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lazer_one

Ricordi Di Un Chersino A Betasom

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Come sapete, grazie all'impegno di Max42, abbiamo ritrovato un reduce di 93 anni che fu l'autista del Comandante della XI° Flottiglia Atlantica a Bordeaux ovvero di Parona, Polacchini ed infine Grossi.

Per ora abbiamo (Max42 ha) raccolto una serie di ricordi non strutturati ma estremamente belli ed interessanti. Cercheremo di renderli più organici aggiungendo altre vicende e memorie ma, intanto, iniziamo a condividere alcuni episodi vissuti da Chersino (questo è il suo nickname).

PS: potete facilmente comprendere che Chersino non sia particolarmente abituato all'uso di PC ed internet ma, grazie a Max42, ci segue con gioia.

 

Il fermo per lavori del Malaspina, dopo esser giunto a Betasom cambiò la vita di Chersino sommergibilista: ecco come si come si svolsero i fatti.
Ormeggiato ad una banchina della Base si trovava il transatlantico francese ADMIRAL DE GRASSE che, dal porto di Royan situato all’imboccatura della Gironda l’ultima località della costa atlantica dalla quale era ancora possibile evacuare civili e militari verso le colonie francesi – avrebbe dovuto imbarcare un migliaio di militari un centinaio di civili diretti in Marocco. Quando stavano per essere terminate le operazioni di imbarco di persone e merci arrivarono i Tedeschi che lo requisirono trasferendolo a Bordeaux per metterlo a disposizione della Marina italiana che lo avrebbe utilizzato come caserma galleggiante, insieme al piroscafo tedesco USARAMO.
L’ammiraglio Parona vi installò la sede del comando di Betasom e, nelle sue confortevoli cabine di 1ª classe furono alloggiati gli ufficiali dello Stato Maggiore. A bordo del DE GRASSE risiedevano anche i marinai dei sommergibili quando arrivavano a Bordeaux, mentre il personale addetto alla base era sistemato in alcuni hangar che si trovavano in prossimità dei bacini di carenaggio.
Nelle stive del DE GRASSE erano state caricate numerose automobili, dei furgoni e persino delle ambulanze che avrebbero dovuto servire alle colonie francesi. Tutti gli automezzi erano stati scaricati sul piazzale antistante il piroscafo, ma nessuno di loro era funzionante. Allora, il sottordine del Capitano di Fregata Teodorico Capone – comandante operativo della Base – Sottotenente di Vascello Penelope, vedendomi girare incuriosito attorno alle macchine mi chiese cosa fosse ad interessarmi, al che io risposi che da civile facevo l’autista di piazza e mi ero sempre interessato di motori. Penelope deve aver riferito quanto gli avevo detto al Comandante Capone che, il giorno dopo, mi fece chiamare nel suo ufficio per domandarmi se sarei stato in grado di far funzionare qualcuno di quei mezzi. Gli risposi che avrei fatto del mio meglio, ma sapevo già quale era il problema, e mi presi due ore di tempo. Il Signor Penelope mi disse: «Guarda Andrea, cerca di fare il bravo perché l’Ammiraglio non ha né macchina né autista e tu diventerai l’autista di lusso», tant’è vero che questo nomignolo mi rimase appiccicato per tutto il tempo che rimasi a Betasom.
Mi ero già reso conto curiosando tra le macchine, che esse erano state sabotate per renderle inutilizzabili: ad alcune era stato tolto lo spinterogeno, ad altre la bobina o il carburatore. Per la verità i sabotatori furono molto ingenui, perché in questo modo, prelevando i pezzi mancanti da altre auto, riuscii a rimettere in funzione l’auto che avevo scelto: era una Simca 1100.
Non erano ancora trascorse le due ore di tempo che mi ero preso, quando dissi al Signor Penelope di informare il Comandante Capone che la macchina dell’Ammiraglio era funzionante. Questi scese dal DE GRASSE, salì in macchina e fece un breve giro nel piazzale. Quando si fermò mi disse: «Bravo Andrea, da questo momento sei l’autista dell’Ammiraglio.»
Al momento la Simca fu l’unica auto in disponibilità della base e venne utilizzata sia come macchina di rappresentanza che come macchina di servizio. Man mano che arrivavano nuovi autisti tra gli equipaggi dei sommergibili che attraccavano a Betasom, oppure tra il personale militare della base, furono messi in funzione altri automezzi per svolgere i compiti di servizio. Mi ricordo, per esempio, che uno del San Marco recuperò un’ambulanza, un altro un camioncino, un altro un furgone, un altro ancora una Peugeut e così via . . . si era formato, insomma, un piccolo autoparco.
014betasom.jpg

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bel racconto, fulgido esempio dell'ingegno italico. Sarebbe interessante una volta raccolti tutti poterli pubblicare, al fine di mantenere la memoria di questi uomini per le future generazioni.

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Mi chiamo Dino Franceschini, sono figlio di un secondo capo che era nella base Betasom, nel distaccamento del San Marco, ho letto il racconto semplice ma anche avvincente per l'evidenza dell'ingegnio che quei soldati dovevano aver per mandare avanti la loro sopravvivenza . E' in accordo con i racconti che mio padre mi faceva tanti anni fa. Lui, si chiamava Ido, dopo l'8 settembre fu internato in Germania. Se qualcuno lo abbia conosciuto chiedo di avere notizie. Saluto e ringrazio

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