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Chersino

Chersino Racconta: L’Odissea Infinita Della Mia Prigionia

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Eravamo nella primavera del 1945 ed era ormai chiaro che la resa della Germania era solo questione di giorni. Le truppe alleate erano sbarcate in Normandia e la Francia era stata rapidamente liberata. Ora avanzavano in Germania verso Berlino.

 

 

Un giorno, dopo aver fatto con l’Olandese le consegne, ritorniamo al magazzino della ditta Johan Bunte a Papenburg e troviamo il proprietario disperato: i Tedeschi in ritirata gli avevano svuotato il magazzino e portato via tutti gli automezzi rimasti. Si era salvata solo la macchina personale del signor Bunte perché funzionava a gasogeno¹ e non erano stati capaci di metterla in moto. In quel frangente il signor Bunte dinostrò di essere davvero una brava persona: la sua attività commerciale era finita e non c’era più ragione che lui continuasse a tenerci. Allora mi regalò la sua automobile che io sapevo far funzionare perché in diverse occasioni gli avevo fatto da autista e l’Olandese si prese il piccolo camion con il quale facevamo le consegne, così tutti e due avevamo un mezzo con il quale tentare di tornarcene a casa. Lo ringraziammo commossi. Io presi un barattolo di vernice bianca e dipinsi una grande croce su entrambi gli sportelli anteriori della macchina (non avevo trovato della vernice rossa) per cercare di farla passare come un mezzo di soccorso; poi caricai due sacchi di carbonella e una batteria di scorta. Così, io davanti e l’Olandese dietro, ci dirigemmo verso la linea del fronte.

 

Percorsi una sessantina di chilometri arrivammo a Meppen, in prossimità del confine con l’Olanda. Il mio compagno di viaggio si sentiva ormai a casa, mentre io progettavo di passare il confine olandese per poi scendere in Belgio, attraversarlo tutto e quindi passare la frontiera con la Francia per tornare a Bordeaux e ricongiungermi finalmente ad Edmonde.

 

 

Purtroppo i nostri sogni ebbero breve durata, perché arrivati ad un ponte che attraversava il fiume Ems le truppe di occupazione scozzesi ci impedirono di proseguire, in quanto attraverso quel ponte dovevano transitare le autocolonne alleate dirette all’interno della Germania. A nulla valsero le nostre suppliche. Però, alla fine, un sottufficiale che sorvegliava il traffico del ponte, forse per aiutarci, ma molto più probabilmente per toglierci dai piedi, ci disse che poco più a monte c’era la possibilità di guadare il fiume. Ripartimmo subito seguendo le sue indicazioni e ci avventurammo nel letto del fiume, sempre io davanti e l’Olandese dietro col camion. Giunti a circa metà del guado il differenziale si incagliò su un sasso sollevando le ruote posteriori, cosicché rimasi immobilizzato. Intanto dalla parte opposta sopraggiungeva un’autocolonna alleata. Arrivati alla nostra altezza si dovette fermare. Dalla prima jeep scese un sergente americano che cominciò ad inveire contro di noi che stavamo intralciando l’avanzata. Nel giro di pochi minuti un grosso camion con sei ruote motrici si staccò dalla colonna e mi spinse senza tanti complimenti sulla sponda opposta. A questo punto la macchina non era più funzionante, ma l’avremmo dovuta comunque lasciare insieme al camion in una specie di cimitero d’auto che era stato creato a poca distanza dalla riva del fiume perché era consentito solo il traffico militare. Noi due ci caricarono su una jeep e ci portarono in un ex campo di concentramento tedesco dove venimmo alloggiati. Provammo una sensazione bellissima: eravamo finalmente liberi e potevamo girare a nostro piacimento per le vie di Meppen, dove le macerie di numerosi palazzi testimoniavano i bombardamenti cui l’avevano sottoposta gli alleati. Tornavamo nel campo di raccolta solo per mangiare e per dormire.

 

Due giorni dopo ci radunarono assieme ad altri internati per farci i tesserini di riconoscimento. Io pensai che sarebbe stato meglio farne due: uno italiano con le mie vere generalità e uno francese con le stesse false generalità che erano riportate su una carta d’identità contraffatta che Edmonde mi aveva fatto fare dai maquisards² quando alloggiavo nella fabbrica di botti del padre. Questo perché io appartenevo alle forze armate dei “vinti” e, memore dei maltrattamenti che avevo subito dai Tedeschi, pensavo che all’occorrenza mi sarebbe convenuto farmi passare per Francese anziché per Italiano. Un’altra ragione era che avrei potuto approfittare del treno che sarebbe partito per primo diretto verso l’Italia o verso la Francia.

 

 

Per la compilazione dei tesserini erano state destinate alcune baracche a seconda della nazionalità dei richiedenti. Così mi presentai dapprima alla baracca degli Italiani e detti le mie vere generalità, poi mi presentai a quella dei Francesi e dissi di chiamarmi André la Porta nato a Bayonne il 27 marzo 1920 (la data di nascita era l’unica cosa vera) e lì residente in rue de la Liberté 26 – in tutte le città francesi c’è una rue de la Liberté, quindi volevo essere sicuro di non essere preso in castagna. Bayonne è una cittadina sui Pirenei vicina al confine con la Spagna e i suoi abitanti parlano un francese un po’ imbastardito con lo spagnolo; la mia pronuncia francese, resa imperfetta dall’inflessione italiana, si avvicinava molto a quella dei Paesi Baschi e fu per questo che i maquisards mi “collocarono” a Bayonne.

 

Infatti il giorno dopo chiamano tutti i Francesi ad una baracca del campo per il rimpatrio. Naturalmente mi sono aggregato anch’io congratulandomi con me stesso per la felice intuizione di essermi fatto fare anche il tesserino francese. Dopo averci dato delle razioni di viveri, ci hanno caricato sui camion e ci hanno portato a Maastricht, in Olanda quasi al confine con il Belgio, in una grande chiesa sconsacrata dove bivaccavano in totale promiscuità donne e uomini di numerose nazionalità.

 

Siamo rimasti lì dieci giorni, poi ci hanno messo su un treno diretto in Belgio. Arrivati a Bruxelles ci hanno fatto scendere per chiederci chi voleva rimanere in Belgio a lavorare da libero cittadino. Alcuni Spagnoli hanno accettato, ma io non vedevo l’ora di tornare a Bordeaux. Alla sera stessa siamo arrivati a Charleroi, a poca distanza dal confine con la Francia. Ero felice: tra pochi giorni avrei potuto riabbracciare Edmonde.

 

A Charleroi ci attendeva un plotone di paracadutisti per accompagarci in un campo di raccolta. Ci hanno dato un modulo di telegramma da inviare alla famiglia per dare nostre notizie, ma non potevo mandarlo a Edmonde o a casa mia a Cherso perché altrimenti avrebbero capito che le generalità che avevo dichiarato erano false.

 

La mattina dopo fummo convocati per la discriminazione. Avanti a me c’erano tre francesi: entra il primo e gli domandano a quale compagnia apparteneva, chi era il suo comandante, dove aveva combattuto, dove lo avevano fatto prigioniero i tedeschi ed altre domande di dettaglio. Passa il secondo e si ripete lo stesso interrogatorio. E’ ora la volta del terzo che dice di essere un civile deportato, al che gli hanno chiesto di mostrare i documenti che attestassero quanto lui sosteneva; ma non aveva alcun documento. Allora hanno cominciato a picchiarlo menandogli botte da orbi. Quando ho visto così tiro fuori il mio tesserino di Italiano e, appena iniziano ad interrogarmi, quello che mi sembreva un colonnello comincia ad insultarmi dicendomi con fare sprezzante che appartenevo a quella razza di macaronì che li aveva fatti correre da Aix-la-Chapelle a Dunkerque e aveva mitragliato le donne francesi. Gli ho risposto: «Signor Colonnello, guardi che quando correvate da Aix-la-Chapelle a Dunkerque io ero a casa che giocavo al pallone, quindi si sbaglia ad accusarmi di questo.» Ma lui niente, continuava imperterrito ad inveire contro di me. Comunque non sono stato picchiato. Quando il colonnello si è calmato, ha ordinato: «Mandatelo nel corridoio con gli altri otto macaronì». Erano altri otto italiani che avevano fatto come me, aggregandosi ai Francesi per arrivare prima in Italia. Poi ci hanno sbattuti tutti in una cella di sicurezza.

 

Una decina di giorni più tardi ci hanno caricato su un paio di gipponi e ci hanno portato a Lilla in un comando della polizia segreta francese, dove siamo stati sottoposti ad un interrogatorio. Io ho dichiarato di essere l’autista dell’Addetto Navale Italiano a Madrid e saltuariamente lo accompagnavo a Bordeaux dove c’era una nostra base di sommergibili atlantici; proprio lì, in occasione di una delle nostre trasferte, ci aveva sorpreso l’armistizio dell’Italia ed io, non avendo accettato di passare con i Tedeschi, ero stato fatto prigioniero e rinchiuso in campo di concentramento. L’ufficiale che m’interrogava rimase soddisfatto dal mio racconto e mi congedò dicendomi che presto sarei tornato a casa.

 

 

Fummo nuovamente caricati tutti sui due gipponi e cominciammo a girare per i vari campi per rifugiati che si trovavano nei dintorni di Lilla alla ricerca di una sistemazione, ma erano tutti pieni; così ritornammo a Charleroi nella cella di sicurezza dalla quale eravamo partiti un paio di giorni prima e dove restammo fino alla capitolazione della Germania avvennuta il 7 maggio 1945.

 

 

Un paio di giorni più tardi siamo stati portati in un campo di concentramento sulla Manica, del quale non ricordo il nome, dove siamo rimasti internati circa un mese. Un certo giorno arrivarono dei proprietari terrieri che cercavano mano d’opera per le loro aziende. Io mi offersi immediatamente dicendo che nella vita civile facevo il contadino e venni destinato, insieme ad un Genovese, ad un’azienda agricola di Saint-Laurent-Blangy, nei dintorni di Arras. Il nostro compito era di pulire le stalle del bestiame e rifornirle di foraggio tutte le mattine, poi di andare nei campi a lavorare.

 

 

Lì venimmo a sapere che a Lilla viveva un certo conte Oneda che s’interessava degli Italiani reduci dai campi di concentramento tedeschi. Non ci pensammo due volte ad architettare la fuga in treno che avvenne per tutti e nove la domenica successiva, il nostro giorno libero.

 

Giunti al cospetto del conte Oneda gli raccontammo le nostre vicissitudini che lui ascoltò con molta attenzione. Poi ci dette da mangiare e ci ospitò nella sua casa per trascorrervi la notte. Il giorno dopo ci portò al campo di prigionia dove ottenne il permesso per farci rimpatriare. Però, anziché farci il biglietto del treno per Nizza dove si trovava il Comitato di Liberazione Italiano, ce lo fecero solo fino a Marsiglia. Durante il viaggio convinsi gli altri di tentare la fortuna e di proseguire fino a Nizza dove giungemmo senza ulteriori intoppi. Per uscire dalla stazione passammo dal varco delle merci, suscitando le ire degli addetti alla loro movimentazione, perché se fossimo transitati dall’uscita passeggeri avremmo dovuto mostrare il biglietto valido solo fino a Marsiglia.

 

 

Al Comitato di Liberazione Italiano fummo bene accolti. Ci procurarono delle stanze in un albergo e tornavamo lì per i pasti. Trascorse così un mese, che ricordo come un periodo spensierato durante il quale potei rilassarmi dopo tante traversie. Le giornate le trascorrevamo andando al mare o passeggiando per le vie di Nizza.

 

 

Arrivò finalmente il giorno del rientro in Italia. Con un camion ci portarono al campo profughi di Bordighera dove restammo qualche giorno prima di essere trasferiti ai rispettivi comandi italiani per la discriminazione. Io, essendo un marinaio, dovetti presentarmi al Deposito Marina di Venezia, dove incontrai il 2° Capo Falasca del quale ho già parlato. Vi arrivai dopo un lungo viaggio in treno nell’Italia ancora devastata dalla guerra. Eravamo nell’agosto del 1945, ma dovetti aspettare fino al 2 settembre per riabbracciare i mie cari a Cherso.

 

Con questo racconto si chiude la storia della mia avventura a BETASOM, che ha segnato una tappa importantissima della mia vita: ho conosciuto, e sono stato a stretto contatto, di persone di grandissima statura morale e professionale, primo fra tutti l’Ammiraglio Romolo Polacchini. Grazie al periodo trascorso alla Base si è stretto tra me e la Marina, ma soprattutto con i Sommergibilisti, un legame indissolubile che mi ha accompagnato per tutta la mia lunga vita. Il mio pensiero corre spesso alla Madonnina di BETASOM alla quale mi sono più volte appellato nei momenti più bui della mia prigionia e che sicuramente mi ha protetto consentendomi di portare a casa la pelle.

 

Cari Comandanti, un grazie di cuore per avere apprezzato i miei ricordi degli anni vissuti a BETASOM e grazie per i lusinghieri commenti che avete ritenuto di rivolgermi dopo aver letto i miei numerosi racconti. Ringrazio infine l’amico Massimo che ha avuto la pazienza di ascoltarmi per ore traducendo le mie chiacchierate nelle testimonianze che ha postato sul Forum.

 

Un saluto di cuore a tutti Voi!

¹ Il gasogeno era un combustibile “autarchico” che trovò ampia diffusione in tempo di guerra, penalizzando però sensibilmente le prestazioni del motore. Si trattava di una specie di caldaia verticale installata posteriormente alla vettura nella quale si bruciava legna o carbonella. I gas di combustione, composti da una miscela di monossido di carbonio, anidride carbonica, azoto e idrogeno, venivano pompati nel motore opportunamente modificato sostituendo la benzina.

² Il maquis era il movimento di resistenza e liberazione nazionale francese durante la seconda guerra mondiale. I combattenti partigiani erano detti maquisards.

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A parte la storia con Edmonde, che deve avere lasciato delle tracce di "zappate " (segni profondi di zappa) in entrambi, sto pensando a come possano essere diversi i ricordi di chi era nella 2 GM e di chi vive le guerre attuali. Per rispetto, non approfondisco.

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Con questo racconto si chiude la storia della mia avventura a BETASOM, che ha segnato una tappa importantissima della mia vita: ho conosciuto, e sono stato a stretto contatto, di persone di grandissima statura morale e professionale, primo fra tutti l’Ammiraglio Romolo Polacchini. Grazie al periodo trascorso alla Base si è stretto tra me e la Marina, ma soprattutto con i Sommergibilisti, un legame indissolubile che mi ha accompagnato per tutta la mia lunga vita. Il mio pensiero corre spesso alla Madonnina di BETASOM alla quale mi sono più volte appellato nei momenti più bui della mia prigionia e che sicuramente mi ha protetto consentendomi di portare a casa la pelle.

 

Cari Comandanti, un grazie di cuore per avere apprezzato i miei ricordi degli anni vissuti a BETASOM e grazie per i lusinghieri commenti che avete ritenuto di rivolgermi dopo aver letto i miei numerosi racconti. Ringrazio infine l’amico Massimo che ha avuto la pazienza di ascoltarmi per ore traducendo le mie chiacchierate nelle testimonianze che ha postato sul Forum.

 

Un saluto di cuore a tutti Voi!

 

Solo per iniziare: grazie a Te per la pazienza di raccontarci e renderci partecipi dei tuoi ricordi.

Poi, e penso di esprimere il pensiero unanime della Base, rimarremo in attesa di altri ricordi, che ascolteremo rapiti esattamente come tutti quelli che ci hai narrato fino ad ora.

 

Riassumo: Oste, un'altro Spalletti!

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Che storia affascinate. :smile:

Grazie per aver voluto condividere con tutti noi questi racconti. :smiley19:

......Con questo racconto si chiude la storia della mia avventura a BETASOM, che ha segnato una tappa importantissima della mia vita: ho conosciuto, e sono stato a stretto contatto, di persone di grandissima statura morale e professionale, primo fra tutti l’Ammiraglio Romolo Polacchini. ....

 

Il "nonno" sarebbe stato davvero felice di leggere questo apprezzamento. :smile: Chi l'ha conosciuto sa che era veramente un uomo tutto d'un pezzo.
Grazie anche per questo ricordo.

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Ho apprezzato questo racconto che mi ha fatto rivivivere per un momento i racconti di mio padre le rocambolesche fughe verso casa dal campo di concentramento prima da betasom poi con mille rischi ed espedienti di ogni tipo. Sono contento che ci sia qualcuno che condivida con me l'importanza di non lasciare che il tempo cancelli per sempre questi vissuti. Un abbraccio ciao

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Grazie C.te Chersino,..Conoscere per Non Dimenticare,..Grazie di Cuore !!

 

BERILLO

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Anche se in un certo qual modo sono parte in causa, alla conclusione delle avventure passate nei cinque anni in cui l’amico Andrea ha vestito la divisa della Marina, non posso fare a meno di aggiungere anch’io un commento ai tanti che sono stati postati in calce a quest’ultimo suo racconto.

 

Conoscere e frequentare Andrea Fucci è stata un’esperienza irripetibile. Persona di umili origini, ma d’innata signorilità e gentilezza, fin dal primo giorno mi ha accolto nella sua casa come un amico di vecchia data perché, dice lui, «indossavamo la stessa divisa». Un consolidato “spirito di corpo” lo ha fatto aderire decine di anni fa alla sezione ANMI di Bologna e, quando gli è stato possibile da un punto di vista logistico, non è mai mancato ai raduni organizzati dall’Associazione.

 

Ho visto nei suoi occhi un velo di tristezza quando, in una delle ultime visite che gli ho fatto, mi ha detto che a causa dei problemi manifestatisi ad una gamba, non avrebbe potuto partecipare al raduno dei veterani sommergibilisti che si è tenuto a Rimini dal 24 al 27 settembre. «Chissà – mi diceva – forse avrei potuto incontrare qualcuno che era con me a Betasom…», senza pensare che uomini prossimi ai 100 anni forse non hanno il suo spirito e la sua salute.

 

Quante volte mi ha detto di non riconoscersi più nel mondo d’oggi, caratterizzato da una pressoché totale assenza di valori etici e morali! L’amore di Patria, lo spirito di corpo che affratellava i Comandanti ai loro Equipaggi, il sacro rispetto per il Tricolore… Lui, che ha avuto la fortuna di conoscere e parlare con quelle che sono le icone delle nostre missioni atlantiche, i vari Fecia di Cossato, Todaro, Gazzana Priaroggia, Leoni, Longobardo – solo per citarne alcuni – e il “suo” Ammiraglio, Romolo Polacchini, può a ben diritto giudicare quali erano i valori di quei personaggi, che, come ripete spesso Andrea, «si rigireranno nella tomba o nella loro bara d’acciaio a vedere da lassù come oggi la gente rincorra solamente il dio denaro».

 

Vorrei aggiungere un piccolo fatto che testimonia quanto alto fosse il senso di appartenenza alla Marina di Fucci e con quanto orgoglio vestisse la divisa da Marinaio. Una mattina dell’estate 1941 l’Ammiraglio Polacchini gli ordina di andare a prendere la signorina Rosenthal, l’assistente del Comandante Becker, l’Ufficiale di Collegamento tedesco. La villa dove abitavano sarà stata distante un chilometro e mezzo dal Moulin d’Ornon dove si trovava il quartier generale di Betasom. Lungo la strada un gruppetto di una ventina di ragazzi e ragazze distesi sul prato che fiancheggiava la strada schernisce Fucci e la divisa che porta. Qualcuno gli urla: «Se vuoi visitare l’Italia arruolati nell’esercito greco!» (erano i tempi in cui le nostre azioni militari in Grecia non stavano andando nel migliore dei modi). Andrea ingoia il rospo perché il suo obiettivo primario è raggiungere nel più breve tempo possibile la villa tedesca. Purtroppo sia Becker che la Rosenthal non sono in casa ed allora ad Andrea non resta che girare la macchina e tornare al Moulin d’Ornon. Giunto all’altezza dei ragazzi si ripete lo sfottò con la storiella dell’esercito greco e ridicolizzano anche la divisa che indossa Fucci perché “non ha nemmeno il pompon rouge” (il pompon rosso che sormonta il berretto dei marinai francesi). Allora Chersino si ferma, abbassa il finestrino, estrae la pistola dal cassetto del cruscotto ed intima a tutto il gruppo di precederlo in direzione del Moulin d’Ornon, ma prima gli urla in faccia, a proposito di “se vuoi visitare l’Italia”, che lui sta già visitando la Francia. Ingrana la 1ᵃ e tallona il gruppetto, che ora ha smesso di scherzare, tenendo il braccio sinistro fuori dal finestrino con la pistola puntata alla schiena dei ragazzi.

 

Arrivano così davanti al quartier generale tra lo stupore della sentinella e dei carabinieri di servizio che chiamano il Comandante Anfossi, al quale Andrea racconta come si sono svolti i fatti. Nascondendo a fatica un sorriso, l’Aiutante di Bandiera dell’Ammiraglio Polacchini – che non parlerà mai di quest’episodio con Chersino, forse preoccupato di mantenere buoni rapporti con la popolazione – gli mormora: «Beh, Fucci… forse questa volta hai esagerato un po’». Quindi ha dato disposizioni perché le ragazze venissero rilasciate e i ragazzi fossero fatti scendere nella trincea scavata di fronte alla palazzina del comando dove c’era una postazione difensiva di mitragliatrici e sorvegliati dai marinai del corpo di guardia.

 

Compilato un verbale dell’accaduto, il Comandante Anfossi fa chiamare i militari tedeschi che arrestano tutti i ragazzi per essere sottoposti a processo dal Tribunale Militare Tedesco.

 

Ecco, partendo da una breve nota che voleva meglio inquadrare il carattere di Chersino, ho finito per raccontare un altro curioso episodio della sua permanenza a Betasom.

 

Leviamo dunque i calici e lanciamo un hurrà a questa vera e propria memoria storica della nostra Base Atlantica, augurandoci che voglia regalarci ancora qualche racconto.

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... che testimonia quanto alto fosse il senso di appartenenza alla Marina di Fucci e con quanto orgoglio vestisse la divisa da Marinaio.

 

perché fosse Max? sono convito che non abbia perso quei valori e che ancora vesta, anche solo nell'intimo del suo pensiero, con orgoglio la divisa.

 

Personalmente non posso che essere orgoglioso di averlo conosciuto e ingrazialo di averci regalato un po del suo tempo e delle sue storie.

 

Ecco il mio calice e sono pronto per un triplice collettivo Hurra!

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Max, e hai aspettato fino ad adesso per raccontarci questo nuovo aneddoto ! Sale ancora di più la mia ammirazione per l'Uomo com. Chersino

Edited by danilo43

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Chersino e' un fiume di ricordi che ci trascina indietro nel tempo: egli ha senza dubbio vissuto un periodo molto intenso costellato da episodi singolari che ci forniscono uno spaccato della vita quotidiana di quei "ragazzi" che divennero uomini in guerra.

La divisa non e' stata "indossata" da Chersino e dagli altri ragazzi ma e' diventata parte integrante di loro, più che una seconda pelle la divisa e' stata assorbita come un tatuaggio indelebile scritto con l'inchiostro tricolore dell'amor patrio.

Grazie Chersino per questi ricordi! E grazie Massimo per la cura e l'attenzione nel raccogliere queste testimonianze!

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