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GM Andrea

R. Smg. Dagabur

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Un familiare di un Caduto del R. Smg. DAGABUR mi chiede informazioni, foto, notizie sul battello, affondato in Mediterraneo al comando del TV Pecori.

Appena a casa saccheggio il mio archivio. Intanto qualcuno mi può dare una mano?

 

Grazie

GM Andrea

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Elenco Caduti

R.Smg. Dagabur

 

Cognome e Nome Grado Data

(mese, giorno, anno)

Alfieri , Francesco

Comune

12/08/1942

 

Basso , Primo

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Bertazzi , Alessandro

Sottocapo

12/08/1942

 

Brondi , Bernardo

Capo di 3a Classe

12/08/1942

 

Campagna , Filippo

Sottocapo

12/08/1942

 

Cannia , Matteo

Sergente

12/08/1942

 

Casella , Francesco

Sergente

12/08/1942

 

Catalano , Domenico

Sottotenente di Vascello

12/08/1942

 

Cavallotti , Guglielmo

Comune

12/08/1942

 

Cerami , Francesco

Sottocapo

12/08/1942

 

Ceresoli , Mario

Sottocapo

12/08/1942

 

Cesarotti , Eros

Sottocapo

12/08/1942

 

Corallo , Salvatore

Sergente

12/08/1942

 

De Hoffmann , Gabriele

Guadiamarina

12/08/1942

 

Di Bella , Giacomo

Comune

12/08/1942

 

Di Blasi , Ugo

Comune

12/08/1942

 

Di Lucia , Giovanni

Comune

12/08/1942

 

Ellena , Arturo

Comune

12/08/1942

 

Femmino , Giuseppe

Sottocapo

12/08/1942

 

Filippini , Renato

Capitano G.N.

12/08/1942

 

Gaggiott , Vincenzo

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Galano , Adamo

Comune

12/08/1942

 

Gatti , Alfredo

Tenente di Vascello

12/08/1942

 

Ghezzi , Federico

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Grapputo , Evelino

Sottocapo

12/08/1942

 

Lops , Donato

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Marci , Raffaele

Capo di 3a Classe

12/08/1942

 

Marzocchi , Giuseppe

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Mele , Biagio

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Midili , Antonino

Sottocapo

12/08/1942

 

Modica , Salvatore

Sottocapo

12/08/1942

 

Napoleone , Aniello

Comune

12/08/1942

 

Orlandi , Giovanni

Comune

12/08/1942

 

Pasquero , Giustino

Capo di 2a Classe

12/08/1942

 

Pecori , Renato

Tenente di Vascello

12/08/1942

 

Pileddu , Enrico

Comune

12/08/1942

 

Riva , Adriano

Comune

12/08/1942

 

Salemi , Saverio

Sergente

12/08/1942

 

Salvanelli , Renato

Guadiamarina

12/08/1942

 

Soffietti , Renzo

Comune

12/08/1942

 

Stabile , Salvatore

Sottocapo

12/08/1942

 

Stefanini , Gennaro

Sergente

12/08/1942

 

Travain , Giuseppe

Capo di 1a Classe

12/08/1942

 

Vallorini , Nello

Sottocapo

12/08/1942

 

Zaccaria , Agostino

Sottocapo

12/08/1942

 

fonte:regiamarina.net

 

 

HMS Wolverine (D78) was a Royal Navy destroyer built by J.S. White & Co. shortly after the First World War. Part of a class of sixteen ships, she was commissioned in 1920 and completed for service in 1924. Wolverine was a modification of the W-class destroyer and carried a light armament for a ship her size. During the Second World War, this vessel rammed and sank the Italian submarine Dagabur, and shared credit with HMS Scarborough for the sinking of U-76. On March 8, 1941, Wolverine unsuccessfully depth charged U-A off the coast of Iceland, an action commonly attributed to the sinking of U-47.

 

Wolverine was scrapped at Troon in September 1946.

 

See HMS Wolverine for other ships of this name.

 

784px-HMS_Wolverine_(D78).jpg

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Entrato in servizio nel 1937, fu speronato e affondato da un Ct britannico il 12.8.1942, mentre, durante la battaglia di mezzo agosto, tentava di attaccare il convolgio nemico.

 

Dagabur

http://www.webalice.it/tito.diblasi/Dagabur.htm

 

Colui che, soffermandosi nei pressi di Porto Torres, volge lo sguardo verso il mare, in lontananza, a circa 17 miglia dalla costa, verso Nord, vede all'orizzonte un'isoletta; è come un immenso scoglio gettato lì da madre natura nella maniera più bizzarra.

 

La sua importanza può sembrare trascurabile, ma è il baluardo della Sardegna, il suo occhio vigile.

 

Qui scontano la pena, in doloroso esilio, delinquenti e teppisti, istigati e maltrattati da severissimi guardiani. Un tempo vi erano rinchiusi i ras e i notabili fatti prigionieri durante la guerra d'Etiopia; si racconta di tentativi di fuga finiti in tragedia su quegli orribili scogli, di fuggiaschi che urlano in mare travolti dalle onde e dal vento, di fantasmi e di ombre che vagano in cerca di pace.

 

Su questa terra sperduta le ire della natura si versano senza misericordia.

 

Sembra che il Signore, stanco dei delitti dell'uomo, lanci spaventevoli tempeste e uragani che, senza tregua, martellano l'isola.

 

Le rocce, nella forma più capricciosa, si ergono maestose e chi tenta la fuga dall'Asinara sbatte contro scogli taglienti e viene inghiottito dal mare.

 

A Nord, all'orizzonte, si profila la Corsica; nelle giornate di scoverta, si vedono le case come minuscoli punti.

 

A Nord-Ovest c'è un piccolo faro, il Regio Semaforo della Marina, con pochi uomini e un Sottufficiale a fare la guardia; è il Semaforo di Punta della Scomunica.

 

Durante i forti temporali, guai a sporgersi o a incamminarsi su queste rocce; il vento è di tale violenza che trascina ogni cosa con sé. Ogni tanto si vedono corpi, orrendamente straziati, alla deriva sul mare.

 

Sulla vetta più alta, quasi scavata in mezzo alle rocce, c'è una torretta dall'aspetto severo e maestoso; quattro mitraglie con le canne rivolte al cielo sono un monito per chi si azzarda a violare quel tratto di mare.

 

Quattro uomini si alternano in lunghi turni di guardia, in una solitudine incredibile, quasi allo stato selvaggio, ripetendo ogni giorno le cose di ieri, senza il minimo svago.

 

Gli alloggi dei marinai sono situati a circa un quarto d'ora dalla torretta e per raggiungerla bisogna percorrere un lungo sentiero su rocce sconnesse. Nelle notti di nebbia è facile perdere l'orientamento; spesso ci si trova a camminare su scogli taglienti resi ancor più pericolosi da uno strato viscido di alghe schiumose. Avventurarsi su quegli scogli, quando il mare è in burrasca, sarebbe la fine.

 

 

 

* * *

 

 

 

Ugo, così descriveva quell'isola all'inizio del diario.

 

Ai primi di ottobre dell'anno '40 partì da Roma per La Spezia con destinazione Tolone. Dopo 28 mesi di vita militare si sentiva pronto ad affrontare la guerra appena iniziata. Un saluto pieno di promesse a Luretta, la sua fidanzata, e alle comodità della grande città; quindi, con lo zaino in spalla, si avviò verso il nuovo destino.

 

A La Spezia incontrò molti amici che avevano fatto il corso con lui; già avevano preso parte ad azioni di guerra. Lusvardi, capo tipografo di prima, e il sottocapo Di Giorgio gli assicurarono di interessarsi per la sua futura destinazione. Voleva partire per la zona di guerra, ma nessuno gli dava evasione. I giorni passavano senza nulla di nuovo, fra la branda, i caffè e la banchisa; andava sovente a visitare due cacciatorpediniere attraccate nel porto, la Calatafimi e la Curtatone, e su quest'ultima trovò l'amico Carabellese, vecchio cuoco del distaccamento di Roma, e Sabatiello che, in cambio di due sigarette, gli faceva spaghetti conditi col sugo e una bella manciata di formaggio di grana.

 

Passarono settimane e ancora nulla di nuovo; scrisse qualche cartolina a Luretta e a casa, avvisando che sarebbe arrivato in licenza. Poi un giorno si mise a rapporto dal suo superiore, il tenente del C.R.E.M., per esporre il suo caso. Ma fu troppo impulsivo:

 

- Parole, tante parole, sapete soltanto far chiacchiere ...

 

Così il Tenente chiamò l'aiutante e gli ordinò di condurlo in cella di rigore. Gli presero tutto il denaro che aveva, le stringhe, la cinghia, la carta e la penna e perfino il testamento spirituale che Giobatta Fubiano gli aveva affidato prima di partire per Bari con l'incarico di consegnarlo alla famiglia in caso di morte. Per dieci giorni non vide la luce del sole, rinchiuso in una puzzolente prigione, insieme a gentaglia in attesa di processo. C'era anche un Sottocapo bolognese accusato di diserzione; era scappato per andare a trovare suo figlio gravemente ammalato.

 

Un radiotelegrafista era lì da 45 giorni, giallo in viso e con la barba lunghissima: si era addormentato al posto di guardia.

 

Gli altri erano tutti teppisti, violenti e ignoranti. La cella era appena abbastanza per quattro ed erano in dieci; in un angolo il pozzo per i rifiuti era quasi colmo e sulla tavola di legno che serviva da letto c'erano cimici grandi così che, di notte, quando dormiva, gli passeggiavano tranquillamente sul viso. I guardiani venivano a sera a portare del cibo e lo posavano lì, sulla tavola, senza piatti e cucchiai.

 

Le giornate non passavano mai e mentre gli altri facevano giochi fra loro più o meno volgari, Ugo, qualche volta, pregava; non aveva perso la fede, era l'unica cosa che gli dava coraggio e conforto. Di notte si svegliava e piangeva: che aveva fatto di male? Voleva soltanto partire per la zona di guerra, gli era stato promesso; ed eccolo lì, a marcire per terra come un delinquente comune.

 

Quando lo tirarono fuori non stava più in piedi: la barba lunga e il viso scavato. Alla luce del sole dovette chiudere gli occhi; gli facevano male e si sentì barcollare.

 

- Come va? - gli disse il tenente del C.R.E.M. - credi forse che mi faccia piacere vederti così, in questo stato? Anch'io sono stato marinaio e ho dovuto subire umiliazioni peggiori di queste. In Marina non ci sono ragioni, devi solo ubbidire! So che vuoi andartene al fronte, ma non dipende da me. Ti manderò in Sardegna per il momento; parti stasera, vai a lavarti e fatti la barba.

 

Ugo partì la sera stessa; alla stazione incontrò suo cugino Luigi, di Genova, che andava a imbarcarsi su un sommergibile a Taranto e stette con lui qualche ora a parlare dei vari parenti sparsi qua e là per l'Italia.

 

Poi, al caffè, incontrò Campovecchi che era imbarcato su un dragamine e gli faceva un'invidia perché era sempre in azione sul golfo. Lui soltanto non era riuscito a farsi imbarcare; sarebbe salito sulla prima bagneruola purché diretta in zona di guerra.

 

Con Campovecchi si imbarcò sulla motonave "Città di Firenze".

 

- Chi te lo fa fare - gli diceva Carlo - tu non sai cos'è la guerra!

 

- Mi disse la stessa cosa il capitano Arnone del Dipartimento di Roma, ma anch'io voglio fare la mia parte in questa guerra. Dovetti fare non poco il ruffiano per convincerlo: "Maccioni, prepara il foglio di viaggio per questo pelandrone" disse il capitano Arnone al furiere e fu quello per me il momento più bello. "E scommetto che vuoi anche il permesso per salutare la morosa! Quattro ore ti bastano? presentati a me al rientro e guai se ritardi!". Ero felice e corsi in città da Luretta che già mi aspettava sul piazzale della scuola. Cercai di convincerla a non andare alle lezioni quel giorno e di stare con me, ma non volle. Quando le dissi che andavo, che finalmente potevo fare il mio dovere come un vero marinaio, scoppiò in un pianto accorato: "Perché, sei pazzo" diceva mentre le lacrime le bagnavano il viso "non ti importa di me?" - poi si calmò e si mostrò orgogliosa di me; le sono grato per questo.

 

Mentre i due salivano sulla motonave, attraccò al molo una torpediniera di ritorno da una missione di guerra; i marinai erano stanchi e sconvolti.

 

- Vedi Ugo - gli disse Carlo - quello è uno dei volti della guerra, ne ho visti di peggio.

 

A sera la motonave partì e i due amici si sistemarono in coperta, usando lo zaino come guanciale. Non si poteva fumare: in mare c'erano navi nemiche e con quella bonaccia, li avrebbero visti anche da molto lontano.

 

Finalmente all'orizzonte apparve la costa sarda con le sue rocce sconnesse. Il paesaggio brullo e selvaggio, quasi senza vegetazione, creava un'atmosfera di desolazione. Approdarono a Olbia; Ugo salutò l'amico che era diretto a La Maddalena e prese il treno per Chilivani, centro di smistamento di tutta l'isola, e da qui partì per Sassari.

 

Accanto a lui tre prosperose suore recitavano il rosario e un signore anzianotto mangiava pane grasso e formaggio; aveva un vinello di quel rosso rubino che al solo profumo risvegliava un grande appetito.

 

Dal finestrino, con il capo appoggiato su un braccio, vedeva scorrere la campagna arida e brulla; qualche casa qua e là e gli asinelli a pascolare nei prati bruciati dal sole. Un uomo a cavallo con il fucile e due bandoliere a tracolla faceva la guardia ad un gregge; i ricchi signori, padroni di terre e bestiame, assoldavano uomini e li pagavano bene per difendersi dai furti e dalle continue rapine.

 

Talvolta il paesaggio assumeva colorazioni inverosimili che contrastavano con quelle spente dei valloni, dei pianori e delle brulle colline, delle antiche chiese e dei castelli aggrappati a paurosi roccioni, dei misteriosi nuraghi, testimonianze di un meraviglioso passato, o delle domus de janas, le tombe dei giganti, radici remote della preistoria isolana.

 

Le alture rocciose scavate dal vento e i valloni solitari creavano un'atmosfera singolare con allucinanti visioni: per la violenza del vento, gli alberi erano costretti a crescere in forme distorte e gli enormi massi granitici avevano assunto sembianze bizzarre o il profilo di fantastici mostri.

 

Il silenzio e la solitudine erano rotte soltanto dal passaggio della locomotiva a vapore con il suo rumore di ferraglie.

 

Qualche macchia di verde qua e là, di rosmarino e ginepro, irradiava nell'aria inebrianti profumi.

 

Sassari era una bella città, moderna ed elegante, con villette, monumenti e palazzi; le ragazze, eleganti e formose, passeggiavano per via facendo mostra della loro beltà, accompagnate da giovanotti in cravatta: una donna in costume scarlatto con guarnizioni e ricami preziosi e spumeggianti veli di pizzo. Con portamento aristocratico e serio, un giovanotto, con basco e stivali alla slava, accompagnava a cavallo una bionda in costume dalla foggia spagnola e maltese. Nel contrasto fra stoffe lucide e opache e il pizzo del soggolo, spiccava elegante e sensuale la beltà della donna.

 

Era domenica e la gente passeggiava per via serena e contenta.

 

Ugo si sentì solo fra tanta indifferenza. La nostalgia, però, non ebbe il tempo di prenderlo perché d'un tratto si trovò di fronte a un bel ristorante con un cartello che gli stuzzicò l'appetito: "La cucina del buongustaio, vini scelti di Sardegna, ottima cucina, prezzi modici".

 

Erano ben ottanta ore che non mangiava e il profumo del sugo arrivava fin sulla strada.

 

Una signora anzianotta, ma ancora piacente, lo accompagnò al tavolo:

 

- Cosa desiderate marò.

 

- Per favore, portatemi una buona porzione di pastasciutta, possibilmente bucatini, mi raccomando, non troppo cotti; per secondo qualche frutto di pesce con contorno di verdure in bianco.

 

- Vino?

 

- Vino che sia discreto, magari rosso, un buon mezzo litrotto.

 

Ugo si tuffò letteralmente su quel piatto fumante di bucatini e quasi senza vederlo divorò il secondo, una bella porzione di calamari e di triglie.

 

Poi, fra la meraviglia della signora, ordinò una bistecca con patatine fritte e uno sfilatino di pane e ancora un mezzo litrotto di vino.

 

La signora lo guardava dal banco con due occhi così, ma era anche evidente la sua soddisfazione.

 

- Da quanto tempo non mangiate, marò!

 

- Da tre giorni, signora, e il vostro pranzo è proprio squisito.

 

La signora gli fece un omaggio e tornò con un piatto ricolmo di frutta.

 

- Dove siete diretto?

 

- Non posso dirlo, signora, è un segreto; ho giurato di non svelarlo a nessuno.

 

Chiese il conto, 12 lire e 50 e si sentì soddisfatto.

 

Quindi, con lo zaino in spalla, ritornò alla stazione; con la prima littorina si recò a Porto Torres, distante una ventina di chilometri, e si presentò al comando della Regia Marina. Lo accolse un vecchio nostromo che, col sigaro in bocca, gli chiese se preferiva restare in quella città; aveva bisogno di un radiotelegrafista.

 

- Vado all'Asinara, Capo, mi aspettano là.

 

- Preparati lo strapuntino e la branda, stasera non parti, c'è il mare in burrasca.

 

Fu svegliato al mattino da un marinaio che distribuiva caffè e alle otto era già alla banchina del porto col suo pesante fardello.

 

Fece scorta di carta e matite e di altre cose necessarie perché dove andava non c'era nulla, niente di niente.

 

Alla banchina era ancorato un veliero, il "Costantino Simula" che lo avrebbe portato a destinazione. Con la sua prua snella ed elegante e con il favorevole vento di libeccio prese il mare e fece rotta per l'isola dei Quattro Venti.

 

Finalmente, ora non poteva tornare più indietro; era in zona di guerra!

 

La vita non era facile su quell'isola sperduta e inospitale. Ogni giorno soffiava un vento tremendo che sembrava voler portar via anche l'anima. Il pericolo del nemico e quelle rocce appuntite su cui non era prudente avventurarsi lo tenevano sempre col fiato sospeso. I lunghi turni di guardia, la solitudine, la mancanza di notizie da casa e dalla sua Luretta l'avevano reso cinico e triste.

 

A capodanno, dopo aver scambiato quattro parole col collega Apicella, si recò al faro ma, sulle rocce, lo avvolse la nebbia e per poco non fu travolto dalle onde del mare che con violenza si frangevano sugli scogli.

 

Trascorse la sera sul faro, con Apicella, e festeggiò il nuovo anno mangiando pane e formaggio.

 

Quando la brezza fece diradare la nebbia, prese il suo cannocchiale e scrutò l'orizzonte. Incredibile; una sagoma nera, lontana, gli sembrava affiorare sul mare; poi due, poi tre, ancora e ancora, ben sette navi, forse nemiche, stavano passando di lì, ma non poté identificarle. Era un convoglio francese? Chissà, sarà meglio telegrafare al Comando. Mentre Apicella teneva d'occhio il convoglio e Antonuzzi restava in vedetta, lanciò il fonogramma: "Navi a vapore, nazionalità indistinta, miglia 18 con regolari fari accesi, gradi 315, rotta Sud".

 

Per tutta la notte tennero a bada il convoglio; lassù, altri marinai, forse nemici, stavano festeggiando il Capodanno.

 

Si stava preparando la grande battaglia del mare, era solo al principio. Di notte si sentivano bombe e granate scoppiare lontano e grandi bagliori squarciavano l'aria. Ai primi di Febbraio, una notte, rapito da un sonno profondo appena dopo la guardia, sognò una grande battaglia e cento aeroplani che rombavano in cielo. Accanto a lui Ricciardello gridava e puntava il cannone.

 

Si svegliò affranto e sudato e Ricciardello gli disse:

 

- Dormi pure, è tutto finito!

 

Poi un gran silenzio ma non sognò nulla. Fu svegliato da una gran confusione e dalla voce di Mannis:

 

- Svegliati Ugo, ci sono navi da guerra nemiche, vieni a vedere!

 

Con un balzo si levò dal letto e corse in vedetta dove c'erano tutti. Puntò il cannocchiale e vide otto unità da guerra nemiche che navigavano lente sul mare, una da battaglia e tre incrociatori.

 

Ritornò nel suo alloggio e prese le armi: caricò sulle spalle la mitraglia e l'armò con un lungo nastro di cartucce, pronta a sparare al primo segnale; prese il moschetto e le giberne piene di colpi, altri cinque o sei li infilò in tasca, e, dopo aver innestato la baionetta, diede uno sguardo alle foto dei suoi sopra la branda e corse in vedetta.

 

Era l'alba; a otto miglia passò la prima Idrosilurante a 215 gradi con rotta Nord-Est. Più tardi quattro aerei italiani S79K sorvolarono il cielo diretti a Nord.

 

Da Est arrivarono altri aerei, ma per la nebbia non riuscì ad identificarli; a mezzogiorno passarono quattro bombardieri italiani diretti a Nord-Est, seguiti a pochi minuti da altri cinque a bassa quota. Le vedette intensificarono la vigilanza, consapevoli che sarebbe accaduto qualcosa di importante. Mannis, il cuoco, preparò maccheroni al sugo e li distribuì alle vedette con un bicchierozzo di vino.

 

La giostra aerea ricominciò presto; sempre bombardieri S79K a bassa quota diretti a Nord e quindi tre monoplani tedeschi con rotta a Ovest, seguiti poco dopo da altri dieci. Verso le cinque del pomeriggio passò un quadrimotore tedesco, grande come una montagna, a bassa quota, diretto a Nord-Est. Chissà che batoste stavano prendendo gli inglesi, pensarono tutti. D'un tratto, da lontano, giunse il rumore di un rombo, diverso dagli altri.

 

Un piccolo aereo solitario si avvicinava, era diretto su di loro; non era possibile identificarlo; c'era un po' di nebbia e l'aereo era piccolo.

 

Poi, con un guizzo, l'aereo cominciò la picchiata e puntò sulla torre dov'era Ugo in vedetta.

 

- Dove vai - pensò Ugo - cosa credi di fare!

 

E scaricò la mitraglia puntata nel cielo. Ugo vide i colpi dell'aereo nemico tracciare sul mare una fila di spruzzi e scintille sulle rocce lì sotto; fra poco li avrebbe sentiti vicini, sulla sua pelle; ma non poteva mollare, l'aereo era lì, proprio davanti e doveva sparare se voleva colpirlo. Alzò l'arma verso un punto del cielo dove certamente l'aereo sarebbe dovuto passare. L'aereo in picchiata aveva un rombo sinistro; veniva diretto verso di lui, era vicino, sempre di più e, con lui, anche i colpi salivano lungo le rocce.

 

Sentì secchi i colpi sul fianco della torre; eccolo l'aereo nemico, era lì, vedeva quasi il pilota. Sparò, premendo forte sulla mitraglia per non spostare la mira; per un attimo, nel mirino, vide passare la sagoma scura del piccolo aereo; l'aveva colpito, era certo.

 

L'aereo passò sopra di lui con una secca virata e lasciò una scia scura di fumo. Il motore cominciò a scoppiettare e a perdere colpi, poi, con un rombo agghiacciante il piccolo aereo si infilò nelle onde.

 

Ugo rimase a guardare atterrito e il primo pensiero fu quello di salvare il pilota. Scrutò la superficie del mare ma non vide nulla; c'era solo una macchia di olio e qualche relitto.

 

Da lontano giungeva il boato dell'artiglieria e mille bagliori infuocavano il cielo. Venne presto la notte. Nella torre era tornato il silenzio; la vedetta era all'erta sul mare.

 

 

 

* * *

 

 

 

A marzo le notti si fecero meno fredde e il turno di guardia era meno sofferto. Giunse una recluta, non aveva ancora vent'anni. Le vedette, ogni mattina, segnalavano il numero della scoverta al semaforo; scambiavano qualche parola con Vedel e con Doli, un marinaio milanese chiacchierone e simpatico che aveva promesso una visita lì appena possibile. Era l'unico svago, l'unico contatto col mondo.

 

Che malinconia, che solitudine! Dopo sei mesi, su quell'isola maledetta, la vita stava diventando impossibile; solo mare e rocce e i reumatismi, come lame taglienti, penetravano le ossa e le membra.

 

La costa lontana mandava sempre bagliori e boati. Da quindici mesi Ugo non vedeva la sua famiglia e da sei Luretta; forse, fra venti giorni, sarebbe andato in licenza. Aveva messo da parte 500 lire e se la sarebbe spassata. Avrebbe portato a Luretta un fonografo portatile e si sarebbe fatto prestare qualche disco dal Capo Mascidda. Poi, con Luretta, sarebbe andato alle Catacombe di S. Callisto e, in quell'oasi di pace, avrebbe ascoltato con lei buona musica e avrebbe passato qualche ora felice. Dovrà essere una bella giornata. La felicità fa dimenticare la tristezza e le sofferenze.

 

Dalla costa venivano sinistri bagliori, un fuoco violento spezzava l'oscurità delle notti e le granate salivano alte nel cielo e si spezzavano in mille scintille. Si era abituato anche a questo, ma se doveva morire, sarebbe morto da uomo. No, prima di morire avrebbe voluto vedere ancora una volta i suoi cari, sua madre e Luretta. Da ragazzo aveva visto molti film di guerra, ma che differenza con la realtà.

 

Altizio fece un orto di fuori e lo zappava con cura; seminò cavoli e pomodori. Col primo caldo, visitando la costa, Ugo scoprì Cala Rena, una spiaggia poco distante, dove poteva stendersi al sole; su quelle rocce appuntite non lo poteva mai fare.

 

Andava lì col suo cane, un bastardino randagio, giunto lì chissà come; lo faceva nuotare con lui e gli insegnava a marciare sulle zampe di dietro, con in testa il cappello. E quando andava in vedetta a fare la guardia, nelle notti di nebbia, lo portava con sè per fargli da guida.

 

Il vento soffiava sempre violento; aveva fatto più danni lui delle bombe, sfondando vetri e finestre. Sulla scogliera il mare si frangeva con terribili onde schiumose.

 

Non c'era vino, con quel mare la barca non poteva attraccare. Ugo passava il tempo fra la torre e la branda e, nelle ore di guardia, a parlare con l'amico Canù, il carissimo Antonio.

 

La primavera si annunciava con temporali e tempeste di vento; un vero incubo.

 

- Antonio, ascolta, cosa sta succedendo! - disse Ugo una notte a Canù al posto di guardia.

 

- Sento un grido, un urlo soffocato - rispose Antonio guardandolo fisso negli occhi.

 

Aprirono la porta della vedetta e tolsero la sicura al moschetto; nulla, solo l'ululato del vento. Le rocce avevano assunto sembianze umane. Ad un tratto le vedette furono scosse da un brivido di terrore. A pochi passi, sulle rocce, due occhi verdastri si avvicinavano minacciosi come per volerli aggredire.

 

Ugo puntò l'arma, ma Canù lo fermò e, indietreggiando, lo fece rientrate nella torretta.

 

- Prega Ugo, devi solo pregare - e non dissero altro.

 

Ugo alzò gli occhi e per la prima volta si mise a guardare le stelle; ce n'erano tante e da tempo non le vedeva brillare così. La sua buona stella dov'era?

 

 

 

* * *

 

 

 

- State all'erta vedette! - gli diceva sempre Doli per radio.

 

Era una tensione continua, soprattutto di notte quando sul mare si agitavano ombre con strane sembianze. Burrasche, nebbie e tempeste facevano parte oramai del paesaggio e i reumatismi aggredivano gli arti con atroci dolori.

 

Anche Apicella, che con Ugo faceva sempre il burlone, aveva perso il suo buonumore.

 

- Ci vorrebbe un po' di licenza o un fiascozzo di vino.

 

Ma la vedetta non può, deve essere attenta e i fumi del vino giocherebbero irreparabili scherzi.

 

La licenza! Quando andranno in licenza! Finché un giorno arrivò un fonogramma; lo raccolse Altizio e corse da Ugo in vedetta:

 

- Ugo, vai in licenza; c'è un fonogramma per te, per la matricola 35463, sei destinato alla Base Sommergibili di Taranto! Dieci giorni di licenza e poi a Taranto ...

 

Gioia e apprensione, orgoglio e paura! Era proprio vero?

 

- Domani una motonave ti porterà a Porto Torres e se qualche siluro non ti ferma per mare, dopodomani sarai a Civitavecchia.

 

- Caro Altizio, amico mio, che bella notizia mi dai! Proprio adesso che arriva l'estate e potevo stendermi al sole di Cala Rena.

 

Aveva trascorso quei mesi, Ugo, a pensare a una breve licenza per rivedere Luretta e i suoi cari, ma aveva perso la speranza di partecipare ad azioni di guerra.

 

- Avrai tempo - gli diceva Canù - non finisce domani la guerra!

 

Aveva appena il tempo di riordinare le cose, di caricare lo zaino e salutare gli amici, i suoi amici, chissà se li avrebbe rivisti. Chissà se Mannis l'avrebbe aperto un fiasco di vino per un brindisi insieme; sarebbe stato di buon augurio.

 

Non c'erano note sul diario di Ugo riferite a quella partenza, all'incontro con Luretta e con i suoi; e neppure sull'arrivo alla Base di Taranto.

 

Probabilmente gli eventi di guerra, di una spaventevole guerra sul mare, i bombardamenti nel porto e quell'inferno in cui si era trovato, non gliene diedero il tempo.

 

A Taranto fu preso in carico prima nei Mas e poi dalla Base Sommergibili e fu assegnato al Dagabur, un sommergibile da 1200 HP, con più di 14 nodi di velocità e dotato di sei lanciasiluri di cui due contraerei.

 

La guerra sul mare era ormai senza fronte; si combatteva dovunque dal Mediterraneo, allo Jonio e al Tirreno. Ogni giorno moriva un amico, in combattimento o in disastroso naufragio.

 

La Base era spesso oggetto di attacchi aerei nemici; le bombe cadevano in mare, sulle navi e sul porto e l'artiglieria aveva il suo bel da fare per tenere lontani gli aerei.

 

Arrivavano da tutte le parti, di notte o all'alba, quando meno te l'aspettavi, e sconquassavano tutto, scaricando sul porto il loro potente carico di bombe. E dopo aver bombardato, mitragliavano anche, a tappeto.

 

Nella notte fra il 21 e il 22 ottobre, quando già i marinai erano in branda a dormire, il silenzio fu rotto dal lugubre lamento delle sirene: un altro attacco nemico, improvviso, dal cielo. I marinai dormivano semivestiti e in un attimo furono pronti in assetto di guerra. Fuori l'artiglieria già puntava le potentissime canne e i fari penetravano il nero del cielo con coni di luce.

 

Boati e bagliori sul mare, sul porto, squarciavano l'aria. Un inferno. L'artiglieria crepitava come mitraglie e sulle navi i cannoni erano come infuocati. Non c'era un angolo dove il fuoco non squarciasse le tenebre.

 

Le bombe cadevano ovunque sibilando nell'aria ed, esplodendo, scavavano buche profonde.

 

Ugo sparava col suo cannoncino da 90/50, ma quelle sagome scure, lontane, sembravano fatte di aria e non cadevano mai. Uno spezzone incendiario scoppiò a pochi passi da lui; nulla, non era stato colpito.

 

Si accorse di non avere paura e continuava a sparare e a cercare nel cielo il nemico: veniva e spariva nel buio, come un fantasma.

 

D'un tratto si sentì scaraventare per terra da una forza immane e poi un boato gli fece perdere i sensi. Una bomba era caduta vicina e aveva distrutto il fortino.

 

Si riprese e ancora stordito, cercò il cannoncino, ma non c'era; intorno era tutto distrutto.

 

Trovò una mitraglia 37/54 ancora armata con un nastro di colpi e si mise a sparare.

 

La notte era cupa e il cielo nero come non mai, senza luna e con un velo di nebbia che rifletteva i bagliori dell'artiglieria. Dalla terra e dal mare un fragore di tuoni; fuochi, lampi, esplosioni, urla, sirene, imprecazioni lo assediavano in una morsa di rabbia e di terrore. Si sentiva impotente contro quell'inferno di fuoco.

 

Una nave venne colpita nel porto da una bomba d'aereo; lo scoppio aveva squarciato la prua e provocato un incendio che aveva invaso la stiva.

 

Un Ufficiale d'ispezione gli ordinò di seguirlo: bisognava andare sul ponte a spegnere l'incendio altrimenti altre navi sarebbero state coinvolte.

 

Quasi senza pensare, raccoglieva feriti, gente che urlava in preda al terrore.

 

- Che inferno, Signore, aiutami tu!

 

Dalla stiva uscivano fiamme e scintille come giochi d'artificio. Colori, boati, bagliori, e sulla pelle il calore del fuoco. Le canne antincendio spruzzavano acqua dal mare e dal ponte ma non potevano nulla contro quel muro di fiamme.

 

- Forza, coraggio ...!

 

Era sfinito e impaurito, ma continuava a trasportare feriti e a gettare acqua sul fuoco.

 

Un'altra bomba, vicina, fece tremare la nave e lui, barcollando, andò a sbattere contro una scala del ponte. Sentì la lamiera squarciarsi e una lama infuocata contro la tempia. Una scheggia l'aveva sfiorato e s'era infilata a due dita da lui.

 

- Ti ringrazio Signore!

 

Ancora bombe, incendi, urla, boati!

 

- Non finirà mai, ci vogliono proprio annientare. E non si vedono neppure per sbaglio!

 

Una notte tremenda, fino all'alba, finché, con le prime luce del giorno, il rombo degli aerei nemici non si fece lontano, sempre più lontano e sparì.

 

Erano passate ben sette ore; nel cielo era tornata la calma, ma a terra e nel porto la distruzione e la morte avevano lasciato segni profondi.

 

"Caro padre, se io non dovessi più tornare, dovrete essere fiero di me; sul Vostro viso non dovrà comparire neppure una lacrima e sfilerete al mio posto, portando sul petto la Croce di Guerra".

 

Scriveva così nel gennaio del '42 dopo aver partecipato alla sua prima azione di guerra. Si sentiva orgoglioso ma il suo cuore era stato segnato da terribili immagini di distruzione e di morte.

 

Il tempo della vedetta era dimenticato; aveva nuovi amici e fra questi Vittorio che, nelle ore di branda, suonava con lui la chitarra e cantava. Poteva così non pensare a quelli che ogni giorno perdevano la vita sul mare, in combattimento o in naufragio.

 

La vita sul sommergibile lo entusiasmava e lo riempiva di orgoglio; a Napoli, nel 1938, quando vide, in una spettacolare parata, emergere in formazione cento sommergibili e sparare contemporaneamente un colpo a salve, sentì che si sarebbe imbarcato su uno di quelli. Ed eccolo, sul Dagabur, un sommergibile snello e robusto che poteva scendere fino a 50 metri di profondità.

 

Le missioni di guerra erano divenute oramai più frequenti; il nemico era ovunque; solo il mare era amico.

 

In aprile, durante un tentativo di superare la barriera di navi di scorta a un convoglio nemico, il Dagabur subì un guasto al timone di profondità; non era più possibile risalire. L'autonomia subacquea era quasi esaurita e pertanto bisognava intervenire immediatamente.

 

Ugo si offrì volontario per riparare il timone. Indossò lo scafandro, prese alcuni semplici attrezzi e uscì dalla bocca del lanciasiluri.

 

Le bombe di profondità esplodevano ovunque, lontane, e lo facevano vacillare.

 

Il Dagabur aveva spento i motori e stava lì, fra le sue mani, come uno squalo.

 

Un lavoro lungo, paziente, talvolta senza speranza. Finalmente, dopo circa mezz'ora, riuscì a sbloccare il timone. Poteva rientrare, ma da dove? Un attimo di sconforto e, mentre il Dagabur avviava di nuovo i motori, salì in superficie e abbandonò lo scafandro.

 

In lontananza le navi nemiche assediavano il mare e le bombe scoppiavano creando colonne di acqua schiumosa.

 

Si lasciò trasportare dalla corrente, sperando nell'arrivo dei suoi. In quella situazione le ore non passavano mai; non aveva neppure paura, sperava solo che non lo vedesse il nemico.

 

Ecco la notte; si scurì prima il mare e poi il cielo e le navi nemiche sparirono presto nel buio.

 

D'un tratto, una sagoma scura affiorò dalle onde; aveva un profilo familiare; sì, era lui, il Dagabur!

 

- Bravo Ugo, ti sei guadagnato una bella licenza - gli disse orgoglioso il tenente Pecori - bravo marò!

 

I compagni gli facevano festa e non finivano mai di complimentarsi con lui; le notizie dal mare portavano spesso episodi di grande coraggio e anche lui era entrato nella leggenda con una piccola parte che aveva salvato gli amici.

 

- Che bisogna fare per una breve licenza! - diceva.

 

Finalmente aveva potuto incontrare Luretta, per poco, ma abbastanza per risollevargli il morale. A casa arrivò una mattina, in una bella giornata di maggio; per strada lo salutavano tutti e le ragazze si voltavano indietro a guardarlo, con quella divisa bianca, elegante, un po' inconsueta.

 

Sua madre stava accudendo alle faccende di casa e udì la canzone con la quale, ogni volta, annunciava il suo arrivo.

 

Furono giorni di festa e di gioia; aveva bisogno del calore di casa e di rifarsi del cibo scadente di quei lunghi mesi.

 

- Oh! Finalmente i bei minestroni di verdure e fagioli con le cotenne; i maccheroni fumanti alla giusta cottura, conditi col sugo e il formaggio!

 

Ma anche le cose più belle non sono eterne e lui lo sapeva, ma non perse mai l'allegria; il sorriso e quella luce di gioia negli occhi facevano parte oramai del suo sguardo, anche se quei riccioli neri e i baffetti sul viso bruciato dal sole gli davano un'aria da duro. E le ragazze gli facevano la corte e andavano matte per lui.

 

Gli piaceva camminare nei boschi e salire il vecchio sentiero di selci che porta alla Ca'; si fermava ad ammirare la valle e la barriera di cime in Valmalenco; si faceva servire salame di casa e formaggio, e un bicchiere di vino rosso, giovane e magro, che sapeva di uva.

 

Una pianta di gelso, quando soffiava la breva dal lago, aveva un suono come lo sciacquio delle onde, sul mare, quando c'era bonaccia; d'estate bastava allungare la mano per coglier dai rami frutti dolcissimi.

 

Andava al Masegra per la salita Ligari, prendeva la strada del vecchio Convitto e sostava sul grande terrazzo a guardare i tetti di ardesia e le case di sasso così suggestive. Poi, per un sentiero di selci, scendeva fra i vicoli di Scarpatetti a parlar con la gente, con le donne che lavavano i panni al lavatoio e con la vecchia Ferrania faceva foto di scorci e di ambiente, che sviluppava con l'aiuto dell'amico Mosè.

 

Partì presto, troppo presto; ma come, era appena arrivato!

 

Quando il treno si avviò cigolando, nonna Aurora scoppiò in un pianto accorato, quasi di disperazione. Forse, inconsciamente, sentiva che quella era l'ultima volta.

 

Dal finestrino del treno, sporgendosi fuori col busto, agitava nell'aria il cappello; la sua divisa bianca e il fiocco blu notte sul petto si distingueva fra tutti; poi pian piano sparì, avvolto dal vapore del treno.

 

Nei suoi occhi c'era come una luce e il suo sguardo raccoglieva immagini, volti, parole buttate nell'aria di corsa, ricordi da portare nel cuore.

 

Contro l'azzurro del cielo, la Valtellina, gli sembrava una nave, una grandissima nave, con a prora le nevi e i ghiacciai dell'Adamello; sui fianchi il crinale dei monti e a poppa promontori e colline affioranti dal lago.

 

Una nave grande, grandissima, che gli dava respiro; il sommergibile era proprio un po' piccolo, troppo per viverci tanto.

 

Te ne accorgi sul fondo del mare, quando cerchi di uscire per metterti in salvo, di salire l'angusta scaletta che porta alla torre o di evitare l'acqua che invade le stive e sommerge ogni cosa.

 

Te ne accorgi quando la bomba fa tremare il naviglio e dalle lamiere contorte entrano getti di acqua salata impregnata di olio e di schiuma; non puoi nuotare e sopra di te il soffitto si chiude come una bara d'acciaio.

 

In agosto la guerra aveva invaso tutta l'Europa. La battaglia sul mare ogni giorno rendeva incerto il domani: sommergibili, bombe, mine, cannoni, una grande scacchiera di paura e di morte. Corazzate, incrociatori, dragamine, torpediniere navigavano in mare in cerca di gloria.

 

I sommergibili venivano impiegati per zona e qui dovevano cercare e attaccare il nemico. Ma l'impegno logorava l'equipaggio e i sommergibili, così isolati, erano facile preda di attacchi nemici.

 

Era difficile seguire i convogli nemici; si pensò di adottare una tattica nuova, di impiego di massa, concentrando più sommergibili in zone dove il nemico sarebbe passato. Il primo esperimento fu fatto nell'operazione di metà agosto: quando fu segnalato l'ingresso in Mediterraneo del convoglio britannico "Pedestal", fu costituito, fra le Baleari e l'Algeria, uno sbarramento formato da cinque sommergibili: Brin, Dagabur, Giada, Uarsciek e Volframio.

 

Nella notte tra il 10 e l'11 agosto la portaerei inglese Furious invertì la rotta per Gibilterra mentre i suoi aerei atterrarono a Malta. Nella notte del 12 agosto, il sommergibile Dagabur scoprì la manovra e, poiché il mare era in burrasca, si avvicinò alla portaerei navigando in superficie per attaccarla.

 

Ma i radar di cui gli inglesi erano già dotati - a differenza degli italiani che ancora non sapevano della sua esistenza - intercettarono il Dagabur mentre si avvicinava a grande distanza. Il cacciatorpediniere britannico Wolverine, con grande coraggio, si lanciò tempestivamente all'attacco.

 

Il sommergibile gli era proprio davanti con la sua sagoma scura; in torretta c'era qualcuno, ma sembrava non essersi accorto di nulla.

 

Il Wolverine diresse la prua verso il sommergibile e, a tutta velocità, gli si gettò letteralmente addosso: il Dagabur navigava in superficie; il mare in burrasca e il forte vento non gli permisero di scorgere la nave nemica e quando il cacciatorpediniere ormai vicino fu avvistato, tentò invano di inabissarsi. Lo schianto tremendo aprì una irreparabile falla sul fianco e demolì la torretta sulla quale c'erano uomini in vedetta; il sommergibile si capovolse e imbarcò acqua che in pochi minuti invase le stive. Il comandante della Wolverine che dirigeva l'attacco dalla torretta, sentì delle grida di aiuto venire dal mare, ma per poco: pochi istanti dopo, due grosse esplosioni sconvolsero il mare: non si sa se i due siluri pronti per il lancio scoppiarono per l'urto violento, oppure se furono fatti esplodere dal comandante del sommergibile per risparmiare all'equipaggio una morte peggiore.

 

L'ultimo appello disperato lo raccolse la nave nemica. Oggi forse può sembrare retorica, ma qualcuno, allora, ebbe ancora il coraggio di urlare, "Viva l'Italia".

 

Forse Ugo si era già preparato a quel brutto momento; da tempo viveva accanto alla morte e ogni giorno veniva a mancare un amico. Soltanto a maggio di quell'anno, scriveva: "I miei amici sono tutti scomparsi, chi colpito da bombe nemiche, chi disperso in battaglie sul mare; mi meraviglio di non essere ancora morto..."

 

Ma, fermamente, credeva in qualcosa più grande di lui, alla patria, al dovere, al nemico ...

 

Non era ancora arrivato a scoprire che il progetto dei grandi era soltanto un disegno di morte e di potere; che presunzione, superbia, interessi avevano costruito un castello di carta e giocavano con la vita e il valore degli uomini, con la sua dignità, con la sua libertà.

 

E quando pensava alla morte immaginava suo padre sfilare davanti all'altare portando orgoglioso la Croce di Guerra sul petto.

 

- E Luretta? ... dov'è Luretta? Glielo diranno che sono morto da eroe ...

 

:s06:

 

4° Grupsom - Taranto

 

40° SQ. Balilla-Sciesa-Toti-Milliere

41° SQ. Liuzzi-Bagnolini-Giuliani-Tarantini

42° SQ. Brin

43° SQ. Settimo-Settembrini

44° SQ. Anfitrite

45° SQ. Salpa-Serpente

46° SQ. Dessie-Dagabur-Uarsciek-Uebi/Scebeli

47° SQ. Malachite-Rubino-Ambra

48° SQ. Ondina

49° SQ. Atropo-Zoea-Corridoni

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proponiamo a mamma Marina di far fare ai nostri mitici Comandanti il calendario 2008...

 

bravi :s20: :s20:

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:s06:

 

e questa è la cartolina della tragedia vista dagli Inglesi...

 

 

 

perfida Albione, parafrasando il mio addetto navale "facevamo bene a fargli saltare le corazzate ad Alessandria..." :s05: :s05:

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:s06:

 

e questa è la cartolina della tragedia vista dagli Inglesi...

 

 

Il manifetso da te postato rappresenta l'affondamento del R.Smg Tembien da parte del caccia inglese Hermione........ :s02:

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Il manifetso da te postato rappresenta l'affondamento del R.Smg Tembien da parte del caccia inglese Hermione........ :s02:

 

vero, ho archiviato male.

 

Thx

 

:s41:

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Posto tutte le foto del Smg. Dagabur in mio possesso:

 

 

Il varo del Dagabur a Taranto:

dagabur.jpg

Edited by luciano46

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Il sommergibile Dagabur in Parata e Il Sommergibile Dagabur in Navigazione verso l'ormeggio:

Ciao

Luciano

DagaburMod2.jpg

Dagabur2.jpg

Edited by luciano46

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buon giorno a tutti. mi sono iscritto a questo sito un pò per curiosità e principalmente perchè appassionato di storia militare. ho conosciuto un fratello del sottotenente catalano, morto in combattimento sul sommergibile dagabur, e visto che alcuni amici anno publicato delle foto vorrei mostrarle a lui, un arzillo vecchietto di 81 anni. vi ringrazio per tutto quello che scrivete, io uso poco il pc, perchè non so usarlo bene ma vi leggerò moltissimo grazie.

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