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Chersino

Chersino Racconta: Missione Segreta In Spagna

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Tra i tanti momenti che ho vissuto nei tre anni trascorsi a Betasom mi piace ricordare un viaggio in Spagna svoltosi in tutta segretezza.

Occorre fare una premessa. Nel marzo 1942, al rientro da una missione al largo delle coste americane, il sommergibile TORELLI subì un attacco aereo e il suo Comandante, Capitano di Corvetta Antonio De Giacomo, rimase ferito. Toccò all’Ufficiale in seconda, Tenente di Vascello Augusto Migliorini, riportare il sommergibile alla base di Bordeaux. Lì, mantenendo il grado di Tenente di Vascello, fu promosso comandante in sostituzione di De Giacomo.

Nel giugno dello stesso anno, al termine di un lungo periodo di lavori, il TORELLI salpò per una nuova missione sempre al largo delle coste americane. Dopo circa 10 giorni che navigava nel Golfo di Biscaglia, fu avvistato in piena notte da un aereo inglese provvisto di radar e di un potente proiettore collocato sotto la fusoliera. Inquadrato dal fascio di luce, venne bombardato e mitragliato subendo seri danni, ma riuscì a proseguire la navigazione a lento moto verso la costa spagnola ed a rifugiarsi nel piccolo porto di Avilés. Le autorità locali concessero solo 24 ore per riparare i danni riportati e poi ripartire, altrimenti l’avrebbero internato.

Da Bordeaux partì immediatamente una commissione composta dal Comandante Caridi (allora Capo di Stato Maggiore di Betasom), dal Maggiore del Genio Navale Giulio Fenu (che, tra l’altro, aveva riprogettato le torrette dei nostri sommergibili atlantici come suggerito dall’Ammiraglio Dönitz) e da un Capitano Commissario del quale non ricordo il nome, con l’ordine di far salpare in qualsiasi modo il sommergibile che non doveva assolutamente essere internato.

Effettuate delle riparazioni sommarie, il TORELLI riprese il mare. Le bussole erano fuori uso e non c’era la carta nautica dettagliata della zona. Si diceva che il Comandante Migliorini avesse avuto un colpo di sonno, fatto sta che in presenza di una fitta nebbia, si andarono ad incagliare su un banco di sabbia. Il Comandante del porto offrì l’assistenza di due rimorchiatori, che venne rifiutata da Migliorini; però, qualche ora dopo, forse perché aveva visto che la marea stava montando, accettò i rimorchiatori che portarono il sommergibile in mare aperto, finchè Migliorini decise di proseguire con i propri mezzi.

Pur trovandosi ancora in acque territoriali spagnole (e quindi neutrali) il TORELLI subì ben due attacchi aerei in breve successione, riportando danni gravissimi. Otto uomini dell’equipaggio finirono in mare, anzi ci si buttarono e furono recuperati da alcune imbarcazioni spagnole giunte sul posto; in un secondo tempo sostennero di averlo fatto per evitare il capovolgimento del sommergibile che era notevolmente sbandato sulla sinistra, ma si trattò evidentemente di una banalissima scusa per coprire il tentativo di abbandonare il sommergibile che appariva ormai perduto.

Il Comandante Migliorini, che era rimasto lievemente ferito, era infuriato nei confronti del Comandante del porto, tanto che quando si incontrarono non gli strinse neppure la mano: lo accusava di non essere intervenuto in aiuto del sommergibile proditoriamente attaccato dagli Inglesi in acque territoriali spagnole e gli rinfacciò anche che nessuna imbarcazione spagnola era venuta in soccorso del battello così gravemente menomato.

Non so esattamente come, ma il TORELLI riuscì faticosamente a raggiungere il porto di Santander, dove si adagiò su un banco di sabbia a fianco del bacino di carenaggio. Vennero effettuate le necessarie riparazioni, ma gli Spagnoli non lo lasciarono ripartire perché volevano internarlo.

Alla fine di tutte queste vicende, il 12 luglio arriva a Betasom, credo tramite il Consolato Italiano di San Sebastian, la notizia che il sommergibile era nuovamente in condizioni di riprendere il mare. Però il Comandante Migliorini aveva chiesto il rifornimento d’acqua e gli era stato negato, aveva inutilmente chiesto di bunkerare perché diceva di essere a secco – invece pare avesse ancora 5 tonnellate di gasolio – anche per far vedere che non era in condizioni di scappare via.

Il Capitano di Corvetta Anfossi, Aiutante di Bandiera dell’Ammiraglio Polacchini, il 12 luglio si trovava già a San Sebastian, ma io non lo sapevo. Alla sera dello stesso giorno l’Ammiraglio mi chiama e mi dice: «Fucci, te la senti di fare una missione in Spagna?» La mia risposta fu: «Signor Ammiraglio, Lei si è sempre fidato di me, però io non so parlare lo spagnolo, non ho abiti borghesi….» Mi interruppe: «Non preoccuparti; ci vai o no?» La mia risposta fu immediata: «Signor Ammiraglio, la ringrazio per la fiducia. Perché dovrei rifiutarmi?» Allora ha chiamato il Signor Aita, un giovane Guardiamarina che faceva parte dello staff del Comandante Superiore della Base e gli ha detto: «Gli procuri un vestito e domani mattina alle 6 lo faccia partire con la Ford targata RM 43¹». Poi rivolto a me: «A Biarritz troverai il Comandante Anfossi».

La mattina dopo mi hanno dato una busta con dei documenti che avrei dovuto consegnare al Comandante Anfossi e a mezzogiorno, come d’accordo, mi trovo a Biarritz davanti all’albergo che mi pare si chiamasse Ritz, dove avevo appuntamento con lui. Siamo andati a mangiare nel

ristorante dell’albergo e verso le 4-4 e mezza del pomeriggio partiamo diretti a San Sebastian.

Dovevamo passare il confine a Irun. Arrivati a 500 metri dal confine, visto che io non avevo il passaporto, il Comandante mi chiude nel bagagliaio della macchina e si mette al volante; siamo passati dalla frontiera sorvegliata dai Tedeschi senza alcun controllo perché il Comandante Anfossi parlava molto bene il tedesco, ma anche lo spagnolo, e fece uno scambio di battute con i militari; poi dalla parte spagnola, anche lì senza alcun problema; percorsi altri 500 metri, il Comandante Anfossi si ferma per farmi uscire dal baule e mi rimetto alla guida.

Arrivati a San Sebastian, saranno state le 7 di sera, mi dice: «Ricordati di questo garage che ci stiamo passando davanti. Adesso mi accompagni in albergo, io vado a rinfrescarmi un po’. Poi vieni qua, lasci la macchina nel garage, ma ricordati che ti faranno compilare una specie di formulario.» «Signor Comandante, io non so una parola di spagnolo». «Non ti preoccupare, vedrai che te lo scriveranno loro. Se ti chiedono da dove veniamo, dì che siamo arrivati da Madrid, non da Bordeaux. Mi raccomando, non parlare con nessuno perché qua ci sono molte spie inglesi».

Sono andato al garage dove c’era il proprietario che effettivamente mi dice di compilare il modulo, ma io gli faccio segno che non capisco. Allora lui mi fa: «Da onde vienes?» Beh, quello l’ho capito. «Da Madrid». «Quando … (forse voleva dire te ne vai?) » «Non lo so.» Io parlavo l’italiano, non so se ha capito o non ha capito, comunque ha compilato il formulario che poi mi ha fatto firmare.

Torno in albergo e lì trovo un signore distinto che mi si avvicina e mi domanda: «Dove hai portato la macchina?» «Ma quale macchina?» «La macchina, come non hai una macchina?» «No, non ho nessuna macchina, io». Ma questo insisteva: la macchina, la macchina … finchè non l’ho mandato un po’ a quel paese.

In quel mentre vedo scendere dallo scalone dell’albergo il Comandante che va incontro a questo signore che subito gli dice: «Ma c’hai un autista sgarbato in una maniera incredibile … mi ha mandato in quel posto!» Il Comandante gli risponde sorridendo: «Ma, sai, la colpa è mia, lui non c’entra, è un bravo ragazzo. Gliel’ho detto io che qui ci sono molte spie inglesi e quindi di non parlare con nessuno».

Solo allora il Comandante Anfossi mi disse che quel signore era il Console italiano a San Sebastian. Subito dopo il Console mi dà 5 pesetas e dice: «Vai in quel garage dove hai portato la macchina, paghi quello che devono avere, poi ritira quel foglio che ti han fatto firmare e vieni qui». Io torno al garage, ma non c’era più il titolare; c’era la moglie, almeno credo che fosse la moglie, con un bimbo di pochi mesi in una carrozzina che spingeva avanti e indietro. Dico: «Signora, io partire» e lei: «Pagare 3 pesetas». Io gliene do 5, lei mi dà il resto di 2 e poi le dico: «La carta, la carta». Lei non capiva e io ero lì che non sapevo come spiegarmi. Poi finalmente è andata a prendere quel formulario che avevo firmato, ma non me lo dava, non so per quale motivo. Io avevo la macchina in moto, le ho strappato il foglio dalle mani e son scappato a tutta velocità, tanto che a momenti metto sotto la carrozzina col bambino. Arrivo poi all’albergo e racconto al Console e al Comandante quello che mi era successo, ma loro non ci hanno fatto molto caso e mi hanno ascoltato sorridendo. Il Comandante sale in macchina col Console e mi dice: «Adesso vai a fare un giro al porto, guarda com’è la situazione, poi ci troviamo alla Taverna d’Italia», o alla Buca d’Italia, non ricordo bene, comunque era un ristorante che si trovava sotto il consolato. Verso le 9.30-10 arrivano lì, parcheggiano la macchina e insieme a loro scende una baronessa; non so come si chiamasse, ma comunque era una baronessa, molto probabilmente italiana. Ci sediamo tutti assieme per cenare e verso le 11-11.30 – perché lì si mangia tardi – ritorniamo su alla macchina e, fortunatamente, si mette al volante il Comandante; io apro la portiera alla baronessa, poi vado dall’altra parte e apro lo sportello al Console. In quel mentre saltano fuori due poliziotti con le rivoltelle in pugno, salgono sul predellino e uno di loro dice: «El coche quaranta y tres² y todos los occupantes à la comandancia.» Quello l’ho capito bene, anche se non parlo lo spagnolo. Probabilmente i poliziotti pensavano che io fossi uno dell’albergo. Comunque mi chiesero: «Usted? … Usted?» «No, no» ho detto io e sono ritornato giù nel ristorante.

Quando sono arrivati in questura (la comandancia) hanno trovato la signora del garage, quella a cui avevo strappato il foglio dalle mani.

Prima di andare a mangiare, il Console mi aveva fatto vedere dove era la sua villa; avrei dovuto parcheggiare la macchina nel giardino e sarei rimasto a dormire da lui, anche perché ero senza documenti e non avrei certamente potuto pernottare nell’albergo dove alloggiava il Comandante Anfossi.

Ho aspettato un po’, poi sono andato alla villa del Console e mi sono fermato di fuori, seduto su una panchina perché dentro non c’era nessuno. Ho aspettato una quarantina di minuti tremando dalla paura: se fosse passata la polizia e mi avesse chiesto i documenti mi avrebbero portato difilato in galera; quelli non mi avrebbero trovato, non sapevano dove fossi ... e chissà cosa mi sarebbe successo. Finalmente arriva la macchina e parcheggia davanti alla villa; mi sono fatto coraggio, mi sono avvicinato ed erano proprio loro. Il Comandante Anfossi mi ha raccontato: «Sai chi c’era lì? Quella signora alla quale tu hai strappato il foglio dalle mani. È rimasta impappinata, perché le ho detto che sulla macchina c’ero io e non tu. Il Console si è qualificato e lei ha ritirato la denuncia scusandosi per averlo denunciato alla polizia e anche i funzionari della comandancia si sono scusati, consci di aver rischiato di provocare un incidente diplomatico».

Come previsto, dopo aver parcheggiato la macchina nel giardino della villa, mi sono fermato a dormire dal Console. La mattina successiva, il 14 luglio, di buon’ora, il Console mi ha accompagnato alla sede del Consolato dove mi hanno fatto un passaporto provvisorio, quindi finalmente ero in regola. È arrivato il Comandante Anfossi e siamo partiti per Santander.

Siamo arrivati attorno a mezzogiorno dello stesso giorno e siamo andati all’albergo dove alloggiava l’equipaggio del TORELLI; i marinai e gli ufficiali erano già andati a bordo. Il Comandante Anfossi ha dato al Comandante Migliorini la busta che avevo portato da Bordeaux, dopodiché, consegnandomi una pila, mi ha detto: «Tu resta all’albergo e, se vedi movimento di navi militari spagnole o qualcosa di strano nel porto, affacciati alla finestra della tua camera e fai alcuni lampi di luce, altrimenti non fare nulla». Evidentemente la busta conteneva gli ordini per il Comandante Migliorini di forzare il blocco e raggiungere Bordeaux, ma non mi hanno detto nulla in merito a questo.

La giornata trascorse senza alcun movimento di navi militari spagnole nel porto. La mattina successiva, il Comandante Migliorini aveva concordato con le autorità spagnole di effettuare col sommergibile delle prove di navigazione nel porto – un ampio specchio d’acqua di forma quasi circolare che si restringeva in uno stretto passaggio all’uscita – per controllare la corretta esecuzione delle riparazioni effettuate, prima che il TORELLI venisse internato. Quindi, all’orario stabilito, con l’aiuto di due rimorchiatori, il sommergibile ha lasciato il bacino di carenaggio e si è diretto nel mezzo del bacino portuale. L’uscita era sbarrata da una cannoniera spagnola. A bordo del TORELLI si trovavano il Comandante del Porto ed un pilota. Migliorini ha chiesto al rimorchiatore di poppa di sganciarsi e di andare a recuperare una passerella per consentire all’equipaggio di lasciare il battello una volta ormeggiato in banchina. Poi ha chiesto anche al rimorchiatore di prua di sganciarsi per poter effettuare delle evoluzioni con i mezzi propri nel bacino portuale al fine di verificare che il sommergibile rispondesse perfettamente ai comandi. Il Comandante del Porto non ha avuto alcuna obiezione in merito, perché, avendo rifiutato il rifornimento di acqua e di combustibile, era certo che non sarebbe stata tentata la forzatura del blocco. Invece, come dicevo prima, a bordo c’erano ancora 5 tonnellate di gasolio ed erano state caricate, di nascosto, diverse casse di acqua minerale. Arrivato all’altezza della cannoniera, il Comandante Migliorini ha messo a tutta forza, sbracciandosi per salutare assieme ad alcuni marinai che si trovavano in coperta. Un picchetto sulla cannoniera ha risposto al saluto presentando le armi. Anziché girare attorno alla nave spagnola e tornare verso la banchina, come si aspettavano gli Spagnoli, il TORELLI ha imboccato l’uscita allontanandosi a tutta forza. Il pilota e il Comandante del Porto, che aveva cominciato ad inveire contro gli Italiani intimando di invertire la rotta furono trasbordati poco dopo su un peschereccio.

La navigazione verso Bordeaux è proseguita senza intoppi e nel tardo pomeriggio dello stesso giorno il TORELLI è entrato nel bacino di Betasom, dove eravamo giunti anche noi ad aspettarlo.

Infatti, subito dopo la forzatura del blocco da parte del TORELLI, io e il Comandante Anfossi siamo partiti da Santander e ho guidato quanto più velocemente possibile – questa volta avevo i documenti e mi sentivo molto più tranquillo nel caso ci avessero fermato – riuscendo ad arrivare a Bordeaux in tempo per assistere all’arrivo del TORELLI.

Dopo la missione in Spagna sono stato promosso Sottocapo, mi hanno dato una medaglia al merito e una licenza di 22 giorni, l’unica di tutto il periodo trascorso a Betasom.

Naturalmente non vedevo l’ora di tornare a Cherso, da dove mancavo da quando era scoppiata la guerra. Conservo ancora il foglio della licenza. Ho impiegato tre giorni ad arrivare a Cherso. A Mestre sono sceso dal treno e ho preso un autobus per andare a Venezia a casa dell’Ammiraglio Polacchini per consegnare un pacchetto che lui mi aveva dato.

Poi sono montato sul primo treno in partenza per Trieste; seduta accanto a me nello scompartimento, c’era una signora che mi chiede se venivo da La Spezia. «No, vengo dall’Atlantico.» «Conosce il Comandante Tosoni Pittoni?» Alla mia risposta affermativa, la signora prosegue con un’espressione molto triste: «Io sono la sorella, noi non abbiamo più sue notizie; ci hanno detto che potrebbe essere disperso . . .». Io sapevo che era il comandante del sommergibile BIANCHI ed era stato affondato in Atlantico, ma non conoscevo i particolari; non me la sono sentita di aggiungere altra disperazione a quella che leggevo negli occhi della signora e allora le ho risposto che non ero al corrente di nulla.

Giunto a Trieste, ho cambiato treno e sono arrivato a Fiume dove mi sono fermato a dormire la notte. Il giorno dopo ho preso il piroscafo per andare a Cherso, così ho impiegato tre giorni e due notti per tornare a casa.

Se avessi dovuto viaggiare in tradotta chissà quando ci sarei arrivato! Siccome ero “autista di lusso”, sul foglio della licenza mi hanno scritto “autorizzato a viaggiare su treni diretti e direttissimi perché al seguito di un ufficiale superiore (anche se questo non era vero).

Così a Cherso ho passato questi 22 giorni e poi ho trovato la scusa che mi faceva male la pancia. Allora il Tenente Fresa, Comandante della Capitaneria, che mi conosceva già da prima quando io ed un mio amico avevamo fatto la “scappatella” a Cherso proprio alla vigilia della dichiarazione di guerra, mi ha firmato la proroga della licenza per malattia e mi sono rimesso in viaggio per Bordeaux.

Siccome ero già in ritardo, non sono riuscito a fare una sosta in Germania per andare a trovare una ragazza che avevo conosciuto in treno durante il viaggio di andata. Cosa vuole mai, quella volta avevo vent’anni e si marciava alla grande!

 

¹ Era una Ford recuperata dal DE GRASSE, ritargata RM (Regia Marina) 43.

 

² L’auto 43 e tutti gli occupanti in questura.

 

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Biglietto di Licenza (fronte) – Notare in alto a sinistra l’autorizzazione a viaggiare su treni diretti e direttissimi firmata dal Guardiamarina Raffaele Aita. In alto a destra la rettifica circa il rilascio dei buoni viveri per giorni 10 “NON SONO STATI RILASCIATI BUONI VIVERI PERCHE’ QUESTO COMANDO NE E’ SPROVVISTO”. In basso a destra, in corrispondenza del timbro del C.F. Giuseppe Caridi appare la firma del Tenente del C.R.E.M. Luciano Penelope.

 

 

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Biglietto di Licenza (retro) – Notare i vari timbri “Visto arrivare” “Visto partire”. In fondo a destra la concessione di giorni 7 di proroga firmata dal Tenente di Porto Giuseppe Fresa.

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Chersino è semplicemente meraviglioso!

E' una miniera infinita di informazioni e di dettagli che sembra di vivere quelle situazioni.

Bella la fuga con destrezza del TORELLI e bravi gli uomini messi in campo (Chersino compreso), ogni tanto ci prendiamo una soddisfazione.

Anche ora ci vorrebbe un Chersino per liberare due TORELLI! :wacko: :wacko:

Grazie anche a Max42,

 

Antonio

Edited by Nichelio

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Leggo oggi questa storia, a distanza di tempo dalla pubblicazione. E' affascinante!

Un grazie "in ritardo" per la testimonianza...

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