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Da El Alamein Al Sangro

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Titolo: DA EL ALAMEIN AL SANGRO

Autore: Bernard L. Montgomery

Editore: Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, (Collana "Le guerre")

Anno:2010

Pagine: 200

Dimensioni: cm 14 x 21, 15 fotografie in b/n e 14 cartine a colori, brossura

Prezzo: Euro 25

reperibilità: facilissima

 

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Tra le figure di maggior spicco dell’intero secondo conflitto mondiale, il generale Montgomery (1887-1976) diede alle stampe, nell’immediato dopoguerra, il resoconto del periodo da lui trascorso (13 agosto 1942 – 31 dicembre 1943) al comando dell’VIIIª Armata britannica. Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1950 – per i tipi di Garzanti – con il medesimo titolo, Da El Alamein al Sangro è oggi riproposto dalla Libreria Editrice Goriziana nella collana “Le guerre”, una realtà editoriale ormai consolidata e con numerosi volumi in catalogo riferiti alla storia militare e alle vicende belliche delle più diversificate epoche e teatri operativi.

Posto al vertice dell’VIIIª Armata per risollevarne le sorti e il morale dopo l’avanzata italo-tedesca in Africa settentrionale nell’estate del 1942, Montgomery condusse gli uomini posti al suo comando alla vittoria di El Alamein e alla successiva avanzata in Libia e in Tunisia; partecipò poi attivamente alla pianificazione dello sbarco in Sicilia, guidando infine i reparti britannici nella risalita della penisola sino alla “Battaglia del Sangro” e alla riconquista di Ortona, alla fine di novembre del 1943. Con il primo gennaio 1944, Montgomery venne destinato allo staff impegnato nella pianificazione dello sbarco in Normandia, venendo poi nominato – nel dopoguerra – Capo dello Stato Maggiore Generale Imperiale (nel 1946) e comandante supremo, dal 1951 al 1958, delle forze della NATO.

Da El Alamein al Sangro è il resoconto – asciutto, concreto ed essenziale – delle operazioni condotte dall’VIIIª Armata sotto il comando di Montgomery: l’autore lascia ben poco spazio alle componenti personali, psicologiche ed emozionali delle vicende descritte, concentrandosi per contro sugli aspetti strategici, tattici ed operativi delle operazioni condotte in Africa e in Italia. Non mancano interessanti e quanto mai opportune notazioni sulle componenti tecniche, logistiche e di gestione amministrativa che, necessariamente, contraddistinguevano lo svolgimento di azioni condotte in zone desertiche come la fascia costiera dell’Africa settentrionale o, comunque, orograficamente impervie come la zona meridionale della penisola italiana.

Le descrizioni e i commenti sono puntigliosi e molto dettagliati ma – non per questo – risultano sempre riferiti con immediatezza alle operazioni descritte come pure ad una più ampia visione strategica del fronte militare mediterraneo, inserito a sua volta in una visione globale della partecipazione alleata al secondo conflitto mondiale. Questa impostazione dell’opera è ulteriormente qualificata dalla sua struttura, con capitoli sostanzialmente brevi che consentono di acquisire senza difficoltà gli elementi tattici e strategici di battaglie, avanzate e combattimenti dalla natura e dall’ampiezza quanto più diversificate. Le numerose cartine, fedeli riproduzioni di quelle inserite nell’edizione originale dell’opera, contribuiscono infine ad accrescere il valore di questo volume, evidenziando le principali località citate nel testo e l’evoluzione di posizioni e schieramenti, tanto per le truppe britanniche quanto per i reparti dell’Asse.

A testimonianza della partecipazione emozionale del gen. Montgomery alle vicende che videro coinvolta la “sua” VIIIª Armata, nelle pagine finali di Da El Alamein al Sangro è riprodotto il messaggio da lui inviato il 1° gennaio 1944 a tutto il personale da lui dipendente, in occasione del suo trasferimento ad un altro teatro operativo. Dalle poche e concise righe di questo messaggio traspaiono non soltanto l’apprezzamento per quanto fatto sino ad allora dagli uomini posti alle sue dipendenze, ma anche l’umanità e le non comuni doti di familiarità con i sottoposti che – da sempre – costituiscono una delle principali doti della “componente morale” dei capi militari di ogni tempo e paese.

Edited by Alagi

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Saluti a tutti...mi permetto di intervenire, anche se questa e' solo una recensione di un libro... per avere l'esatto (per me) concetto ,prima e

dopo la lettura di questo testo,del personaggio che scrive.

E chi meglio di colui che ebbe il coraggio..di scrivergli questo ?

 

Lettera aperta a Montgomery, da "Alamein 1933-1962" di Paolo Caccia Dominioni

Mio Lord,

quando Ella pubblicò le Sue memorie Le scrissi che avrebbe fatto meglio a tacere, perché le rodomontate possono anche piacere nel caporale che poi le deve giustificare a esclusivo rischio della propria pelle, non in un capo arrivato ai massimi onori e tuttavia compiaciuto di mescolare il forsennato orgoglio a un livore da portinaia parigina. Tutto ciò manca di stile, non è da Lord.

[…]

Le scrivo proprio da Alamein, mio Lord, dove Ella fece indubbiamente una importante esperienza nei nostri riguardi, vorrei ragionare un po’ di queste cose. Chiedo venia se parlo di me, modesto capo di un buon battaglione; ma poi ebbi il privilegio di tornare qui e vi ho trascorso complessivamente, tra il 1948 e oggi, circa dieci anni, assieme a Renato Chiodini, mio soldato di allora. Gli inglesi addetti al ricupero delle Salme d’ogni nazione, anziché compiere l’opera iniziata nel 1943, l’avevano considerata esaurita soltanto quattro anni dopo. La riprese il governo italiano, e così molte altre migliaia di caduti italiani, tedeschi e alleati furono ritrovate a cura di noi due. Questo lungo lavoro ci ha fatto capire bene la battaglia, molto meglio delle documentazioni segrete, perché abbiamo estratto dalla sabbia i plotoni, le compagnie e i reggimenti. Non ci è mancato il tempo di imparare la esatta verità.

[…]

Qualche cosa abbiamo letto, anche sopra la guerra. Il generale Freddy De Guingand, Suo capo di stato maggiore, mentì quando scrisse che l’attacco britannico ad Alamein fu risolutivo verso il mare e dimostrativo a sud. È l’affermazione ufficiale, ribadita anche nei documenti a firma di Lord Alexander e Sua. Essa mi ha fatto, ogni volta, fremere di sdegno perché ambedue gli attacchi furono risolutivi.

A nord furono travolti, la notte stessa sul 24 ottobre 1942, due battaglioni tedeschi e tre italiani, ma una resistenza furiosa, a tergo, per otto giorni impedì a Lei di avanzare nonostante la documentata proporzione di uno a sei in Suo favore. Al centro, mio Lord, fu piccola giostra, ma quando quel settore ripiegò, la Bologna e l’Ariete Le dettero molto lavoro, come gliel’avevano dato, a nord, la Trento, la Trieste e la Littorio. A sud il Suo generale Horrocks, comandante il XIII corpo d’armata, avrebbe dunque avuto da Lei l’ordine di fare un’azione dimostrativa. Un ordine che vorrei proprio vedere con questi occhi miei. Laggiù non c’era bisogno che Ella cercasse la sutura tra tedeschi e italiani, in modo di attaccare solo i secondi, cioè quelli che non avevano voglia di combattere. Pensi che fortuna, mio Lord: niente tedeschi, tutti italiani, proprio come voleva Lei. La Folgore, con altri reparti minori, tra cui il mio. Nel Suo volume Da Alamein al fiume Sangro, Ella ebbe la impudenza di affermare che Horrocks trovò un ostacolo impensato, i campi minati: e toglie implicitamente qualsiasi merito alla difesa fatta dall’uomo; vuol ignorare che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi inglesi, che vi esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, a noi ignote, che permisero ai Suoi carri di piombarci addosso in un baleno, accompagnati da fanterie poderose. Eppure l’enorme valanga, per quattro giorni e quattro notti, fu ributtata alla baionetta, con le pietre, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia. La Folgore si ridusse a un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta a un velo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati, Ella lasciò in quei pochi giorni seicento morti accertati, senza contare quelli che furono ricuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia. E questa è strage da attacco dimostrativo? Come può osare affermarlo? Fu poi Lei a dichiararlo tale, dopo che Le era finalmente apparsa una verità solare: mai sarebbe riuscito a sloggiarci dalle nostre posizioni (che abbandonammo poi senza combattere, d’ordine di Rommel, ma questa è faccenda che non riguarda Lei), e preferì spedire il Suo Horrocks a nord, per completare lo sfondamento già in atto. La sua malafede, mio Lord, è flagrante. Ella da noi le prese di santa ragione. Io che scrivo e i miei compagni fummo e restiamo Suoi vincitori.

PAOLO CACCIA DOMINIONI

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Qualche tempo fa recensii un libro, "I Generali del Deserto" che potrebbe ben costituire controparte del presente libro di memorie. Ripeto ancora una volta: Monty non era certo una folgore di guerra, né - tanto meno - la strategia britannica si era aperta a nuovi orizzonti da quelli del precedente conflitto mondiale.

Fatto sta che lo sfondamento venne realizzato dalla concentrazione del fuoco di artiglieria (un cannone - obice da 88 ogni 19 metri) cui si aggiunse il potenziale dei velivoli da bombardamento. Ottenuta la rottura del fronte Montgomery si limitò a tallonare i reparti italo - tedeschi senza tentare alcuna manovra per tagliare la via di ritirata.

Ecco quindi uno dei generali britannici i cui meriti sono maggiormente nel campo della moda che in quello dell'arte militare.

Questo nulla toglie all'interesse documentario del libro, anche se a distanza di quasi sett'anni dagli avvenimenti possiamo disporre di letture che - non viziate dalle ovvie deformazioni date da ufficiali comandanti di reparti operanti - risultano non solo più attendibili ma anche e sopratutto offrenti un più ampio sguardo d'insieme.

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Signori, e' tutto vero: questo non toglie che Montgomery in Africa (l'unico suo vero successo, che su Market Garden e la Campagna d'Italia meglio sorvolare...) fece quello che un buon comandante deve fare. Sfruttare a suo vantaggio le eventuali superiorità.

 

Lui aveva una enorme disponibilità e superiorità in mezzi, e la utilizzò nel miglior modo possibile, vincendo la battaglia.

 

Questo non toglie nulla all'eroismo dei nostri soldati, ma vorrei far notare che dalla guerra di Secessione le battaglie (e le guerre) si vincono coi mezzi. Quelli che Monty aveva, e noi no.

 

Non 'mancò la fortuna e ci fu il valore' parafrasando la storica frase. Ci furono il valore ma non i mezzi, e senza quelli la sconfitta era scontata.

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Disse di lui il generale Patton:

"Montgomery si preoccupa di più di non perdere una battaglia che di vincerla"

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Ho riletto recentemente con vera commozione, nel forum di militaria Milistory Forum, la famosa lettera di Paolo Caccia Dominioni a Montgomery, peraltro pubblicata solo parzialmente da Davide (Smg Baracca). Allego a seguire il link per la visione del testo integrale.

Il gentile utente che l'ha postata mi ha segnalato inoltre questo bellissimo filmato.

Nella parte iniziale del video appare brevemente la figura di Renato Chiodini, mutilato di un braccio nel corso della battagli e valido continuatore, sotto la sua supervisione, della meritoria opera di Paolo Caccia Dominioni nel deserto di El Alamein.

https://historiaitalica.wordpress.com/2014/10/27/la-lettera-di-paolo-caccia-dominioni-a-montgomery-da-el-alamein/

 

 

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Una premessa da parte mia vi è dovuta, vi è dovuta perchè ogni volta che leggo quanto scritto dal "sarto" mi assale un certo "nervosismo":

La MIA "bandiera di guerra" o meglio, la Bandiera cui mi sento di appartenere da buon ufficiale del genio(ris.) è quella del " 31° battaglione" che, dopo la guerra, non venne più ricostituito perchè, come disse l'indimenticabile Paolo Caccia Dominioni da Sillavengo:

"E' il più decorato reparto del Genio nei sessantatrè anni delle campagne africane. Ragione sufficiente perché il battaglione non sia stato riscostituito. Infatti l'eccellentissimo governo, tanto simile a quello del basso impero, ha già preferito creare qualche unità nuova, senza impegnative pericolose tradizioni, sotto il garrire di un tricolore da fiera."

 

con questo , riporto integralemnte la lettera del "Sillavengo" (come era solito chiamarsi nei suoi scritti):

 

PAOLO CACCIA DOMINIONI COMANDANTE DEL
XXXI BATTAGLIONE GUASTATORI DEL GENIO

LA’ DOVE IL GHIBLI SOFFIA E BRUCIA IL SOLE SON RIMASTE LE ETERNE E INCANCELLABILI PAROLE CHE TU CARRISTA CON IL SANGUE HAI SCRITTO: ITALIA E ONORE !

To Fieldmarshal
Bernard Law Montgomery
Viscount of Alamein, K.G.,
G.C.B., G.C.M.G., M.C., D.S.O.
The Army & Navy Club

Mio Lord,
Quando Ella pubblicò le Sue memorie Le scrissi che avrebbe fatto meglio a tacere, perché le rodomontate possono anche piacere nel caporale che poi le deve giustificare a esclusivo rischio della propria pelle, non in un capo arrivato ai massimi onori, e tuttavia compiaciuto di mescolare il forsennato orgoglio a un livore da portinaia parigina. Tutto ciò manca di stile, non è da Lord.
Ho sempre visto che pochi La difendono. Non ha ammiratori, specialmente tra colleghi e dipendenti diretti. Ripenso a quanto mi narrava, pur nell’euforia della recente vittoria, il. maggiore H. P. Waring che Le fu a lungo vicino e che La conosce bene. Egli attribuiva la Sua alterigia, qualificandola di «caricaturale», alla tragedia interna di sapersi fisicamente miserello e rachitico, fatto intollerabile nell’esercito imperiale «Non ha mai visto una fotografia di Monty, diceva Waring, in piedi, presso uomini alti o anche soltanto di statura media? Mai. Sempre tutti seduti o disposti a sapienti dislivelli: ci pensavano i fotografi da campo, abilissimi, e sempre pronti ad archiviare le negative rivelatrici.» Waring continuava a parlare di Lei, sempre bisbetico, autoritario, intollerante e ingiurioso. E raccontò la storia di un Suo famoso gran rapporto ai comandanti, da tenente colonnello in su, che l’indomani dovevano attaccare la nostra linea del sud tunisino, al Mareth. Erano già abbastanza indispettiti d’esser convocati proprio quando più affannoso era il daffare per preparare l’azione: divennero furiosi quando l’attesa, presso la Sua tenda, raggiunse le due ore. Poi Ella uscì, li fece mettere in rango come reclute, e persino eseguire qualche movimento a comando, in ordine chiuso. Erano colonnelli e generali, rossi da scoppiare per l’umiliazione e l’ira, ma silenziosi. Poi iniziò il rapporto con questo discorso: Gentlemen, ci sono tre modi di dare gli ordini. Il primo è usato con gente di intelligenza normale, parlando in tono naturale. Il secondo, riservato a coloro che hanno intelletto lievemente inferiore alla media, segue il sistema della velocità di dettato, dictation speed. Il terzo è invece necessario quando l’intelligenza degli ascoltatori è nettamente inferiore alla media: gli ordini vengono pronunciati due volte, sempre a dictation speed. Questo ultimo sistema ho prescelto oggi per lorsignori, dovendo dare le istruzioni per Lì battaglia di domani.
Pensavo che Waring esagerasse; tutto ciò mi sapeva di pettegolezzo, inaccettabile persino da noi mediterranei fantasiosi, e dicevo tra me: chissà che rospi, caro Waring, ti ha fatto ingoiare. Ma alla luce delle Sue memorie quelle parole mi sono poi apparse mirabilmente veritiere.
Poiché Le scrivo proprio da Alamein, mio Lord, dove Ella fece indubbiamente una importante esperienza nei nostri riguardi, vorrei ragionare un po’ di queste cose. Chiedo venia se parlo di me, modesto capo di un buon battaglione; ma poi ebbi il privilegio di tornare qui e vi ho trascorso complessivamente, tra il 1948 e oggi, circa dieci anni, assieme a Renato Chiodini, mio soldato di allora. Gli inglesi addetti al ricupero delle Salme d’ogni nazione, anziché compiere l’opera iniziata nel 1943, l’avevano considerata esaurita soltanto quattro anni dopo. La riprese il governo italiano, e così molte altre migliaia di caduti italiani, tedeschi e alleati furono ritrovate a cura di noi due. Questo lungo lavoro ci ha fatto capire bene la battaglia, molto meglio delle documentazioni segrete, perché abbiamo estratto dalla sabbia i plotoni, le compagnie e i reggimenti. Non ci è mancato il tempo di imparare la esatta verità.
Abbiamo avuto meno tempo per la lettura: qui eravamo scavatori, muratori, architetti, dattilografi, osteologi, imbianchini, falegnami, topografi, cartografi e soprattutto autisti. Ma qualche cosa abbiamo letto, anche sopra la guerra. Il generale Freddy De Guingand, Suo capo di stato maggiore, menti quando scrisse che l’attacco britannico ad Alamein fu risolutivo verso il mare e dimostrativo a sud. E’ l’affermazione ufficiale, ribadita anche nei documenti a firma di Lord Alexander e Sua. Essa mi ha fatto, ogni volta, fremere di sdegno perché ambedue gli attacchi furono risolutivi.
A nord furono travolti, la notte stessa sul 24 ottobre 1942, due battaglioni tedeschi e tre italiani, ma una resistenza furiosa, a tergo, per otto giorni impedì a Lei di avanzare nonostante la documentata proporzione di uno a sei in Suo favore.
Al centro, mio Lord, fu piccola giostra, ma quando quel settore ripiegò, la Bologna e l’Ariete Le dettero molto lavoro, come gliel’avevano dato, a nord, la Trento, la Trieste e la Littorio.
A sud il Suo generale Horrocks, comandante il XIII corpo d’armata, avrebbe dunque avuto da Lei l’ordine di fare un’azione dimostrativa. Un ordine che vorrei proprio vedere con questi occhi miei. Laggiù non c’era bisogno che Ella cercasse la sutura tra tedeschi e italiani, in modo di attaccare solo i secondi, cioè quelli che non avevano voglia di combattere. Pensi che fortuna, mio Lord: niente tedeschi, tutti italiani, proprio come voleva Lei. La Folgore, con altri reparti minori, tra cui il mio.
Nel Suo volume Da Alamein al fiume Sangro, Ella ebbe la impudenza di affermare che Horrocks trovo un ostacolo impensato, i campi minati: e toglie implicitamente qualsiasi merito alla difesa fatta dall’uomo; vuoi ignorare che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi inglesi, che vi esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, a noi ignote, che permisero ai Suoi carri di piombarci addosso in un baleno, accompagnati da fanterie poderose. Eppure l’enorme valanga, per quattro giorni e quattro notti, fu ributtata alla baionetta, con le pietre, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia, «home made». La Folgore si ridusse a un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta a un velo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati, Ella lasciò in quei pochi giorni seicento morti accertati, senza contare quelli che furono ricuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia. E questa è strage da attacco dimostrativo? Come può osare affermarlo? Fu poi Lei a dichiararlo tale, dopo che Le era finalmente apparsa una verità solare: mai sarebbe riuscito a sloggiarci dalle nostre posizioni (che abbandonammo poi senza combattere, d’ordine di Rommel, ma questa è faccenda che non riguarda Lei), e preferì spedire il Suo Horrocks a nord, per completare lo sfondamento già in atto. La sua malafede, mio Lord, è flagrante. Ella da noi le prese di santa ragione. lo che scrivo e i miei compagni fummo e restiamo Suoi vincitori.
Eppure Lei non è sempre stato in malafede per quanto ci riguarda.
Nel luglio 1943, durante lo sbarco in Sicilia, erano in servizio presso il 230 ospedale generale scozzese in Palestina quattro medici italiani prigionieri, il capitano Mauro, i tenenti Rossi, Garbarino e Parvis. Le notizie, presentate velenosamente dalla stampa locale, avevano assai avvilito i quattro ufficiali. Il colonnello medico direttore, un bravo scozzese, volle consolarli, e dopo aver parlato delle fatali vicende di ogni conflitto, disse: «Voglio offrirvi, a titolo riservatissimo, un elemento di conforto». E mostrò un documento segreto, intitolato Storia dell’Ottava Armata, a firma Montgomery. Era un opuscolo di ottanta pagine, diramato soltanto a comandi ed enti molto elevati. Narrava gli avvenimenti di guerra, e parlava a lungo delle truppe italiane, con la massima obiettività. Criticava Rommel «che aveva sacrificato» le nostre fanterie, mentre avrebbe potuto trarne ancora grande aiuto. Citava la Folgore come una delle più eroiche divisioni del mondo e ricordava con ammirazione, tra le altre, anche la Brescia.
Quel documento, del quale voglio qui ringraziarLa, rende però ancora più ingiusto e odioso il suo atteggiamento successivo.
Ma oggi, mio Lord, non è giorno di asprezza. È la festa del nostro battaglione, e inoltre l’anniversario ventesimo di quando esso, per il primo, espugnò la cinta fortificata di Tobruk e vi irruppe. Qui regna il solito silenzio gigantesco del deserto: sappiamo che al massimo, sulla vicina litoranea, passerà qualche autocarro isolato, senza fermarsi. Qui non verrà nessuno.
Siamo soli, Chiodini ed io, e tuttavia Ella ci trova in uniforme e cappello alpino, come sempre da anni, per onorare i morti, e oggi in modo particolare, per la ricorrenza che ho detto e perché è l’ultimo giorno nostro a Quota 33. Ci mettevamo in borghese quando veniva gente che non gradivamo.
Peccato che Ella sia astemio: non v’è periodico che non abbia menzionato questa Sua prerogativa. Avremmo stappato l’ultima bottiglia d’una cantina che mai conobbe splendori, e L’avremmo invitata a un brindisi per il nostro battaglione e per la Sua armata. Le rivolgiamo invece un altro invito, e La preghiamo di salire sulla jeep. Venga, mio Lord, stiamo per iniziare un giro che La interesserà.
Vuoi sapere che cosa stia mormorando Chiodini al momento di mettere in moto? Dice: B’ism’Illah ul rohmàn ul rahìm, nel nome di Allah onnipotente e misericordioso, primo versetto del Corano. Abbiamo preso quest’abitudine dai beduini, che mai iniziano un viaggio, un lavoro, una rapina, una notte nuziale senza pronunziare le sacre parole. Non importa se Chiodini le articoli con l’accento di Porta Ticinese, perché il suo cuore è puro. Scendiamo il pendio sassoso fino alla litoranea, filiamo a buon passo sull’asfalto, verso Alessandria, ma per nove chilometri soli; imbocchiamo la Pista Rossa, fondo infernale perché gli americani venuti dai Texas alla ricerca del petrolio hanno massacrato e profanato l’intero deserto con certi loro colossali autotreni, purtroppo sopravvissuti nonostante l’attraversamento di infiniti campi minati tuttora pericolosi. Non si preoccupi: siamo vecchi ambedue, Lei tre quarti di secolo, io due terzi; ma la nostra solidità è intatta.
Percorriamo un rettifilo di ventinove chilometri, tra-versiamo i costoni di Miteyryia, di Deir el Abyiad, di Deir el Qatani e giunti a Dweir el Tarfa volgiamo a est, ci incanaliamo nello uadi di Qaret el Abd, sbuchiamo a Bab el Qattara sulla Pista dell’Acqua, proseguiamo verso Deir Alinda e Deir el Munassib. Lasciamo la jeep e percorriamo duecento metri a piedi. Saliamo un costoncino. Qui era il 187° reggimento Folgore: qui morirono moltissimi, che portavano nomi illustri e oscuri. È appunto uno tra i più modesti che Le vogliamo ricordare, il paracadutista Gino Trazzi, scomparso tra queste pietre e il centro di fuoco ancora riconoscibile sotto quei due cespugli disseccati. Ora proseguiamo verso quella curiosa nave di roccia a due gobbe, Haret el Himeimat. L’orizzonte è molto più ampio, perché siamo saliti: queste carregge che Lei vede nella sabbia sono ancora quelle del 1942. Qui passò, ritornando combattendo dalla corsa dei sei giorni, il III gruppo corazzato lancieri di Novara: sopra questo spiazzo di pietroni levigati, con poca sabbia, lasciò il caporale di cavalleria Paolo Flachi, milanese.
Ora è tempo di tornare: abbiamo percorso ottanta-cinque chilometri, ma ce ne manca ancora un centinaio, perché l’itinerario di ritorno è un po’ più lungo. Rifacciamo la nostra pista fino a Bab el Qattara, poi scendiamo lungo la Pista dell’Acqua fino al costone del Ruweisat dove si è così accanitamente lottato. La posizione domina tutto il campo di battaglia, a nord e a sud. Vede questo canaletto scavato parallelamente alla pista? È opera vostra, dell’anno 1941: doveva accogliere la tubazione d’acqua per il vostro presidio al Passo del Carro, ma non faceste in tempo a collocarla: arrivammo prima noi. In quel punto esatto, dove io getto una pietra, la notte sul 31 agosto 1942, dentro lo scavo, ramparono all’assalto i guastatori della prima compagnia, 31° battaglione: e Giuseppe Celesia palermitano, «boy», come direbbe Lei, del tenente Enrico de Rita, si buttò davanti il suo ufficiale e rimase ucciso da una pallottola in piena fronte.
Dopo il Ruweisat facciamo una cosa audace e tagliamo con rotta a 290 gradi, fuori pista. Non abbia timore, mio Lord: conosciamo il paesaggio metro a metro, e sappiamo anche dove sono le mine tuttora presenti, circa un milione sopra i sei milioni e mezzo che ebbimo l’onore di collocare assieme, amici e nemici, vent‘anni or sono. Traversiamo Deir el Shein, nome di raccapricciante memoria, e seguiamo l’andamento delle linee lungo la curva di livello 25, sinuosa e malfida, fino alla zona che voi chiamavate Kidney Ridge. Come vede, mio Lord, non è più rimasto un chiodo: quando Ella fu qui nel 1954, il campo di battaglia poco era mutato dal tempo di guerra. Qui si stendeva il gran reticolato che recingeva la sacca minata detta Genova da noi e «J» dai tedeschi: non ci eravamo sempre messi d’accordo sulla toponomastica, e forse anche su qualche altro argomento, ma questo è affar nostro, che non riguarda Lei.
L’ho portata nella piana contigua al Kidney Ridge perché vi sono caduti, tra altri mille, quattro bravi soldati che Le voglio nominare: il fante Ernesto Fogliasso, torinese, del 62° fanteria Trento, il carrista Ugo Passini bolognese, del 133° reggimento Littorio, il bersagliere Emilio Miotello padovano, del 12° reggimento, e l’artigliere senese Dante Martinelli del 3° celere Duca d’Aosta. Sono morti nello spazio di quarantott’ore, più o meno allo stesso posto, benché fossero di così disparate unità: e questo conferma quanto accanita sia stata la baraonda di quel finale ottobrino.
Ora è tempo di superare la ferrovia e tornare alla nostra base di Quota 33, dove anche da qui vediamo sventolare il tricolore che viene issato soltanto nelle grandissime occasioni. E Le dirò perché ho voluto che Lei vedesse il posto dove morirono Trazzi, Flachi, Celesia, Fogliasso, Passini, Miotello e Martinelli. Appartenenti a sette armi e corpi diversi del regio esercito, nessuno dei sette aveva gradi elevati, nessuno ebbe, che sappia, medaglie: morirono oscuri, e spinsero la modestia al punto che quando ne cercammo le spoglie non trovammo nulla. Di nessuno. Sette irreperibili.
Eccoci di nuovo a Quota 33. Ma prima di separarci. mio Lord, abbia la compiacenza di venire con noi qui dove si stendeva l’immenso rettangolo delle croci italiane e tedesche, oggi purtroppo sostituito da assai meno suggestivi sacrari (quello italiano è opera mia). Il terreno ormai è uniforme e le tracce delle croci sono scomparse. Ma voglio indicarLe il posto dove erano sepolti due morti assai ben conosciuti, e decorati della medaglia d’oro che corrisponde alla Vostra Victoria Cross: Livio Ceccotti capitano pilota, ucciso mentre scendeva in paracadute dopo l’abbattimento del suo aereo, e Umberto Novaro capitano di vascello, comandante l’incrociatore Bartolomeo Colleoni, raccolto morente in mare dai marinai inglesi dopo che la sua nave era stata affondata in combattimento, morto ad Alessandria delle ferite riportate, da Voi sepolto con tutti gli onori, e poi portato qui ad Alamein perché maggior gloria venisse al suo nome: un bel gesto da parte inglese.
Perdoni, mio Lord, se ora voglio abusare della mia doppia qualifica di anfitrione attuale e antico vincitore non assistito dal potente alleato germanico. Io La invito a mettersi sull’attenti davanti ai nove nomi che ha sentito, sette quasi sconosciuti e due gloriosissimi: io La prego di salutare. Ma intendiamoci: un saluto regolarmente britannico a scatto e tremolo, non quello ostentatamente trasandato, da superuomo, che Le vidi fare alla Sua stessa bandiera il 23 ottobre 1954, quando Ella inaugurò il cimitero imperiale di Alamein. Lo vidi bene, ero a pochi metri da Lei, con Chiodini, unici invitati italiani tra lo stuolo dei generali britannici e del Commonwealth, ed era giusto che agli ospiti italiani fosse assegnato quel posto dopo tanti anni che anche le Salme britanniche dimenticate nel deserto, in gran numero, ritrovavano un posto d’onore grazie alla cura, e con qualche rischio, del 31° battaglioni guastatori d’Africa.

Written at Alamein, Hill 33
June 20th 1962

Your Lordship’s
Most humble, most obedient
Servant to command
Sillavengo, Lt. Col.
Former O.C. 31th Combat Sappers Bataillon
Royal Italian Army

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La rileggo sempre con piacere...

Piccola considerazione sul "Sillavengo":

 

Nel maggio del 1933 partirono dal Cairo dodici amici su quattro veicoli Ford attrezzati per la sabbia. Essi appartengevano, come si potrebbe leggere sul lasciapassare rilasciato dallo sceicco El Sobhi, a diverse razze europee, e sono guidati dal conte Dick Raffo, di nazionalità italiana e madre iglese. Obiettivo della spedizione di “ardito turismo desertico” è l’oasi di Siwa, detta pure di Giove Ammone, dove Alessandro stesso si recò, per esservi riconosciuto dai sacerdoti come figlio di Amon, identificato dai Greci con Zeus, e Faraone. Percorso previsto, settecentottanta chilometri su pista litoranea, di cui i primi quattordici asfaltati. L’autore del libro che sto citando nota quasi distrattamente “Pochi fanno caso ai nomi oscuri che corrispondono a quei chilometri: el Bahrein, Sidi Abd el Rahman, El Dabah. Il più oscuro di tutti è El Alamein”.

Con l’assoluta casualità in cui solo il Destino sa rivelarsi, l’uomo che nel 1933 transita per l’abitato di “Due bandiere”, annotandone il nome oscurissimo, legherà indelebilmente il proprio nome a quel luogo. Ad El Alamein Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo tornerà per lunghi periodi. Come Maggiore, al comando del XXXI Btg. Guastatori del Genio, nelle diverse battaglie combattute ad Alamein da luglio a novembre 1942. Anche e soprattutto, però, dopo la fine del conflitto, soggiornandovi quasi ininterrottamente dal 1949 al 1962. Per incarico del Governo italiano deve provvedere al recupero ed alla sistemazione delle salme dei Caduti. Un compito titanico. Quando l’ingegner Sillavengo, richiamato in servizio “a domanda e senza assegni”, torna a Tell el Eisa, più nota come Quota 33, egli è “un uomo solo, tra cinquemila croci, nel deserto”.

Nel 1950 il guastatore Renato Chiodini, veterano di Tobruk e medaglia d’argento al V.M., si offre di raggiungerlo a Q. 33 e rimanervi fino alla fine della missione “per dare una mano”.

Non vi sono fondi, né elenchi aggiornati dei caduti. Coi finanziamenti che Sillavengo trova grazie alla propria personale generosità e capacità di mobilitazione, riordina i cimiteri di guerra provvisori con seimila salme. Solcando i campi minati, durante centinaia di ricognizioni che coprono oltre 360.000 chilometri, con feriti e caduti, recupera, identifica, dà sepoltura a 3299 cadaveri di ogni nazionalità. Progettazione e costruzione sia della base di Q. 33 sia del Sacrario si devono a lui.

Grazie a lui e al guastatore Chiodini riposano, avendo avuto degna sepoltura, tra sabbie non più deserte quasi cinquemila soldati. Come un eterno presidio, additano agli Italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. E quando il ghibli spazza la distesa del deserto, pare di udire migliaia di voci.

 

Alto, magro, aduso a fumare la pipa, coltissimo, perfettamente padrone di francese, inglese, arabo e tedesco. Soldato, ingegnere, esploratore, artista, scrittore, nei suoi libri Alamein 1933-1962 e Takfir con impeccabile eleganza parla di sé in terza persona. Coraggioso, leale, generoso, animato dal più alto amor di Patria e dal più puro disinteresse, Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo è un grande esempio a cui, nel proprio piccolo, ispirarsi.

Preso da un impeto di citazioni letterarie voglio riportare qui un passaggio di Paolo Caccia Dominioni che trovo attualissimo e senza tempo (a beneficio di chi curiosando passerà da queste parti):

- Sirte, mattino del 15 Novembre. Un vecchio indigeno si avvicina al fuoco acceso dei nostri cucinieri, un triste fuoco senza calore, che si vuol proteggere contro la pioggia fredda, sottile, alternata a colpi di maestrale grigio. Il vecchio avrà ottant'anni, chiede pane e sigarette, ma il suo è un mendicare da granduca, senza viltà. Nel chiuso mondo islamico di Sirte è certamente un personaggio, si capisce da quel portamento, anche se gli stracci immondi che lo coprono possono indicare solamente una estrema povertà. Non sa parlare italiano, era troppo vecchio quando s'occupò la Libia, e l'indigeno di cinquant'anni non impara la lingua nuova, la lingua difficile del conquistatore. Ma è un saggio, un Socrate da oasi e da carovana. Lo saluto nel mio cattivo arabo e gli offro qualche sigaretta. "Allah ti conservi", dice. Gli chiedo:"Qual'è il tuo pensiero su tutto questo?" Poco lontano, sulla strada, un Hurricane basso sta mitragliando il fatale deflusso della ritirata che non finisce mai. Il vecchio tace, il suo occhio guarda sopra la mia testa, all'infinito, oltre il mare color piombo e spumeggiante del maestrale. Mi volto verso il mare anch'io, per seguire quello sguardo senza orizzonte. E vedo frangersi in un ondata contro il relitto arenato d'un piroscafo, vedo l'alto geyser di schiuma, fuggevole colonna bianca fra tanto grigiore della natura e dei cuori. Ma il vecchio ha parlato, ha detto gravemente una sola parola:"Takfir". Takfir, espiazione. Dopo Tshushima il comandante Semenoff scrisse il libro di dolore, e lo chiamò Rasplata, espiazione. La parola crudele ha riempito lo spazio, mostruosa, mentre il vecchio si allontana. Takfir è nelle nubi basse, takfir è nelle colonne di fumo nero che si levano dalla strada dopo le passate del Hurricane, takfir è nel cadavere denudato e rosso, rosso del fuoco che l'ha riarso, del soldato visto iersera sotto Agheila, vicino all'autocarro distrutto. Ogni cosa oggi è takfir, e si accompagna alla parola tutto il suo significato gigantesco e biblico di immense folle innocenti sacrificate alla volontà, all'ambizione, all'interesse di pochi, in questa guerra, in tutte le guerre, come una maledizione.-

DI seguito un'intervista del 2002 alla moglie:

Elena Caccia Dominioni parla dell'appassionata opera del marito ne restituire degna sepoltura ai nostri soldati

 

«Giovani non dimenticate El Alamein»

 

Il sacrificio di tanti ragazzi italiani, una memoria da conservare

 

SESSANT'ANNI sono passati, ma domenica prossima la memoria volerà nel futuro. A El Alamein, in Egitto, tutto si prepara per una cerimonia che si preannuncia intensa e internazionale. Per l'occasione il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, consegnerà una medaglia d'oro al Valore dell'Esercito alla signora Elena Caccia Dominioni. È un omaggio al marito, Paolo Caccia Dominioni, scomparso giusto dieci anni fa. Fu narratore infaticabile di quella pagina non più strappata di storia italiana, e architetto del sacrario che ospita i resti di quasi cinquemila nostri soldati, «a cui mancò la fortuna, non il valore».

 

Ma il lettore non si aspetti fiumi di retorica o inni all'eroismo di quei ragazzi che sacrificarono la vita per l'Italia. Questa è solo la storia di un uomo, che ha raccolto le storie di tanti altri uomini. Dalle sabbie un tempo deserte spira oggi un vento non di leggenda, ma di verità. E niente è più forte della verità.

 

La signora Elena è nata a Torino e ha settantuno anni.

 

In quale circostanza conobbe suo marito?

 

In casa di amici. Ma io sapevo chi fosse lui. Avevo già letto il suo libro «Tak Fir», che vuol dire espiazione. Raccontava le vicende del suo battaglione, il 31esimo Battaglione Guastatori. L’ incontravo per la prima volta, ma era come se l'avessi conosciuto da sempre.

 

In che modo lei fu partecipe della vicenda di El Alamein?

 

M'ero sempre interessata delle storie militari. Fin da ragazza. Notavo che si parlava troppo poco dei soldati italiani, e spesso soltanto per dirne male. lo stessa conoscevo molto di più le vicende dei tedeschi, che non quelle dei nostri connazionali.

 

Finché da un certo momento seguirà le orme di suo marito, o no?

 

Nel settembre del '53, l'anno successivo al nostro incontro, andai in Libia e in Egitto. Ho lavorato con monsignor Nani, il quale faceva in Libia lo stesso lavoro che Paolo conduceva in Egitto: la ricerca delle salme. Con mio marito ci scrivevamo ogni giorno. Insieme, poi, andammo alla ricerca delle salme anche sul canale di Suez, nel campo militare inglese. Erano tutti morti in prigionia, bisognava portarli a El Alamein.

 

Invece nel deserto che cosa succedeva?

 

Era diverso. Intanto bisognava sapere dove i vari reparti avevano combattuto. E poi e in questo i beduini erano di grande aiuto si tiravano fuori le ossa dalle tombe. Magari capitava che loro si prendessero i denti d'oro, però indicavano dov'erano le sepolture.

 

Facciamo un passo indietro: i caduti erano stati sepolti alla bell'e meglio?

 

Specialmente quelli in battaglia. Erano stati seppelliti lì sul posto. Gli inglesi avevano fatto una prima raccolta insieme con dei prigionieri italiani, che s'erano offerti volontari. Ma l'avevano già conclusa nel '48.

 

Dunque, lo sforzo di suo marito fu di due generi: prima trovare il luogo della frettolosa sepoltura e poi...?

 

Sì. Riesumare i corpi e portarli a El Alamein.

 

Quante furono le salme recuperate?

 

Migliaia, perché non c'erano solo italiani. Gli inglesi avevano sospeso la ricerca. E così Paolo trovò anche soldati inglesi, tedeschi moltissimi e greci.

 

Che cosa lo spinse a quest'iniziativa?

 

Mio marito conosceva bene il corpo diplomatico di allora. Lui stesso, architetto, aveva partecipato al progetto per costruire l'ambasciata di Ankara. All'inizio fu un primo segretario della nostra sede diplomatica a Il Cairo che gli disse: «Caro architetto, perché non va a vedere quel che succede a El Alamein? Gli inglesi adesso ci danno un cimitero, bisogna andare a controllare». In un primo tempo a El Alamein Paolo trascorreva i fine settimana, restando gli altri giorni al Cairo, dove aveva lo studio di architettura. Ma già un anno dopo, si stabilì e rimase lì.

 

Quanto tempo ha dedicato a El Alamein?

 

La ricerca delle salme è durata dieci anni.

 

Qual era la cosa che più lo colpiva di un lavoro tanto pietoso quanto immagino difficilissimo?

 

L’identificazione delle salme. C'era la piastrina di riconoscimento, certo. Ma mentre i tedeschi l'avevano di ghisa, ovale e tratteggiata a metà, con impresso il numero di matricola, i nostri numeri erano semplicemente scritti. E con le intemperie, la sabbia venivano via. Non solo. Siccome noi siamo anche un po' superstiziosi, molti soldati la buttavano via.

 

E allora come faceva a risalire all'identità?

 

Moltissimo con l'aiuto delle famiglie. Sapere esattamente in quali reparti avevano combattuto in determinate zone, era la premessa per cominciare la ricerca. Poi molto spesso, ogni due o tre settimane, Paolo spiegava sulla «Domenica del Corriere» quel che aveva trovato. Con disegni e tutto. Perciò arrivavano segnalazioni dalle famiglie. La corrispondenza era una delle cose più importanti. E una mano veniva pure dall'Associazione famiglie di caduti in guerra, allora coordinata da una signora anziana che viveva a Roma, bravissima, la signora Pocaterra. Con l'aiuto delle socie, che lei stesso sollecitava, siamo arrivati a molti riconoscimenti.

 

Poiché anche suo marito combatté da quelle parti, avrà trovato molti corpi di commilitoni. Gliene parlava?

 

Paolo era molto riservato nei sentimenti. Teneva per sé le emozioni. Ma ha trovato, naturalmente, non solo le salme di soldati assieme ai quali aveva combattuto, ma pure di amici carissimi. Penso, per esempio, a Guido Visconti.

 

Qual è stato l'ostacolo principale di quei dieci anni di ricerche?

 

La burocrazia. Le arrabbiature venivano da lì. A un certo momento più o meno verso il 1955 nacque il problema delle salme di alcuni nostri ascari libici. Dovevano essere seppelliti in un determinato modo. Mio marito pensò di fare anche una piccola moschea, che servisse pure come tappa per quelli che volevano scendere, per dire una preghiera. Per quanto fosse ancora deserto, camionisti ne passavano tanti. Quindi prese carta e penna e scrisse a Roma per ottenere l'autorizzazione.

 

Risposta negativa?

 

Peggio: nessuna risposta. Ma sa, quando la gente non ruba, quando la gente fa semplicemente il proprio dovere, riesce a fare tante cose. Paolo aveva un po' di soldi in avanzo e di sua iniziativa costruì la piccola moschea. Dopo qualche tempo parlo di mesi ovviamente giunse la risposta dalla capitale: «Non si ravvisa la necessità». Testuale.

 

É suo marito?

 

Rispose così: «Spiacente. La moschea è già fatta». Testuale anche questo.

 

Fra l'altro, antesignano nell'esigenza di rispettare e integrare le culture di tutti...

 

Non me ne parli. lo sono vissuta in Libia e in Egitto. Mai avuto problemi. Loro facevano i musulmani, noi facevamo i cristiani. Non c'erano questioni. Molta polemica dei nostri giorni è fasulla.

 

Suo marito che cosa raccontava della battaglia di El Alamein?

 

Il suo secondo libro fu «Alamein», e riguardava tutto il fronte. Fu il primo testo che approfondiva la parte italiana, rispetto ai non pochi volumi che avevano trattato le vicende dei tedeschi e degli inglesi. Non c'era niente sulla nostra storia perché, come al solito, prevaleva l'autodenigrazione, sport nazionale praticato ancora oggi, seppure da una minoranza. Pensi che al Cairo gli stessi italiani, numerosissimi, per ricordare l'evento, nel dopoguerra, dicevano: «Quando i tedeschi erano a El Alamein...». Non gli italiani capito? o gli italiani e tedeschi. Mio marito era bilingue, per cui aveva rapporti con i comandi tedeschi, e ha potuto ricostruire e documentare il tutto con maggiore facilità.

 

Tornando alla battaglia?

 

Paolo era Maggiore. Tante cose furono fatte, che non andavano. Lui raccontava dell'insufficienza di carburante, che impediva loro di muoversi. Una vera angoscia. E poi di una Divisione come la Folgore, messa a fare la truppa di terra. D'altra parte, mancavano rifornimenti d'ogni genere, che dovevano arrivare quasi tutti da Tripoli, sebbene il porto di Tobruk fosse attrezzato. Ma bastava niente: una nave affondata all'inizio e... La conclusione è quella nota: sfondarono le nostre linee e passarono.

 

Sopravvissero in pochissimi: lui come riuscì a salvarsi?

 

Ah, non c'è una risposta. 0 meglio: bisognerebbe chiederlo al Padreterno.

 

Che cosa diceva dei ragazzi morti a El Alamein?

 

Lui ha visto combattere anche quei reparti che erano stanchi da due anni di guerra. Eppure, i soldati si sono comportati benissimo. In alcuni casi meglio degli stessi tedeschi, che pure erano attrezzati ben di più. Anche se è sempre relativo, in confronto a quello che avevano gli inglesi...

 

Era o divenne militare di carriera?

 

No, mai. La sua storia in divisa è semplice. Il 24 maggio del 1915 Paolo era iscritto al Politecnico di Palermo. Suo padre era console generale a Tunisi, e il figlio, che era nato a Nerviano (Milano) nel 1896 e perciò aveva diciannove anni poteva così tornare a casa ogni fine settimana o quasi. Mio marito vide sui muri i manifesti della mobilitazione generale. E invece di andare a dare gli esami, si arruolò al Decimo Bersaglieri, di stanza a Palermo. Fece tre mesi di servizio costiero e poi lo mandarono all'Accademia di Torino corso allievo ufficiali e da li subito sul Carso.

 

Volontario nella Grande Guerra, e poi?

 

Fu richiamato in Libia all'epoca della guerra di riconquista, nel 1930. Infine l'Etiopia. L’unica scelta fatta da lui fu quella del '15'18.

 

Una vita di sacrifici?

 

A quell'epoca non ci si pensava mica tanto. E poi lui era scapolo. Quindi...

 

Sessant'anni dopo si torna a considerare El Alamein come una memoria. Perché quel ricordo è stato così a lungo dimenticato?

 

Nei primi dieci anni del dopoguérra, anche per merito di mio marito il. ricordo fu molto, molto vivo. Dopo la costruzione del sacrario cominciarono, pian piano, a mettere l'evento in sordina.

 

Come lo spiega?

 

Non so spiegarlo, in realtà. Io esprimo solo una mia opinione: per me quel silenzio fu voluto. Ancora oggi c'è chi non desidera che si parli di El Alamein. Eppure, la gente riempie le sale delle manifestazioni che si fanno per ricordare quella vicenda.

 

Torniamo in Africa: il sacrario è opera di suo marito?

 

Lui l'ha progettato. Approvato il progetto, è entrata in ballo la burocrazia: concorsi, appalti e quant'altro era necessario. Paolo ha assistito alla prima parte della costruzione. Poi è tornato in Italia.

 

Quando fu inaugurato?

 

li Impossibile dimenticarlo: nel gennaio del 1959. Lui tornò a El Alamein, invitato per l'inaugurazione.

 

Era contento dei risultato?

 

Sì e no. Avrebbe preferito che si fosse mantenuto il cimitero, che era molto più suggestivo. Però la cosa era considerata o un'imprudenza. Intanto per la manutenzione. Laggiù piove poco, ma quando piove, piove sul serio. E poi una distesa di croci, sia pure in disparte, poteva attirare il fanatismo musulmano. Gli inglesi. si hanno mantenuto il cimitero, e hanno fatto benissimo. Noi e i tedeschi abbiamo invece scelto il sacrario, ognuno per conto suo. Anche se inizialmente doveva a essere un sacrario italotedesco, perché l'armata tale era.

 

Secondo lei in che modo i ragazzi delle scuole dovrebbero percepire, oggi, El Alamein?

 

Con lo stesso spirito con cui nell'antichità si portavano i figli alle Termopili, o con cui gli inglesi,oggi portano i ragazzi in pellegrinaggio a Gallipoli, in i Turchia, o a Durkerque in Francia. Quando si combatte con tutto se stessi, si può benissimo essere sfortunati e perdere. L’importante è farlo con la fronte alta.

 

Che cosa risponde alla polemica di chi dice che El Alamein fu comunque una guerra sbagliata?

 

E’ una polemica del tutto pretestuosa. Il soldato queste cose non se le chiede mai. Proprio alle Termopili cosa c'era scritto?: «Tu che passi, va e dì a Sparta che qui siamo morti in obbedienza alle sue leggi». Per conto mio è quello lo spirito. E vale per tutti i popoli in tutte le circostanze in cui la storia li abbia fatti trovare.

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