895, figlio riconosciuto come meticcio, di cui poco altro si sa. Muore in combattimento nel 1916.

Pietro (Petros) Capucci, meticcio (figlio dell’ing. Luigi Capucci), caporale di artiglieria ad Asmara, che però nel marzo 1918 diserta, passando con tradimento agli etiopici.

Maggio Ronchey, nato in Congo nel 1905, figlio di un italiano e di una indigena, MOVM

Alessandro Sinigaglia, 1902, MAVM per la lotta partigiana

Giorgio Marincola, nato in Somalia nel 1923, MOVM alla memoria per la Lotta partigiana

Tuttavia, Domenico Mondelli li batte tutti con una carriera che “a differenza di quanto stava accadendo nella Colonia Eritrea, si era evoluta senza che alcuno abbia mai contestato che fosse un nero a comandare subordinati bianchi “. E nero Domenico lo era davvero, se dobbiamo badare a quanto dice Paolo Caccia Dominioni, che lo conobbe e frequentò, e nel suo Diario lo ricorda come “nero come il carbone” “figura arcinota a Milano”nonché come tombeur de femmes , tanto che i suoi successi in questo campo (non alto, aveva però lineamenti nobili, una bocca perfetta, un portamento fiero, il che unito al fascino del suo ardimento certo faceva breccia nella società dell’epoca) gli procurarono più di una volta ostacoli nella carriera, a cui però Domenico si oppose in punta di diritto con tutte le carte giuridiche e documentali a sua disposizione. Nel 1913, al rientro dalla Libia, diventa tenente al Battaglione Aviatori (primo aviatore militare nero al mondo), arma decisamente sperimentale e pionieristica. È capitano quando il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. La dichiarata aderenza alla Massoneria non sembra gli abbia procurato né vantaggi né difficoltà.

Assume comandi decisamente prestigiosi, salendo sempre più nella carriera, grazie alle sue riconosciute capacità. Diventa comandante del 23° Reparto d’Assalto (erano più comunemente conosciuti come “Arditi”), poi di Reggimento, ottiene medaglie di Bronzo e di Argento. Ferito in azione, finisce la guerra come tenente colonnello; chiede di partire per l’Albania, dove molti stanno reagendo vigorosamente all’occupazione italiana e dove si procura un’altra medaglia di bronzo, poi convertita in argento.

Indipendentemente dai suoi primati di militare “nero”, fu soprattutto un capace e coraggioso ufficiale, valorizzato dalla carriera fino a che negli anni Trenta si sviluppa un nuovo clima: benché Ardito, benché fedele al Fascismo, la sua carriera viene bloccata ma si difende in base al Diritto fino al Consiglio di Stato, ottenendone ragione.

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Durante la guerra d’Etiopia, nonostante la propaganda tesa a differenziare nettamente la civiltà bianca dalla barbarie nera, due meticci vengono decorati di MOVM; sono l’ing. Adolfo Prasso, figlio del noto ingegnere minerario Alberto e di una ragazza etiope, morto nell’eccidio di Lechemti; e il sottotenente Giorgio Pollera, figlio di Alberto, leggendario funzionario coloniale e di Unesc Araià Captè, morto presso l’Omo Bottego.

Il Regio Decreto-Legge n.1728 del 17 novembre 1938 riguardava specificamente la “razza ebraica” e prevedeva comunque, all’art. 14, che le discriminazioni non fossero applicabili, tra l’altro, anche a “ combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra” (e su questo punto Domenico Mandelli, col petto coperto di decorazioni, era decisamente garantito); ma già dal 1937 non era più possibile per i meticci italiani iscriversi alle scuole militari, per evitare che elementi di colore potessero in futuro esercitare azioni di comando, nonostante le ottime prove date da Mandelli e da altri militari di nascita africana.

La legge 13 maggio 1940, n. 822, severamente restrittiva nei confronti dei meticci (non sarà più possibile il riconoscimento da parte del genitore italiano; ne è impedita l’adozione; tutte le spese di mantenimento ed educazione spetteranno solo al genitore nativo) curiosamente però stabilisce che i meticci che al momento dell’entrata in vigore della legge sono cittadini italiani vengono considerati “di razza ariana”. Insomma, Domenico, che se fosse nato nel 1940 sarebbe rimasto in Eritrea come Wolde Selassiè, si ritrova ad essere “ariano”!

E anche altri cittadini italiani di colore sono già parte delle Regie FFAA; nel dicembre 1940, sul fronte greco-albanese muore e viene decorato di MOVM il tenente dei Carabinieri Maggio Ronchey, nato in Congo, figlio di Azzo e di Iema Batetela Mirondia; e due ascari, nel corso della 2ᵃ GM, sono decorati della massima onorificenza: il muntaz Endisciau Unatù e il bulukbasci di Marina Ibrahim Farag Mohammed. E tra i partigiani moriranno Alessandro Sinigaglia, MAVM, di madre afro-americana e Giorgio Marincola, MOVM, di madre somala.

Nel frattempo Domenico è stato congedato, nel 1939, per anzianità ma resta a far parte della riserva. Nel dopoguerra, dopo una breve (fallita) esperienza politica, viene collocato in congedo assoluto e, proseguendo la carriera nel Ruolo d’Onore, nominato Generale di Corpo d’Armata, nonché, motu proprio del presidente Saragat, Grande Ufficiale Ordine di Merito della Repubblica Italiana. Muore all’Ospedale militare del Celio il 13 dicembre 1974, a 88 anni.

Il valido testo di Mauro Valeri è corredato da ampie note per ogni capitolo e da fotografie d’archivio.

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Edited by malaparte

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Guarda caso, poco tempo fa avevo pubblicato questa foto in cui compariva l'allora capitano Domenico Mondelli, ritratto sul campo di volo di Aviano, assieme all'ingegner Giovanni Caproni e ad altri ufficiali di Aviazione, tra i quali l'evidenziato tenente Ugo Veniero D'annunzio.

http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=21243&p=499043 e http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=21243&p=499072

 

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Ottima e interessante recensione Valeria,ma quel tant’è vero sotto riportato non è una contraddizione ?

... Ferdinando Martini, acceso anticolonialista (tant’è vero che fu Governatore dell’Eritrea per dieci anni, nonché Ministro delle Colonie...

Leggo infatti quanto afferma Angelo Del Boca in - Gli italiani in Africa Orientale – I. Dall'unità alla marcia su Roma

...io, che vedevo a quel tempo tutti i giorni il vecchio Depretis – testimonia Ferdinando Martini, allora acceso anticolonialista e più tardi, dopo la “conversione”, primo governatore civile dell'Eritrea...

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No. Non è una contraddizione, semmai una provocazione.

Del Boca è stato il primo storico ad occuparsi di colonie, ma è spaventosamente di parte.

DeMartini non mi risulta si sia "convertito" (convertito al GIUSTO???) e basta leggere appunto i suoi testi

E' rimasto anticolonialista anche da governatore.

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