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PEARL HARBOR DOVE I SAMURAI PERSERO L'ONORE 2?PARTE

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Ma come fu possibile che il Giappone lanciasse un simile guanto di sfida alla massima potenza planetaria? A questo punto e' necessario fare un passo indietro ed esaminare, brevemente, gli sviluppi politici del Giappone dopo la prima guerra mondiale. Alla fine del conflitto il Giappone era ormai diventato una potenza economica tale da incutere preoccupazione negli USA, timorosi di perdere posizioni nel fruttuoso mercato asiatico. All'interno del Giappone si registrava intanto un progressivo affermarsi di partiti ultranazionalisti, con l'obbiettivo, neanche troppo celato, di creare un "nuovo ordine economico" in Oriente sotto la stretta tutela giapponese.

 

Questo perche' il dinamismo commerciale nipponico era fortemente limitato dalla concorrenza occidentale e specialmente americana, generando un grosso malcontento in patria. Oltretutto i Giapponesi ritenevano insufficiente quanto ottenuto alla fine della guerra ed enorme insoddisfazione provoco' la Conferenza Navale di Washington del 1921, dove gli USA imposero al Giappone una forte riduzione del suo potenziale militare navale limitandone duramente la flotta. Intanto col passare del tempo il ruolo dei militari in Giappone comincio' a crescere, parallelamente allo sviluppo di numerose "societa' patriottiche" spesso di ispirazione similfascista con connotati fortemente nazionalisti ed imperialisti ed insofferenti dei "diktat" americani. La nuova Conferenza navale del 1930, a Londra, se consentì al Giappone di avere una flotta sottomarina pari a quella degli USA, ne limito' di nuovo le restanti unita' navali, cosa che contribuì ad agitare ancor di piu' le tensioni. Era ora, si disse, che negli USA ci si rendesse conto che il tempo del Giappone come potenza di secondo ordine era finito.

Le ripercussioni della crisi economica del 1929 fecero poi il resto, l'imperatore Hirohito e la sempre piu' potente cerchia militarista si convinsero che la sopravvivenza del Giappone come potenza economica era sempre piu' legata alla creazione di un vasto impero. Così si cominciarono ad infrangere gli accordi ed ad iniziare una considerevole politica di riarmo con fini espansionistici. La prima vittima della politica aggressiva nipponica fu la Manciuria: il Giappone la attacco', la conquisto' e creo' un governo fantoccio. Fu il primo gravissimo (e celebre) strappo che si verifico' all'interno della Societa' delle Nazioni. La condanna internazionale verso il Giappone fu unanime ma all'atto pratico nessun provvedimento fu preso (decisione che doveva essere gravida di conseguenze per il futuro: da lì a poco la SDN ando' in pezzi ed il mondo precipito' nell'abisso di una nuova guerra mondiale).

 

Intanto l'esaltazione nazionalista crebbe a dismisura; nel 1932 poi un manipolo di ufficiali arrivo' addirittura ad uccidere il primo ministro perche' ritenuto ancora troppo filo-occidentale. Da questo momento il dominio dei militari sulla vita politica giapponese fu pressoche' incontrastato. Nel 1933 il Giappone uscì dalla SDN, nel 1934 rinnego' tutti gli accordi delle conferenze di Washington e Londra preparandosi all'attacco alla Cina, la cui occupazione totale comincio' a partire dal 1937. Inizialmente sembrava prevalere una corrente detta "continentalista" che prevedeva l'espansione in Cina andando poi a minacciare da vicino gli interessi dell'URSS. Tuttavia in una serie di conflitti con le truppe sovietiche lungo il confine della Mongolia, i Giapponesi subirono pesanti rovesci e cio', unito a considerazioni di carattere economico, fece emergere una nuova tendenza espansionistica.

 

Nacque cosi' la cosiddetta corrente "navalista"; da adesso l'espansione si sarebbe diretta verso il sud-est asiatico e principalmente contro le ricche colonie olandesi ed inglesi e minacciando sempre piu' gli interessi economici statunitensi.(Nel 1941 poi il Giappone, entrato gia' nel Patto Tripartito con Germania ed Italia, volle tutelarsi stipulando un importante Patto di non aggressione con l'Urss; nella seconda guerra mondiale infatti mai il Giappone attacco' i sovietici impedendo così all'Armata Rossa di trovarsi impegnata su due pericolosissimi fronti). Cosi' la nuova strategia di espansione si espresse a partire dall'accordo che il Giappone trovo' con il regime filonazista francese di Vichy e che consenti' ai nipponici di occupare l'Indocina francese installando pericolosissime basi aeree ad Hanoi e Saigon. Ora l'America non poteva piu' stare a guardare, il Giappone era diventato una minaccia sia militare sia economica contro la quale si rendevano necessari provvedimenti.

 

Gli USA per far recedere l'impero del Sol Levante dai suoi propositi sempre piu' aggressivi decretarono l'embargo delle esportazioni verso il Giappone e dichiararono "congelati" i fondi giapponesi nelle loro banche.

 

La tensione tra i due paesi salì a dismisura; e tuttavia da questo momento entro ' in gioco il lavoro della diplomazia. Iniziarono lunghe trattative perche' si arrivasse ad un accordo ma, come abbiamo visto in precedenza, sulla questione del ritiro giapponese dalla Cina e dall'Indocina le trattative naufragarono e dopo i 10 punti di Hull, il Giappone scelse di rispondere con l'azione militare. Va precisato che l'attacco a Pearl Harbor in realta' doveva essere nelle intenzioni nipponiche una sorta di manovra diversiva, si voleva con quell'atto mettere fuori uso la temuta Flotta Americana del Pacifico impedendo così un suo eventuale intervento nelle terre del sud-est asiatico che il Giappone aveva intenzione di invadere. Era stato pure pensato di attaccare Pearl Harbor con un congruo numero di piloti suicidi che con i loro aerei dovevano andare a schiantarsi contro le navi ormeggiate sulla rada, ma poi si ritenne essere un danno troppo grave perdere decine di abilissimi piloti in quel modo, anche perche' la certezza della piena riuscita dell'azione non c'era.

 

La mente di una nuova strategia fu l'ammiraglio Idoruko Yamamoto, comandante supremo della flotta nipponica. Egli ritenne che la strategia piu' efficace era quella che comportava l'utilizzo di portaerei ed un numero piu' grande possibile di velivoli imbarcati. A convincere Yamamoto della bonta' di un'azione condotta da portaerei era stato l'importante attacco aerosilurante inglese contro la base italiana di Taranto avvenuto l'11 novembre 1940. Quel giorno dalla portaerei inglese Illustrius decollarono 20 biplani Swordfish che con una manovra decisa, ed a sorpresa, riuscirono ad eliminare la corazzata Cavour e a danneggiare gravemente altre unita' italiane. Naturalmente ben piu' difficoltoso sarebbe stato attaccare Pearl Harbor. Ogni giorno, anche nel periodo in cui fra USA e Giappone si svolgevano trattative, e per svariati mesi i piloti giapponesi eseguirono continue ed estenuanti esercitazioni in patria nella base di Kagoshima che agli occhi di Yamamoto aveva delle caratteristiche molto simili a Pearl Harbor. E contemporaneamente alle Hawaii un fondamentale lavoro di spionaggio veniva svolto da un personaggio un po' pittoresco ma che ebbe un ruolo centrale, ovvero Takeo Yoshikawa.

 

Egli trasmise in patria, avendo sempre l'accortezza di mutare ogni volta ufficio postale, importantissime informazioni sull'esatta conformazione della base e sulla posizione degli obbiettivi cruciali. Fu proprio Yoshikawa a segnalare che a partire dalla fine dell'estate di quel 1941 la vigilanza era allentata e che le trattative in corso avevano generato un clima di confortante ottimismo; il momento giusto per cogliere la base di sorpresa stava giungendo. Oltretutto Yoshikawa suggeri' di agire di domenica , giorno festivo in cui si era accorto che tutte le navi erano in porto e che al largo non si svolgeva nessuna esercitazione.

 

Cosi' gli alti comandi giapponesi scelsero il 7 dicembre come giorno dell'attacco. Per l'azione vennero selezionate con estrema cura quelle che si reputavano le migliori unita'. 6 furono le portaerei: l'Akagi, la Kaga, le gemelle Shokaku e Zuikaku, la Soryu e la Hiryu. In tutto sui ponti di lancio c'erano 389 aerei fra bombardieri (in picchiata ed in quota), aerosiluranti e caccia Zero. Vennero poi scelte altre due corazzate (Kirishima e Hiei), due incrociatori pesanti (Chikuma e Tone), 9 cacciatorpediniere piu' altre navi in appoggio. In tutto erano 31 unita' navali alle quali si aggiunsero le navi petroliere per garantire il rifornimento . Ma i Giapponesi radunarono pure 27 sommergibili i quali avevano il compito di creare una sorta di cordone nelle acque intorno a Pearl Harbor andando a colpire le eventuali navi americane che fossero sfuggite al fuoco degli aerei salpando dalla base. All'interno di 5 di tali unita' sottomarine vi erano poi altrettanti piccoli sommergibili (detti "tascabili") che dovevano portare l'insidia alle navi nemiche piu' da vicino possibile. Il complesso navale fu affidato al comando supremo dell'ammiraglio Nagumo e rimase vari giorni nascosto nelle acque intorno alle isole Kurilii in attesa dell'ordine operativo. Il 26 novembre fu il giorno stabilito per la partenza, quando, come abbiamo visto, ancora si attendeva la risposta americana alle proposte di Tojo.

 

Il 1° Dicembre, giudicate inadeguate le offerte statunitensi, la Conferenza Imperiale dette il suo definitivo sì all'attacco. Yamamoto trasmise a Nagumo il messaggio, che quest'ultimo ritrasmise alla flotta: "Si scali il monte Niitaka", frase convenzionale con la quale si era stabilito di sancire il definito si all'inizio delle ostilita'. Da questo momento Yoshikawa intensifico' la sua opera di spionaggio segnalando con estrema cura l'esatta posizione e le caratteristiche delle navi e soprattutto delle portaerei statunitensi. Infatti proprio quest'ultime costituivano il principale obbiettivo giapponese, se gli aerei del Sol Levante fossero riusciti ad affondarle il colpo inflitto agli Americani sarebbe stato durissimo da assorbire. Ma per una fortuita coincidenza che neppure Yoshikawa poteva prevedere la mattina del 7 dicembre le 3 portaerei della flotta americana del Pacifico non si trovavano piu' alla base di Pearl Harbor. Proprio dopo la decisione definitiva del Giappone di sferrare l'attacco infatti, il caso volle che dagli USA giungesse la disposizione alle portaerei di dirigersi verso le basi di Midway e Wake dove erano state incaricate di trasportare alcuni velivoli.

 

Questa missione per cosi' dire "minore" si rivelo' di importanza capitale; gli americani in maniera fortuita evitarono così qualsiasi danno alla grande portaerei Lexington (33000 tonnellate), alla Saratoga (utilizzata poi nelle battaglie navali durante la campagna di Guadalcanal) e soprattutto alla Enterprise che nel giugno 1942 ebbe un ruolo preminente nella grande battaglia delle Midway, allorche' gli statunitensi inflissero la prima vera sconfitta ai Giapponesi. Se malauguratamente gli USA avessero perso quelle 3 portaerei l'esito futuro della guerra sarebbe potuto essere molto diverso. Così il 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor si trovavano in tutto 94 navi fra cui 8 corazzate che, in mancanza appunto delle portaerei , diventarono i principali obbiettivi dei velivoli giapponesi. Inoltre nei 4 piccoli aeroporti della base erano presenti 349 aerei la maggior parte dei quali, come detto in precedenza, impossibilitata ad un decollo rapido visto che erano stati posizionati ala contro ala. Il piano giapponese era di attaccare la base con 2 ondate successive di aerei: la prima composta da 183 velivoli e comandata da Fuchida, la seconda da 167 e comandata da Shimazaki. Alle 6 in punto del mattino dalle portaerei nipponiche si alzarono i primi 183 aerei che giunsero sulla base 1 ora e 55 minuti piu' tardi scatenando l'inferno . Eppure questa prima ondata 2 operatori radar l'avevano rilevata. E nei giorni successivi all'attacco si venne a conoscenza di un altro sconcertante episodio avvenuto durante la notte del 7 dicembre. Poco prima delle 4 del mattino infatti 2 navi americane in normale pattugliamento notturno intorno all'isola avevano avvistato con chiarezza 2 piccoli sommergibili dall'oscura nazionalita'.

 

Facevano parte delle 5 unita' "tascabili" che i Giapponesi avevano intenzione di impiegare per colpire da vicino le navi americane. Ed alle 6.43, quasi parallelamente all'avvistamento fatto dal monte Opana degli aerei nipponici scambiati per velivoli amici, un cacciatorpediniere americano (il Ward) addirittura attacco' ed affondo' uno dei due sommergibili. Ma l'allarme che venne lanciato dal Ward non fu valutato in tutta la sua gravita' , ma anzi si invitarono i piloti del cacciatorpediniere ad accertarsi meglio di cio' che realmente era avvenuto e di cosa davvero si fosse colpito. Si riteneva del tutto impossibile che potesse trattarsi dell'affondamento di una unita' nemica. E così 5 minuti prima delle 8 furono i primi missili giapponesi a risvegliare la base dal torpore ed a gettarla nel panico piu' totale. L'addestramento dei piloti giapponesi era perfetto, tutti sapevano con estrema precisione dove e come colpire. Erano tutti veterani della guerra contro la Cina e nei mesi precedenti il 7 dicembre innumerevoli erano state le simulazioni effettuate nella base di Kagoshima. Gli strateghi nipponici avevano studiato con una quasi maniacale precisione le traiettorie di ogni aereo per evitare il piu' possibile il rischio di collisione fra velivoli amici. Gli aerosiluranti agirono d'avanguardia attaccando le navi attraccate alla rada con i loro siluri a pelo d'acqua, dopo di essi entrarono immediatamente in azione i bombardieri in picchiata ed in quota che dovevano lanciare le loro bombe, naturalmente piu' potenti dei siluri, sulle navi gia' menomate per metterle definitivamente fuori uso.

 

Ai caccia spettava invece il classico compito dell'abbattimento di eventuali aerei nemici alzatisi in volo. Come previsto il fuoco giapponese ando' a concentrarsi principalmente contro le corazzate: tutte e 8 vennero colpite e la sorte peggiore tocco' alla Arizona che venne definitivamente affondata. Cosi' pochi minuti dopo l'inizio dei bombardamenti il Colonnello Fuchida pote' entusiasticamente lanciare alla portaerei Akagi il messaggio convenzionale, divenuto poi celeberrimo: "Tora, tora, tora", che stava a significare la riuscita dell'impresa di cogliere alla sprovvista il nemico. Sulla base dopo l'iniziale sconcerto i militari americani cercarono di reagire, pur con tutte le difficolta' derivanti da una spaventosa grandine di bombe e siluri. Numerosissimi furono quelli che si immolarono in un tentativo disperato di difesa cercando di correre verso le stazioni di tiro e i depositi di munizioni colpevolmente lasciati incustoditi in precedenza. Da piste secondarie della base decollarono, senza essere abbattuti, solo 7 aerei che comunque ottennero il non secondario risultato di riuscire ad eliminare i 4 sommergibili tascabili giapponesi (uno di essi come detto era stato affondato alle 6.43 del mattino). Anche la reazione degli equipaggi delle navi fu prontissima e di sicuro valse ad evitare un disastro ancora maggiore: in pochi minuti si cercarono di attivare le batterie contraeree e di rivolgerle contro i velivoli nipponici e soprattutto, come i Giapponesi avevano previsto, si cerco' di far fuggire piu' navi possibili al largo. Fu cosi' che numerose unita' americane si salvarono, perche' lo sbarramento sommergibilistico giapponese non dette il risultato auspicato ed anzi non era ancora completo. La prima ondata di attacco resto' sopra Pearl Harbor per 35 minuti, al suo ritiro gli Americani avevano di fatto perso definitivamente solo una corazzata (la Arizona) ma numerose erano le unita' gravemente danneggiate.

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