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Matteo U-458

L'8 settembre nel Dodecaneso seconda e ultima parte

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I Tedeschi con tanti attacchi ripetuti e tanto spreco di aerei (dopo un mese di azioni, come ammesso in una loro radiotrasmissione, avevano già perduto oltre cento aerei), per stringere l'assedio e prepararsi allo sbarco, volevano raggiungere i seguenti obiettivi:

a) Distruzione del naviglio britannico dislocato in zona di operazioni: vi riuscirono parzialmente (in un loro bollettino sostennero di aver affondato nove CT: a noi risultavano cinque, compreso l' "Euro" e il CT greco); é un fatto che, con l'assoluto dominio dell'aria, riuscirono a paralizzare i movimenti di naviglio inglese al Nord di Creta, durante il giorno, ma non di notte, tanto é vero che i CT britannici entrarono a Portolago e ad Alinda, per rifornirci, quasi tutte le notti fino all'ultimo. Tutti si accorsero subito che i Tedeschi, pur bravi di giorno, come bombardatori notturni, almeno con gli Stukas, valevano poco.

b) Distruzione del naviglio italiano: a differenza degli Inglesi non avevamo la possibilità di spostare le nostre unità a ridosso della Turchia o fuori dall' Egeo, per cui lo perdemmo tutto ad eccezione di alcune piccole imbarcazioni e molti MAS che si salvarono invece dalla strage perché si potevano nascondere in grotte ed anfrattuosità naturali.

c) distruzione della Base Navale di Portolago e dei centri abitati: fu condotta sistematicamente sulle due sponde della rada con la demolizione pressoché totale di tutte le opere di superficie. Ciò malgrado, la Base non fu paralizzata in quanto ogni edificio aveva alle spalle la sua grotta dove continuare, anche se in scala ridotta, tutte le attività indispensabili. Sia il Comando italiano che quello Britannico erano situati in centrali protette. I Tedeschi, forse per semplice brutalità, bombardarono intenzionalmente anche la borgata dei nativi di Lero alto, con molte vittime.

d) Distruzione opere di difesa; batterie contraeree, batterie navali, fotoelettriche, stazioni di vedetta e postazioni mitragliere: al raggiungimento di questo obiettivo i Tedeschi si dedicarono con particolare accanimento. Naturalmente la precedenza fu per le batterie contraeree che opposero agli attaccanti una resistenza e una determinazione tali che, verso la fine dell'assedio, le azioni di bombardamento degenerarono in veri e propri duelli rusticani tra aerei e singole postazioni, dove contò più l'odio che la correttezza tecnica di impiego.

 

Dopo le batterie contraeree, che mai furono ridotte al silenzio malgrado gravi problemi di munizionamento, fu la volta delle batterie navali che entrarono in azione prima con incessanti bombardamenti sull'adiacente isola di Calino, una volta occupata dai Tedeschi, e quindi con tiri a lunga gittata fino a 18.000 metri sulle unità da sbarco. La gente, per lo più riservisti, s'era ormai imbestialita accanto ai cannoni, perché aveva la sensazione che l'isola avrebbe potuto ancora resistere a lungo e sopratutto non voleva cadere in mano tedesca, perché sicura della fucilazione. Molte batterie infatti, a capitolazione avvenuta, furono teatro di deliberati eccidi a sangue freddo compiuti dai Tedeschi (paracadutisti e fanteria da sbarco) ai danni dei difensori sopravvissuti.

Migliore fu l' immediato destino di chi cadde prigioniero dei reparti della Marina tedesca che si comportò invece onorevolmente. Dal 9 novembre in poi, le ricognizioni aeree, le informazioni e il continuo andarevieni all'orizzonte, fuori portata dei nostri cannoni, indicavano che era imminente la preparazione allo sbarco. Frattanto un disordine sempre maggiore si stava impadronendo delle comunicazioni, nonostante i disperati sforzi di rimediarvi. Basti pensare che la rete delle comunicazioni, per lo più via cavo, a forza di continue riparazioni, divorò tutto il filo disponibile, ben 120 km (centoventichilometri). Paradossalmente la larga disponibilità di radio non aiutò, ma contribuì al caos che si stava creando in quanto, costrette a decine in poco spazio, ronzavano inquiete e facevano a gomitate "come troppe api intorno ad un fiore troppo piccolo".

 

Il Comando del Medio Oriente constatava ormai la totale padronanza del cielo da parte tedesca e non considerava conveniente e strategica la dislocazioni di ingenti forze aero-navali nella zona. Nel contempo confermava che gli Italiani dovessero limitarsi a conservare le posizioni e prescriveva la resistenza ad oltranza. Compito del presidio alleato era "impegnare per il maggior tempo possibile il maggior quantitativo possibile di forze nemiche"; disposizione un po' ipocrita, perché evidentemente il destino dell' isola era già segnato, abbandonando scioccamente le forze italo-britanniche alla propria sorte, a scadenza affidata al vigore dell' assalto e alla residua energia dei difensori. E' possibile che questo comportamento avesse allora anche una motivazione squisitamente politica, poiché un eventuale successo prevalentemente italiano nella salvezza dell' isola avrebbe, forse, a guerra finita, potuto indurre l'Italia ad accampare qualche modesta pretesa su Lero.

 

Rimane comunque il fatto che l'alto comando britannico non prese alcun serio provvedimento per contrastare lo sbarco e l' invasione né predispose un piano di evacuazione notturna dell' Isola, tecnicamente fattibile data la disponibilità di mezzi navali e la vicinanza delle coste turche.

 

Nella notte e sull'alba del 12 novembre 1943 forze da sbarco tedesche giunsero intorno a Lero, con provenienza quasi da tutti i punti dell'orizzonte. Inspiegabilmente, malgrado tempestive segnalazioni, la Marina Inglese non intervenne. Gli Inglesi, che avevano più o meno sempre controllato le acque dell'isola, le lasciarono libere proprio in occasione dello sbarco, da essi stessi preannunziato. Un convoglio formato da due cacciatorpediniere e dodici moto zattere cariche di uomini proveniente da Sud Ovest fu inquadrato dal tiro dei 152/40 della batteria "Ducci", che colpì in pieno già a 15.000 metri un CT. Il convoglio, vista la mala parata, invertì precipitosamente la rotta e sparì più tardi dietro Calino, rinunziando all'azione di sbarco. Le nostre batterie del Sud continuarono i tiri su Calino e presero parte poi all'azione a fronte rovesciato sui Tedeschi sbarcati altrove. A Nord Est, dove già nella notte era sbarcato un gruppo rilevante di Tedeschi attestatosi sui versanti del Monte Appetici, stavano invece avvenendo fatti gravi per mancanza di comunicazioni; da quella parte notevoli gruppi di navi stavano muovendo all' attacco dell' Isola. Malgrado le batterie 888, 899, "Ciano", "San Giorgio" e "Lago" avessero duramente colpito i convogli, questi non desistettero e sbarcarono alcune centinaia di uomini alle due Punte Pasta (di Sopra e di Sotto) dove non era possibile il tiro diretto delle nostre artiglierie.

 

Lo sbarco era in sostanza avvenuto, ma non certo riuscito e i contingenti necessari furono sbarcati successivamente nottetempo e alla spicciolata. Le caratteristiche della zona e la deficiente vigilanza navale notturna lo consentirono. Ora però si era determinata per i Tedeschi una situazione pericolosa e piena di incognite. L' occasione non fu colta e purtroppo non un bombardiere britannico intervenne nelle successive quattro giornate di incredibile attesa. I Tedeschi poterono agire come se il potere aereo-navale alleato fosse una favola. Lo stesso giorno i Tedeschi effettuarono un aviosbarco con lancio di paracadutisti sulla zona centrale dell' Isola, la più vitale, tra Alinda e Gurna. Data la ristrettezza della zona fu un massacro; chi cadde in mare, chi sulle mine, chi sui reticolati, altri mitragliati durante la discesa. I pochi superstiti, meno della metà, ma in ogni caso diverse centinaia, iniziarono senza indugi il combattimento. La discesa dei paracadutisti aveva dato alla lotta un carattere ancor più caotico. Le nostre improvvisate sezioni antisbarco resistettero tutta la notte e furono sopraffatte solo il giorno dopo; i loro comandanti furono subito fucilati.

 

Il giorno 14, terza giornata, la lotta divampò furiosa. La fanteria inglese, costituita da reparti sceltissimi, parve riprendersi dal torpore in cui l' iniziativa tedesca l' aveva rinchiusa e nella notte, al centro e al Nord contrattaccò, costringendo i Tedeschi ad arretrare. Con la luce del giorno l'intervento dei soliti Stukas rese vano il sacrificio. Altri lanci di paracadutisti andarono a rinforzare i nuclei rimasti annidati nella stretta di Gurna, iniziando un movimento verso Nord per congiungersi definitivamente con ulteriori forze fresche tedesche sbarcate nella notte. Nel pomeriggio, il contrattacco coraggioso di un intero battaglione inglese si concluse malamente. La battaglia ormai era praticamente perduta. All'alba del giorno 15 gli scontri ripresero con rinnovata violenza. I Tedeschi avevano ancora progredito. Dal Monte Appetici si erano spinti sino all' abitato di Lero e dal centro avevano progredito verso Santa Marina, Monte Rachi e Monte Meraviglia. Dal Nord si erano spinti lungo la costa della baia di Alinda per effettuare il non ancora completo congiungimento. La situazione era ormai disperata. Il giorno 16 novembre 1943, alle 18,30, solo dopo la resa del generale Tilney, l'ammiraglio Mascherpa diramò l'ordine di cessare il fuoco; i combattimenti però terminarono del tutto solo la mattina del 17.

 

Gli Inglesi in alcuni casi, con ammirevole cameratismo, per scongiurare fucilazioni immediate certe, offrirono agli Italiani le loro uniformi che furono cortesemente rifiutate. Successivamente ebbe inizio quello che in termini militari si chiama il concentramento dei prigionieri e che, in mano tedesca, prese il nome di saccheggi, persecuzioni, torture, uccisioni premeditate; i vincitori, nei giorni che intercorsero tra la caduta dell' Isola e la partenza dei prigionieri fecero in sostanza quanto era loro possibile per dimostrare che la civiltà umana era letteralmente scomparsa. Nei giorni seguenti, in diversi scaglioni, i vinti abbandonarono l' Isola, destinati a raggiungere in condizioni pressoché inumane i campi di prigionia in Polonia e in Germania

 

"...incolonnati tre per tre si inerpicarono come un immane serpente per i fianchi del Monte Piana. In testa gli ufficiali, in coda i cani. I cani, tutti i cani che avevano vissuto quattro anni di guerra al fianco dei marinai, degli operai e degli ufficiali, seguivano compatti e fedeli i fedeli padroni. Lo spettacolo era troppo pietoso e un nodo ci strinse la gola....".

 

L' ammiraglio Luigi Mascherpa, anch' egli tratto prigioniero, consegnato poi alla Repubblica Sociale Italiana, fu condannato a morte e fucilato a Parma il 24 maggio 1944.

 

di Virgilio Spigai

CF DICAT FAM

Lero, Mediterraneo Orientale 1940 - 1943

 

 

Commento al testo:

Il penultimo paragrafo mi ha veramente commosso....non si può far altro che rendere onore a costoro. :s06: :s06: :s06:

 

Onori ai nostri morti del Dodecaneso, che riposano a Bari nel sacrario dei caduti d'oltre mare!ONORI!

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.................ONORE............. :s06: :s06: :s06: :s06: :s06:

 

BERILLO

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Grazie MAtteo, fa sempre piacere rileggere la storia di questi valorosi filgi d'Italia.

 

 

Keltos

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