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Il Mio Piccolo Povero Mondo - I

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Mantengo l'impegno di trascrivere alcuni brani delle memorie di mio Padre, relativi alla sua vita di sommergibilista, fra il 1937 ed il 1943. Lo farò in ordine sparso, senza un criterio cronologico, omettendo ciò che mi sembra possa appesantire il racconto. In un'altra discussione ho ricordato la morte in mare di uno zio. Cominciamo dunque dal gennaio del 1943. Mio padre era appena arrivato a Napoli con il Nichelio, danneggiato da un aereo inglese ... ne riparleremo.

 

" Nell’avvicinarci al posto d’ormeggio, noto attraccati alla banchina della Stazione Marittima il C.T. Grecale privo della prua e, in fondo al molo San Vincenzo, una torpediniera tipo Ardente.

Convinto che sia proprio l’Ardente, scendo a terra e, a passo svelto, vado verso quella nave. Al pensiero di poter rivedere ed abbracciare, dopo lunghi sei mesi, il fratello Incles, sento l’animo pervaso da una gioia immensa. Nel constatare, però, che non si trattava dell’Ardente, ma di una torpediniera della stessa squadriglia, provo un’amara delusione. Fermatomi alla passerella, chiedo a due marinai, che stanno armeggiando ad una bitta, se sanno dove si trovi l’Ardente. A tale richiesta, si scambiano un’occhiata e poi il più anziano mi dice, indicandomi il Grecale: “Vedi, sergente, quello là ne sa qualcosa”. Lì per lì non riesco ad afferrare il vero senso della frase, ma un dubbio atroce si insinua nella mia mente. Quando si dilegua, la tragedia mi appare in tutta la sua nuda realtà. Il marò, poveretto, non sa di mio fratello e mi racconta dell’Ardente: collisione con il Grecale, scoppio della caldaia ed affondamento dell’unità, a poche miglia da Punta Barone (Sicilia), nelle prime ore del mattino del 12 gennaio, cinque giorni prima che fossimo colpiti noi del Nichelio.

Ritorno a bordo, strascicando i piedi.

Come inebetito, guardo il Grecale e scuoto lentamente il capo. Mi sembra di sprofondare nel vuoto, con il mondo che mi cade tutto addosso. Qualcuno, accortosi del mio turbamento, mi tocca sulle spalle chiedendomene il motivo. Ed è così che compagni e superiori vengono a conoscere perché il Grecale è privo della prua. Sul momento non sanno cosa dirmi, poi mi dimostrano in modo discreto la loro sincera solidarietà, con parole di incoraggiamento e di speranza.

Nonostante non si intravedano dal racconto che minime possibilità di salvezza, non riesco a convincermi che il fatto abbia avuto letali conseguenze per mio fratello e conto, nel segreto del cuore, che egli possa essere sfuggito ai gorghi del mare, rientrando proprio in una di quelle minime possibilità di sopravvivenza.

Col passare dei giorni vengo a sapere, con certezza, che i superstiti dell’Ardente sono pochissimi.

- omissis -

Al rientro a Napoli, non trovo più a bordo il compaesano Tonino Pietrini. Silurista di leva, dopo aver fatto il tirocinio presso la Scuola Sommergibilisti di Fiume, era stato imbarcato sul Nichelio ed io ero molto contento che fosse con me, sia per l’amicizia sincera che da tempo legava le nostre famiglie, sia per il valido aiuto che potevo avere da lui, in quanto, per mestiere, esperto proprio in armi subacquee.

Ma dove mai era andato a finire?

Mancando un silurista su di un battello in partenza, la malasorte era caduta su di lui, che, imbarcatosi chissà con quale patema d’animo, non doveva fatalmente più tornare a casa da quella destinazione del tutto imprevista.

E così, nel volgere di pochi mesi, avevo perduto il fratello Incles e l’amico Tonino, ambedue vittime di un incontro fortuito con sorella morte. Del fratello ricordo l’ultima immagine, cioè quella nell’atto di salutarmi agitando il berretto fuori dal finestrino del treno, che si allontanava dalla Spezia alla volta di Genova; dell’amico Tonino, la stretta che mi dava al braccio nei momenti più cruciali dell’ultima missione, quasi trovasse in me (ed io in lui) uno scudo con cui difendersi e la forza di resistere a tante calamità. Io cercavo di distoglierlo dal pensiero del pericolo che incombeva, con un comportamento apparentemente disinvolto e sereno, ma dentro di me la paura era tanta e non mi sorrideva affatto l’idea di dimostrare, a poco più di vent’anni, che la morte è una verità incontrovertibile.

Ora essi giacciono nel fondo del mare, uniti ad altre centinaia di “Dispersi” senza croce, fulgido esempio a noi viventi di virtù militari, di purezza di ideali e di supremo amor di Patria."

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Sono parole da leggere nel più assoluto rispetto e gratitudine.

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Ci eravamo lasciati, con l’impegno di raccontare l’antefatto, a Napoli, dove il Nichelio era arrivato, proveniente da Cagliari, per riparare i danni subiti in un attacco aereo. Ecco il racconto.

 

“La sera del 17 gennaio del ’43, alle ore 19,30, non è il tonfo di partenza dei nostri siluri a rimescolarci il sangue nelle vene, ma è l’attacco improvviso, impari e ravvicinato del nemico, che ce lo fa ghiacciare per un momento. Un apparecchio ci attese al varco. Appena emersi, ci riversò addosso un carico di bombe e ripassò ancora facendo altrettanto. Il battello, quasi fosse un essere vivente, sussultò. Caso volle che le bombe scoppiassero un po’ qua e un po’ là sull’acqua. Una, però, si conficcò nell’ intercapedine di prua. Per fortuna, il dispositivo di scoppio non aveva funzionato e fu la nostra salvezza. L’unica arma disponibile era una mitragliera binata da 13,2 ed è estremamente difficile, con mare mosso, centrare l’obiettivo. La reazione di fuoco fu comunque immediata e tanto precisa da indurre l’aereo ad allontanarsi con una scia di fumo, anche se nessuno lo vide perdere quota e precipitare in mare.

Quando caddero le prime bombe, io avevo appena messo in moto il compressore di prora per il caricamento dei gruppi d’aria. In simili circostanze, chiuse le porte stagne, tutti debbono rimanere all’erta al proprio posto, pronti ad eseguire con rapidità le manovre che si rendessero necessarie. L’equipaggio, in quegli attimi tremendi, mantenne una calma ammirevole. Portatici in immersione, cercammo di riparare le avarie prodotte dalle esplosioni. Dall’asse del verricello di prua entrava acqua in grande quantità e con una violenza incredibile. Cosa fare? Mettemmo in atto la prima ispirazione che ci venne: infilammo sotto l’incavo un manico di scopa, che forzammo con una pila di cassette e di altro materiale a portata di mano. L’acqua a poco a poco cessò di fluire, grazie alla proprietà di dilatazione del legno all’azione dell’umidità. Molte valvole a scafo ebbero bisogno del pronto e paziente lavoro dei meccanici. Però nulla si poté fare ai timoni di profondità di prora, che erano rimasti bloccati. Il danno maggiore sembrava consistere nella rottura dei cavi idrofonici. Il battello era diventato “sordo” e l’unica cosa che si potesse fare era quella di ritornare alla nostra base. Nell’effettuare le riparazioni, sentimmo su di noi, nell’intercapedine, degli schianti ed un rotolio misterioso. Lì per lì non demmo alla cosa tanta importanza, credendo che dipendesse dalla rottura di sovrastrutture e di assi della coperta. Siccome quel rotolare persisteva ad ogni sbandamento del battello, il Comandante chiese se per caso non fosse un bidone di grasso per siluri, a cui si erano spezzate le fasce di fissaggio. Al mio no, in quanto tutti i bidoni erano stati collocati sotto i paglioli prima della partenza, volle vederci chiaro ed ordinò l’emersione. A quota periscopica esplorò l’orizzonte, che risultò libero. Emersi completamente ed aperto il portello della torretta, dette un’occhiata a prora: la coperta era sfasciata in diversi punti. Scese per rendersi conto dell’accaduto: alcune parti metalliche presentavano rotture e contorcimenti; al posto del battellino giaceva un cilindro grigio, una bomba di discrete dimensioni.

Solo allora potemmo valutare appieno, con intuibile raccapriccio, il pericolo corso sia in superficie che durante l’immersione.Tutti fummo d’accordo nel riconoscere che una mano potente, come aveva fatto tante altre volte, era intervenuta per la nostra salvezza. Purtroppo i danni da noi subiti erano tali da obbligarci ad interrompere la missione: sovrastrutture divelte e contorte, diverse vie d’acqua a scafo, timoni orizzontali prodieri bloccati, idrofoni inservibili. Ma non bastava: non potevamo nemmeno navigare in immersione per tema che la bomba, rimasta inesplosa nell’intercapedine di prua, potesse scoppiare con tutte le conseguenze del caso. Cosa fare? Con gli idrofoni in tale stato e con quell’aggeggio indesiderato, mettemmo la prora verso Cagliari, navigando a tutta forza in superficie. Eravamo ancora molto lontani e non ci restava che affidarci al destino. Nelle vicinanze del porto, poi, l’esplorazione con i binocoli si fece ancora più attenta per eludere eventuali offese subacquee di un sommergibile inglese, che pare stesse operando nei pressi di detta zona.

Per fortuna, non incontrammo ostacoli di sorta e giungemmo sani e salvi in porto, dove però non ci permisero di attraccarci alla banchina. Fummo trasportati a terra con una motobarca ed uno specialista salì a bordo per togliere la spoletta a quell’ordigno, che, grazie a Dio, aveva subito un’avaria per noi davvero provvidenziale.

Disattivata e sbarcata finalmente la bomba, ci sentimmo rilassare i nervi, fino allora tesi al massimo, ed il nostro primo pensiero andò riconoscente alla Madonna della Mercede, che i cagliaritani venerano in un Santuario, sulla collina di Bonara, quale patrona dei navigatori. Rese provvisoriamente funzionanti le valvole a scafo, asportate le parti danneggiate e mobili delle sovrastrutture e riattivati alla meglio i timoni e gli idrofoni, ci rechiamo a Napoli per le necessarie riparazioni.”

 

Questo episodio, che venne minutamente descritto, con l’omissione doverosa di ogni elemento che valesse ad identificare il battello e le persone dei protagonisti, in una famosa corrispondenza di guerra dal giornalista e scrittore Dino Buzzati, era quasi sempre il preferito nelle occasioni in cui mio Padre rompeva l’abituale silenzio e si metteva a rievocare le vicende della guerra. In effetti lasciava tutti a bocca aperta la narrazione della bomba che, per tutta la navigazione di rientro, rotolava da un lato all’altro nell’intercapedine tra i due scafi, poco più di un metro sopra la testa di chi era in camera di lancio, con un rumore continuo e con il rischio che potesse scoppiare da un momento all’altro.

Il destino volle salvare quegli uomini ed anche quel sommergibile, che sopravvisse alla guerra per subire, poi, quella che mio Padre ha sempre ritenuto una sorte indegna.

 

Nelle fotografie che seguono (mi scuso per la qualità dell'immagine) si vedono il pagliolato fracassato e divelto a prora e alcuni membri dell'equipaggio in posa attorno alla mitragliera utilizzata per rispondere al fuoco. Mio Padre, nella prima fotografia, è il primo a sinistra, accucciato, in tuta bianca.

 

nichelio1943perbetasom.jpg

 

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Nelle fotografie che seguono (mi scuso per la qualità dell'immagine) si vedono il pagliolato fracassato e divelto a prora e alcuni membri dell'equipaggio in posa attorno alla mitragliera utilizzata per rispondere al fuoco. Mio Padre, nella prima fotografia, è il primo a sinistra, accucciato, in tuta bianca.

 

nichelio1943perbetasom.jpg

 

 

 

Grazie Incles per la fotografia (io ne vedo una sola purtroppo) che mi è molto cara perché in essa c'è anche mio padre: il primo accosciato da destra.

Permettetemi di contribuire a questo post con alcuni racconti di quel giorno e qualche foto.

 

Mio padre ed il padre di Incles dovevano essere molto amici perché tra i ricordi della guerra mio padre ha conservato questa bella foto del padre di Incles. Eccola:

http://www.adainformatica.it/fotopapa/un_amico.jpg

 

Quando ero ragazzo mio padre mi ha raccontato l'episodio della bomba inesplosa ma non ha mai lasciato memorie scritte per questo non ho altro che la triscrizione a memoria di quei racconti.

Eccoli:

«In quel frangente i marinai che si trovavano in torretta si tolsero gli stivaloni e li buttarono giù per la scaletta, colpendo al volto il Comandante Celli, che stava sotto, facendogli un occhio nero. Un altro marinaio prese il salvagente e cominciò a gonfiarlo soffiando con forza, ma l’aria non entrava, allora, preso dal panico, cominciò a gridare: “non gonfia, non gonfia!”. Nell’agitazione di quei terribili momenti il povero ragazzo aveva dimenticato di togliere il tappo. Il Comandante diede l’ordine di immersione rapida e l'equipaggio ebbe un comportamento ammirevole pur nella drammaticità del momento.»

 

Il Comandante fece la conta dei danni: i timoni orizzontali prodieri erano bloccati, gli idrofoni erano guasti ed a prua entrava acqua in quantità.

Mio padre racconta:

«Appena ci immergemmo scoprimmo che si era aperta una falla a prua dalla quale entrava acqua in quantità. Subito cercammo di tapparla con quello che avevamo a disposizione. Un marinaio prese un manico di scopa, altri presero degli stracci e li avvolsero intorno al manico di legno e con forza lo infilarono nella fenditura fino ad incastrarlo. Per fortuna il getto d’acqua cessò ed il tappo improvvisato sembrava reggere. Il manico di scopa fu puntellato alla meglio con alcune cassette pesanti.»

 

Il Comandante, visti i danni, decise di procedere in emersione a tutta forza verso Cagliari, sfidando così la sorte perché in vicinanza del porto erano segnalati sommergibili nemici.

 

Ecco un'altra foto di gruppo:

 

http://www.adainformatica.it/fotopapa/foto_gruppo.jpg

 

In fondo a sinistra c'è il padre di Incles e subito a destra mio padre.

Mi piacerebbe sapere cosa tengono con le mani gli uomini a sinistra e quello col casco (potrebbe essere il cannoniere?).

 

Ciao a tutti,

 

Antonio

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..

Mi piacerebbe sapere cosa tengono con le mani gli uomini a sinistra e quello col casco (potrebbe essere il cannoniere?).

 

Una terrorizzata mascotte di bordo?

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Veramente delle belle foto...

Concordo con la valutazione di Lefa. Sebra un gatto Soriano.

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Veramente delle belle foto...

Concordo con la valutazione di Lefa. Sebra un gatto Soriano.

Non riesco a vedere il gatto.

Poi il smg è in navigazione, potevano tenere un gatto a bordo?

Comunque la mascotte almeno a terra c'era davvero!! Eccola:

http://www.adainformatica.it/fotopapa/amici_con_mascotte.jpg

 

Qualcuno riconosce dove si trovano esaminando lo sfondo?

 

Ciao,

Antonio

Edited by Nichelio

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Non era affatto raro avere una mascotte, che certo non veniva lasciata a casa durante le navigazioni.. la bestia che reggono nella foto sul ponte è pezzata bianco/nero (di primo acchito anche io avrei detto gatto, dalla zampa), come il cagnetto ripreso a terra.

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Hai proprio ragione C.te Lefa,

Ora riesco anch'io a vedere il cane bianco e nero, prima mi sembrava un sacco e non riuscivo proprio a capire perché lo tenessero come un trofeo. Ora capisco mi é chiaro.

Grazie

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Sono lieto che l'amico Nichelio - con la collaborazione del forum - stia raccogliendo materiale per un lavoro sull'omonimo sommergibile ed approfitto di questo topic per fornire alcune precisazioni.

Per quel che ricordo dei racconti paterni la mascotte restava a terra, insieme al furiere/segretario di bordo, che non partecipava alle missioni, ma solo ai trasferimenti dall'una all'altra base. Andando per ipotesi mi chiedo (ma lo credo assai improbabile in tempo di guerra) se per qualche breve uscita di prova il comandante non avesse autorizzato uno strappo alla regola. Comunque devo dire che, salvo errore, il fagotto che si vede non assomiglia ad un cane.

La persona che il C.te Nichelio ha identificato nella fotografia collettiva in suo possesso per mio padre è un altro componente dell'equipaggio. Lui appare sempre in tuta bianca, tranne che nell'immagine di gruppo nella quale è nella posizione del puntatore alla mitragliera. Sul retro di una delle foto ho trovato scritto a matita "La Maddalena", corredato però di un punto interrogativo semicancellato.

Approfitto per aggiungere un paio di fotografie che ho ritrovato.

i37vgj.jpg

10yq97r.jpg

Questa seconda immagine è relativa alla visita a Cagliari del Principe di Piemonte e lo schieramento comprende l'equipaggio del Nichelio (di mio padre si vede mezza faccia soltanto, quanto serve - a me - per riconoscerlo).

Cordiali saluti

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Vorrei ringraziare l'amico Incles per le due foto inviate le quali hanno per me un valore affettivo enorme perché mostrano immagini inedite di mio padre.

Nella foto n°1 è quello con la bottiglia (sarà Spalletti? :smile: )

Nella foto n° 2 potrebbe essere quello al centro nell'ultima fila. Non ne sono certo sia per le difficoltà oggettive di riconoscere mezzo volto con cappello, sia per le mie scarse capacità nel riconoscere le persone che il buon Incles ha già scoperto.

Se c'è qualcuno nel Forum che riconosce in queste foto un parente me lo segnali, inoltre mi piacerebbe sapere chi è il TV nella seconda foto. Non mi sembra Celli.

 

Un saluto a tutti

Antonio

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