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sagu7755

Silurificio Di Baia

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Buon giorno a tutti gli amici di Betasom. Per prima cosa spero di essere nel posto giusto e, soprattutto, di utilizzare la modalità corretta per rivolgere una richiesta di aiuto. Sto effettuando una ricerca sul Silurificio Italiano di Baia (che sorgeva nel territorio di Bacoli nel quale sono nato e vivo). Per la ricerca, sto incontrando grosse difficoltà soprattutto a causa della Marina Militare italiana che, a settanta anni dagli eventi, ancora non rimuove il segreto militare dai documenti relativi all'argomento. Gli Stati Uniti, invece, lo hanno fatto nel 2000 e molta parte della ricerca si basa proprio su documenti della OSS desecretati. Ricordo che, oltre al Siluro Italiano Calosi, all'avanguardia per l'epoca, nel silurificio di Baia, in un reparto segreto, si lavorava su un prototipo di un sottomarino d'assalto, della lunghezza di circa 20 mt, che avrebbe dovuto sostituire i "maiali". Concludo chiedendo ogni aiuto che potrete darmi.

 

 

Grazie anticipate

 

 

sagu7755

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Sono fuori casa ma penso che siano stati scritti un paio di articoli a riguardo.

Intanto benvenuto nel forum: di solito i nuovi arrivati si presentano in Quadrato Ufficiali ed offrono un brindisi virtuale di buon imbarco.

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Un argomento molto vasto e altrettanto interessante, non ho capito se sei interessato alla storia del silurificio in generale, alle lavorazioni siluristiche o a quelle dei tascabili e degli avvicinatori.

Negli stabilimenti hanno progettato (e costruito) vari mezzi insidiosi, immagino che tu conosca la storia degli SA e i relativi articoli scritti da Cernuschi e Harrauer sul tema..

Edited by Lefa

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Per prima cosa mi scuso con Voi per il modo con cui mi sono presentato, non conosco la prassi e spero che qualcuno mi possa dare informazioni in merito. Scusatemi ancora.

Per quanto riguarda, invece, la mia ricerca essa svaria su tutti gli aspetti dalla storia del Silurificio Italiano di Baia con i probabili atti di sabotaggi (ho intervistato alcune persone che lavoravano al Siluripedio di San Martino e dalle loro parole si capisce che l'attività di sabotaggio era a conoscenza di tutti), alle varie lavorazioni (SIC e Sottomarini di Assalto SA1, SA2 e SA3), all' Operazione Mc Gregor, I° caso di spionaggio militare della Seconda Guerra Mondiale. Spero mi possiate dare una mano così come, spero, seguendo le indicazioni che vorrete darmi, di pubblicare i risultati fin qui raggiunti.

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Le unità di superficie della Regia Marina, nel corso del secondo conflitto mondiale, durante i combattimenti navali non ottennero rilevanti risultati. I maggiori obiettivi sul mare furono raggiunti grazie all’impiego di siluri, fossero questi lanciati da sommergibili, pilotati dagli operatori della Decima Flottiglia MAS oppure veicolati da aerosiluranti.

In particolare, le azioni degli aerosiluranti della Regia Aeronautica furono non solo le più brillanti ma forse anche le più spettacolari, anche in considerazione della modestia dei mezzi usati. Ebbene, troppo spesso si verificava che il siluro, sebbene fosse lanciato in maniera corretta ed impattasse regolarmente contro le navi avversarie, faceva pietosamente cilecca rendendo così vani il coraggio e l’eroica a spregiudicatezza degli equipaggi italiani.

 

Un caso che si ripete, fastidiosamente, troppe volte non può considerarsi tale e le mancate deflagrazioni degli aerosiluri indussero più d’uno a ritenere che si trattasse di sabotaggi. L’inchiesta che ne seguì arrivò a concludere che tutti i siluri fallaci provenivano dal silurificio Whitehead di Baia di Napoli. Nel corso della stessa inchiesta si identificò il responsabile in un collaudatore, un ingegnere silurificio. Il prosieguo dell’indagine portò poi ad accertare che non si trattava di sabotaggio ma di semplice imperizia. Il nostro ingegnere, anziché effettuare i collaudi utilizzando per ogni siluro il proprio apparato guidasiluro, impiegava un unico guidasiluri per tutti i collaudi, cosa che di fatto falsava l’esito delle prove. Il tecnico in questione ed il direttore dello stabilimento furono comunque rinviati alla magistratura, con la generica accusa di attività illecita tendente ad aumentare la produzione e conseguentemente l’utile d’esercizio. Il processo, avviato ’43, ebbe termine solo a guerra finita, nel 1948 con l’assoluzione perché il fatto non costituiva reato.

Quali siano stati i reali contorni della vicenda è argomento sul quale la Magistratura si è già pronunciata, ma è interessante citare in proposito Carlo Unia, uno dei nomi più prestigiosi dell’aeronautica italiana. Quest’ultimo, nel suo volume “Storia degli Aerosiluranti Italiani” (parte III pag. 201) scriverà: “Più tardi il nostro ingegnere che aveva mire politiche in un determinato partito, pur di crearsi delle benemerenze a posteriori, pare si sia vantato di aver sabotato i siluri in tempo di guerra in quanto era contrario alla guerra dell’asse”

Quella dei siluri fallaci del silurificio di Napoli non sarà l’unica “stranezza” che si verificherà in quel conflitto. Basta ricordare ciò che avvenne, nel giugno ’43, nel corso della missione aeronautica tesa a silurare le navi alla fonda nel porto di Gibilterra. All’azione era destinata una pattuglia di trimotori S.M. 79 “Sparviero” che, partendo da Istres (Francia), dovevano portare a termine un’azione tendente più a conseguire risultati di carattere propagandistico che di carattere militare.

Gli Sparviero, destinati a una missione su di un obiettivo molto lontano dalla base di partenza, erano dotati di una migliore strumentazione, montavano i più potenti motori Alfa 128, in sostituzione degli Alfa 126, e per avere maggiore autonomia erano dotati di serbatoi aggiuntivi. Inoltre, gli aerei erano armati con i nuovi siluri a testata magnetica i quali non pochi problemi dettero nella fase di messa a punto.

La missione si rivelò un fallimento, dei dieci velivoli approntati solo due, quelli pilotati da Carlo Faggioni e Giuseppe Cimicchi, riuscirono al termine del volo di avvicinamento ad entrare nella rada di Gibilterra. Anche i due siluri lanciati in questo caso, pur non fallendo il bersaglio, non causarono alcun danno perché non esplosero.

Prima della partenza dalla base di Istres, i due siluri erano stati privati della carica di aria compressa che permetteva la propulsione in acqua dell’arma. Il controllo eseguito alle armi ancora agganciate ai velivoli rientrati alla base senza aver effettuato la missione, consentì di riscontrare anomalie che non ne avrebbero permesso il corretto funzionamento in caso di lancio..

I sabotaggi non si limitarono ai soli siluri. Per esempio, dei dieci velivoli destinati alla missione ne partirono da Istres soltanto nove in quanto l’aereo pilotato da Giulio Cesare Graziani si era danneggiato durante un atterraggio in esercitazione sul campo francese. L’incidente, dovuto al cedimento di una delle gambe di forza del carrello del trimotore, fu causato dal fatto che le saldature della croce della forcella del carrello erano state fatte solo in superficie utilizzando stagnola anziché stagno. Lo stesso Graziani addebiterà poi il fatto a un’azione di sabotaggio fatta sicuramente in ditta.

 

Lasciando i fatti di Istress ricorderemo, infine, quello che Emanuele Buscaglia, al ritorno dalla prigionia in dall’America, raccontò a Graziani sull’Aeroporto di Campo Vesuvio nel 1944. Giulio Cesare Graziani, prima dell’azione del novembre ‘43 nel Golfo di Bougie nel corso della quale Buscaglia sarebbe stato abbattuto e creduto morto, era rimasto interdetto quando, sul campo di volo di Gerbini, il Comandante Buscaglia aveva dato ordini che il suo trimotore fosse vigilato ininterrottamente da un carabiniere. L’ordine, per quanto strano, trovava origine nel fatto che il Comandante era stato avvertito da un autorevole personaggio di Catania circa un attentato che si tramava contro di lui. Ebbene l’attentato, secondo il racconto dello stesso Buscaglia, era stato realmente eseguito e aveva portato al suo abbattimento a Bougie. Il velivolo di Buscaglia era stato abbattuto perché nel corso dell’azione le armi di bordo si erano inceppate a causa dei nastri di alimentazione confezionati criminalmente con cartucce insufficienti e ciò non aveva permesso un’efficace reazione alla caccia avversaria.

Nel suo racconto il Comandante Buscaglia aggiunse poi che al ritorno dall’America era stato ricevuto Napoli da un alto personaggio del partito Comunista il quale gli aveva confermato che fra il personale del suo Gruppo di volo erano da tempo operanti i comunisti di una cellula del Partito. Era a costoro Buscaglia attribuiva il sabotaggio delle armi del suo trimotore, aggiungendo che se questo non si fosse verificato, facilmente sarebbe ritornato incolume a Castelvetrano dal cielo da Bougie.

Con queste poche note non voglio certo dimostrare che l’Italia perse quella guerra, ed in particolar modo la guerra aerea, a causa dei sabotaggi.

Certo è che i sabotaggi avvennero e furono anche rilevanti e ad avvalorare tale tesi basta pensare, a titolo d‘esempio, agli attestati rilasciati alla fine della guerra dai comandi Alleati a cittadini italiani per l’aiuto dato al loro sforzo bellico. Attestati che in molti casi facevano riferimento al periodo va dal 1939 al 1943.

L’attenzione avuta alla fine della guerra dagli alleati verso i propri “amici” italiani prese addirittura corpo in un articolo del trattato di pace che vietava all’Italia di punire quei traditori che avevano vibrato una pugnalata alle spalle che trovava ragione in un solo programma politico e militare: Muoia anche la Patria purché con essa muoia il Fascismo.

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da base artica, marco

 

bruto (da cesare) e giuda hanno davero lasciato tanti figli in questo paese!!

 

ma i partiti che si avvalgono di tali soggetti la dicono tutta sulla loro serietà peccato che gli stupidi abbondino.

 

 

marco

Edited by bussolino

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ringrazio quanti hanno risposto ma, purtoppo, le notizie riferite erano da me già conosciute. Soprattutto quelle relative ai sabotaggi che avvenivano, o sarebbero avvenuti, nel Silurificio di Baia (che, per correttezza di informazione non era Whitehead). Ho incontrato ed intervistato alcune persone che, all'epoca dei fatti, lavoravano al Siluripedio di San Martino (il luogo dove si provavano i siluri). Tutti mi hanno confermato l'abitudine di provare i siluri utilizzando una serie di guidasiluri (sei-sette) già controllati e presenti nel reparto allestimento dei siluri situato nel cuore della collinetta di San Martino. Ebbene, tra gli stessi testimoni, intervistati in tempi e luoghi diversi per evitare che potessero influenzarsi l'un l'altro, c'era chi diceva che la procedura era normale e suggerita dai tempi ristretti per le prove, e chi, invece, parlava, apertamente, di atto di sabotaggio in questo comportamento.

Laddove trovo difficoltà a trovare notizie è nella parte che riguarda il comportamento di Minisini e la "vendita" di documenti e materiali già finiti (SIC e SA) agli Americani che li presero e li portarono negli Stati Uniti. Qualche cosa ho trovato negli USA perchè in questo paese è stato revocato il segreto militare nel 2000. In Italia, invece, questo non è ancora avvenuto e i miei tentativi di consultare l'archivio della Marina Militare, in merito al Silurificio, sono andati a vuoto.

Grazie ancora e spero di avere e dare altre informazioni.

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Non capisco a chi si riferisca il dott. Piergiorgio. Per quanto mi riguarda, non ho fatto illazioni in nessuna delle mie affermazioni. La storia del "tradimento" o "accordo" che intervenne tra l'ammiraglio Minisini, all'epoca dei fatti responsabile della progettazione del Silurificio Italiano di Baia, e l'OSS è nota ai più ed è costituita da fatti incontrovertibili.

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credo che si riferisca proprio ai tuoi "fatti incontrovertibili".

potresti, e sarebbe un bell'approfondimento, citare fonti e testi che abbiano fondamento e affidabilità (ne avrai sicuramente). Sul web ci sono fin troppe verità incontrovertibili che crollano alla prova dei fatti...

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Buscaglia e Faggioni iniziarono alcune verifiche sui siluri che non erano stati utilizzati e, con l'autorizzazione del Ministero, le indagini furono estese alla ditta fornitrice, il Silurificio di Baia presso Napoli. Fu individuato e deferito al Tribunale Militare un caporeparto[8] che sabottava gli apparecchi di controllo di galleggiamento dei siluri[9].

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Beh, non è certo un segreto che Calosi e Minisini lavorarono negli States alle contromisure per il SIC (e a chissà cos'altro), le fonti alle quali fa probabilmente riferimento sono i documenti dell'OSS desecretati da un po' di anni e portati alla luce dalle ricerche di Cernuschi ed Harrauer.. niente di nuovo sul fronte occidentale.

Edited by Lefa

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Scusate mi sono perso: dove si vuole andare a parare? Quale è la tesi che si cerca di dimostrare, che i siluri non ebbero successo per sabotaggio? Lo scarso affidamento dei siluri nella IIGM era un problema noto per tutte le marine, basti leggere questo:

 

This major problem with the Mk. 14 and Mk. 23 torpedoes was identified on July 24, 1943 in the war's twentieth month by TINOSA Commanding Officer, Lieutenant Commander L. R. (Dan) Daspit. He spotted the unescorted TONAN MARU west of Truk in broad daylight. She was Japan's largest tanker, rated at 19,262 tons. Daspit initially fired at long range on a large track angle and put two hits into her stopping her dead in the water. He then hit her with two more torpedoes causing her to settle slightly by the stern. Next he closed to less than a thousand yards and fired eight more fish at the tanker's broadside. Although he witnessed eight more hits, none of the warheads exploded. The problem was obviously in the exploder. Tests conducted by the Submarine Force at Pearl immediately thereafter finally pinpointed the problem with the exploder mechanism.

 

Otto siluri, otto cilecche: comunisti anche a Pearl Harbor? ecco, se magari riuscissimo ogni tanto a ridurre le cose a quelle che sono, senza andare sempre a cercare tradimenti, complotti....

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Non so dove voglia andare a parare Sagu, ma che a Baia ci fosse qualcuno che remava contro è altamente probabile.. Anche dopo l'armistizio parecchie maestranze in diversi settori misero i bastoni fra le ruote alle varie produzioni (vedi mezzi d'assalto)..

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Boh, il silurificio cessò l'attività a fine guerra e produsse motorette.... che non credo fossero sabotate. Se parliamo della MicroLambda di Calosi, non credo ci siano stati 'sabotaggi', o almeno non ne sono a conoscenza. Ma possiamo sempre saperne di più, da chi sa.

 

http://giuseppe-peluso.blogspot.it/2011/06/la-cugina-flegrea-della-ducati_15.html

Edited by madmike

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vi invito a mantenere i toni calmi e rilassati che contraddistunguono le discussioni su betasom.

come si dice: prevenire è meglio che curare...

 

Penso che Sagu non si sia inventato le cose che dice, per cui lasciate che sia Sagu a portare i documenti su cui si basa, avrà ben qualche testo da cui trae le sue conclusioni.

le "illazioni" (come dice PIergiorgio), lasciamole ai superficiali o a chi vuole a tutti i costi reinventare la storia.

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Mi dispiace aver causato una polemica, non era nelle mie intenzioni. Comunque, i fatti incontrovertibili cui facevo cenno sono tutti riferiti in alcuni testi editi negli Stati Uniti in anni immediatamente successivi la Seconda Guerra Mondiale. Questo è l'elenco, per adesso parziale, dei testi da me ritrovati negli USA:

Otto J. Scott The creative ordeal: the story of Rayteon

Charles T. O' Reilly Forgotten Battles

Smith, R. Harris. OSS: The Secret History of America s First Central Intelligence Agency

 

Ancora, l'operazione di cui discutiamo ebbe una notevole eco negli Stai Uniti, tanto è vero che ne fu tratto, nel 1946, un film dal titolo Cloak and dagger diretto da Fritz Lang e con Gary Cooper.

 

Per quanto riguarda il resto, posso dire che il silurificio di Baia fu minato dai tedeschi in ritirata e fu fatto saltare in area. Quando dopo l'occupazione alleata, l'area ritornò in possesso dell'Italia, ci fu una riconversione delle attività e fu fondata, a tal proposito, la I. M. N. (Industria Meccanica Napoletana) che produceva moto e motorini (Baio, Paperino e Mosquito) per conto di altre società. Non capisco quali possano essere i sabotaggi operati da maestranze in diversi settori come viene riferito.

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Il fatto che un'informazione sia scritta in un libro non può però costituire, di per sé, garanzia di verità assoluta. Un libro può essere l'opera di uno storico che va a documentarsi negli archivi di stato così come quella di un giornalista prestato alla ricerca storica che lavora su testimonianze inattendibili.

Non voglio screditare nessuno (al limite, gli autori dei suddetti volumi) ma delle opere che trattano di operazioni segrete edite dopo un intervallo di tempo così breve dalle stesse hanno, a mio modesto parere, ben poca attendibilità. Chiaro che chi in quegli anni si trovasse a parlare di operazioni dell'OSS o simili aveva tutto l'interesse a far credere che la longa manus del servizio (sulla cui attività reale non poteva esistere nessun documento consultabile dal pubblico, in quanto coperta da segreto) fosse giunta ovunque nel mondo ed avesse minato le basi della potenza nemica.

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Ma questi non sono certo ritrovamenti inediti, se ne è parlato anche in Italia in diversi siti (uno a caso: http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/personaggi/maugeri.htm)..

Comunque mi pare che manchi il piú interessante, ovvero "the war report of the OSS", in bibliografia dello stesso "forgotten battles", disponibile su google books (http://books.google.it/books?id=2LBvZPXmmqoC&printsec=frontcover&dq=Forgotten+Battles:+Italy's+War+of+Liberation,+1943-1945+%C2%A0Di+Charles+T.+O'Reilly&source=bl&ots=vDVz4PnROX&sig=ruFSjHb2Y-BVcrksBhtDgc_1HlI&hl=it&sa=X&ei=wwMrUNGtPMnYrQe72YCQDg&ved=0CEcQ6AEwAA#v=onepage&q=Forgotten%20Battles%3A%20Italy's%20War%20of%20Liberation%2C%201943-1945%20%C2%A0Di%20Charles%20T.%20O'Reilly&f=false )..

Inoltre l'IMN non costruiva solo materiale civile, anzi, ció che gli permetteva di pagare gli stipendi erano sempre le lavorazioni per la MMI anche in collaborazione con la Navy, tanto che quando l'industria fu tagliata fuori dall'USAS dovette chiudere i battenti..

I sabotaggi di cui ho scritto non erano riferiti a Baia ma alle ditte produttrici di mezzi d'assalto in Italia..

 

@Luciano: ribadisco che la collaborazione fra Minisini, Calosi e la Navy è una certezza, non un romanzo.

Cercate nel motore di ricerca dei documenti desecretati della CIA: http://www.foia.cia.gov/

Edited by Lefa

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@Lefa: mi devi scusare, ma un sito che riporta un nome indicibile (quello di uno che vomitava inchiostro contro la RM e MMI) in evidenza è screditato automaticamente in questo consesso.... e il resto non è che sia meglio dal pdv storiografico.

 

Saluti,

dott. Piergiorgio.

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Piergiorgio, forse non riesco a spiegarmi.. o forse si, ad ogni modo il link a quel sito non era volto a dimostrare che scriveva cose vere, ma che non sono cose inedite come si evince dalle parole di Sagu (ie "da me trovati" ecc..). Il mio italiano deve fare proprio pena.

È tutta roba già trattata, trita e ritrita, e se ancora non credi che i due personaggi in oggetto lavorarono negli states per gli americani, informati meglio, non ne ho piú molta voglia.

Se con "il resto" intendi il resto del mio messaggio, di nuovo cerca di informarti, se ti riferivi invece al resto del contenuto del sito, non ho letto neanche una riga.

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so che fa caldo, ma vi invito a mantenere calma e moderazione spostando il discorso sui fatti e sui testi (e la loro affidabilità, magari).

per polemiche e commenti privati esistono i pm. viceversa, come sempre, non mi faro scrupolo a chiudere il topic...

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@Lefa

 

1) mi scuso per la mancata chiarezza di "il resto"; non mi riferivo a te personalmente, ma al resto del link, che ho dato una scorsa veloce prima di chiudere il tab; e scusami, che cosa ti proponevi di dimostrare linkando a caso, per tua stessa ammissione, un link pieno di materiale, a mio avviso, di valore storiografico nullo ? non è una polemica, ovviamente.

 

2) onestamente, che c' entrano il libro sugli Alti gradi ed arredi da ufficio e Maugeri con i veri o presunti sabotaggi al SI di Baja ? Ho ammesso che non conosco molto delle vicende, ho più che altro conoscenze (dirette) geografiche che storiche su Baja ed il SI, e su basi geografiche, a me non mi sembra così improbabile che tutto sia banalmente nato da un "fare fessi gli ammeregani" e ottenere non pochi vantaggi....

 

Saluti,

dott. Piergiorgio.

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Quello che volevo dimostrare è scritto nelle prime righe del messaggio numero 21, sul punto 2, credevo che stessimo parlando anche della collaborazione Minisini-Calosi con la US Navy, non solo dei presunti sabotaggi..

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Io penso che un serio studio sulla storia di una Nazione o di una precisa parte storica, inevitabilmente porti alla luce comportamenti discutibili di alcuni personaggi che ne fecero parte: ma questo non vuol dire screditare o stigmatizzare una forza armata o una industria bellica o quant'altro. Fà parte inevitabilmente del cercare di ricostruire il più fedelmente possibile quanto in realtà davvero avvenne. Penso che ogni nazione abbia avuto i suoi doppiogiochisti o i suoi sabotatori interni: anche nella storia odierna ce ne sono. Ma discuterne seriamente e con evidenze reali può solo aiutare tutti a comprendere meglio il nostro passato, senza necessariamente schierarsi da una parte. La storia è quella che è, e cercare di nascondere alcuni comportamenti poco chiari fà parte dell'essenza stessa dell'uomo.

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Salve.

Mi permetto intervenire su questo argomento riportando un mio vecchio articolo apparso tempo fa su di un giornalini locale. Parlo dei Campi Flegrei in cui risiede anche l'iniziatore di questa discussione

 

 

 

Eugenio Minisini e il Silurificio di Baia

Tra realtà, fantasia, agenti segreti, fughe e film

 

Nel 1935 il “Silurificio Italiano”, con stabilimento a Napoli in Via Emanuele Gianturco e relativo poligono sull’isolotto di San Martino, si trasferisce a Baia nei locali del fallito cantiere navale “Società Cantieri ed Officine Meridionali”.

I lavori di adattamento procedono lentamente sotto la direzione dell'ing. Raffaelli tanto che il trasferimento che si prevede per il 1938 è completato solo nel 1939. Dalla metà dell’anno 1934 al vertice dell’Azienda si trova l’Ammiraglio Eugenio Minisini che nello stesso tempo è membro del Comitato Tecnico per lo studio dei problemi della siderurgia bellica; inoltre ricopre anche la carica di vice presidente dell’I.R.I.

L’ammiraglio è un esperto di armi navali ed in particolare di quelle subacquee; è già famoso quale ideatore di un sistema di lancio di siluri applicato sui “M.A.S.” italiani; un metodo ad impulso che viene chiamato “Sistema Minisini”. I lanciasiluri, ad impulso laterale, sono di tipo pneumatico ed hanno la caratteristica di essere molto semplici e leggeri e quindi specificamente adatti per l'impiego sulle piccole siluranti, permettendo loro di raddoppiare i punti di lancio senza ricorrere ai pesanti ed ingombranti tubi lanciasiluri. Particolarità questa in comune solamente con le “Pt Boats” americane su cui nel 1943-44 è introdotta un'arma chiaramente derivata dalla pratica ed efficiente apparecchiatura italiana. Inoltre Minisini ha rammodernato il vecchio impianto binato navale ed A.A. a culla unica, su affusto a piattaforma, derivato dallo Skoda mod. 1910, ora definito cannone 100/47 OTO mod. 1928. Esso risulta dotato di un “Affusto Minisini” a ginocchiello, variabile automaticamente in funzione dell'elevazione.

Presso il silurificio l’ammiraglio sta studiando un altro interessante progetto, lo “S.A.”, (Sommergibile d’Assalto) derivato dall’iniziale studio, per un sottomarino tascabile, effettuato da Pericle Ferretti. Ferretti, già inventore di un dispositivo da lui contraddistinto dalla sigla “ML” (iniziali del nome della moglie Maria Luisa) precursore di quello che poi sarebbe stato lo “schnorchel”, sta pensando non più ad un sommergibile ma ad un sottomarino. Ovvero ad un battello che a mezzo del suo dispositivo “ML” non abbia più bisogno di affiorare per il ricambio d’aria e che poi a mezzo di un particolare motore, un modificato Isotta Fraschini Asso 100 detto a “circuito chiuso”, non abbia necessità di scaricare i gas nell’atmosfera perché li rimette in circolazione. Questo motore, unico per la navigazione sia in superficie che in immersione, è alimentato ad alcol ed imprime il movimento ad una coppia di eliche controrotanti sistemate a prua. La velocità prevista in immersione è di circa 20 nodi (contro i 5/6 nodi qualsiasi altro sommergibile), mentre l’autonomia è pari a 8/10 ore. Questo sommergibile, costruito in acciaio, è lungo 13 metri e pesa circa 13 tonnellate; l’armamento è costituito da un siluro esterno da 450 mm appeso sotto la chiglia. A Baia sono costruiti sicuramente due prototipi; il primo “S.A.1” impostato nel 1941e completato nel 1942 chiamato “Sandokan” dalle maestranze; il secondo “S.A.2” impostato qualche mese dopo e chiamato “Yanez”, presenta lieve differenze tra cui l’armamento portato a due siluri. Incerta e aleatoria resta l’affascinante ipotesi della costruzione, o almeno del parziale completamento, di un più efficace sottomarino denominato “S.A.3”, conosciuto dalle maestranze come “Kammamurì” (Qua dobbiamo morire).

Proprio l’esistenza o meno di quest’ultimo battello è accennata o negata da Minisini a varie riprese negli interrogatori subiti dagli agenti americani. L’ammiraglio parla delle caratteristiche dello “S.A.3”, di cui poi non si trova traccia; però al suo posto spaccia il secondo prototipo, lo “S.A.2”, che fa ritrovare agli americani affondato nelle acque prospicienti lo stabilimento di Baia. Ma ripercorriamo con ordine gli ultimi tristi mesi di guerra del silurificio.

Il 28 aprile 1943 l’Ufficio di Sorveglianza Tecnica Armamento Aeronautico presso il Silurificio Italiano rileva una grave infrazione. Ai siluri sottoposti al collaudo, presso il pontile di Baia, sono stati sostituiti i guida siluri (la parte più delicata dell'arma) con altri già collaudati, alterando cosi i risultati delle prove. Denunce e sospetti di pratiche simili sono emersi anche in anni precedenti, ma ora i tempi sono cambiati. L'indagine interna condotta dall’ammiraglio Minisini esclude un intendimento doloso da parte degli accusati i quali sarebbero stati animati soltanto dal desiderio di aumentare la produzione. Ma quando il ministero dell’aeronautica comunica l’irregolarità a quello della marina che, per ragioni di competenza, nomina una commissione d'inchiesta, questa rileva la responsabilità indiretta della direzione del silurificio e diretta di un ingegnere addetto ai collaudi, di un capoperaio e di tre operai che sono deferiti al tribunale speciale per la difesa dello stato. Il Duce, iI ministro della produzione bellica ed il sottosegretario di stato alla marina dispongono lo scioglimento del consiglio di amministrazione del “Silurificio Italiano” con l’immediato esonero degli ammiragli Gorleri e Minisini che stranamente resta come consulente tecnico. Il 26 maggio 1943 il consiglio di amministrazione del silurificio lo sostituisce col presidente della Navalmeccanica Vincenzo Tecchio, che mantiene le due cariche, con conseguente appesantimento burocratico e perdita di snellezza indispensabile in quei momenti di battaglia; così come lamenta lo stesso Minisini.

All’8 settembre 1943, alla dichiarazione dell’armistizio, la direzione del silurificio ha già preso buona nota di una direttiva emessa il 31 agosto da Francesco Giordani, vicepresidente dell’IRI, la quale ordina che in caso di occupazione gli stabilimenti ancora in grado di funzionare non debbono essere in condizione di lavorare per il nemico.

Un tentativo del tenente Giuliani, affiancato da Pasquale Schiano figlio di Ernesto podestà di Bacoli e noto antifascista, di difendere lo stabilimento dall’occupazione tedesca non riesce anche per la opposizione opposta dall’ex presidente Eugenio Minisini. Pertanto lo stabilimento viene occupato e sembra che all’atto dell’ingresso da parte dei tedeschi fosse già stato saccheggiato dai civili con la distruzione e l’asporto di molto materiale.

E questo nonostante l’apparente atteggiamento ostile mostrato dall’ammiraglio Minisini che in questo frangente trova rifugio presso il siluripedio dell’isolotto di San Martino che i tedeschi, non del tutto consci del completo collasso italiano, ancora non hanno occupato.

Questa circostanza fortuita (o programmata?) dà inizio alla "Mission Mac Gregor", una delle più famose azioni dei servizi segreti americani. Gli americani hanno problemi con i loro siluri ed in questo campo hanno bisogno della più precisa tecnologia italiana sviluppata dall'ammiraglio Eugenio Minisini, ritenuto anche esperto ricercatore in merito alle nuove tecnologie sottomarine, e dal professor Calosi. Carlo Calosi, nato nel 1905, durante la seconda guerra mondiale ha partecipato allo sviluppo del siluro filo alimentato e filoguidato progettando per la Marina Italiana il miglior siluro marittimo disponibile sulla piazza; il cosiddetto “Siluro Italiano Calosi” dotato di un potente sensore di distanza capace di colpire bersagli per prossimità e non per impatto. Questa tecnologia è ora in possesso anche dei tedeschi pertanto c’è bisogno di Calosi per sviluppare un antidoto alla sua stessa invenzione. Nel frattempo sembra che Calosi sia stato accusato, non si sa bene se dagli italiani o dai tedeschi, di spionaggio a favore degli americani per la qual cosa qualche fonte riporta che si sia rifugiato in un convento di Roma.

La sera del 24 settembre i commando britannici della “30° Assalt Unit” prelevano l’ammiraglio e sua moglie dall’isolotto di San Martino e con una “Patrol Boat” lo portano a Capri, che è già occupata dagli alleati, facendolo alloggiare presso l’albergo “La Palma”. L’ammiraglio, in mancanza di agenti inglesi è interrogato dal famoso agente americano dell’Office Strategic Service (O.S.S.) Peter Tompkins, in quel momento a Capri per convincere Benedetto Croce a partecipare al governo Badoglio. Tompkins consente a Minisini di scegliere se collaborare con gli inglesi o con gli americani; Minisini sceglie questi ultimi e così entra nel vivo la missione "Mc Gregor".

L’ammiraglio cede agli agenti dell’O.S.S. cianografie e campioni di congegni segreti, ampie descrizioni di mezzi sottomarini in costruzione, risultati di esperimenti aerei e navali, particolari di siluri radiocomandati e di un acciarino magnetico di nuovo tipo. Disegna anche una pianta del Silurificio di Baia, indicando dove possono trovare un sottomarino tascabile e parti di un siluro speciale in costruzione. Gli americani, che solo da poco hanno messo piede sul suolo europeo, non riescono a trattenere la gioia per aver messo le mani su quello che valutano una specie di “Dottor Stranamore”; scienziato tuttofare e pentito che non vede l’ora di collaborare con i novelli liberatori. Subito vengono avvisati i responsabili della "Mission Mac Gregor" che è guidata dal tenente John M. Shaheen ed è inoltre composta da E. Michael Burke, John Ringling North e Marcello Girosi. Quest’ultimo è un ex uomo d'affari di New York (poi produttore di film con Carlo Ponti) fratello dell’ammiraglio Massimo che in quel momento ricopre delicati incarichi al Comando Supremo della Marina Italiana (sic). Viene coinvolta la marina americana che mette a disposizione una sua “Patrol Boat” dalla quale i quattro sbarcano a Capri, sottraggono nottetempo Minisini alla custodia degli inglesi, e lo trasportano in una località sotto giurisdizione americana.

Un rapporto dell’O.S.S. del 10 marzo 1944 e diretto al generale Donovan, riferisce che Minisini è inviato negli Stati Uniti dove arriva il 21 ottobre 1943. Il 17 dicembre 1943 lo raggiunge un gruppo di 12 ingegneri italiani, selezionati dallo stesso Minisini, unitamente a 40 tonnellate di materiale prelevato presso il silurificio di Baia. Nel contempo anche il professor Calosi riesce a fuggire da Roma ed è raccolto in mare da operatori della stessa “O.S.S.”.

Gli agenti Burke e North ricevono poi la “Stella d’Argento” per il lavoro svolto. Nel 1946 dalla vicenda viene tratto un Film più o meno aderente alla storia dal titolo "Cloak and Dagger" (Maschere e Pugnali) a cui partecipa lo stesso Burke. Produttore è Milton Sperling, anch’esso un agente “O.S.S.” in tempo di guerra. La storia è basata sulle esperienze reali del consulente tecnico Michael Burke che, come agente “O.S.S.”, si vede assegnata la missione di contrabbandare l'ammiraglio Minisini fuori d'Italia. Burke, completando con successo la missione, impedisce ai nazisti di entrare in possesso del meccanismo elettronico per siluri sviluppato da Minisini.

Intanto verso fine settembre del ‘43, prima di andar via, i guastatori tedeschi provvedono alla distruzione sistematica di tutte le opere aventi a che fare con il silurificio. Gli impianti di Baia sono minati ed incendiati, all'impianto del Fusaro vengono fatte crollare le coperture dei capannoni, al siluripedio di S. Martino vengono minati il ponte e la galleria che collegano lo scoglio alla terra ferma. Si spera che tra il materiale distrutto non ci siano disegni e progetti tecnici; pertanto nell’ottobre 1943 le autorità comunali di Bacoli emettono un avviso con cui si chiede alla popolazione la restituzione del materiale sottratto prima della occupazione tedesca.

Le truppe alleate, entrate il 18 ottobre negli stabilimenti, iniziano a caricare numerosi automezzi prelevando macchinario e materiale di ogni tipo. Secondo alcune fonti tra questo bottino di guerra alleato c’è il terzo battello non completato in tempo. Secondo altre fonti gli alleati rinvengono smantellati solo i primi due prototipi ormai superati dal successivo studio dello “S.A.3”. Le sezioni di uno dei prototipi, forse lo “S.A.2”, ripescato nel non profondo fondale davanti al silurificio, sono inviate in America dove viene ricostruito e provato e dove nel 1946, accertata la sua completa inutilità, viene definitivamente demolito.

Il 20 ottobre arrivano da Bagnoli i cannoni anti aerei del “443° Battalion” che vanno a sistemarsi nell’abbandonato silurificio. Gli stabilimenti di Baia e del Fusaro vengono poi occupati dalla Royal Navy e solo una piccola parte dell'impianto di Baia rimane affidato alle autorità italiane per svolgere lavori di revisione su 700 siluri della cobelligerante Marina Italiana.

Appena possibile i dirigenti del silurificio iniziano la rimozione delle macerie ed il recupero dei macchinari.

 

Giuseppe Peluso

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Questa discussione sta diventando sempre più appassionante.

Grazie a tutti i C.ti che hanno fornito i loro interessanti contributi!

C.

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Altri contenuti interessanti si trovano già su Betasom, consiglio la lettura di alcune pagine del vecchio Quiz militare e del bellissimo topic di CB sui siluri imbarcati sui SMG italiani nel dopoguerra, rispettivamente:

 

http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=21210&st=11940#entry301940

 

http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=28479&st=0

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Articolo molto bello ed interessante.

... E mi e' scappato anche un sorriso leggendo con il corretto accento il nome del terzo battello Kammamuri'.

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Per amore dei ricercatori che hanno portato a galla la storia a cui tutti attingono senza peró citare credito alcuno, incollo l'originale "Tre lettere e due pacchi" del brillante Architetto Harrauer:

 

http://www.altomareblu.com/sommergibile-sa3-kammamuri/

 

PS: SA3 Kammamuri ovviamente è uno dei personaggi di Sandokan (come Yanez), 'qui dobbiamo morire' è una coincidenza..

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Vorrei chiedere a Lefa la fonte della notizia secondo la quale

"l’ufficio che ha partorito il progetto è l’USAS, stabilita nel 1951 e formata da quanto rimasto dell’industria siluristica Italiana, ovvero Whitehead Moto Fides (gli stabilimenti di Fiume e Livorno si erano fusi dopo l’occupazione di Tito) e Industria Meccanica Napoletana (ex Silurificio Italiano).

Per la base dell’ufficio fu scelta Baia, quindi oltre all’edificio collocato in Baia vicino allo stabilimento al team fu concesso l’uso del siluripedio di San Martino per la sperimentazione dei prototipi.

L’USAS, sotto la guida di Willy Boes (un’ingegnere della Marina Italiana) fu operativa dal 51’ al 58’, nel 1958 la Marina decise di chiudere l’USAS e di continuare gli studi portati avanti dall’ufficio con la sola WMF, escludendo l’Industria Meccanica Napoletana..." e il fatto che dalla chiusura dell'USAS sia derivata la chiusura dell'I. M. N. (faccio riferimento ad una precedete discussione di cui è presente il link in questa).

La domanda nasce dal fatto che nessuna persona, ancora vivente, che lavorava nella fabbrica, e che è stata da me intervistata, ha mai citato altre lavorazioni al di fuori di quelle del motociclo Paperino, del motore Mosquito e della moto Baio. Mi si potrebbe obiettare che gli operai addetti alla lavorazione dei siluri siano tutti morti. Per caso, però, durante la ricerca sono venuti fuori documenti dell'epoca che, sembra, sgombrino il campo senza alcun dubbio in proposito. in particolare un articolo di Domenico Rea, famoso scrittore napoletano, che nel maggio del 1953 ha pubblicato, sulla Rivista CIVILTA' DELLE MACCHINE, un articolo dal titolo "UOMINI E MACCHINE IN RIVA AL MARE" (di cui potrei allegare un estratto se qualcuno mi indicasse come fare) dove parla della I. M. N. di Baia e degli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli. Ebbene, nella parte che riguarda l'IMN si parla solo di lavorazione di moto. Ma ci sono anche resoconti di sedute della Camera dei Deputati del 12, del 13 e del 21 novembre del 1957 (facilmente rintracciabili su internet) dove, a proposito del rischio di chiusura della fabbrica, laddove si riferisce delle lavorazioni, si parla sempre, e solamente, del Baio, del Paperino ecc. e non si fa mai riferimento ai siluri.

C'è, però, anche un passaggio, nel libro di Casali-Cattaruzza "Sotto i mari del mondo-La Whitehead 1875-1990", che a pag 227 riferisce che era l'IMN oltre a Whitehead Motofides a gestire gli studi sui siluri. Mistero assoluto

Ora, se Lefa è in possesso di ulteriori fonti che dimostrino la lavorazione di siluri alla IMN mi farebbe piacere conoscerle.

Grazie anticipate.

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Allego questi 2 stralci:

 

Bisogna aspettare il 1950 per vedere nascere in Italia la prima e vera industria di sistemi radar. Il luogo prescelto fu Baia vicino Napoli, dove prima sorgeva il Regio Silurificio Italiano, fondato nel 1921. Qui nacque la Microlambda, che iniziò a produrre sistemi radar su licenza della statunitense Raytheon. Nel 1960, grazie alla fusione tra Microlamba e Sindel, viene fondata la società Selenia che diventa ben presto famosa per l'eccellenza tecnica dei propri sistemi radar, progettati e venduti in tutto il mondo.

 

 

La Selenia era stata fondata nel 1960, come risultato della fusione della sua azienda-madre, la Microlambda, e della societ� che di questa era "figlia": la Sindel. L'una societ� era "madre" e l'altra "figlia" per il fatto che la Sindel era stata creata da un gruppo di "fuorusciti" dalla Microlambda. La quale era stata fondata nel 1951, come "joint-venture" fra la finanziaria Finmeccanica dell'IRI e la Raytheon americana. L'iniziativa era stata chiaramente favorita dai governi ed in particolare dagli organismi militari, nel clima del Piano Marshall, e della necessit� per la NATO, costituita da poco, di disporre di basi di appoggio e supporto tecnologico, logistico e produttivo in tutti i paesi europei. Ma in Italia questo orientamento generale aveva trovato un interpetre particolarmente geniale: il professor Carlo Calosi, che meriterebbe una biografia intera a parte. Il professor Calosi aveva dovuto abbandonare l'Italia e si era spostato negli Stati Uniti durante la guerra; ma nel 1951 era gi� diventato "vice-president" della Raytheon, e Presidente della sua "Microwave and Power Tube Division", che per l'epoca era il concentrato pi� alto delle pi� critiche ed avanzate tecnologie radaristiche. La Microlambda nacque attorno ad un primo grosso contratto di produzione su licenza di radar della Raytheon, destinati ai "marines" e commissionati dalla NATO; e si trattava di quanto ci fosse allora al mondo di pi� avanzato nelle tecnologie radar. La Microlambda ne produsse varie centinaia in pochi anni, migliorandone anche alcune prestazioni; per esempio le antenne, che poi costituiranno uno dei punti di forza delle capacit� tecnologiche della Selenia. E cominci� a produrre fin dall'inizio anche radar per applicazioni civili, in particolare per la navigazione delle navi medio-grandi, inizialmente ancora su licenza Raytheon. Ma la lungimiranza del professor Calosi punt� da subito ad un obiettivo molto pi� ambizioso, che pochissimi altri in Italia ed in Europa si sentirono o furono capaci di perseguire in condizioni analoghe: creare in Italia gradualmente una capacit� completamente autonoma di progettazione e produzione di radar, in competizione mondiale a quella della Raytheon; e come seguito sviluppare analoghe capacit� in tutti gli altri campi e settori applicativi che potevano derivare dalle tante tecnologie di base che concorrono a costituire i radar. Che io sappia, nessuno dei collaboratori, anche i pi� diretti ed intimi, del professor Calosi, lo ha mai sentito esplicitare questo concetto, o esternare questo sogno; ma che fosse il motivo ispiratore di tutta la sua azione era chiaro a tutti.

Quello che per� pi� ci sorprendeva era l'atteggiamento in proposito della Raytheon: tutti ci aspettavamo una resistenza pi� o meno esplicita; ed invece i comportamenti erano esattamente contrari! Probabilmente esisteva una qualche forma di accordo, non so quanto esplicito, con i vertici della Raytheon, e secondo me molto intelligente e lungimirante, di accettare la sfida della concorrenza fra le due aziende; perch� di una vera sfida si trattava: intellettuale, tecnologica, produttiva; ma anzitutto organizzativa e gestionale; ed anzitutto di capacit� di management dell'innovazione. I tempi di allora lo richiedevano e lo permettevano: i problemi da risolvere e le difficolt� da dominare superavano di molto i danni eventuali derivanti dalla concorrenza: quello che ci univa era molto di pi� di quello che ci poteva dividere; e gli aiuti che ci potevamo offrire reciprocamente in termini di soluzioni innovative era molto pi� di quello che ci potevamo sottrarre in termini di clienti e contratti singoli.

����������� Sta di fatto che io stesso, in tutte le occasioni dei tanti contatti ed incontri con molti degli uomini-chiave delle divisioni radaristiche della Raytheon, ho discusso e collaborato e chiesto i loro pareri ed aiuti per numerosi progetti nostri originali, molto avanzati tecnologicamente e sistemisticamente, e che potevano chiaramente costituire delle minacce di mercato verso di loro; e li ho sempre trovati quanto mai collaborativi, disponibili, e soprattutto leali; anzi, ci rispettavano e ci ascoltavano (soprattutto me) a tal punto, da essere spesso in atteggiamento "apprenditivo" verso di noi e di me. In realt� si era diffuso nelle due aziende un sano ed intelligente atteggiamento da "dilemma del prigioniero": in prigione, fra reclusi � comunque meglio collaborare che farsi la guerra; si era capito che i "nemici" non eravamo reciprocamente noi: i nemici erano "fuori"; e tra l'altro erano anzitutto le tante cose che non sapevamo ancora fare, i problemi irrisolti, i limiti dello "stato dell'arte", i problemi sistemistici ed operativi ancora pendenti: era chiaro che insieme queste enormi muraglie di difficolt� e di problemi li potevamo scalare meglio che separati, o peggio in conflitto.

�����������

Io ero stato assunto in Microlambda a novembre del 1956, pochi mesi dopo il grande esodo dei "transfughi", che includevano anche il professor Calosi; e che avevano appena fondato a Roma la Sindel, finanziati dalla Edison. Con la Sindel quindi noi in Microlambda per quattro anni, fino alla fusione ed alla nascita della Selenia, ci facemmo una dura concorrenza. La Microlambda per assumermi mi fece "ponti d'oro", anche perch� ero il primo ingegnere italiano che si volesse occupare di radar non da autodidatta. In realt� era successo che io, consapevolmente, avevo deciso di specializzarmi in radar gi� durante il terzo anno degli studi di ingegneria, quando era uscito il primo bando per un corso di specializzazione post-laurea sulle tecnologie radar, di due anni, finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Ministero della Difesa. E quindi avevo orientato i miei piani di studio, la tesi di laurea, ed i collegamenti coi professori, in modo da essere quasi sicuro di essere ammesso al corso di specializzazione, che era a numero chiuso, per pochissimi allievi, e per di pi� con una ricca borsa di studio (circa il doppio dello stipendio iniziale di un neolaureato!). Per cui non ho avuto nessun problema a "trovare lavoro"; anzi, avevo altre numerose offerte di lavoro da aziende molto prestigiose; avevo l'imbarazzo della scelta; ma la "voglia di radar" la avevo in corpo fin dai miei quindici anni; e solo in Microlambda era chiaro che la potevo soddisfare.

Appena fondata nel 1960, fu subito chiaro che la Selenia aveva di fronte due grandi problemi: la sua scarsa notoriet� e la mancanza di prodotti suoi per il mercato internazionale. Negli anni '50 in Microlambda avevamo imparato a produrre molto bene prodotti ad altissima tecnologia come i radar pi� avanzati; ed anche a progettarne alcune parti nuove molto critiche; ed avevamo imparato a progettare sia in funzione della produzione che dello specifico cliente. In Microlambda ed in Sindel si erano affinate numerose e notevolissime competenze tecniche e sistemistiche in campo radar; ma nessuno ci conosceva.

E nel frattempo per� avevamo afferrato la cosa principale: per essere autonomi con prodotti di nostra concezione e realizzazione dovevamo disporre di una forza progettistica non piccola; pi� che altro perch� i radar sono la sintesi di tante tecnologie molto diverse, ciascuna delle quali richiede una dimensione minima di uomini specializzati e di attrezzature specifiche. Ma per poterci pagare questa capacit� minima di base avevamo bisogno quindi che il fatturato fosse al di sopra di una soglia non piccola; e questo poteva avvenire soltanto puntando molto oltre il mercato italiano: dovevamo guardare da subito al mercato mondiale. Per il quale per� all'inizio non eravamo nessuno, e non avevamo prodotti. All'atto della fusione che dette luogo alla Selenia io ero il capo dei Sistemi Radar in Microlambda; fui subito trasferito allo stabilimento di Roma, dove si decise di concentrare la progettazione, lasciando la produzione a Napoli; e diventai prima capo della progettazione Radar di Avvistamento, e poi di tutti i sistemi radar. Dieci anni dopo ero il Direttore della Divisione Radar.

In dieci anni sviluppammo una quantit� incredibile di nuovi sistemi radar, sia per uso civile che militare: in un incontro natalizio con le famiglie, a mia moglie che gli chiedeva come me la cavavo sul lavoro, il professor Calosi rispose: "benissimo, anzi fin troppo: le aziende spesso muoiono di inedia, ma noi rischiamo di morire di indigestione!". Si riferiva alla grande quantit� di nuovi modelli, nuovi progetti, nuove tecnologie, nuove soluzioni sistemistiche che noi sfornavamo continuamente. Ed il bello era che ci� accadeva per una scelta cosciente ed in modo programmato.

Avevamo cio� attivato delle forme organizzative e gestionali (specialmente verso gli ingegneri progettisti), che andavano incontro specificamente all'obiettivo della ricerca di notoriet� internazionale, e della creazione rapida di tanti prodotti nuovi. Il metodo era abbastanza impegnativo; avevamo deciso di selezionare ed assumere un notevole numero di laureati, prevalentemente ingegneri, scegliendoli anzitutto in base alle loro tendenze "imprenditoriali; e per destinarli a fare i progettisti ed i capi-progetto ed i capi-programma. E contestualmente attivammo, e rendemmo chiara agli interessati, una politica di "spin-off" interni: attorno alle varie linee di nuovi prodotti, man mano che si affermavano e crescevano, avremmo creato delle nuove Divisioni: c'era spazio di crescita per tutti, purch� avvenisse sulla base della crescita aziendale; e cos� � avvenuto; addirittura ne sono derivate nuove aziende: la Alenia Spazio, la Alenia-Marconi Communications. Naturalmente sapevamo che la crescita costa, ma per tutti gli anni '60 potevamo contare su un secondo ricco contratto di produzione su licenza Raytheon per la NATO: si trattava del sistema missilistico HAWK. Ma sapevamo anche che alla fine degli anni '60 non potevamo, ma anche non volevamo, vivere altro che dei nostri prodotti. Il professor Calosi ci aveva spiegato che gli americani avevano dieci anni per andare sulla luna, e noi dieci anni per essere capaci di mettere i piedi in terra!

Ma credo che ci siamo riusciti. Dai primi anni '70 tutta la nostra produzione era su progetti nostri (ed era venduta all'estero per il 70%); anzi, io ho avuto la soddisfazione in quel periodo di firmare pi� di un contratto di licenza di produzione di nostri radar per il controllo del traffico aereo alla Raytheon.

 

Microlambda was the biggest manufacturer in Italy of defence electronics equipment and systems until 1960, when it became Selenia. Known for its production of radar equipment and for many other military gears, around the mid fifties Microlambda also manufactured home radio and television sets and some test equipment.

Microlambda started its activity at the end of WWII, over the ruins of the Silurificio di Baia, which had manufactured torpedos. Microlambda was founded by prof. Calosi, the former director of the torpedo plant. Calosi had moved to US at the beginning of the war and there he worked on the early radar systems. After 1960 Microlambda changed its name in Selenia

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La domanda nasce dal fatto che nessuna persona, ancora vivente, che lavorava nella fabbrica, e che è stata da me intervistata, ha mai citato altre lavorazioni al di fuori di quelle del motociclo Paperino, del motore Mosquito e della moto Baio. Mi si potrebbe obiettare che gli operai addetti alla lavorazione dei siluri siano tutti morti. Per caso, però, durante la ricerca sono venuti fuori documenti dell'epoca che, sembra, sgombrino il campo senza alcun dubbio in proposito. in particolare un articolo di Domenico Rea, famoso scrittore napoletano, che nel maggio del 1953 ha pubblicato, sulla Rivista CIVILTA' DELLE MACCHINE, un articolo dal titolo "UOMINI E MACCHINE IN RIVA AL MARE" (di cui potrei allegare un estratto se qualcuno mi indicasse come fare) dove parla della I. M. N. di Baia e degli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli. Ebbene, nella parte che riguarda l'IMN si parla solo di lavorazione di moto. Ma ci sono anche resoconti di sedute della Camera dei Deputati del 12, del 13 e del 21 novembre del 1957 (facilmente rintracciabili su internet) dove, a proposito del rischio di chiusura della fabbrica, laddove si riferisce delle lavorazioni, si parla sempre, e solamente, del Baio, del Paperino ecc. e non si fa mai riferimento ai siluri.

C'è, però, anche un passaggio, nel libro di Casali-Cattaruzza "Sotto i mari del mondo-La Whitehead 1875-1990", che a pag 227 riferisce che era l'IMN oltre a Whitehead Motofides a gestire gli studi sui siluri. Mistero assoluto

Ora, se Lefa è in possesso di ulteriori fonti che dimostrino la lavorazione di siluri alla IMN mi farebbe piacere conoscerle.

Grazie anticipate.

 

Probabilmente non hai avuto fortuna con gli intervistati, nel senso che hai trovato solo persone inquadrate nelle lavorazioni civili..

Il testo al quale devi credere è l'ottimo 'Sotto i mari del mondo', che è uno dei tre testi ufficiali fatti scrivere dalla Whitehead ( http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=16823 ), gli altri testi/documenti o ignorano quella parte di storia o hanno evitato di trattarla concentrandosi sulle vicende che hanno coinvolto i piú.

Inoltre, non ci si puó aspettare che dei documenti degli anni 50, quindi contemporanei al periodo in oggetto, parlino degli studi e delle progettazioni segrete della MMI, sarebbe come trovare libri o documenti pubblici che oggi parlano dei mezzi d'assalto o dei sistemi d'arma in fase di sperimentazione..

La storia dell'elettroacustica la puoi leggere, se riesci a trovarlo (è fuori commercio), nell'ultimo libro societario della WASS ( http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=36812 ) che oltre a trattare il periodo delle sperimentazioni dell'USAS parla parecchio anche del periodo del SI.

 

Delle informazioni ottenute durante le tue ricerche, cosa hai intenzione di fare? spero che almeno tu, qualora dovessi pubblicare qualcosa in qualunque sede, voglia riportare i crediti del caso, non solo quelli legittimi ma anche quelli che ti hanno portato ad ottenere le informazioni (betasom).

Edited by Lefa

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Per amore dei ricercatori che hanno portato a galla la storia a cui tutti attingono senza peró citare credito alcuno, incollo l'originale "Tre lettere e due pacchi" del brillante Architetto Harrauer:

 

http://www.altomareb...-sa3-kammamuri/

 

PS: SA3 Kammamuri ovviamente è uno dei personaggi di Sandokan (come Yanez), 'qui dobbiamo morire' è una coincidenza..

 

 

 

Caro Lefa.

Naturalmente nello scritto originale sono riportati i riferimenti che ho omesso in questo forum dove ho riportato l'articolo tra l'altro non completo.

Penso che tutti i frequentatori di Betasom siano a conoscenza di quanto riportato nel sito http://www.altomareb...-sa3-kammamuri/

 

relativamente ad un episodio alquanto romanzato ed aleatorio come ho riferito nello scritto e come lo stesso sito riporta:

 

Inizia così il “racconto – romanzato” di Franco Harrauer di questa intrigante, simpatica ed a tratti nebulosa storia di guerra ambientata durante la seconda guerra mondiale in quel di Napoli e dintorni.. per essere precisi: Baia – Pozzuoli Positano ed i tre isolotti de “Li Galli” (SA) che ha tre figure come personaggi principali:

P.S.: I nomi citati nelle “tre lettere” sono reali:

 

Forse meno conosciuto è un altro riferimento, cui attingo molto, relativo al seguente volumetto:

UN'INDUSTRIA BELLICA DEL MEZZOGIORNO: IL SILURIFICIO ITALIANO DAL 1922 AL 1945 di Roberta Lucidi

 

Comunque mi rammarico di non aver, sempre nell'originale, riportato il vero autore di tutto questo: Emilio Salgari ed i suoi Pirati della Malesia.

Ciao

Giuseppe (Peppe) Peluso

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Un attimo, un attimo C.ti..... mi sto perdendo (forse il caldo mi ha stordito un pò troppo)

Le tre lettere riportate dall'Harrauer nel suo articolo sono quindi inventate o comunque romanzate e non frutto di ricerche storiche?

A questo punto non mi è chiaro dove finisce la ricerca storica fatta dal Cernuschi e dall'Harrauer e dove inizia il romanzo.... Help!

C.

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Caro Lefa.

Naturalmente nello scritto originale sono riportati i riferimenti che ho omesso in questo forum dove ho riportato l'articolo tra l'altro non completo.

Penso che tutti i frequentatori di Betasom siano a conoscenza di quanto riportato nel sito http://www.altomareb...-sa3-kammamuri/

 

relativamente ad un episodio alquanto romanzato ed aleatorio come ho riferito nello scritto e come lo stesso sito riporta:

 

Inizia così il “racconto – romanzato” di Franco Harrauer di questa intrigante, simpatica ed a tratti nebulosa storia di guerra ambientata durante la seconda guerra mondiale in quel di Napoli e dintorni.. per essere precisi: Baia – Pozzuoli Positano ed i tre isolotti de “Li Galli” (SA) che ha tre figure come personaggi principali:

P.S.: I nomi citati nelle “tre lettere” sono reali:

 

Forse meno conosciuto è un altro riferimento, cui attingo molto, relativo al seguente volumetto:

UN'INDUSTRIA BELLICA DEL MEZZOGIORNO: IL SILURIFICIO ITALIANO DAL 1922 AL 1945 di Roberta Lucidi

 

Comunque mi rammarico di non aver, sempre nell'originale, riportato il vero autore di tutto questo: Emilio Salgari ed i suoi Pirati della Malesia.

Ciao

Giuseppe (Peppe) Peluso

 

Mi compiaccio che nella versione originale siano presenti tutti i crediti del caso, è una pratica che ormai va in disuso.

Conosco il libriccino della Lucidi, è un po' che lo cerco e ancora non sono riuscito a recuperarne una copia, non conosco invece 'Emilio Salgari e i suoi pirati della Malesia', ma non credo che sia l'autore di 'tutto questo', magari di una parte.. Di cosa trattano i suoi scritti?

 

Un attimo, un attimo C.ti..... mi sto perdendo (forse il caldo mi ha stordito un pò troppo)

Le tre lettere riportate dall'Harrauer nel suo articolo sono quindi inventate o comunque romanzate e non frutto di ricerche storiche?

A questo punto non mi è chiaro dove finisce la ricerca storica fatta dal Cernuschi e dall'Harrauer e dove inizia il romanzo.... Help!

C.

 

L'Architetto è davvero parente di Fraternale (non nel romanzo) e ha personalmente conosciuto la maggior parte dei noti personaggi citati nei suoi racconti, non so quanto la sua voglia di romanzare abbia influito in questo racconto, di cui sono venuto a conoscenza in quanto lo stesso Architetto mi (ci, a me e a PP) ha domandato un parere sull'identificazione dei battelli ritratti nelle foto dopo che con le nostre ricerche lo abbiamo portato a pubblicare il racconto su 'Nessie'. Siamo ancora in contatto per altri temi, posso chiedere se le lettere sono originali o è finzione.

Di solito fa un mix, parte da una storia vera e ricama un po', ma se riguardo a Nessie conosco bene dove finisce la realtà e inizia la fantasia di questo racconto so meno.

Edited by Lefa

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:wacko: C'è qualcosa che mi lascia perplesso in merito al KAMMAMURI. :wacko: E precisamente quando si cita il mezzo trasportatore G.I.S. 7. Ebbene ho sempre letto che tale denominazione (Galleggiante Inseguimento Siluri) la inventammo nel dopoguerra per poter mantenere in linea alcune motosiluranti a scopo addestrativo, cosa proibita dal Trattato di Pace del 1947.

Che ne pensate?

 

P.S. E' del medesimo periodo la nascita del termine "pontone di carica" ovvero l'Italica "furbizia" per tener in servizio un paio di sommergibili addestrativi ugualmente proibiti dal medesimo Trattato.

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Siamo ancora in contatto per altri temi, posso chiedere se le lettere sono originali o è finzione.

Di solito fa un mix, parte da una storia vera e ricama un po', ma se riguardo a Nessie conosco bene dove finisce la realtà e inizia la fantasia di questo racconto so meno.

Se ti capita, senza impegno, sarebbe interessante. Ti ringrazio.

Già un primo indizio potrebbe essere sapere dove fu catturato e dive fu tenuto in prigionia il C.te Fraternale. Su internet si trova poco e io non ho il libro del Bianchi (http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=31232) per togliermi il dubbio.

Ma qui alla base ci sono veri specialisti sull'argomento.....

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Ho letto le risposte, soprattutto quella di Lefa e devo dire che sono quasi convinto del fatto che la IMN fosse impegnata nel Progetto per i filosiluri anche se mi rimane un piccolissimo dubbio su una possibile confusione tra la IMN e la Microlamba che nacque proprio nel 1951 e che aveva, tra il personale, tecnici di altissimo livello. tra cui primeggiava Calosi ma anche 8 dei 12 tecnici che l'OSS aveva trasferito negli Stati Uniti nel 1943 e che erano rientrati in Italia nel 1948.

Per quanto mi riguarda, per adesso non ho alcuna intenzione di pubblicare qualcosa in merito all'argomento di questa discussione, e cioè il Silurificio di Baia, ma se questo dovesse accadere, chiaramente farei riferimento a quanto sta emergendo da questa discussione. Fodamentalmente, la mia è una attività di divulgazione e di recupero della memoria storica del mio paese, Bacoli in provincia di Napoli, a favore soprattutto delle scuole del territorio.

Ribadisco, comunque la richiesta di informazioni su come fare per allegare documenti o testi da me ritrovati per renderne partecipi gli altri partecipanti della discussione. E visto la specifica richiesta di Lefa, dico anche di avere una copia in formato pdf del testo UN'INDUSTRIA BELLICA DEL MEZZOGIORNO: IL SILURIFICIO ITALIANO DAL 1922 AL 1945 di Roberta Lucidi che posso divulgare sempre che mi spiegate come fare. Anticipo, però che si tratta, comunque, di un testo che parla soprattutto dell'aspetto economico del Silurificio mentre poco o niente dà a riguardo della tecnologia applicata in quel cantiere

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La località dove dovrebbe trovarsi l' SA3 KAMMAMURI mi sembra abbastanza circoscritta e la profondità non dovrebbe essere molto elevata. Penso proprio che la MARINA MILITARE dovrebbe localizzare e RECUPERARE un mezzo che potrebbe contenere delle utili informazioni non solo storiche, ma sopratutto tecniche.

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Ribadisco, comunque la richiesta di informazioni su come fare per allegare documenti o testi da me ritrovati per renderne partecipi gli altri partecipanti della discussione.

 

E' possibile inserire nel post delle immagini caricandole prima su un sito di hosting per immagini (tipo imageshack) e poi incollando il "direct link" all'immagine nella finestrella che si apre pigiando il tastino "immagine" che si trova nella barra delle funzioni di testo che rappresenta un alberello e che compare quando si risponde e che qui sotto è evidenziata con un cerchio rosso.

 

schermata082456167alle2.png

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Se ti capita, senza impegno, sarebbe interessante. Ti ringrazio.

Già un primo indizio potrebbe essere sapere dove fu catturato e dive fu tenuto in prigionia il C.te Fraternale. Su internet si trova poco e io non ho il libro del Bianchi (http://www.betasom.i...showtopic=31232) per togliermi il dubbio.

Ma qui alla base ci sono veri specialisti sull'argomento.....

 

Al primo scambio infilo la domanda, nessun problema!

 

Ho letto le risposte, soprattutto quella di Lefa e devo dire che sono quasi convinto del fatto che la IMN fosse impegnata nel Progetto per i filosiluri anche se mi rimane un piccolissimo dubbio su una possibile confusione tra la IMN e la Microlamba che nacque proprio nel 1951 e che aveva, tra il personale, tecnici di altissimo livello. tra cui primeggiava Calosi ma anche 8 dei 12 tecnici che l'OSS aveva trasferito negli Stati Uniti nel 1943 e che erano rientrati in Italia nel 1948.

Per quanto mi riguarda, per adesso non ho alcuna intenzione di pubblicare qualcosa in merito all'argomento di questa discussione, e cioè il Silurificio di Baia, ma se questo dovesse accadere, chiaramente farei riferimento a quanto sta emergendo da questa discussione. Fodamentalmente, la mia è una attività di divulgazione e di recupero della memoria storica del mio paese, Bacoli in provincia di Napoli, a favore soprattutto delle scuole del territorio.

Ribadisco, comunque la richiesta di informazioni su come fare per allegare documenti o testi da me ritrovati per renderne partecipi gli altri partecipanti della discussione. E visto la specifica richiesta di Lefa, dico anche di avere una copia in formato pdf del testo UN'INDUSTRIA BELLICA DEL MEZZOGIORNO: IL SILURIFICIO ITALIANO DAL 1922 AL 1945 di Roberta Lucidi che posso divulgare sempre che mi spiegate come fare. Anticipo, però che si tratta, comunque, di un testo che parla soprattutto dell'aspetto economico del Silurificio mentre poco o niente dà a riguardo della tecnologia applicata in quel cantiere

 

Non c'è errore nello scambio fra Microlamda e IMN, garantisco. Quanto al libro della Lucidi, grazie, sarà uno scambio alla pari, ho bisogno però di un po' di tempo..

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Quello che vorrei allegare è un file pdf che si può convertire in 24 file immagini. Chiaramente, diventa pesante la consultazione, allora faccio così, chi vuole leggere il testo di Lucidi mi può contattare, se la cosa è lecita nel gruppo, al mio inidrizzo email che è pubblico.

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Vorrei chiedere a Lefa la fonte della notizia secondo la quale

"l’ufficio che ha partorito il progetto è l’USAS, stabilita nel 1951 e formata da quanto rimasto dell’industria siluristica Italiana, ovvero Whitehead Moto Fides (gli stabilimenti di Fiume e Livorno si erano fusi dopo l’occupazione di Tito) e Industria Meccanica Napoletana (ex Silurificio Italiano).

Per la base dell’ufficio fu scelta Baia, quindi oltre all’edificio collocato in Baia vicino allo stabilimento al team fu concesso l’uso del siluripedio di San Martino per la sperimentazione dei prototipi.

L’USAS, sotto la guida di Willy Boes (un’ingegnere della Marina Italiana) fu operativa dal 51’ al 58’, nel 1958 la Marina decise di chiudere l’USAS e di continuare gli studi portati avanti dall’ufficio con la sola WMF, escludendo l’Industria Meccanica Napoletana..."..

 

C'è, però, anche un passaggio, nel libro di Casali-Cattaruzza "Sotto i mari del mondo-La Whitehead 1875-1990", che a pag 227 riferisce che era l'IMN oltre a Whitehead Motofides a gestire gli studi sui siluri. Mistero assoluto

Ora, se Lefa è in possesso di ulteriori fonti che dimostrino la lavorazione di siluri alla IMN mi farebbe piacere conoscerle.

Grazie anticipate.

 

A casa coi testi a tiro ho controllato il riferimento sul Casali-Cattaruzza, anche in quel libro si trova un condensato delle informazioni sopa riportate:

 

p.225 "..dal contributo fornito, unitamente alla Marina militare e alle Industrie Meccaniche Napoletane, all'ufficio armi subacquee USAS.. Dal punto di vista delle sperimentazioni tecniche si procedeva al collaudo di un siluro da 546mm ad aria ossigenata e si intraprendevano, grazie soprattutto all'ingegner Giuseppe mori, ricerche sui siluri filoguidati.."

p.227 "..In queste stesse settimane la marina decideva la prossima chiusura degli uffici studi USAS... Contemporaneamente erano attribuite all'azienda livornese tutte le commesse finora divise con l'Industria Meccanica Napoletana.. Un tipico esempio della produzione di quel tempo è rappresentato dai lanciabas.. prodotto dall'Industria Meccanica Napoletana nella versione trinata.."

p.228 "..poteva avvalersi dell'apporto di 6 progettisti provenienti dalla disciolta USAS sotto la guida dell'ingegner William Boes."

 

Ho trovato anche una bella foto della primissima sede della SAIW proveniente dal volume di Lomaglio "Il radar in italia", quando ancora si trovava in via Gianturco a napoli, negli anni in cui dopo il fallimento fu venduta e la ragione sociale fu cambiata in "Silurificio Italiano", più tardi magari la aggiungo assieme alla storia delle nascita del silurificio.. non certo per i nostri amici locali ma a beneficio dei meno addentro..

 

[edit]

 

Accade che, nel 1913 la Whitehead facente allora parte del gruppo Vickers-Armstrong Whitworth al fine di incrementare gli ordini decise di espandere la propria presenza territoriale in tre paesi tutti clienti della società, Russia (Feodosia), Francia (St. Tropez) e Italia (Napoli).

L’edificio scelto per la nuova filiale italiana si trovava in via Emanuele Gianturco ed era occupato in origine da una non meglio specificata ditta chiamata “De Lucca”, alla neo costituita società fu data la ragione sociale di Società Anonima Italiana Whitehead (SAIW) le cui finalità sarebbero state quelle di produrre inizialmente compressori e tubi di lancio senza dedicarsi alla produzione dei siluri che sarebbero stati forniti da Fiume.

Il capitale sociale fu fissato in 550.000 Lire e fu diviso in 550 azioni da 1000 Lire ciascuna, curioso segnalare che la Whitehead sottoscrisse solo 100 azioni del pacchetto non esercitando di fatto il controllo della società; a capo della ditta fu messo tale Sig. Capuano.

Con lo scoppio della 1GM nel 14, le relazioni fra la Whitehead e la SAIW furono soggette al clima politico che andava sempre più raffreddandosi e all’entrata in guerra dell’Italia nel 15 le relazioni fra le due società cessarono totalmente; dato che il governo austro-ungarico aveva bloccato ogni esportazione di armamenti verso l’Italia, la Marina si trovò con una sola linea di produzione di siluri sul territorio nazionale (la Whitehead non forniva più armi e anche la filiale di Venezia nel sestiere Cannaregio della Schwartzkopff era stata chiusa da tempo), l’Officina San Bartolomeo a La Spezia.

La Marina, come rappresaglia per la mancata fornitura di armi facenti capo a ordini già evasi sequestrò la SAIW e durante la guerra la usò con profitto per colmare le proprie necessità produttive riguardo i siluri.

Alla fine della 1GM la SAIW torna sotto il controllo del gruppo inglese ma non avendo alcun ordine in portafoglio la società va in fallimento dichiarando bancarotta e nel 1921 viene messa in liquidazione.

Per salvaguardare i disavanzi economici che la SAIW aveva nei confronti della RM dopo la fine della guerra e per incentivare quella che era la sola società a controllo privato produttrice di siluri sul territorio, la Marina stimolò la ripresa delle lavorazioni garantendo alcuni pre ordini di nuove armi; grazie a questo e ad altri interventi fu possibile trovare un consorzio, formato dall’ILVA e dalla Banca Commerciale Italiana guidata da Giuseppe Toeplitz, che nel 1923 rileva la SAIW mutando la ragione sociale in Siluricio Italiano S.A. pur mantenendo, momentaneamente, la stessa sede fisica che in futuro risulterà incompatibile con le necessità logistiche di una linea di produzione basata su più punti distanti fra loro.

Comincia così il cammino travagliato del Silurificio Italiano, che fino al 1938 vivrà un periodo difficile fra inadempienze, manomissioni (che precedono quelle del periodo Minisini) e lamentele dei committenti esteri e locali, che portarono già nel 1933 al rilevamento della società da parte dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale con conseguente cambio dei vertici che vede la sostituzione del ‘trio’ Bianchini-Raffaelli-D’Agostino con la coppia Minisini-Gorleri.

 

scansione0096.jpg

Foto del periodo 1928-1930 da Delio Lomaglio, "Il RADAR in Italia, storia di un prodotto d'eccellenza", Massa Editore, 2004.

Edited by Lefa

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:wacko: C'è qualcosa che mi lascia perplesso in merito al KAMMAMURI. :wacko: E precisamente quando si cita il mezzo trasportatore G.I.S. 7. Ebbene ho sempre letto che tale denominazione (Galleggiante Inseguimento Siluri) la inventammo nel dopoguerra per poter mantenere in linea alcune motosiluranti a scopo addestrativo, cosa proibita dal Trattato di Pace del 1947.

Che ne pensate?

 

E poi la linea di questo G.I.S. 7 mi pare troppo moderna per quei tempi...

 

 

galleggianteinseguiment.jpg

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Però dall'articolo della signora Lucidi non si evince alcuna produzione bellica, nel dopoguerra.

 

A quanto ne so, ma non mi sono mai interessato di indagare sulla vicenda, oltre alla partecipazione in USAS che non ha portato alla produzione in serie di alcun prodotto ma solo di prototipi (siluri, un prototipo di lanciabas K-113 e altri), l'IMN si occupava della produzione del primo lanciabas trinato tipo Menon.

A Spezia al Museo Tecnico Navale è conservato un esemplare di K-113 a canna singola prodotto dalla WMF, esiste da qualche parte un esemplare trinato per verificare quanto detto?

 

E poi la linea di questo G.I.S. 7 mi pare troppo moderna per quei tempi...

 

Indagherò anche su questo, ma la matita dell'Architetto sposa spesso e volentieri realtà e immaginazione, in maniera squisita aggiungerei..

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