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Alagi

Storia Dei Sommergibili

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Titolo: STORIA DEI SOMMERGIBILI. La guerra subacquea dalle origini all’era atomica

Autore: Arthur R. Hezlet

Editore: Odoya, Bologna

Anno: 2012

Pagine: 380

Dimensioni: cm 15 x 20,5 - oltre 150 tra fotografie e cartine in b/n, brossura

Prezzo: Euro 20,00

reperibilità: facilissima

 

 

hezletsommergibili.jpg

 

 

Con un’operazione del tutto analoga a quella già posta in essere con la riedizione dell’opera principale del comandante M.A. Bragadin (si veda la recensione de La Marina italiana 1940-1945 qui: http://www.betasom.i...showtopic=36901 ), la casa editrice Odoya ripropone ora un altro buon lavoro di pubblicistica navale da tempo ormai fuori commercio. Si tratta del volume La guerra subacquea, scritto negli anni Sessanta dall’ammiraglio britannico Arthur R. Hezlet e ben tradotto per i tipi della casa editrice Sansoni – dall’originale inglese The submarine and Sea Power – dall’ammiraglio Aldo Cocchia (1900-1968), Medaglia d’oro e già celebre direttore della Rivista Marittima e dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

A parte la peculiare, curiosa (e poco educata) scelta del cambio del titolo, Storia dei sommergibili ripresenta il testo originale de La guerra subacquea: un buon lavoro, anche se ormai datato, essendo limitato ai primi anni Sessanta.

 

Le buone notizie finiscono qui.

 

Dove invece la casa editrice Oyoda “ha colpito ancora” è purtroppo il corredo fotografico del volume. Come già avvenuto per La Marina italiana 1940-1945, l’editore ha inteso corredare anche la riedizione di questo volume di un buon numero di foto: operazione che, di per sé, sarebbe meritevole, ma che, purtroppo – anche in questo caso – porta ad un risultato di pessimo livello, tale da rendere necessario un doveroso approfondimento di questo specifico aspetto.

Difatti, oltre alle cartine e i piccoli, onesti disegni già presenti nell’edizione originale italiana, sono state aggiunte numerose immagini fotografiche di varia provenienza (non sempre citata) con relative didascalie: ed è qui che “casca l’asino”. Sono infatti queste, per la stragrande maggioranza, a stimolare prima l’ilarità, poi lo stupore e lo sconcerto e – infine – l’incredulità di un lettore anche meno che mediamente preparato sull’argomento.

E’ veramente difficile scegliere quale tra gli innumerevoli svarioni, le crasse dimostrazioni di abissale ignoranza in materia e le monumentali castronerie scritte dall’anonimo (per sua fortuna) curatore iconografico dell’opera possa meritare l’ “Oscar” per la migliore fesseria navale dell’anno…

A parte la confusione, ripetuta decine di volte, tra i termini “sottomarino” e “sommergibile” (che, è noto, non sono sinonimi), il volume si apre - a pag. 10 - con una fotografia del “comandante di corvetta” (sic! Al posto di capitano di corvetta) Luigi Longanesi Cattani per arrivare alle bandiere “ammainate” quando sono invece a riva (pag. 201) e a un U-boot (pag. 211) che sta entrando in un “bunker sottomarino” (!) della base di Saint Nazaire ecc. Apprendiamo poi che numerosi tra navi e sommergibili sono stati “abbattuti” anziché affondati (pag. 20, 47, 134 e 188), e sono stati ugualmente “abbattuti” da un cacciatorpediniere britannico quattro sommergibili tedeschi le cui sagome vengono dipinte da un marinaio sulla paratia a fianco della plancia di comando (foto a pag. 188); per contro, veniamo a sapere che l’U-110 è stato addirittura “ammainato” dal caccia inglese Bulldog il 9 maggio 1941... Analogamente l’ineffabile estensore scambia i distintivi di specialità per i sommergibilisti della Kriegsmarine per “Croci di Ferro” al valore (pag. 317) ecc. Ma, forse, la bestialità più incredibile è quella di pag. 202, dove la didascalia di una nota fotografia raffigurante un convoglio dice testualmente: “un convoglio alleato attaccato nelle acque del Mediterraneo da un aereo italiano”. Orbene, quella foto è stata scattata il 19 giugno 1941 da S. 79 italiani di scorta a un convoglio nazionale in rientro dall’Africa settentrionale con, evidentissima, la torpediniera Cigno in primo piano… Ma si potrebbe continuare ancora e ancora.

Per completare lo sfacelo di un’opera già più che irrimediabilmente compromessa, l’editore ha pensato bene di affidare alle cure di tal Mirko Molteni un’appendice sullo sviluppo dell’arma subacquea dagli anni Sessanta ai giorni nostri e, in sole quindici pagine, chi lo desidera può assistere alla “comica finale” che chiude questa tragedia editorial-sommergibilistica. A parte i comandanti dei vari battelli, tutti definiti “capitani”, leggiamo della prolifica classe “Los Angeles”, di SSBN scudati dalla calotta glaciale e del sottomarino statunitense Seawolf definito al tempo stesso un “ciclope” e una “scheggia di velocità”. Questa sì’ che è terminologia tecnica! La stessa, probabilmente, che porta il nostro a definire i battelli tipo “212” con propulsione AIP dei “sommergibili diesel-elettrici”… Tutto il saggio di Molteni è in odore di ricerca scolastica condotta su Wikipedia, per di più con l’ausilio di uno dei tanti (ed eufemisticamente imprecisi) traduttori disponibili su internet: viceversa, non si spiegherebbero frasi come “… I Sauro entrarono in servizio per la pattuglia del Mediterraneo, bacino praticamente chiuso e abbarbicato alle proprie basi …”.

Si potrebbe sarcasticamente concludere che la casa editrice Odoya – che con La Marina italiana 1940-1945 era probabilmente riuscita a far rivoltare nella tomba il comandante Bragadin – con Storia dei sommergibili ha ottenuto il medesimo risultato addirittura nei confronti di due ammiragli.

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Come per La Marina italiana, il consiglio può essere solo questo:

UN LIBRO DA NON COMPERARE ASSOLUTAMENTE: 20 Euro buttati via!

Edited by Alagi

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purtroppo Alagi ha ragione, ed è un peccato perchp la prima parte dellìopera è interessante. Forse è sbagliato chiamarla storia dei sommergibili perchè è fortemente orientata sulla storia inglese dei battelli (e come tale un po di parte) ma è sicuramente interessante

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Il libro è impostato non sulla capacità dell'uomo (sommergibilista) ma sull'uso che è stato strategicamente fatto dagli strateghi in guerra, da entrambi i belligeranti contrapposti con i risultati ottenuti buoni o nulli. Le perdite e le attrezzature di scoperta.

I giapponesi come gli italiani arretrati per le apparecchiature di scoperta, soprattutto Radar e Sonar, hanno sofferto notevolmente questo arretramento.

 

Non ho letto tutto il libro, con una sbirciata alla guerra nel Pacifico (che conosco meno), mi ha attanagliato dall'interessante esposizione.

 

Purtroppo è messo in luce il ruolo dei sommergibili, secondario per l'impossibilità di ottenere i risultati risolutivi, neanche in

Atlantico dove i sommergibili hanno certamente ottenuto livelli di gran lunga migliori di quelli avuti nel Pacifico, ma non risolutivi.

Nel Pacifico siano americani che giapponesi hanno fatto "pulizia" del mare con i colpi di "grazia" per l'affondamento della "Yorktown" che le portaerei giapponesi a Midway. Oppure portamateriali e persone dove le navi di superficie non potevano arrivare, perché il mare era ormai in mano al nemico.

 

Mezzi utili ma di supporto con perdite elevatissime. Sir Arthur R.Hezlet prima di diventare ammiraglio era sommergibilista e, quindi, si "sente" che il libro è scritto da uno di noi.

Molti disegni di sommergibili tutti e non solo inglesi, planimetrie dei mari con le crocette degli affondamenti. Foto di Personaggi che visitano i smg e naufraghi salvati (compresi i giapponesi) navi in convoglio e navi in situazione di affondamento. Foto di cerimonie funebri per sepoltura in mare e la cerimonia terrestre per i morti del "Lusitania".

Storia non solo della seconda guerra mondiale, anche della prima con l'ante e il dopo la seconda.

 

Varo5

Edited by malaparte

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Titolo: STORIA DEI SOMMERGIBILI. La guerra subacquea dalle origini all’era atomica

Autore: Arthur R. Hezlet

Editore: Odoya, Bologna

Anno: 2012

Pagine: 380

Dimensioni: cm 15 x 20,5 - oltre 150 tra fotografie e cartine in b/n, brossura

Prezzo: Euro 20,00

reperibilità: facilissima

 

 

hezletsommergibili.jpg

 

 

Con un’operazione del tutto analoga a quella già posta in essere con la riedizione dell’opera principale del comandante M.A. Bragadin (si veda la recensione de La Marina italiana 1940-1945 qui: http://www.betasom.i...showtopic=36901 ), la casa editrice Odoya ripropone ora un altro buon lavoro di pubblicistica navale da tempo ormai fuori commercio. Si tratta del volume La guerra subacquea, scritto negli anni Sessanta dall’ammiraglio britannico Arthur R. Hezlet e ben tradotto per i tipi della casa editrice Sansoni – dall’originale inglese The submarine and Sea Power – dall’ammiraglio Aldo Cocchia (1900-1968), Medaglia d’oro e già celebre direttore della Rivista Marittima e dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

A parte la peculiare, curiosa (e poco educata) scelta del cambio del titolo, Storia dei sommergibili ripresenta il testo originale de La guerra subacquea: un buon lavoro, anche se ormai datato, essendo limitato ai primi anni Sessanta.

 

Le buone notizie finiscono qui.

 

Dove invece la casa editrice Oyoda “ha colpito ancora” è purtroppo il corredo fotografico del volume. Come già avvenuto per La Marina italiana 1940-1945, l’editore ha inteso corredare anche la riedizione di questo volume di un buon numero di foto: operazione che, di per sé, sarebbe meritevole, ma che, purtroppo – anche in questo caso – porta ad un risultato di pessimo livello, tale da rendere necessario un doveroso approfondimento di questo specifico aspetto.

Difatti, oltre alle cartine e i piccoli, onesti disegni già presenti nell’edizione originale italiana, sono state aggiunte numerose immagini fotografiche di varia provenienza (non sempre citata) con relative didascalie: ed è qui che “casca l’asino”. Sono infatti queste, per la stragrande maggioranza, a stimolare prima l’ilarità, poi lo stupore e lo sconcerto e – infine – l’incredulità di un lettore anche meno che mediamente preparato sull’argomento.

E’ veramente difficile scegliere quale tra gli innumerevoli svarioni, le crasse dimostrazioni di abissale ignoranza in materia e le monumentali castronerie scritte dall’anonimo (per sua fortuna) curatore iconografico dell’opera possa meritare l’ “Oscar” per la migliore fesseria navale dell’anno…

A parte la confusione, ripetuta decine di volte, tra i termini “sottomarino” e “sommergibile” (che, è noto, non sono sinonimi), il volume si apre - a pag. 10 - con una fotografia del “comandante di corvetta” (sic! Al posto di capitano di corvetta) Luigi Longanesi Cattani per arrivare alle bandiere “ammainate” quando sono invece a riva (pag. 201) e a un U-boot (pag. 211) che sta entrando in un “bunker sottomarino” (!) della base di Saint Nazaire ecc. Apprendiamo poi che numerosi tra navi e sommergibili sono stati “abbattuti” anziché affondati (pag. 20, 47, 134 e 188), e sono stati ugualmente “abbattuti” da un cacciatorpediniere britannico quattro sommergibili tedeschi le cui sagome vengono dipinte da un marinaio sulla paratia a fianco della plancia di comando (foto a pag. 188); per contro, veniamo a sapere che l’U-110 è stato addirittura “ammainato” dal caccia inglese Bulldog il 9 maggio 1941... Analogamente l’ineffabile estensore scambia i distintivi di specialità per i sommergibilisti della Kriegsmarine per “Croci di Ferro” al valore (pag. 317) ecc. Ma, forse, la bestialità più incredibile è quella di pag. 202, dove la didascalia di una nota fotografia raffigurante un convoglio dice testualmente: “un convoglio alleato attaccato nelle acque del Mediterraneo da un aereo italiano”. Orbene, quella foto è stata scattata il 19 giugno 1941 da S. 79 italiani di scorta a un convoglio nazionale in rientro dall’Africa settentrionale con, evidentissima, la torpediniera Cigno in primo piano… Ma si potrebbe continuare ancora e ancora.

Per completare lo sfacelo di un’opera già più che irrimediabilmente compromessa, l’editore ha pensato bene di affidare alle cure di tal Mirko Molteni un’appendice sullo sviluppo dell’arma subacquea dagli anni Sessanta ai giorni nostri e, in sole quindici pagine, chi lo desidera può assistere alla “comica finale” che chiude questa tragedia editorial-sommergibilistica. A parte i comandanti dei vari battelli, tutti definiti “capitani”, leggiamo della prolifica classe “Los Angeles”, di SSBN scudati dalla calotta glaciale e del sottomarino statunitense Seawolf definito al tempo stesso un “ciclope” e una “scheggia di velocità”. Questa sì’ che è terminologia tecnica! La stessa, probabilmente, che porta il nostro a definire i battelli tipo “212” con propulsione AIP dei “sommergibili diesel-elettrici”… Tutto il saggio di Molteni è in odore di ricerca scolastica condotta su Wikipedia, per di più con l’ausilio di uno dei tanti (ed eufemisticamente imprecisi) traduttori disponibili su internet: viceversa, non si spiegherebbero frasi come “… I Sauro entrarono in servizio per la pattuglia del Mediterraneo, bacino praticamente chiuso e abbarbicato alle proprie basi …”.

Si potrebbe sarcasticamente concludere che la casa editrice Odoya – che con La Marina italiana 1940-1945 era probabilmente riuscita a far rivoltare nella tomba il comandante Bragadin – con Storia dei sommergibili ha ottenuto il medesimo risultato addirittura nei confronti di due ammiragli.

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Come per La Marina italiana, il consiglio può essere solo questo:

Buongiorno Comandanti!

In effetti due "tonfi in acqua" su due non è male come score negativo,l'altro ieri ho preso il libro,sempre della casa Ed.Odoya,di G.Da Frè sulla storia della Marina Tdesca nel 39-45.

Ora appena ho un'attimo lo sfoglio alla ricerca di eventuali svarioni.....speriamo che abbiano cambiato il curatore della parte iconografica.

Qualcuno di voi ha giià avuto modo di visionare il libro in questione?

 

Tanti Saluti!!

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