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Febea

Il Mare Nelle Poesie Italiane

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Proprio agli sgoccioli di questo intenso anno decido di aprire un nuovo topic per sincero capriccio poetico :s10: sulla scia de "Il mare nelle canzoni italiane": il filo rosso è con certezza il mare, ma molto probabilmente anche un'affermazione di Montale: "So che l'arte della parola è anch'essa musica, sebbene abbia poco a che fare con le leggi dell'acustica". :s02:

Gli esponenti più importanti della poesia italiana hanno prodotto opere e componimenti significativi: i nomi degli autori si rincorrono senza troppa difficoltà in un elenco fluido: Carducci, Pascoli, d'Annunzio, Saba, Ungaretti, Montale, Pavese e altri ancora.

L'intenzione e le idee c'erano già da qualche mese, ma ammetto che l'ampiezza del materiale a disposizione e l'impegno di organizzarlo in modo serio mi hanno fatto tentennare, così, dopo vari pensa e ripensa, mi butto oggi nel vasto mare facendomi forte del fatto che non devo elaborare una tesi di laurea e che posso contare sui contributi di tanti C.ti: molti di voi hanno una poesia nel cuore.

Intanto inizio io con qualche goccia.

 

 

RIASSUMENDO

Carducci G., San Martino

Pascoli G., Dalla spiaggia, in Myricae Tristezze

Pascoli G., La baia tranquilla, in Myricae Tristezze

Pascoli G., La sirena, in Myricae Tramonti

Pascoli G., Il naufrago, in Nuovi poemetti

d'Annunzio G., L'onda, in Alcyone

Saba U., In riva al mare

Saba U., Canzonetta

Ungaretti G., Più non muggisce, non sussurra il mare

Montale E., Maestrale

Montale E., Meriggiare pallido e assorto

Montale E., Antico, sono ubriacato dalla voce

Pavese C., Di salmastro e di terra, in La terra e la morte

Leopardi G., Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea, in I Canti

Leopardi G., L'infinto

Leopardi G., A Silvia

Leopardi G., Aspasia

Leopardi G., Ad Angelo Mai

Bellati A., ...A sud est

Quasimodo S., Le morte chitarre

Quasimodo S., S'ode ancora il mare

Montale E., Su una lettera non scritta

Montale E., Serenata indiana

Autore sconosciuto, poesia in dialetto genovese

Montale E., L'anguilla

Montale E., Clivo

Foscolo U., A Zacinto

Foscolo U., Dei Sepolcri

Alighieri D., Canto V e Canto XXVI

 

 

 

 

 

 

Carducci G., San Martino

La nebbia agli irti colli

Piovigginando sale,

E sotto il maestrale

Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo

Dal ribollir de' tini

Va l'aspro odor de i vini

L'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

Sta il cacciator fischiando

Su l'uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi

Stormi d'uccelli neri,

Com'esuli pensieri,

Nel vespero migrar.

 

 

 

Pascoli G., Dalla spiaggia, in Myricae Tristezze

C'è sopra il mare tutto abbonacciato

il tremolare quasi d'una maglia:

in fondo in fondo un ermo colonnato,

nivee colonne d'un candor che abbaglia:

una rovina bianca e solitaria,

là dove azzurra è l'acqua come l'aria:

il mare nella calma dell'estate

ne canta tra le sue larghe sorsate.

 

O bianco tempio che credei vedere

nel chiaro giorno, dove sei vanito?

Due barche stanno immobilmente nere,

due barche in panna in mezzo all'infinito.

E le due barche sembrano due bare

smarrite in mezzo all'infinito mare;

e piano il mare scivola alla riva

e ne sospira nella calma estiva.

 

 

 

Pascoli G., La baia tranquilla, in Myricae Tristezze

Getta l'ancora, amor mio:

non un'onda in questa baia.

Quale assiduo sciacquìo

fanno l'acque tra la ghiaia!

Vien dal lido solatìo,

vien di là dalla giuncaia,

lungo vien come un addio,

un cantar di marinaia.

Tra le vetrici e gli ontani

vedi un fiume luccicare;

uno stormo di gabbiani

nel turchino biancheggiare;

e sul poggio, più lontani,

i cipressi neri stare.

Mare ! Mare!

dolce là, dal poggio azzurro,

il tuo urlo e il tuo sussurro.

 

 

Pascoli G., La sirena, in Myricae Tramonti

La sera, fra il sussurrìo lento

dell'acqua che succhia la rena,

dal mare nebbioso un lamento

si leva: il tuo canto, o Sirena.

E sembra che salga, che salga,

poi rompa in un gemito grave.

E l'onda sospira tra l'alga,

e passa una larva di nave:

un'ombra di nave che sfuma

nel grigio, ove muore quel grido;

che porta con sé, nella bruma,

dei cuori che tornano al lido:

al lido che fugge, che scese

già nella caligine, via;

che porta via tutto, le chiese

che suonano l'avemaria,

le case che su per la balza

nel grigio traspaiono appena,

e l'ombra del fumo che s'alza

tra forse il brusìo della cena.

 

 

 

Pascoli G., Il naufrago, in Nuovi poemetti

Il mare, al buio, fu cattivo. Urlava

sotto gli schiocchi della folgore! Ora

qua e là brilla in rosa la sua bava.

Intorno a mucchi d'alga ora si dora

la bava sua lungi da lui. S'effonde

l'alito salso alla novella aurora.

Vengono e vanno in un sussurro l'onde.

Sembra che l'una dopo l'altra salga

per veder meglio. E chiede una, risponde

l'altra, spiando tra quei mucchi d'alga...

"Chi è? Non so. Chi sei? Che fai? Più nulla.

Dorme? Non so. Sì: non si muove". E il mare

perennemente avanti lui si culla.

Noi gli occhi aperti ti baciamo ignare.

Che guardi? Il vento ti spezzò la nave?

Il vento vano che, sì, è, né pare?

E tu chi sei? Noi, quasi miti schiave,

moviamo insieme, noi moriamo insieme

costì con un rammarichìo soave...

Siamo onde, onda che canta, onda che geme...

Tu guardi triste. E dunque tua forse era

la voce che parea maledicesse

nell'alta notte in mezzo alla bufera!

Non siamo onde superbe, onde sommesse.

Onde, e non più. L'acqua del mare è tanta!

Siamo in un attimo, e non mai le stesse.

Ora io son quella che già s'è franta.

Ed io già quella ch'ora là si frange.

L'onda che geme ora è lassù, che canta;

l'onda che ride, ai piedi tuoi già piange.

Noi siamo quello che sei tu: non siamo.

L'ombre del moto siamo. E ci son onde

anche tra voi, figli del rosso Adamo?

Non sono. È il vento ch'agita, confonde,

mesce, alza, abbassa; è il vento che ci schiaccia

contro gli scogli e rotola alle sponde.

Pace! Pace! È tornata la bonaccia.

Pace! È tornata la serenità.

Tu dormi, e par che in sogno apra le braccia.

Onde! Onde! Onda che viene, onda che va...

 

 

 

d'Annunzio G., L'onda, in Alcyone

Nella cala tranquilla

scintilla,

intesto di scaglia

come l'antica

lorica

del catafratto,

il Mare.

Sembra trascolorare.

S'argenta? S'oscura?

A un tratto

come colpo dismaglia

l'arme, la forza

del vento l'intacca.

Non dura.

Nasce l'onda fiacca,

súbito s'ammorza.

Il vento rinforza.

Altra onda nasce,

si perde,

come agnello che pasce

pel verde:

un fiocco di spuma

che balza!

Ma il vento riviene,

rincalza, ridonda.

Altra onda s'alza,

nel suo nascimento

più lene

che ventre virginale!

Palpita, sale,

si gonfia, s'incurva,

s'alluma, propende.

Il dorso ampio splende

come cristallo;

la cima leggiera

s'aruffa

come criniera

nivea di cavallo.

Il vento la scavezza.

L'onda si spezza,

precipita nel cavo

del solco sonora;

spumeggia, biancheggia,

s'infiora, odora,

travolge la cuora,

trae l'alga e l'ulva;

s'allunga,

rotola, galoppa;

intoppa

in altra cui 'l vento

diè tempra diversa;

l'avversa,

l'assalta, la sormonta,

vi si mesce, s'accresce.

Di spruzzi, di sprazzi,

di fiocchi, d'iridi

ferve nella risacca;

par che di crisopazzi

scintilli

e di berilli

viridi a sacca.

O sua favella!

Sciacqua, sciaborda,

scroscia, schiocca, schianta,

romba, ride, canta,

accorda, discorda,

tutte accoglie e fonde

le dissonanze acute

nelle sue volute

profonde,

libera e bella,

numerosa e folle,

possente e molle,

creatura viva

che gode

del suo mistero

fugace.

E per la riva l'ode

la sua sorella scalza

dal passo leggero

e dalle gambe lisce,

Aretusa rapace

che rapisce le frutta

ond'ha colmo suo grembo.

Súbito le balza

il cor, le raggia

il viso d'oro.

Lascia ella il lembo,

s'inclina

al richiamo canoro;

e la selvaggia

rapina,

l'acerbo suo tesoro

oblía nella melode.

E anch'ella si gode

come l'onda, l'asciutta

fura, quasi che tutta

la freschezza marina

a nembo

entro le giunga!

 

Musa, cantai la lode

della mia Strofe Lunga.

 

 

 

 

Saba U., In riva al mare

Eran le sei del pomeriggio, un giorno

chiaro festivo. Dietro al faro, in quelle

parti ove s'ode beatamente il suono

d'una squilla, la voce d'un fanciullo

che gioca in pace intorno alle carcasse

di vecchie navi, presso all'ampio mare

solo seduto; io giunsi, se non erro,

a un culmine del mio dolore umano.

 

Tra i sassi che prendevo per lanciare

nell'onda (ed una galleggiante trave

era il bersaglio), un coccio ho rinvenuto,

un bel coccio marrone, un tempo gaia

utile forma nella cucinetta,

con le finestre aperte al sole e al verde

della collina. E fino a questo un uomo

può assomigliarsi, angosciosamente.

 

Passò una barca con la vela gialla,

che di giallo tingeva il mare sotto;

e il silenzio era estremo. Io della morte

non desiderio provai, ma vergogna

di non averla ancora unica eletta,

d'amare più di lei io qualche cosa

che sulla superficie della terra

si muove, e illude col soave viso.

 

 

 

 

Saba U., Canzonetta

Ero solo in riva al mare,

all'azzurro mar natio,

e pensavo te amor mio

te lontano a villeggiar.

 

Era il vespro, era nel mare

presso a scender l'astro d'oro;

d'onda in onda un rivol d'oro

si vedeva folgorar.

 

Di tra i monti in ciel lo spicchio

della bianca luna nacque;

si vedeva in un sull'acque

il suo argento tremolar

 

 

 

Ungaretti G.

Più non muggisce, non sussurra il mare,

Il mare.

Senza i sogni, incolore campo è il mare,

Il mare.

Fa pietà anche il mare,

Il mare.

Muovono nuvole irriflesse il mare,

Il mare.

A fumi tristi cedé il letto il mare,

Il mare.

Morto è anche lui, vedi, il mare.

Il mare.

 

 

 

 

Montale E., Maestrale

S'è rifatta la calma

nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata,nei broli, qualche palma

a pena svetta.

 

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora

il cammino ripiglia.

 

Lameggia nella chiaria

la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

 

O mio tronco che additi

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto coi germogli fioriti

sulle tue mani, guarda:

 

sotto l'azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

nè sosta mai: perchè tutte le immagini portano scritto

"più in là!"

 

 

 

 

Montale E., Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d'orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s'intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

 

 

 

Montale E., Antico, sono ubriacato dalla voce

Antico, sono ubriacato dalla voce

ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono

come verdi campane e si ributtano

indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,

t'era accanto, lo sai,

lá nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l'aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,

mare, ma non piú degno

mi credo del solenne ammonimento

del tuo respiro. Tu m'hai detto primo

che il piccino fermento

del mio cuore non era che un momento

del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso:

e svuotarmi cosí d'ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

 

 

 

 

Pavese C., Di salmastro e di terra, in La terra e la morte

Di salmastro e di terra

è il tuo sguardo. Un giorno

hai stillato di mare.

Ci sono state piante

al tuo fianco, calde,

sanno ancora di te.

L'agave e l'oleandro.

Tutto chiudi negli occhi.

Di salmastro e di terra

hai le vene, il fiato.

 

Bava di vento caldo,

ombre di solleone

tutto chiudi in te.

Sei la voce roca

della campagna, il grido

della quaglia nascosta,

il tepore del sasso.

La campagna è fatica,

la campagna è dolore.

Con la notte il gesto

del contadino tace.

Sei la grande fatica

e la notte che sazia.

 

Come la roccia e l'erba,

come terra, sei chiusa;

ti sbatti come il mare.

La parola non c'è

che ti può possedere

o fermare. Cogli

come la terra gli urti,

e ne fai vita, fiato

che carezza, silenzio.

Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole

e nessuno ti parla.

Edited by Febea

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Ho visto il titolo ed ho subito pensato al Carducci!

 

Brava Febea!

 

Forse questa discussione (e le analoghe) potrebbero essere messe in bacheca...oppure nella bacheca della biblioteca.

 

 

Lazer_ :s20: ne

Edited by lazer_one

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Prima di tutto complimenti a Febea, al suo buon gusto e cultura.

Quoto la proposta di Lazer.

E lancio una proposta di un ulteriore topic: il mare nei film italiani.

:s32:

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I Canti di Leopardi mi hanno accompagnato per gran parte della mia vita e ancora mi capita di sfogliare il bel volume dei Classici Mondadori, così delicatamente sgualcito che usavo nel '68 all'università. Il cuore con l'età si è un po' più indurito ma l'emozione della lettura delle Ricordanze permane ancora intatta.

 

Il canto è molto lungo perchè possa essere riportato interamente e mi permetto di scegliere i brani per me più significativi.

 

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea

Tornare ancor per uso a contemplarvi

Sul paterno giardino scintillanti,

E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,

E delle gioie mie vidi la fine.

Quante immagini un tempo, e quante fole

Creommi nel pensier l'aspetto vostro

E delle luci a voi compagne! [...]

 

Che dolci sogni mi spirò la vista

Di quel lontano mar, quei monti azzurri,

Che di qua scopro, e che varcare un giorno

Io mi pensava, arcani mondi, arcana

Felicità fingendo al viver mio!

Ignaro del mio fato, e quante volte

Questa mia vita dolorosa e nuda

Volentier con la morte avrei cangiato.

Né mi diceva il cor che l'età verde

Sarei dannato a consumare in questo

Natio borgo selvaggio, intra una gente

Zotica, vil [...]

 

Viene il vento recando il suon dell'ora

Dalla torre del borgo. Era conforto

Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,

Quando fanciullo, nella buia stanza,

Per assidui terrori io vigilava,

Sospirando il mattin. Qui non è cosa

Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro

Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.

Dolce per se; ma con dolor sottentra

Il pensier del presente, un van desio

Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui. [...]

 

O speranze, speranze; ameni inganni

Della mia prima età! Sempre, parlando,

Ritorno a voi; che per andar di tempo,

Per variar d'affetti e di pensieri,

Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,

Son la gloria e l'onor; diletti e beni

Mero desio; non ha la vita un frutto,

Inutile miseria. E sebben vóti

Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro

Il mio stato mortal, poco mi toglie

La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta

A voi ripenso, o mie speranze antiche,

Ed a quel caro immaginar mio primo;

Indi riguardo il viver mio sì vile

E sì dolente, e che la morte è quello

Che di cotanta speme oggi m'avanza;

Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto

Consolarmi non so del mio destino. [...]

 

O Nerina! E di te forse non odo

Questi luoghi parlar? Caduta forse

Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,

Che qui sola di te la ricordanza

Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede

Questa Terra natal: quella finestra,

Ond'eri usata favellarmi, ed onde

Mesto riluce delle stelle il raggio,

E' deserta. Ove sei, che più non odo

La tua voce sonar, siccome un giorno,

Quando soleva ogni lontano accento

Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto

Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi

Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri

Il passar per la terra oggi è sortito,

E l'abitar questi odorati colli.

Ma rapida passasti; e come un sogno

Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte

La gioia ti splendea, splendea negli occhi

Quel confidente immaginar, quel lume

Di gioventù, quando spegneali il fato,

E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna

L'antico amor. Se a feste anco talvolta,

Se a radunanze io movo, infra me stesso

Dico: o Nerina, a radunanze, a feste

Tu non ti acconci più, tu più non movi.

Se torna maggio, e ramoscelli e suoni

Van gli amanti recando alle fanciulle,

Dico: Nerina mia, per te non torna

Primavera giammai, non torna amore.

Ogni giorno sereno, ogni fiorita

Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,

Dico: Nerina or più non gode; i campi,

L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno

Sospiro mio: passasti: e fia compagna

D'ogni mio vago immaginar, di tutti

I miei teneri sensi, i tristi e cari

Moti del cor, la rimembranza acerba.

 

E ancora, L'infinito.

 

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare.

 

"Quei monti azzurri e quel lontano mar che di qua scopro e che varcare un giorno io mi pensava, arcani mondi, arcana felicità fingendo al viver mio" non sono versi che si dimenticano facilmente.

Edited by gichiano

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Ancora Leopardi con la sua A Silvia

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

 

Sonavan le quiete

stanze, e le vie d'intorno,

al tuo perpetuo canto,

allor che all'opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

così menare il giorno.

 

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d'in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch'io sentiva in seno.

 

Che pensieri soavi,

che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

 

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d'amore.

 

Anche perìa fra poco

la speranza mia dolce: agli anni miei

anche negaro i fati

la giovinezza. Ahi come,

come passata sei,

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

 

 

Aspasia

Torna dinanzi al mio pensier talora

Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

Per abitati lochi a me lampeggia

In altri volti; o per deserti campi,

Al dì sereno, alle tacenti stelle,

Da soave armonia quasi ridesta,

Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina

Quella superba vision risorge.

Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

Mia delizia ed erinni! E mai non sento

Mover profumo di fiorita piaggia,

Nè di fiori olezzar vie cittadine,

Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno

Che ne' vezzosi appartamenti accolta,

Tutti odorati de' novelli fiori

Di primavera, del color vestita

Della bruna viola, a me si offerse

L'angelica tua forma, inchino il fianco

Sovra nitide pelli, e circonfusa

D'arcana voluttà; quando tu, dotta

Allettatrice, fervidi sonanti

Baci scoccavi nelle curve labbra

De' tuoi bambini, il niveo collo intanto

Porgendo, e lor di tue cagioni ignari

Con la man leggiadrissima stringevi

Al seno ascoso e desiato. Apparve

Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio [...]

 

[...]Che se d'affetti

Orba la vita, e di gentili errori,

È notte senza stelle a mezzo il verno,

Già del fato mortale a me bastante

E conforto e vendetta è che su l'erba

Qui neghittoso immobile giacendo,

Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

 

 

AD ANGELO MAI,

QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI

DI CICERONE DELLA REPUBBLICA

Italo ardito, a che giammai non posi

Di svegliar dalle tombe

I nostri padri? ed a parlar gli meni

A questo secol morto, al quale incombe

Tanta nebbia di tedio? E come or vieni

Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,

Voce antica de' nostri,

Muta sì lunga etade? e perché tanti

Risorgimenti? In un balen feconde

Venner le carte; alla stagion presente

I polverosi chiostri

Serbaro occulti i generosi e santi

Detti degli avi. E che valor t'infonde,

Italo egregio, il fato? O con l'umano

Valor forse contrasta il fato invano?[...]

 

[...]Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,

Ligure ardita prole,

Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti

Cui strider l'onde all'attuffar del sole

Parve udir su la sera, agl'infiniti

Flutti commesso, ritrovasti il raggio

Del Sol caduto, e il giorno

Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;

E rotto di natura ogni contrasto,

Ignota immensa terra al tuo viaggio

Fu gloria, e del ritorno

Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo

Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto

L'etra sonante e l'alma terra e il mare

Al fanciullin, che non al saggio, appare. [...]

Edited by gichiano

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Riporto volentieri la poesia scritta sul calendarietto del 2010 ricevuto in omaggio ieri mattina alla biglietteria del Museo Tecnico Navale di La Spezia (la mia seconda visita -dopo quella in occasione della Festa della Marineria del giugno scorso-, ma stavolta più approfondita...).

 

Sullo sfondo dell'opera di Roberto Braida, La polena innamorata, sono riportate le seguenti parole di

Anna Caterina Bellati:

 

... A sud-est

dei nostri pensieri

c'è il mondo come lo vorremmo,

c'è un'isola non trovata

alla quale guardiamo

in segreto

Per raggiungerla

ci imbarchiamo

in un viaggio di sola andata

e il mare,

metafora del desiderio,

è il nostro

unico compagno.

Edited by Febea

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La Befana mi ha portato un paio di libri... ovvero la festività della Befana mi ha portato a regalarmi due libri fotografici di Philip Plisson intitolati

Saggezza del mare e Tagliamare.

Il primo accompagna ogni giorno dell'anno con una foto ed un commento tratto da opere classiche, sia di prosa che di poesia.

Il secondo è semplicemente grande (30 x 46 cm!).

Immaginatevi la prua del Vespucci 60 x 46 cm...oppure il bulbo della Queen Mary 2 su 4 pagine (120x46 cm)

 

IMG_0246ridotta.jpg

 

A proposito de mare c'è già una discussione dedicata ai proverbi? Mi sembra di no e secondo me varrebbe la pena di crearla.

 

Lazer_ :s02: ne

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Wow, che bei libri!!!

Lazer_One a questo punto non ti senti in dovere di allietarci ogni giorno con le poesie riportate? :s02:

Dai su, hai come arretrato solo sette giorni e la bella notizia è che dovrai riportare solo quelle di autori italiani... non è poi un impegno così gravoso. :s41:

 

A proposito de mare c'è già una discussione dedicata ai proverbi? Mi sembra di no e secondo me varrebbe la pena di crearla.

E cerrrrrrrrto che c'è! Si trova in Nautica, Parola di marinaio.

Indovina chi l'ha aperta... :s04:

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Wow, che bei libri!!!

Lazer_One a questo punto non ti senti in dovere di allietarci ogni giorno con le poesie riportate? :s02:

Dai su, hai come arretrato solo sette giorni e la bella notizia è che dovrai riportare solo quelle di autori italiani... non è poi un impegno così gravoso. :s41:

 

 

E cerrrrrrrrto che c'è! Si trova in Nautica, Parola di marinaio.

Indovina chi l'ha aperta... :s04:

 

Achh! Parola di marinaio è passato attraverso le maglie delle mie reti da ricerca!

 

Per le poesie vedo di organizzarmi.

 

Lazer_ :s02: ne

 

PS: Il libro più piccolo è in saldo alla Feltrinelli oppure anche su IBS con 30% sconto

Edited by lazer_one

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E' piacevole soffermarsi per qualche tempo la sera nel salotto letterario di Elena a conversare amabilmente, seppure in modo virtuale, di poesia, di mare e di poeti.

Oggi ho tra le mani una piacevolissima edizione del '56 dei Poeti allo Specchio della Mondadori, bella da vedere e da sfogliarne le pagine di buona grammatura, un titolo ed un poeta prestigiosi, Il falso e vero verde di Salvatore Quasimodo.

 

Ne leggo la prima poesia, molto conosciuta, Le morte chitarre.

 

La mia terra è sui fiumi stretta al mare,

non altro luogo ha voce così lenta

dove i miei piedi vagano

tra giunchi pesanti di lumache.

Certo è autunno: nel vento a brani

le morte chitarre sollevano le corde

su la bocca nera e una mano agita le dita

di fuoco.

Nello specchio della luna

si pettinano fanciulle col petto d'arance.

 

Chi piange? Chi frusta i cavalli nell'aria

rossa? Ci fermeremo a questa riva

lungo le catene d'erba e tu amore

non portarmi davanti a quello specchio

infinito: vi si guardano dentro ragazzi

che cantano e alberi altissimi e acque.

Chi piange? Io no, credimi: sui fiumi

corrono esasperati schiocchi d'una frusta,

i cavalli cupi, i lampi di zolfo.

Io no, la mia razza ha coltelli

che ardono e lune e ferite che bruciano.

Edited by gichiano

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Grazie Stefano per la bella immagine del salotto... Per rendere ancora più piacevole la tua permanenza e quella di altri C.ti -e per darvi maggiore accoglienza- sul tavolino trovate un vino liquoroso e del cognac di prima qualità: servitevi pure. La pioggia picchietta sui vetri e il mare rumoroso si allunga sulla spiaggia: continua a leggere, ti ascoltiamo.

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1 gennaio

Foto di Venezia

 

"La sera, fra il sussurro lento

dell'acqua che succhia la rena,

dal mare nebbioso un lamento si leva:

il tuo canto, o Sirena."

 

G. Pascoli - La Sirena da Myricae

 

Lazer_ :s41: ne

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Ehi Lazer, passa al 02 gennaio... La sirena l'ho già inserita nel primo messaggio! :s02: :s01:

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la prossima citazione del libro è al 12 di gennaio ma è di un arcinoto Giacomo...

 

Vado a cercare quello sui detti perchè ce ne uno bretone interessante!

 

Lazer_ :s02: ne

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In queste notti in cui è facile sentire, se non sempre il rumore del mare, almeno il cadere della pioggia ed è il tempo in cui i ricordi affiorano con forza misurata, propongo un'altra poesia di Quasimodo, questa volta tratta da Giorno dopo giorno,

 

S'ode ancora il mare.

 

Già da più parti s'ode ancora il mare,

lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.

Eco d'una voce chiusa nella mente

che risale dal tempo; ed anche questo

lamento assiduo di gabbiani: forse

d'uccelli delle torri, che l'aprile

sospinge verso la pianura. Già

m'eri vicina tu con quella voce;

ed io vorrei che pure a te venisse,

ora, di me un'eco di memoria,

come quel buio murmure di mare.

 

Mi verso un po' di cognac, grazie.

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Le incredibili Donne del nostro Forum !

Con i loro pensieri,con i loro scritti,con le loro

idee riescono a darci momenti veramente piacevoli.

La tua idea,cara Febea,la trovo bella e delicata come

le poesie già citate.

Spero che essa trovi,in questo Forum,un posto ragguardevole.

 

Grazie Febea.

 

1-Verso l'Infinito di Leopardi.

leopardi1.jpg

 

2-Il posto dal quale Leopardi l'osservava.

leopardi2p.jpg

 

3-L'Infinito (osservando da sinistra a destra)

leopardi7.jpg

 

4-leopardi6.jpg

 

5-leopardi5.jpg

 

6-leopardi4.jpg

 

7-leopardi3.jpg

 

8-Palazzo Leopardi

leopardi9.jpg

 

9-leopardi10.jpg

 

10-Dalla finestra dell'albergo

leopardi11.jpg

 

ALLA LUNA

 

O graziosa luna,io mi rammento

Che,or volge l'anno,sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai,che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio,alle mie luci

Il tuo volto apparia,che travagliosa

Era mia vita:ed è,ne cangia stile,

O mia diletta luna.E pur mi giova

La ricordanza,e il noverar l'etate

Del mio dolore.Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil,quando ancor lungo

La speme e breve ha l memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste,e che l'affanno duri !

 

G. Leopardi

 

Certo un pò fuori tema questa :

ma datemene il permesso !

 

Red

Edited by Red

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Per la nostra padrona di casa ho preso da uno scaffale un libro che ho molto amato, La bufera e altro di Eugenio Montale in una edizione del 1972 dello Specchio Mondadori.

 

Propongo Su una lettera non scritta.

 

Per un formicolìo d'albe, per pochi

fili su cui s'impigli

il fiocco della vita e s'incollani

in ore e in anni, oggi i delfini a coppie

capriolano coi figli? Oh ch'io non oda

nulla di te, ch'io fugga dal bagliore

dei tuoi cigli. Ben altro è sulla terra.

 

Sparir non so né riaffacciarmi; tarda

la fucina vermiglia

della notte, la sera si fa lunga,

la preghiera è supplizio e non ancora

tra le rocce che sogno t'è giunta

la bottiglia dal mare. L'onda, vuota,

si rompe sulla punta, a Finisterre.

 

Tengo ancora il libro sul tavolo perchè nei prossimi giorni ne vorrei leggere altre.

Edited by gichiano

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Le incredibili Donne del nostro Forum !

Con i loro pensieri, con i loro scritti, con le loro

idee riescono a darci momenti veramente piacevoli.

La tua idea, cara Febea, la trovo bella e delicata come

le poesie già citate.

Spero che essa trovi,in questo Forum,un posto ragguardevole.

 

Grazie Febea.

Oh Red... :s15: :s10: Grazie, sei sempre molto sensibile...

 

 

Per la nostra padrona di casa ho preso da uno scaffale un libro che ho molto amato, La bufera e altro di Eugenio Montale in una edizione del 1972 dello Specchio Mondadori.

Ehm ehm, padrona di casa... dai... direi piuttosto S.A.S. La Principessa! :s02:

C.te Gichiano, Lei potrebbe allietarci per giorni interi... so che ha diversi libri da far invidia ad una biblioteca... :s01:

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I libri di poesia li tengo di solito sul tavolo in piccole pile o in un angolo di qualche scaffale, al contrario dei libri di pregio, dei volumi di saggistica o quelli fotografici, non occupano molto spazio fisico ma quando li apro e ne leggo qualche pagina mi conquistano per sempre.

 

Ancora Montale, Serenata indiana.

 

È pur nostro il disfarsi delle sere.

E per noi è la stria che dal mare

sale al parco e ferisce gli aloè.

 

Puoi condurmi per mano, se tu fingi

di crederti con me, se ho la follia

di seguirti lontano e ciò che stringi,

 

ciò che dici, m'appare in tuo potere.

 

Fosse tua vita quella che mi tiene

sulle soglie - potrei prestarti un volto,

vaneggiarti figura. Ma non è,

 

non è così. Il polipo che insinua

tentacoli d'inchiostro tra gli scogli

può servirsi di te. Tu gli appartieni

 

e non lo sai. Sei lui, ti credi te.

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Una curiosità: la Musa di Montale, Annetta/Arletta, era in realtà Anna degli Uberti, figlia dell'Ammiraglio Guglielmo e quindi nipote ex fratre del più famoso Ubaldo.

Non lo sapevate? Sapevatelo.

Edited by GM Andrea

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Il post mi ha ricordato una poesia in dialetto genovese che avevo studiato alle elementari :s10:

 

Autore sconosciuto.

 

PARTO ADDIO MAÈ BEN DILETTO

ME NE VAGGO A NAVEGÁ,

E N' SCE L' ERBOO DE TRINCHETTO

TE SALUÙ D'IN MEZO A-O MÁ !

A LANTERNA DA-I MAÈ ÈUGGI

QUANDO VEGGO SCOMPARI,

DI ME PÀ TRA QUELLI SCHÈUGGI

A MAÈ NINNA DE SENTÌ...

 

Traduzione :

 

PARTO ADDIO MIO BEN DILETTO

ME NE VADO A NAVIGARE,

E SULL' ALBERO DI TRINCHETTO

TI SALUTO IN MEZO AL MAR !

LA LANTERNA DAI MIEI OCCHI

QUANDO VEDO SCOMPARIRE,

A ME SEMBRA FRA QUELLI SCHOGLI

LA MIA NINNETTA DI SENTIRE...

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Una curiosità: la Musa di Montale, Annetta/Arletta, era in realtà Anna degli Uberti, figlia dell'Ammiraglio Guglielmo e quindi nipote ex fratre del più famoso Ubaldo.

Non lo sapevate? Sapevatelo.

 

Annetta ha ispirato il primo Montale, quello delle Occasioni. La poesia più famosa a lei riferita è La casa dei doganieri.

 

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t’attende dalla sera

in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri

e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto:

la bussola va impazzita all’avventura

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende ...)

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

E in ricordo di lei Montale, già anziano, scrive nel Diario del '71 e del '72 la poesia intitolata appunto Annetta.

 

Le ispiratrici della maturità furono la moglie Drusilla Tanzi, Mosca e Irma Brandeis, Clizia.

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Ancora da La bufera e altro, propongo la lettura di questi altri versi di Montale, meno conosciuti ma non meno intensi, e come al solito ricchi di metafore sulla figura femminile.

 

L’anguilla

 

L’anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d’Appennino alla Romagna;

l’anguilla, torcia, frusta,

freccia d’Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l’anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l’arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l’iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?

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Ancora una poesia di Montale, poeta da me molto amato, ma poi forse sarà il caso di passare ad altri.

 

Clivo, anche questa da Ossi di seppia.

 

Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l'ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell'alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s'aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s'anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

 

Come una musicale frana

divalla il suono, s'allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s'afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell'infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s'inabissa alle prode...

 

Nella sera distesa appena, s'ode

un ululo di corni, uno sfacelo.

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Due immortali opere di Foscolo.

 

A Zacinto.

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell'onde

del greco mar da cui vergine nacque

 

Venere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l'inclito verso di colui che l'acque

 

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

 

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

 

 

E alcuni brani Dei Sepolcri, lungo carme scritto dopo l'editto napoleonico del 1804 che istituiva i cimiteri comunali vietando le sepolture nelle chiese.

 

Tra l'incipit e la fine ho inserito la parte che più ci interessa, con la splendida descrizione della battaglia di Maratona.

 

 

Dei Sepolcri

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

per me alla terra non fecondi questa

bella d'erbe famiglia e d'animali,

e quando vaghe di lusinghe innanzi

a me non danzeran l'ore future,

né da te, dolce amico, udrò piú il verso

e la mesta armonia che lo governa,

né piú nel cor mi parlerà lo spirto

delle vergini Muse e dell'amore,

unico spirto a mia vita raminga,

qual fia ristoro a' dí perduti un sasso

che distingua le mie dalle infinite

ossa che in terra e in mar semina morte?

Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

tutte cose l'obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica

di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe

e l'estreme sembianze e le reliquie

della terra e del ciel traveste il tempo. […]

 

[…] Ah sí! da quella

religïosa pace un Nume parla:

e nutria contro a' Persi in Maratona

ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

la virtú greca e l'ira. Il navigante

che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,

vedea per l'ampia oscurità scintille

balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

fumar le pire igneo vapor, corrusche

d'armi ferree vedea larve guerriere

cercar la pugna; e all'orror de' notturni

silenzi si spandea lungo ne' campi

di falangi un tumulto e un suon di tube

e un incalzar di cavalli accorrenti

scalpitanti su gli elmi a' moribondi,

e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de' venti,

Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!

E se il piloto ti drizzò l'antenna

oltre l'isole egèe, d'antichi fatti

certo udisti suonar dell'Ellesponto

i liti, e la marea mugghiar portando

alle prode retèe l'armi d'Achille

sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi

giusta di glorie dispensiera è morte;

né senno astuto né favor di regi

all'Itaco le spoglie ardue serbava,

ché alla poppa raminga le ritolse

l'onda incitata dagl'inferni Dei. […]

 

[…] Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

mendico un cieco errar sotto le vostre

antichissime ombre, e brancolando

penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,

e interrogarle. Gemeranno gli antri

secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto

splendidamente su le mute vie

per far piú bello l'ultimo trofeo

ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

placando quelle afflitte alme col canto,

i prenci argivi eternerà per quante

abbraccia terre il gran padre Oceàno.

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

Edited by gichiano

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Ci vorrebbe un esperto per ritrovare nella Divina Commedia tutti i passi in cui Dante cita il mare, io mi limito a riportarne uno dei più famosi, la tragica storia di Ulisse e dei suoi compagni.

 

Inferno Canto XXVI

 

 

«O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco

 

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l'un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi».

 

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

 

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori e disse: «Quando

 

mi diparti' da Circe, che sottrasse

me più d'un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

 

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né 'l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

 

vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

 

ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

 

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.

 

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov' Ercule segnò li suoi riguardi

 

acciò che l'uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra già m'avea lasciata Setta.

 

``O frati", dissi ``che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia

 

d'i nostri sensi ch'è del rimanente

non vogliate negar l'esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

 

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

 

Li miei compagni fec' io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

 

e volta nostra poppa nel mattino,

de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

 

Tutte le stelle già de l'altro polo

vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

 

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

 

quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

 

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com' altrui piacque,

 

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

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Di papà Dante mi pare manchi ancora questa, un po' più serena...

 

 

 

Guido, ì vorrei che tu e Lapo ed io

fossimo presi per incantamento,

e messi in un vasel ch'ad ogni vento

per mare andasse al voler vostro e mio.

 

Sì che fortuna od altro tempo rio

non ci potesse dare impedimento,

anzi, vivendo sempre in un talento,

di stare insieme crescesse 'l disio.

 

E monna Vanna e monna Lagia poi

con quella ch'è sul numer de le trenta

con noi ponesse il buono incantatore:

 

e quivi ragionar sempre d'amore,

e ciascuna di lor fosse contenta,

sì come ì credo che saremmo noi.

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Anche la più bella e conosciuta storia d'amore della letteratura italiana può rientrare in questa discussione, grazie al fatto che in questo canto Dante fa riferimento al mare, sia pure fuggevolmente.

 

Il poeta e Virgilio si trovano nel girone in cui coloro che hanno peccato di lussuria vengono eternamente spinti senza meta dalla bufera.

 

Inferno Canto V

 

[…] Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

 

Io venni in loco d'ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

 

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

 

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

 

Intesi ch'a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

 

E come li stornei ne portan l'ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

 

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

 

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid'io venir, traendo guai,

 

ombre portate da la detta briga; […]

 

 

Paolo e Francesca si avvicinano trascinati dal vento e la donna inizia il racconto del loro tragico amore.

 

 

[…] Quali colombe dal disio chiamate

con l'ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l'aere dal voler portate;

 

cotali uscir de la schiera ov'è Dido,

a noi venendo per l'aere maligno,

sì forte fu l'affettuoso grido.

 

«O animal grazioso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

 

se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

 

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

 

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

 

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

 

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

 

Quand'io intesi quell'anime offense,

china' il viso e tanto il tenni basso,

fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

 

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

 

Poi mi rivolsi a loro e parla' io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

 

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

 

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

 

Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

Per più fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 

Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

 

Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com'io morisse.

 

E caddi come corpo morto cade.

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Continuando con i classici riporto le prime ottave dell' Orlando furioso

1

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,

le cortesie, l'audaci imprese io canto,

che furo al tempo che passaro i Mori

d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,

seguendo l'ire e i giovenil furori

d'Agramante lor re, che si diè vanto

di vendicar la morte di Troiano

sopra re Carlo imperator romano.

2

Dirò d'Orlando in un medesmo tratto

cosa non detta in prosa mai, né in rima:

che per amor venne in furore e matto,

d'uom che sì saggio era stimato prima;

se da colei che tal quasi m'ha fatto,

che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima,

me ne sarà però tanto concesso,

che mi basti a finir quanto ho promesso.

 

 

e della Gerusalemme liberata

4

Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli

al furor di fortuna e guidi in porto

me peregrino errante, e fra gli scogli

e fra l'onde agitato e quasi absorto,

queste mie carte in lieta fronte accogli,

che quasi in voto a te sacrate i' porto.

Forse un dí fia che la presaga penna

osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

5

È ben ragion, s'egli averrà ch'in pace

il buon popol di Cristo unqua si veda,

e con navi e cavalli al fero Trace

cerchi ritòr la grande ingiusta preda,

ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,

l'alto imperio de' mari a te conceda.

Emulo di Goffredo, i nostri carmi

intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.

6

Già 'l sesto anno volgea, ch'in oriente

passò il campo cristiano a l'alta impresa;

e Nicea per assalto, e la potente

Antiochia con arte avea già presa.

L'avea poscia in battaglia incontra gente

di Persia innumerabile difesa,

e Tortosa espugnata; indi a la rea

stagion diè loco, e 'l novo anno attendea.

7

E 'l fine omai di quel piovoso inverno,

che fea l'arme cessar, lunge non era;

quando da l'alto soglio il Padre eterno,

ch'è ne la parte piú del ciel sincera,

e quanto è da le stelle al basso inferno,

tanto è piú in su de la stellata spera,

gli occhi in giú volse, e in un sol punto e in una

vista mirò ciò ch'in sé il mondo aduna.

8

Mirò tutte le cose, ed in Soria

s'affisò poi ne' principi cristiani;

e con quel guardo suo ch'a dentro spia

nel piú secreto lor gli affetti umani,

vide Goffredo che scacciar desia

de la santa città gli empi pagani,

e pien di fé, di zelo, ogni mortale

gloria, imperio, tesor mette in non cale.

9

Ma vede in Baldovin cupido ingegno,

ch'a l'umane grandezze intento aspira:

vede Tancredi aver la vita a sdegno,

tanto un suo vano amor l'ange e martira:

e fondar Boemondo al novo regno

suo d'Antiochia alti princípi mira,

e leggi imporre, ed introdur costume

ed arti e culto di verace nume;

10

e cotanto internarsi in tal pensiero,

ch'altra impresa non par che piú rammenti:

scorge in Rinaldo e animo guerriero

e spirti di riposo impazienti;

non cupidigia in lui d'oro o d'impero,

ma d'onor brame immoderate, ardenti:

scorge che da la bocca intento pende

di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

11

Ma poi ch'ebbe di questi e d'altri cori

scòrti gl'intimi sensi il Re del mondo,

chiama a sé da gli angelici splendori

Gabriel, che ne' primi era secondo.

È tra Dio questi e l'anime migliori

interprete fedel, nunzio giocondo:

giú i decreti del Ciel porta, ed al Cielo

riporta de' mortali i preghi e 'l zelo.

12

Disse al suo nunzio Dio: "Goffredo trova,

e in mio nome di' lui: perché si cessa?

perché la guerra omai non si rinova

a liberar Gierusalemme oppressa?

Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova

a l'alta impresa: ei capitan fia d'essa.

Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,

già suoi compagni, or suoi ministri in guerra."

13

Cosí parlogli, e Gabriel s'accinse

veloce ad esseguir l'imposte cose:

la sua forma invisibil d'aria cinse

ed al senso mortal la sottopose.

Umane membra, aspetto uman si finse,

ma di celeste maestà il compose;

tra giovene e fanciullo età confine

prese, ed ornò di raggi il biondo crine.

14

Ali bianche vestí, c'han d'or le cime,

infaticabilmente agili e preste.

Fende i venti e le nubi, e va sublime

sovra la terra e sovra il mar con queste.

Cosí vestito, indirizzossi a l'ime

parti del mondo il messaggier celeste:

pria sul Libano monte ei si ritenne,

e si librò su l'adeguate penne;

15

e vèr le piagge di Tortosa poi

drizzò precipitando il volo in giuso.

Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,

parte già fuor, ma 'l piú ne l'onde chiuso;

e porgea matutini i preghi suoi

Goffredo a Dio, come egli avea per uso;

quando a paro co 'l sol, ma piú lucente,

l'angelo gli apparí da l'oriente;

16

e gli disse: "Goffredo, ecco opportuna

già la stagion ch'al guerreggiar s'aspetta;

perché dunque trapor dimora alcuna

a liberar Gierusalem soggetta?

Tu i principi a consiglio omai raguna,

tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.

Dio per lor duce già t'elegge, ed essi

sopporran volontari a te se stessi.

17

Dio messaggier mi manda: io ti rivelo

la sua mente in suo nome. Oh quanta spene

aver d'alta vittoria, oh quanto zelo

de l'oste a te commessa or ti conviene!"

Tacque; e, sparito, rivolò del cielo

a le parti piú eccelse e piú serene.

Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,

d'occhi abbagliato, attonito di core.

18

Ma poi che si riscote, e che discorre

chi venne, chi mandò, che gli fu detto,

se già bramava, or tutto arde d'imporre

fine a la guerra ond'egli è duce eletto.

Non che 'l vedersi a gli altri in Ciel preporre

d'aura d'ambizion gli gonfi il petto,

ma il suo voler piú nel voler s'infiamma

del suo Signor, come favilla in fiamma.

19

Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge

erano sparsi, a ragunarsi invita;

lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,

sempre al consiglio è la preghiera unita;

ciò ch'alma generosa alletta e punge,

ciò che può risvegliar virtù sopita,

tutto par che ritrovi, e in efficace

modo l'adorna sí che sforza e piace.

20

Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,

e Boemondo sol qui non convenne.

Parte fuor s'attendò, parte nel giro

e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.

I grandi de l'essercito s'uniro

(glorioso senato) in dí solenne.

Qui il pio Goffredo incominciò tra loro,

augusto in volto ed in sermon sonoro:

21

"Guerrier di Dio, ch'a ristorar i danni

de la sua fede il Re del Cielo elesse,

e securi fra l'arme e fra gl'inganni

de la terra e del mar vi scòrse e resse,

sí ch'abbiam tante e tante in sí pochi anni

ribellanti provincie a lui sommesse,

e fra le genti debellate e dome

stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,

22

già non lasciammo i dolci pegni e 'l nido

nativo noi (se 'l creder mio non erra),

né la vita esponemmo al mare infido

ed a i perigli di lontana guerra,

per acquistar di breve suono un grido

vulgare e posseder barbara terra,

ché proposto ci avremmo angusto e scarso

premio, e in danno de l'alme il sangue sparso.

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A una persona davvero speciale dedico questa poesia di M. Gualtieri:

 

"Un capocannoniere non è abbastanza per me.

 

Ci vuole il tuo cuore tempestato

il tuo cuore da marinaio

scapestrato, e la tua radio ricevente

che mi porta per i mari del mondo

fino alla Cina fino a tutto

l'oriente che lo sai, è il mio punto

d'appoggio principale.

 

Io non so districarmi fra quel tuo essere

bussula e uragano

e dal mio silenzio ti chiamo

a salvarmi col tuo magnetismo terrestre

a salvarmi a legarmi

quando il fondale mostra

i turchesi e mi chiama.

 

Tu allora vieni indicando

una scia di delfini

mi metti in mano il pane

che getterò sull'acqua

issi la randa e il fiocco

e inseguiamo la gioia

con un sole alle spalle

e un sole avanti

che ancora non vediamo"

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A una persona davvero speciale dedico questa poesia di M. Gualtieri:

 

"Un capocannoniere non è abbastanza per me."

 

Uomo fortunato! Complimenti. :s10: :s02: :s01:

 

 

Continuo in tema di navigazione con questa lirica di Ungaretti tratta da Sentimento del tempo:

 

Pari a sè

1925

 

Va la nave, sola

Nella quiete della sera.

 

Qualche luce appare

Di lontano, dalle case.

 

Nell'estrema notte

Va in fumo a fondo il mare.

 

Resta solo, pari a sè.

Uno scroscio che si perde...

 

Si rinnova...

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Ancora versi di Giuseppe Ungaretti.

 

Da Il porto sepolto.

 

Pellegrinaggio

Valloncello dell'Albero Isolato, il 16 agosto 1926

 

In agguato

in queste budella

di macerie

ore e ore

ho strascicato

la mia carcassa

usata dal fango

come una suola

o come un seme

di spinalba

 

Ungaretti

uomo di pena

ti basta un'illusione

per farti coraggio

 

Un riflettore

di là

mette un mare

nella nebbia

 

 

Universo

Devetachi il 24 agosto 1916

 

Col mare

mi sono fatto

una bara

di freschezza

 

 

Da Naufragi.

 

Allegria di naufragi

Versa il 14 febbraio 1917

 

E subito riprende

il viaggio

come dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

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Concludo con Ungaretti.

 

Allegria di naufragi

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

 

 

 

Ci scorderemo di quaggiù,

E del mare e del cielo,

E del mio sangue rapido alla guerra,

Di passi d'ombre memori

Entro rossori di mattine nuove.

 

 

Il dolore

Giorno per giorno

1940-1946

 

4

Mai, non saprete mai come m'illumina

L'ombra che mi si pone a lato, timida,

Quando non spero più...

 

7

In cielo cerco il tuo felice volto,

Ed i miei occhi in me null'altro vedano

Quando anch'essi vorrà chiudere Iddio...

 

8

E t'amo, t'amo, ed è continuo schianto

 

9

Inferocita terra, immane mare

Mi separa dal luogo della tomba

Dove ora si disperde

Il martoriato corpo...

Non conta... Ascolto sempre più distinta

Quella voce d'anima

Che non seppi difendere quaggiù...

M'isola, sempre più festosa e amica

Di minuto in minuto,

Nel suo segreto semplice...

 

13

Non più furori reca a me l'estate,

Né primavera i suoi presentimenti;

Puoi declinare, autunno,

Con le tue stolte glorie:

Per uno spoglio desiderio, inverno

Distende la stagione più clemente!...

 

 

L'allegria

Agonia

 

Morire come le allodole assetate

sul miraggio

 

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perché di volare

non ha più voglia

 

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato

 

 

Dove la luce

1930

 

Come allodola ondosa

Nel vento lieto sui giovani prati,

Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,

E del mare e del cielo,

E del mio sangue rapido alla guerra,

Di passi d'ombre memori

Entro rossori di mattine nuove.

 

Dove non muove foglia più la luce,

Sogni e crucci passati ad altre rive,

Dov'è posata sera,

Vieni ti porterò

Alle colline d'oro.

 

L'ora costante, liberi d'età,

Nel suo perduto nimbo

Sarà nostro lenzuolo

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Dopo tanti classici un po' di poesia contemporanea.

 

Da Sempre aperto teatro di Patrizia Cavalli.

 

 

Quando mi parli ti trasogni

nei tuoi suoni, mi guardi e non ti accorgi

che sto per affogare. Mi lasci sola

nel mio schiumoso mare.

 

 

 

Ora ho capito, tu sei davvero il mare.

Ho preso la rincorsa e mi sono tuffata,

ti ho centrata, ma senza farmi male,

tu non più bruna ma bionda, gli occhi cerulei,

e nuotavo nuotavo sulla tua molto

accogliente superficie.

Tu in piedi poi altamente signorile

pompaduresca con i capelli alti

e costruiti, ossequiente io a tanta signoria,

timida e distante ti guardavo, felice

sapevo che eri mia.

 

 

 

Come in presenza tu, per tua virtù,

del corpo che ti tiene, intera ora appari,

materia compattissima, tuo spazio

tuo presente, tutta presente in questa

superficie, sicurezza della pelle, tu senza

nostalgia, senza passato, rappresa nello spazio

e nel presente, monade stretta che non si lascia

entrare, chiesa severa erta

che si basta in se stessa e non decade,

 

e io sempre rubata e mescolata

in liquido volatile che espatria,

fiume corrente che non raggiunge il mare,

pensiero sciolto, perduto e mai raccolto,

in sperpero autunnale.

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Tre poesie di Maria Luisa Spaziani tratte da La traversata dell'oasi. Anche la Spaziani è una poetessa contemporanea, fra l'altro legata affettivamente a Montale negli anni Cinquanta e Sessanta.

 

Ora si fa più scarlatto il geranio

e più salina l'onda del mare.

E' marzo, ma bastano tre viole

e odora una foresta tropicale.

 

Sì, ho scoperto il tuo significato

dopo aver saccheggiato tante immagini.

Moltiplica e magnifica la vita

la tua lente su un mondo sconsacrato.

 

 

*

 

 

Troppo violento è il tuffo anche se è dolce

questo mare d'aprile. Non somiglia

ai nostri abbracci, cieli in cui l'allodola

sprofonda a minibalzi approssimati.

 

Scendere in acqua lentamente. Inizia

dal piede una spirale d'avvolgenza,

poi gambe, ventre e seni si abbandonano

in gloria a quella mano.

 

 

*

 

 

Tu sei il mare, ostacolo e legame,

strada maestra e insondabile baratro.

Mi limito a solcarlo: vascelletti

e barchette di vane parole.

 

Mandami i tuoi tifoni, i grandi aratri

che fino al cuore scavano e rovesciano.

Travolgimi fin dove le mie sillabe,

vagiti e gusci non hanno più senso.

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Appassionato di tutto ciò che riguarda il mare, raccolgo anche aforismi e poesie che lo riguardano... :s01:

 

Ho visto il thread sui proverbi di mare. Molto interessante, ma le poesie suscitano EMOZIONI...

Chi ha qualcosa da mandarmi che non conosco già?

 

Intanto io comincio a pubblicare una breve poesia del grande Eduardo De Filippo...

 

’O mare nun acide...

 

’o mare è mmare

 

e nun ’o sapè ca te fa paura…

 

Io quanno ’o sento nun è ca dico “’o mare fa paura”

 

ma dico “’o mare sta facendo ’o mmare”.

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Guest giovannibandenere

Questo era un mio libro di letture quando andavo a scuola; sono un pò meno di 500 pagine fra poesie e narrazioni con qualche illustrazione. Posto una traccia e resto a disposizione per eventualità .

Un saluto gnb.

 

352ll5h.jpg

 

(Bologna-IX-1957-Tipografia Luigi Parma):

2s025ih.jpg

 

 

--------------------------------------------------------------------------

 

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-------------------------------------------------------------------------

Questo era un libro delle elementari pre WWII; di marinaresco c'è solo la poesia che posto, il resto è di tutto un pò, abbondantissimamente in linea con quel tempo.

 

111qo75.jpg

 

(Officine grafiche A.Mondadori Verona, A.1939 XVII):

2hdcu0w.jpg

 

-------------------------------------------------------------------------

 

sgqow3.jpg282kksj.jpg

 

=========================================O

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Grazie infinite! :s20:

Davvero belli da conservare quei libri!!

 

Intanto, in attesa (spero) di altri contributi, ecco qui alcune citazioni un pò più recenti.... tutte del grande Jacques Mayo :s01:

 

"Il mare è la nostra culla. Siamo fatti, in gran parte, della sua stessa sostanza. Sott'acqua non sono limitato dalla forza di gravità, è davvero come essere in un'altra dimensione... in un altro mondo. L'uomo va sott'acqua perché corrisponde a un bisogno del suo subconscio... per ricercare le sue origini... E' un ritorno, dunque, e questo ritornare è una forma di sicurezza interiore. Quando hai conosciuto una persona... un posto bello... pensi sempre di ritornarci, no?"

 

"E' un mondo più nobile, più puro e più giusto di quello degli uomini. Ma bisogna mostrasene degni e accostarsi con il cuore e con la mente. Non cercate di bruciare le tappe: le tartarughe di mare non nuotano forse molto veloci, ma vivono a lungo e vanno lontano... molto lontano!"

 

"L'uomo non muore finché sa sognare. E il sogno dell'Homo delphinus vivrà finché l'uomo non avrà distrutto il mare completamente".

Edited by Marpola

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Suggerirei di unire il contributo cui sopra alla discussione "Il mare nelle poesie italiane" aperta in Quadrato Ufficiali dal Comandante Febea in data 30 dicembre 2009.

Saluti! :s01:

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E' piacevolissimo riprendere a frequentare il salotto di Elena dopo tanto tempo. Ne ho sentito la mancanza e, vista la lunga assenza, spero di essere perdonato se questa volta propongo un classico greco nella splendida traduzione di Filippo Maria Pontani.

 

 

Da Archiloco, poeta sommo, considerato dagli antichi pari ad Omero, di cui purtroppo ci sono giunti solo brevi frammenti.

Guerriero e marinaio, nacque a Paro, nelle Cicladi, da famiglia aristocratica, visse nel VII secolo a. C. rimanendo ucciso poco più che trentenne in un combattimento con gli abitanti della vicina isola di Nasso.

 

 

Nembi.

 

Glauco, vedi: su dal fondo tutto il mare s'agita,

va dall'alto delle Gire erto un nembo: un indice

di tempesta. La paura coglie a un tratto l'anima.

 

*

 

A deriva sul profondo mare navi rapide

vanno. Via, s'allenti tutta la tensione delle vele

e si mollino le scotte. Tu, se vuoi superstite

il ricordo del tuo nome, cogli il vento e salvaci.

Tieni lungi dagli scogli la tua barca, non gettarla

ove più s'attorce l'onda spaventosa ergendosi

...oramai provvedi tu.

 

 

 

L'eclisse.

 

Oramai non c'è nessuna cosa inattendibile

né mirabile né assurda, da che il padre degli dèi,

occultando la chirìa meridiana, ha fatto notte

(un sudore di paura ha imperlato gli uomini).

Oramai tutto potremo credere possibile.

Non guardate più allibiti se le fiere prendano

dai delfini, in cambio, i loro pascoli nell'acqua

e dei flutti del sonante mare s'innamorino

più che della terra, e quelli cupi monti cerchino.

Edited by gichiano

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E' piacevolissimo riprendere a frequentare il salotto di Elena dopo tanto tempo. Ne ho sentito la mancanza e, vista la lunga assenza, spero di essere perdonato se questa volta propongo un classico greco nella splendida traduzione di Filippo Maria Pontani.

 

Da Archiloco, poeta sommo, considerato dagli antichi pari ad Omero, di cui purtroppo ci sono giunti solo brevi frammenti.

Guerriero e marinaio, nacque a Paro, nelle Cicladi, da famiglia aristocratica, visse nel VII secolo a. C. rimanendo ucciso poco più che trent'enne in un combattimento con gli abitanti della vicina isola di Nasso.

 

Bentornato... ti stavamo aspettando.

 

E poi... è un piacere ascoltarti... le tue introduzioni ricordano quelle di un coinvolgente professore...

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Ritorniamo agli italiani.

 

Da Come un'allegoria (1932-1935) di Giorgio Caproni.

 

Spiaggia di sera.

 

Così sbiadito a quest'ora

lo sguardo del mare,

che pare negli occhi

(macchie d'indaco appena

celesti)

del bagnino che tira in secco

le barche.

 

Come una randa cade

l'ultimo lembo di sole.

 

Di tante risa di donne,

un pigro schiumare

bianco sull'alghe, e un fresco

vento che sala il viso

rimane.

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E un Pasolini del 1971, una poesia del ricordo tra le Pagine Corsare di una più impegnata e civile.

 

Da Trasumanar e organizzar.

 

Atene

 

Ai tempi di Atene

le ragazze ridevano alle porte di casette basse tutte uguali

(come nei quartieri poveri di Rio);

queste casette erano disposte lungo viali

che a quei tempi profumavano (non ricordavi il nome) di tigli

Le sere, come suole, erano eterne

perchè c'era da concludere tutta una cerimonia

(salire per le scale polverose alle camere da letto;

che era un'ascensione; e faceva ridere ancor di più le ragazze)

fuori si continuava a vegliare

perchè gli ateniesi sono chiacchieroni, soprattutto i maschi

E, soprattutto, restava quell'odore di tigli per i vialoni;

le ore che le ragazze non conoscono,

ma esse non piangono per questo, anzi ridono, ridono fra loro

Perchè tutta la vita è loro e le attende, quasi eterna [...]

 

[...] Ma nessuno sa cosa accadrà

se non qualche vecchio mendico a cui non importa nulla;

chi non ha famiglia o vicinato

o si illude di averli

Magari in regioni lontane, legate da un entroterra

che resterà sempre sconosciuto,

o legate al mare, l'Adriatico che si fa sempre più diafano

Comunque qui è notte d'estate.

c'è leternità della giovinezza,

le schermaglie sono state portate a termine vittoriosamente -

il mancato bacio

vittoria dell'aridità della vergine;

lui se n'è andato,"alto e biondo", sprofondato nell'odore dei tigli

Si rientra a casa,

le voci si continuano ad alzare dalle altre case;

il vicinato parla, con voci insonni,

forse si sentono raganelle lontane,

e certo viene un leggero vento dal mare

C'è la guerra; e se le ragazze ridono è perchè sono sante -

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Di Archiloco avevo postato qualcosa a suo tempo...

E quindi, pur capendo che qui si tratta di poesia italiana chiedo ulteriore estensione ed esenzione....anche se mi rendo conto che si rischia di socchiudere la porta a una baraonda internazionale!

Ho ritrovato un volumetto di 48 pag., 15 cm, Canti giapponesi, ed. L'Estremo Oriente, Venezia, 1921, che comprai, da quanto ho appuntato, nel 1974 alla Fiera del Libro di Bologna (cioè sulle bancarelle :s02: di quando ero all'università...ergo a poche lire). Chiedo quindi licenza di condividere...altrimenti (sì, questo è un ricatto!!! :s03: ) potrebbe venirmi l'uzzolo di trascrivere una certa poesia di tal Malaparte Curzio (pratese) sui livornesi....poesia che parla, sì, di mare....ma anche... :s03:

Meglio tornare al clima rarefatto dei giapponesi:

 

Sulla spiaggia, abbandonata,

una barca - piena d'acqua

dove, bianco, si riflette

questo cielo di primo autunno

 

(Akiko Yosano)

 

Una pozzanghera d'acqua

lasciata sulla sabbia

è oblio dell'onda.

 

Una nube smarrita

sui monti lontani

è oblio del vento

 

Una piuma d'argento

caduta a caso sulla terra

è oblio dell'uccello che passa.

 

Il bisogno

di sognare e di rimpiangere

è oblio dei giorni e della giovinezza

 

(Ryuko Kawagi)

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Di Archiloco avevo postato qualcosa a suo tempo...

E quindi, pur capendo che qui si tratta di poesia italiana chiedo ulteriore estensione ed esenzione....anche se mi rendo conto che si rischia di socchiudere la porta a una baraonda internazionale!

Ho ritrovato un volumetto di 48 pag., 15 cm, Canti giapponesi, ed. L'Estremo Oriente, Venezia, 1921, che comprai, da quanto ho appuntato, nel 1974 alla Fiera del Libro di Bologna (cioè sulle bancarelle :s02: di quando ero all'università...ergo a poche lire). Chiedo quindi licenza di condividere...altrimenti (sì, questo è un ricatto!!! :s03: ) potrebbe venirmi l'uzzolo di trascrivere una certa poesia di tal Malaparte Curzio (pratese) sui livornesi....poesia che parla, sì, di mare....ma anche... :s03:

Meglio tornare al clima rarefatto dei giapponesi:

 

Accetto volentieri il contributo internazionale :s20:, magari il C.te Gichiano la farà accomodare per la lettura su una poltrona poco comoda del salotto... si addatta vero? :s03:

Mi pare di intravedere nel preambolo una velata minaccia :s41: poetica nei confronti della mia metà :s15: , o vado errando? :s05: :s02: :s01:

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il C.te Gichiano la farà accomodare per la lettura su una poltrona poco comoda del salotto... si addatta vero? :s03:

Mi pare di intravedere nel preambolo una velata minaccia :s41: poetica nei confronti della mia metà :s15: , o vado errando? :s05: :s02: :s01:

 

Velata minaccia???Assolutamente no!! !RICATTO PURO!!! Trattasi della "Cantata dei livornesi che vanno per mare" del succitato. Al limite, se me la vedessi brutta potrei sempre cavarmela dicendo che era una citazione letteraria....comunque non riporto , per signorilità, neanche la prima quartina. :s03:

Chiudiamola qui.... :s02:

Quanto al C.te Gichiano... sono convinta che abbia poltrone comode ed accoglienti dove leggere e meditare.

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Trattasi della "Cantata dei livornesi che vanno per mare" del succitato. Al limite, se me la vedessi brutta potrei sempre cavarmela dicendo che era una citazione letteraria....comunque non riporto , per signorilità, neanche la prima quartina. :s03:

Allora???? Stiamo aspettando.... :s03:

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