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Rostro

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  1. Gli anfratti del Castello li ho esplorati tante volte quando ero un ragazzino e mio padre, terminato l’anno scolastico, mi portava con se quando faceva servizio al Comar. Durante le mie esplorazioni i militari di servizio, che ben mi conoscevano, mi tenevano d’occhio ma allo stesso tempo mi intrattenevano con storie e spiegazioni affascinanti. A metà mattinata, poi, arrivava l’immancabile rituale della rosetta con la mortadella a ricaricare le energie. All’epoca il castello era ancora una caserma e quegli spazi che anni di scavi e di sapienti restauri hanno ora riportato alle antiche origini, erano ancora adibiti ad uffici, camerate, cucine, mense, bar, cooperativa marinai, casermaggio, prigioni e, dove ora è la cd. sala Celestino V, anche una piccola rimessa per le due FIAT 1100 blu di servizio. Come se non bastasse, nella piccola cappella di san Leonardo ho fatto la prima comunione. Di quella cerimonia ricordo ancora oggi la penetrante suggestione ispirata dal luogo, piccolo e raccolto, dove sacro e militare si mescolavano trasmettendomi un sentimento di reverente rispetto che il cappellano militare officiante, esigente catechista nei mesi precedenti, aveva contribuito ad alimentare. Non solo di anfratti si tratta, Totiano. Di quel Castello credo di aver respirato nelle mie frequentazioni molti frammenti della storia che nei secoli lo ha caratterizzato. Il legame è così tenace che ogni tanto torno a visitarlo per aggiornarmi sulle nuove scoperte che riservano gli scavi tuttora in corso e per riaffacciarmi in quegli ambienti che, chiudendo gli occhi, rivedo pieni della vivace operosità di un tempo. La foto con il cartello d’epoca l’ho fatta proprio durante l’ultima visita un paio di settimane fa. Il “capo” che guidava il gruppo di visitatori, nel suo giro ci ha condotti dalla banchina all’interno della torre di san Lorenzo raccontando, con ricchezza e precisione di particolari, la storia dell’originario movimento del ponte che forse solo io già conoscevo. Ecco allora che, scivolato in fondo alla fila, ho potuto osservare meglio e più da vicino quel posto, custode di uno dei frammenti di storia che grazie alla Marina restano tuttora vivi ed affascinanti.
  2. Durante alcune recenti passeggiate alla scoperta (o forse dovrei dire riscoperta) della mia città mi sono imbattuto in particolari che in occasioni precedenti avevo osservato senza farmi troppe domande. Da tempo però, sarà l’età che avanza, la mia curiosità è aumentata e queste domande ho cominciato a pormele con risultati che si sono rivelati sorprendenti. IL VECCHIO PONTE DI PORTA LECCE Quando il canale navigabile ancora non esisteva Taranto era concentrata sull’isola (l’attuale città vecchia) ed era protetta a levante dal fossato del castello aragonese. La città era inoltre circondata da mura fortificate sulle quali si aprivano due porte di accesso: Porta Napoli a ponente e Porta Lecce a Levante. Uscendo da Porta Lecce un ponte in muratura a tre arcate permetteva di attraversava il fossato in direzione della città salentina. Per trasformare il vecchio fossato in canale navigabile si dovette procedere ad ingenti lavori di scavo e banchinamento che comportarono la demolizione di alcune fortificazioni della città vecchia e del ponte di Porta Lecce. Il Ponte di Porta Lecce. A destra si vede bene il ballatoio risparmiato dalla demolizione Una testimonianza di quel ponte tuttavia è rimasta. Si decise infatti di risparmiarne il ballatoio, e cioè la soglia della porta sulla quale poggiava il ponte levatoio. Quello che oggi si vede è un terrazzino che sporge sul muraglione del canale, sostenuto da beccatelli e circondato da alcune piante. Ciò che rimane oggi del vecchio Ponte di Porta Lecce LA RINGHIERA DEL CANALE NAVIGABILE Guardate ora questo disegno che appare sulla ringhiera che corre lungo tutto il canale navigabile: E' composto da elementi che non furono scelti a caso. Il progettista del canale, l’allora maggiore del Genio Giuseppe Messina, disegnando una stella a cinque punte, segno distintivo dei militari, ed aggiungendovi l’ancora con timone, segni distintivi della gente di mare, aveva voluto evidenziare, con orgoglio e passione per il lavoro svolto, che quella era un’opera militare-marittima e che sarebbe toccato poi al Comune occuparsi del resto. L’ORIGINARIO SISTEMA DI APERTURA DEL PONTE GIREVOLE In questa vecchia immagine del Castello aragonese si osserva una struttura cilindrica sulla sommità del torrione di san Lorenzo. Forse non tutti sanno che in origine il ponte girevole sul canale navigabile si muoveva grazie ad un sistema di turbine idrauliche poste sotto ciascuna spalla del ponte. Le turbine, che avevano un consumo di 70 litri al secondo ed una la caduta utile di 20 metri, erano alimentate da un serbatoio collocato alla quota di 22 metri sull’attiguo castello. Il serbatoio aveva una capacità di 600 metri cubi di acqua, era formato da un cilindro di lamiera di ferro di 12 metri di diametro e 5 metri di altezza ed un fondo a calotta sferica avente saetta di 1,50 metri (immaginiamo questo cilindro come fosse un siluro messo a testa in giù e tagliato al di sopra della punta. La distanza tra il punto centrale della calotta ed il centro del piano dove è stato tagliato è la c.d. “saetta”). La capacità di 600 mc era sufficiente per assicurare quattro manovre (di apertura e chiusura) che, calcolate con condizioni estreme di vento, comprese eventuali false manovre e perdite di tempo, avevano la durata di 1000’’ (cioè circa 8 minuti per ciascun movimento). Il serbatoio era rifornito di acqua di mare “aspirata” per mezzo di due pulsometri ad azione diretta piazzati sotto la torre del castello, affianco alla caldaia che generava il vapore per alimentarli. Per attivare il meccanismo di apertura del ponte, l’acqua per le turbine veniva fatta scendere dal serbatoio in due ampie tubolature posizionate in un vano praticato all’interno della torre. Giunte al livello della banchina le due tubolature si separavano. Una girava a nord (verso mar piccolo) per mettersi in comunicazione con la turbina sotto la spalla occidentale del ponte. L’altra continuava la sua discesa verticale nel pozzo, entrava in una galleria sottomarina dopo un percorso a sifone sotto il canale, usciva dalla banchina di fronte e andava a mettersi in comunicazione con la turbina esistente sotto la spalla orientale del ponte. Apposite valvole chiudevano l’emissione dell’acqua. Le turbine venivano invece messe in moto attraverso volantini posizionati sulle piattaforme delle spalle. Varie coppie di ingranaggi conici comunicavano il movimento dell’albero verticale delle turbine ad altri alberi orizzontali che mettevano in movimento le ruote di spostamento del ponte. Foto recente all'interno del torrione di San Lorenzo con cartello d'epoca alle cui spalle si intravede la griglia di sicurezza che copre il pozzo dove scorrono le vecchie tubolature Un sistema apparentemente complesso ma in realtà semplice, dotato di facilità di manovra e poco dispendioso per la sua manutenzione. Venne sostituito da un più pratico sistema di motori elettrici solo nel 1932 in occasione di lavori di ristrutturazione del canale. Ciò permise di rimuovere quell’orribile serbatoio che per anni aveva sfregiato l’immagine del castello. Per chiudere inserisco qui di seguito il link di un bel video trovato su internet che illustra molto meglio della mia approssimativa spiegazione il vecchio meccanismo a turbine idrauliche: https://www.telmarnetwork.it/ponte-girevole-di-taranto-funzionamento-in-data-1887/
  3. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    È il generale Giuseppe Messina progettista ed esecutore del canale navigabile di Taranto. A te la mano Red
  4. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    Uhm, sembra che la situazione ristagni... Proviamo a fornire qualche particolare: siciliano di nascita ma tarantino di adozione. Ebbe un ruolo fondamentale per la nascita della piazzaforte marittima nella città dei due mari.
  5. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    Ufficiale del Genio
  6. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    Grazie Red. Ecco la nuova proposta
  7. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    E' l'ammiraglio Philip Vian
  8. In uno dei miei consueti giri alla scoperta della storia militare di Taranto, mentre mi recavo al Castello aragonese sono passato davanti ad una targa apposta dal Comune per indirizzare i visitatori verso l’entrata del maniero. Sarò passato decine di volte davanti a quella targa senza dedicarle particolare attenzione. Di recente, però, mi sono soffermato a leggerla più attentamente scoprendo, con una certa sorpresa, un errore inaspettato. La parete su cui la targa è sistemata è ciò che rimane del muro che collegava la torre sant’Angelo al resto del Castello prima che venissero entrambi abbattuti per far posto al ponte girevole. C'è stato un periodo, quindi, in cui Il Castello contava cinque torri che, collegate tra loro, davano alla fortezza la caratteristica forma di un aquilone. In un locale ricavato all’interno della parete amputata si trova oggi la galleria comunale ed un ufficio che offre informazioni turistiche. Sull’attendibilità di tali informazioni, però, ho cominciato a nutrire qualche dubbio dopo la poco incoraggiante rilettura della targa. Ma veniamo a noi. La targa di cui sto parlando è questa: Si legge: “INGRESSO AL CASTELLO ARAGONESE – PONTE DEL SOCCORSO –“ Sotto la scritta compare una freccia rivolta a destra ad indicare la direzione da percorrere per raggiungere la fortezza (che, è bene ricordarlo, può essere visitata gratuitamente con la competente ed appassionata guida di personale della Marina Militare). Ma analizziamo dov'è l'errore. Le informazioni offerte dalla targa indicano che per accedere al Castello si dovrà attraversare il “ponte del soccorso”. Proseguiamo lungo il percorso indicato dalla freccia. Dopo una cinquantina di metri, lasciata a sinistra torre dell’Annunziata, si raggiunge l’ingresso del Castello. Questa è la vista che si apre al visitatore: Ci troviamo sul lato di ponente del maniero. Per giungere all’interno occorre percorrere il ponte di pietra che vedete qui sopra e che, continuando a prestare incondizionata fiducia alla targa vista prima, dovrebbe chiamarsi ponte del soccorso. Il ponte che si attraversa per entrare nel Castello, tuttavia, non si chiama ponte del soccorso ma ponte dell’avanzata. Il ponte del soccorso ormai non esiste più da tempo. Si trovava sul lato di levante del maniero e cadde in disuso quando il Castello cessò la sua funzione di struttura difensivo-militare. Forse non tutti sanno che in origine le cinque torri del Castello erano circondate da un ampio fossato che comunicava liberamente con il mare. La fortezza, così isolata, era collegata alla terraferma da due ponti, ciascuno terminante con un ponte levatoio. Quello a ponente, dalla parte della città (oggi la c.d. città vecchia) e tutt'oggi esistente, si chiama ponte dell’avanzata. L’altro, a levante, che metteva in comunicazione con la campagna (sul lato dove oggi c'è il canale navigabile e la città nuova), si chiamava ponte del soccorso. Immagine tratta da "Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli" di G.C. Speziale - Laterza editore - Bari 1930 Il nome dato ai due ponti non era casuale; aveva un significato ben preciso. L’ingresso a ponente, come detto, era servito dal ponte dell’avanzata, termine che ne sottolinea la funzione di accesso principale al castello. Ma perché l’altro sul lato opposto era chiamato ponte del soccorso? Torniamo indietro nel tempo e diamo uno sguardo alla facciata del Castello. Questa foto recente mostra al centro della facciata due aperture ed una scalinata. In origine non era così. Di aperture ve ne era una sola, quella più alta . Quella più bassa, insieme all'odierna scalinata vennero realizzate durante i lavori di costruzione del canale navigabile per consentire il collegamento tra il piazzale interno del castello e la neonata banchina sottostante. L’apertura superiore era quella che ospitava la seconda porta del Castello, che si raggiungeva percorrendo il ponte del soccorso. L'entrata era più bassa di circa un metro rispetto al piano della campagna e di circa 2,5 metri rispetto al piano di calpestio del piazzale interno. Perché questi dislivelli? Erano studiati per ragioni di sicurezza. Chi entrava, infatti, non aveva accesso immediato al piazzale ma raggiungeva un vano rettangolare, una sorta di camera di compensazione che avrebbe messo gli eventuali intrusi in una situazione di inferiorità. Per poter accedere al piazzale occorreva salire ancora una rampa di scale (alta 2,5 come abbiamo visto) che avrebbe consentito ai difensori di colpire il nemico da una posizione di vantaggio. Quel vano rettangolare rappresentava quindi una vera e propria trappola per l'attaccante che fosse riuscito a superare il ponte levatoio e a varcare la soglia di ingresso. Guardando questa foto immaginate il pavimento all'altezza dell'ingresso superiore (quello inferiore in origine non esisteva) e una rampa di scale che metteva in collegamento il vano "trappola" con il piazzale interno. Ma completiamo ora la spiegazione ed il significato del c.d. “ponte del soccorso”. Secondo i criteri di costruzione della fine del XV secolo, periodo al quale risale il Castello aragonese, ogni fortezza doveva avere la possibilità di ricevere un soccorso sicuro, e consentire inoltre, all’occorrenza, una via di fuga. In applicazione dei principi dettati dal famoso architetto militare vissuto in quell’epoca, Francesco Di Giorgio Martini, nel castello di Taranto questa prescrizione era assicurata da due ingressi e da due ponti. Il particolare, poi, che fossero situati uno a ponente e l’altro a levante aveva la funzione di non esporli alla provenienza delle minacce più probabili e pericolose da parte del nemico, il cui attacco più prevedibile sarebbe giunto dal mar grande, sul lato del Castello esposto a sud. Riassumendo, mentre il primo ingresso e relativo ponte (dell’avanzata) era quello di regolare accesso al castello, il secondo ingresso ed il secondo ponte (del soccorso) avevano la funzione di assicurare l’aiuto portato da rinforzi in caso di attacco o, eventualmente, una via di fuga sicura se la difesa non era più possibile. E’ da questa particolare caratteristica che deriva il nome di “ponte del soccorso”. Ho provato a far notare l’errore al personale della Marina incaricato delle visite al Castello. Ma al di là di una iniziale, comprensibile sorpresa non so se il Comune ne sia stato informato o, se informato, se ne sia semplicemente disinteressato. Purtroppo, ad oggi, la targa "incriminata" non è stata corretta e rimane intatta al suo posto. Taranto, la città dei fantasmi, mi è venuto di pensare. Di quello del forte Laclos, avevo parlato qui http://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/48419-il-fantasma-del-forte-laclos/ .Ora si è aggiunto quello del ponte del soccorso. Chissà se più avanti mi capiterà di incontrarne altri…
  9. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    E’ Umberto Cagni, divenuto famoso per aver tentato insieme al duca degli Abruzzi, con l’appoggio della nave Stella Polare, di raggiungere il polo nord per via di terra.
  10. Rostro

    PORTASIGARETTE ATLANTICO

    In Marina, donare da parte dello Stato Maggiore un portasigarette all'Ufficiale che sbarca dall'unità è una tradizione di vecchia data. Questo è quello donato a mio padre quando sbarcò dal Montecuccoli
  11. Rostro

    Costantinopoli, 1453

    Una testimonianza sulla temibilità delle navi genovesi, sia per caratteristiche costruttive che per potenza di armamento ci viene offerta nel libro che, di recente, ho recensito qui: http://www.betasom.it/forum/index.php?/topic/48443-lanzerotto-malocello/
  12. Titolo: LANZEROTTO MALOCELLO Autore: Umberto GOZZANO Edizioni: Casa Editrice Oberdan Zucchi - Milano Pagine: 172 Data di pubblicazione: 1943 Prezzo: - Reperibilità: difficile E’ la storia romanzata di Lanzerotto Malocello, commerciante e navigatore genovese di fine 1200, e della sua scoperta delle isole Canarie, una delle quali porta ancora oggi il suo nome: “Lanzarote”. Sulla scia dei fratelli Vivaldi, Ugolino e Vadino, avventuratisi oltre le colonne d’Ercole vent’anni prima per costeggiare l’Africa e trovare una nuova rotta per il paese delle spezie, Malocello decide di ripeterne l’impresa ma con lo scopo diverso di trovare nuove terre su cui fondare colonie per i propri commerci. La tradizione diceva che a Ostro (sud) delle colonne vi erano delle isole che alcuni marinai avevano visto e descritto con toni di grande entusiasmo. Gli antichi le avevano soprannominate "Isole Fortunate" ma di esse nulla di certo si sapeva. Vincendo le perplessità del padre che gli ricordava come i Vivaldi fossero scomparsi senza dare più alcuna notizia, Lanzerotto, appoggiato dall’amico e compagno di viaggio Gianni Lercari, promesso sposo della sorella Piera, riesce a convincere il Comune di Genova a finanziare l’impresa e allestisce nei cantieri che si affacciano sull’arenile del quartiere di Prè una galea “bella e forte” che viene battezzata “Malocella”. La decisione del Comune non è dettata da sterile munificenza ma ha alla base calcoli ben precisi. Genova viveva allora un periodo di profonda crisi economica dovuta a lotte intestine ed alla rivalità nel Mediterraneo con Catalani, Veneti e Turchi. La spedizione del Malocello avrebbe potuto aprire una nuova rotta, non contesa da altri, per riprendere i proficui traffici che in passato avevano portato tanta ricchezza ai Genovesi. Costruita e armata la sua robusta galea e selezionato con criteri severissimi l’equipaggio, Malocello è pronto a partire. Il viaggio dovrà avvenire in gran segreto per non destare sospetti tra i pericolosi concorrenti di altri paesi. Così, al primo scalo alle Baleari, l’equipaggio non viene fatto scendere a terra e le provviste vengono fatte trasportare a bordo dai mercanti locali con la scusa della quarantena per una misteriosa malattia. La seconda tappa è Ceuta (sulla costa africana di fonte a Gibilterra n.d.r.), ultimo approdo prima delle Colonne d’Ercole, dove la Malocella entra in porto issando fieramente sul calcese dell’albero maestro la bandiera di Genova. Il sultano Falù accoglie Malocello con tutti gli onori e dopo il rituale scambio di doni cerca di conoscere il motivo del viaggio. E’ incuriosito e preoccupato dalle dimensioni e dall’armamento della galea che non nasconde certo la sua attitudine alla battaglia. Malocello, però, presentatosi come ambasciatore e portavoce del governo genovese dal quale ha ricevuto l’incarico di rinnovare i contratti commerciali già in corso, afferma di essere in viaggio di esplorazione per cercare nuove terre e mantiene uno stretto riserbo che rende il sultano ancor più sospettoso. Al colloquio assiste, celato dietro un arazzo, Dominico, un rinnegato spagnolo, spia e consigliere del sultano. Quando Malocello si congeda intravede per un attimo la spia e ne fissa in mente lo sguardo furbo e maligno. Dominico intende impedire il viaggio di Malocello e al sultano che gli chiede un parere dice che, con la scusa dell’esplorazione, i Genovesi intendono in realtà appropriarsi di suoi territori per compensare il terreno perduto in Oriente ad opera di Turchi e Veneziani. L’infido Dominico riesce a convincere il titubante sultano che ordina di preparare un agguato da tendere alla nave di Malocello una volta superate le colonne d’Ercole. I Genovesi partono, oltrepassano le colonne d’Ercole e si dirigono verso sud affrontando nella navigazione l’onda lunga dell’Atlantico per loro del tutto nuova e sconosciuta. Alle prime luci dell’alba una vedetta dà l’allarme: navi a prora! Sono tre saettie a remi, imbarcazioni leggere e veloci che raggiungono rapidamente la galea. Le attende però un’amara sorpresa. La galea ha i bordi decisamente più alti che rendono l’abbordaggio impossibile. Perdipiù è munita di un robustissimo rostro che sfonda le loro fragili carene, ed è potentemente armata così che, dopo un rapido combattimento, due delle saettie vengono affondate e l’altra messa in fuga. La navigazione riprende, i lievi danni subiti dalla Malocella vengono riparati ed i pochi feriti curati. Ma le sorprese non sono finite. Poco dopo viene avvistato in mare il relitto di una barca che testimonia la vicinanza di qualche terra. Ed, Infatti, presto la galea giunge in vista di una piccola isola disabitata che viene battezzata Lanzarote. L’esplorazione continua e vengono scoperte altre isole alle quali verrà dato il nome di Palma e Forteventura. Su quest’ultima, più grande e montagnosa, abitano due tribù di nativi che inizialmente si dimostrano amichevoli. Malocello decide di fermarsi. Con la collaborazione dei nativi fa costruire un forte e raddobbare la galea la cui carena, dopo il lungo viaggio, ha bisogno di essere ripulita e calafatata. Ma altre insidie si celano dietro una parvenza di tranquillità. Un emissario del sultano sbarca e minaccia dure rappresaglie ai nativi se non si solleveranno contro i Genovesi che vengono dipinti come pericolosi conquistatori. I capi delle due tribù sono titubanti, gli stranieri sono pacifici e li trattano con rispetto. Alla fine però il timore di essere uccisi o ridotti in schiavitù ha la meglio e, appoggiati dai soldati del Sultano, si decidono ad attaccare i Genovesi. La lotta si rivela impari. La potenza dell'armamento e l'abitudine al combattimento consentono a Malocello e ai suoi di far strage dei nativi che, a poco a poco, desistono e si ritirano. Ma l’attacco arriva anche dal mare dove numerose piroghe di nativi assaltano la Malocella. Anche questa battaglia è cruenta e sanguinosa ma ancora una volta i Genovesi hanno la meglio. Non è ancora finita. La saettia che si era salvata mettendosi in fuga durante il primo agguato ricompare ed impegna la Malocella in un altro violento e sanguinoso scontro. Ha nuovamente la peggio e, dopo essere stata catturata, viene data alle fiamme. Malocello osserva adesso i prigionieri, riconosce l’infido Dominico e capisce che è lui ad aver sobillato i nativi. Per chiudere definitivamente la partita invia allora due colonne di soldati verso i villaggi dei nativi che dopo un rapido combattimento si arrendono e vengono sottomessi. Forteventura è finalmente genovese, pronta a diventare una colonia della Superba. La grande impresa è compiuta. Bisogna ora portare la buona notizia a Genova e organizzare la prima spedizione di coloni. La Malocella intraprende il lungo viaggio di ritorno con non poche difficoltà. Molti dei banchi di voga sono rimasti vuoti e ci vogliono sette mesi per raggiungere Genova. Dell’originario equipaggio molti sono morti in battaglia ed altri sono rimasti come pionieri sulle isole scoperte. All'arrivo a Genova Malocello viene accolto trionfalmente e non nasconde la sua soddisfazione. E' consapevole però che non bisogna fermarsi e che occorre organizzare una nuova spedizione per consolidare la conquista delle nuove isole. Tuttavia, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non viene intrapresa alcuna nuova spedizione. I fratelli Vivaldi non erano stati trovati e questa circostanza, insieme ad un altro vano tentativo effettuato da altri navigatori in Egitto, raffredda gli ardori accesi dal ritorno di Malocello. Il tempo passa, la Repubblica è scossa da lotte intestine e tutto viene alla fine dimenticato. Vent’anni dopo un navigatore francese (si tratta del nobile normanno Jean de Béthencourt– n.d.r.), prese possesso delle belle isole dal nome italiano passando per molto tempo come lo scopritore del piccolo arcipelago. Dei primi pionieri rimasti sulle isole nulla più si seppe. Furono abbandonati al loro destino ed anche Malocello ed i suo amico Lercari, amareggiati dagli accadimenti, rinunciarono ad ulteriori viaggi. Il loro nome però non è stato dimenticato e lo stesso Petrarca in un suo scritto ricorda la coraggiosa impresa con queste parole: “…colà a memoria dei nostri padri approdava una flotta di guerra genovese”. L'opera del Gozzano è un libro che scorre piacevolmente anche se le notizie storiche si rivelano in parte lacunose e non sempre del tutto attendibili. Il suo maggior pregio è, tuttavia, quello di aver ben rappresentato le caratteristiche della marineria nel periodo tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300 in cui a far da protagonista troviamo la galea. Le galee erano le maggiori navi da battaglia di quel tempo e rappresentarono per vari secoli le tipiche imbarcazioni guerriere del Mediterraneo. Avevano uno scafo lungo e snello della lunghezza di cinquanta metri per una larghezza di sette metri. Sul ponte erano sistemati i banchi per i rematori, trenta per lato, disposti in modo tale che ciascuno potesse ospitare tre vogatori. La galea era detta “a terzarolo” (quando i rematori manovravano ciascuno un remo) o “a scaloccio” (quando i tre vogatori dello stesso banco azionavano lo stesso remo). L’autore si lancia poi in una dettagliata descrizione delle caratteristiche della galea e degli uomini che formavano l’equipaggio utilizzando termini che sinceramente, sino alla lettura del libro, poco o per nulla conoscevo. A fianco di termini conosciuti come chiglia e diritti di prora e di poppa, timone, castello di prora, castello di poppa, etc. sono comparsi termini come “steminare” (elementi che fanno parte della struttura dello scafo), “soprasalienti” (in pratica soldati della fanteria di marina dell’epoca che imbarcava in tempo di guerra nel numero di circa una compagnia trovando posto a prora, armata di balestre, addetta all’abbordaggio e comandata da un capitano, da un alfiere e quattro caporali); “sopracomito” (era il comandante della galea, posizionato accanto al timoniere sul cassero di poppa, al di sotto del quale, nella parte più nobile della nave, si trovava la cabina del “Capitano” appellativo destinato al capo della spedizione); “comito” (il comandante in 2^); “sottocomito” (due sottordini, uno addetto alle vele e l’altro agli alberi ed alla ciurma). Tra le cd. maestranze si incontrano nomi curiosi come barilaro, remolaro, paggi (quest’ultimi erano una specie di mozzi, chiamati anche, in tono canzonatorio, scannagalli), barbiere (la cui inaspettata particolarità, oltre all’intuitivo compito principale, era il disimpegno dell’ulteriore mansione di medico di bordo!). L’equipaggio normale di una galea era di 300 uomini, due terzi dei quali erano addetti alla voga. E qui si apre un capitolo di sorprendenti notizie per il profano: la cosiddetta “ciurma al remo” in origine era formata da uomini liberi. Solo successivamente venne sostituita da prigionieri di guerra o da colpevoli di gravi delitti che erano stati condannati al remo (da qui nasce l’appellativo di galeotto usato come sinonimo di detenuto). La vita dei rematori non era esattamente una passeggiata di salute: la ciurma, infatti, veniva legata ai banchi e lì restava per tutta la durata del viaggio. L’orario di lavoro non era da soggetti sindacalizzati: 12 ore filate, cibo scarso e scadente, sferzate dell’aguzzino che faceva la spola lungo la corsia per controllare che la voga non avesse interruzioni o rallentamenti. Come se ciò non bastasse i rematori non potevano parlare e per questo dovevano tenere la bocca impegnata con un tappo stretto tra i denti. Ma, come abbiamo visto, tra i galeotti potevano esserci uomini liberi. Erano i cosiddetti “Buonavoglia” (una definizione che la dice lunga sullo spirito che li sorreggeva), poveri disgraziati che per miseria trovavano ingaggio sulle galee. Tuttavia, nei loro confronti la disciplina era meno crudele, non dovevano portare il tappo in bocca, avevano cibo migliore e la sera venivano slegati per consentir loro di dormire distesi. Per quanto riguarda invece le armi di cui era fornita la galea l’autore ne cita una vasta gamma, i cui nomi in alcuni casi mi sono inizialmente apparsi misteriosi: Oltre alle ben conosciute catapulte, mi sono imbattuto in altri nomi inconsueti quali mangani, baliste e scorpioni. Per scoprirne il significato mi è venuto in aiuto il buon abate Guglielmotti dal cui vocabolario marino e militare edito nel 1889 ho verificato che catapulte, mangani e baliste fanno parte tutti delle c.d. artiglierie da corda, con queste differenze: “la Balista lanciava mazzi di saette a strage, la Catapulta travi ferrate a squarcio, ed il Mangano spingava sassi e macigni a conquasso” Manca lo scorpione ma anche qui il Guglielmotti si è rivelato un prezioso maestro definendolo: “Antica macchina militare e manesca, da lanciare una o due saette piccole, acutissime, mortifere.- d'onde il suo nome. Lo scorpione era pur detto Manubalista: e si adoperava, come la balestra, da un solo soldato. Lo Scorpione, nella decadenza e sturbo del medio evo, confuso coll'Onagro, si maneggiava da quattro e più soldati, e lanciava sassi, e lunghi dardi incendiari”. In definitiva, per chi riesca a trovarne una copia, posso affermare che non si rimane delusi dalla lettura di questo libro, fonte di interessanti spunti per approfondimenti e ricerche. In conclusione lasciatemi ora confessare che questa recensione vuole essere l’affettuoso omaggio ad un ex sottufficiale segnalatore della Marina Militare che da poco non è più con noi. Da giovane aveva sposato la figlia di uno dei librai storici di Taranto e dopo il peggioramento delle condizioni di salute della moglie aveva preso in mano le redini dell’attività pur consapevole delle difficoltà di gestione di una libreria dalle tradizioni illustri. Ma come in genere accade tra coloro che provengono dalla “grande silenziosa” aveva saputo condurre con impegno e maestria anche questa attività per lui inconsueta. Di qualunque testo avessi bisogno, romanzo, saggio, libro scolastico o universitario, lui immancabilmente lo tirava fuori o, se non presente in negozio, ma ciò accadeva davvero raramente, dava incarico ad uno dei suoi collaboratori per farmelo arrivare in pochissimo tempo. Naturalmente in libreria c’era una sezione dedicata ai libri di storia militare e della Marina in particolare, che curava di persona in modo competente e meticoloso. Ne parlavamo spesso quando andavo a trovarlo nei miei pomeriggi di “franchigia” discutendo di questo o quel libro e dei rispettivi autori. Quante storie, quanti aneddoti ho ascoltato mentre mi mostrava interessanti fotografie scattate durante i suoi periodi di servizio a bordo (Montecuccoli, Abba, Altair) e a terra (scuole CREM di Taranto nel 1946, Varignano per il corso sommozzatori con la M.O.V.M. Marino come istruttore, Vesco comandante e Badessi vice). E quanti libri, anche fuori catalogo, mi ha procurato (tra i quali alcuni della prima edizione della Storia della Marina a cura dell’USMM). E quanti piccoli omaggi ogni volta che mettevo piede in negozio. Questo libro su Malocello è uno di quei regali. Fa parte di un’intera collana formata da altri quattro libri che una sera decise di regalarmi. Libri tutti dedicati a grandi navigatori italiani: Antonio Da Noli, Giovanni da Verrazzano, Nicolò Zeno, Nicoloso Da Recco. Nomi ben conosciuti nella Marina italiana, non solo per il valore dei personaggi ma anche perché a loro furono dedicate le unità della Classe “Navigatori” costruite negli anni 30 per la Regia Marina. Mi sono convinto che non fu un caso che avesse deciso di regalarli proprio a me con cui anche di quelle navi aveva parlato. Era certo che sarebbero finiti in mani sicure, che li avrebbero sfogliati per essere letti, apprezzati e custoditi, con cura e con rispetto. Sapeva che la loro sorte non sarebbe stata far da spessore alla gamba di qualche tavolo claudicante. Grazie Capo, mi piace chiamarti ancora così, come in Marina, per la tua gentilezza, per il tuo garbo e per quella spontanea simpatia che mi dimostravi accogliendomi in negozio con larghi sorrisi e l’espressione contenta di chi rivede un vecchio amico, sentimenti che la comune radice marinara rendeva ancora più apprezzati. Ora che sei lassù non potrò più trascorrere quei miei piacevoli pomeriggi tra l’odore dei tuoi libri e le nostre chiacchierate. La libreria ha chiuso, per sempre, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che, anche grazie a te, ne avevano fatto un punto di riferimento sicuro, prezioso e indimenticabile.
  13. Rostro

    Il fantasma del forte Laclos

    Non mi risulta che esistano disegni, quadri o foto del forte Laclos. I disegni esistenti negli archivi sono disegni tecnici, piante allegate al progetto di demolizione (come nell'immagine trovata sul libro di G.C. Speziale che ho postato) e al progetto di utilizzo come magazzini, officine e alloggi per gli operai impegnati nella costruzione della nuova batteria Umberto I. L’unica elemento che si può rilevare da tali disegni è che il forte era costruito su due piani (piano terra e primo piano). Durante i lavori di costruzione della nuova batteria, i vani del forte napoleonico dedicati ad ospitare i cannoni furono utilizzati come magazzini ed officine mentre quelli al primo piano come alloggi per gli operai. Forse in qualche foto scattata durante la costruzione della nuova batteria potrebbe intravedersi almeno in parte il vecchio forte Laclos. Ma è solo un’ipotesi. Su questo, forse, potrebbe darci qualche informazione in più Claudio (Chimera) .
  14. Il forte Laclos è esistito sull’isola di san Paolo per quasi un secolo. Costruito dai Francesi ai primi dell’800 durante il periodo in cui occuparono la città dei due mari, venne demolito poco meno di cent’anni dopo. Nonostante non esista più da tanto tempo, tra le leggende che si tramandano nella storia militare di Taranto quella del forte napoleonico è una delle più radicate, forse perché ad essa si accompagna quella del fantasma di colui al quale quel forte venne dedicato. Pierre Ambroise Choderlos de Laclos fu un generale dell’esercito napoleonico, comandante dell’artiglieria dell’Armata di osservazione del Mezzogiorno. Inviato nel Regno di Napoli con il corpo di spedizione francese agli ordini del generale Saint-Cyr, ebbe l’impegnativo incarico di rinforzare le difese del porto di Taranto, città che Napoleone aveva individuato come la più adatta per accogliere la flotta francese da impegnare nei progetti di espansione in Oriente. Giunto a Taranto il 9 luglio 1803, Laclos non ebbe il tempo per trattenersi a lungo. Riuscì appena a visitare i luoghi e le fortificazioni già esistenti e ad abbozzare un piano di interventi tra cui quello di completare il forte che si stava costruendo sull’isola di san Paolo. Il 5 settembre 1803, stroncato dalle fatiche del viaggio, dal clima torrido dell’estate tarantina e da una dissenteria fulminante, si spense nel convento di san Francesco che era stato adattato da Francesi a caserma per le loro truppe. Pur essendo un grande esperto di balistica e di fortificazioni, Laclos è passato alla storia non per i suoi meriti militari ma piuttosto per essere stato l’autore del pruriginoso romanzo epistolare “Les liaisons dangereuses” (Le relazioni pericolose), uno dei classici della letteratura trasposto poi in film di successo. Ma torniamo al forte ed al suo “fantasma”. Ma perché fantasma? Il vocabolario Treccani alla voce fantasma riporta questa definizione: “Immagine non corrispondente a realtà, cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia”. Infatti è fantasia affermare che il forte napoleonico sia ancora oggi esistente pur essendo stato demolito alla fine dell’800. Ciò nonostante diversi siti internet ed alcune pubblicazioni, nel fornire indicazioni storico/turistiche, continuano ad attestarne l’attuale presenza sull'isola di san Paolo commettendo in tal modo l’errore di scambiarlo con una struttura diversa e più recente. Una superficialità in cui ci si imbatte con stucchevole frequenza. Ecco allora che il fortino napoleonico diventa nell’immaginario delle persone una delle rinomate e ancora visibili testimonianze della storia di Taranto, che si vorrebbe preservare dall’abbandono e dal degrado e per la quale vengono suggerite fantasiose ipotesi di recupero. L'isola di san Paolo - i due capannoni occupano il luogo dove sorgeva il forte Laclos La struttura semi circolare in alto a dx è la batteria Umberto I Peccato che quello ancora oggi esistente non sia il forte napoleonico ma piuttosto la batteria Umberto I, costruita sulla sponda meridionale dell’isola alla fine del 1800 ed armata con due cannoni da 400 mm montati su una cupola corazzata “Gruson”. Una struttura quindi più recente che rientrava nell’articolato piano di fortificazione della rada di mar grande avviato una ventina di anni dopo l’unità d’Italia. Ingresso della batteria "Umberto I" da molti scambiata con il non più esistente "forte Laclos" Oggi i due grandi cannoni che spuntavano dalla cupola girevole non ci sono più. Smontati da tempo perché non più utilizzabili, hanno lasciato uno spazio che somiglia a due lugubri orbite vuote La torre corazzata girevole "Gruson" Ma allora, perché si decise di abbatterlo quel vecchio fortino se la nuova struttura avrebbe dovuto sorgere in luogo diverso, anche se pressoché adiacente? La batteria Umberto I (in realtà all’inizio fu dedicata a Vittorio Emanuele II ma dopo l’assassinio del re Umberto si ritenne di cambiarle nome), anch’essa una costruzione dall’innegabile fascino e dal pregevole stile architettonico, ha una speciale caratteristica: la cupola corazzata "Gruson" che era girevole per assecondare l’esigenza di battere non solo il mare aperto ma anche la rada. Una geniale soluzione militare ma con un costo che andò ben al di là dei termini economici. Nel campo di tiro dei due possenti cannoni da 400 mm veniva, infatti, ad intromettersi proprio il forte napoleonico che, trascurato per decenni, se ne stava sulla punta orientale dell’isolotto di san Paolo ormai ridotto ad inutile e silenzioso guardiano dell’ingresso della rada. Che fare allora? La decisione fu presto presa: trattandosi di una struttura ormai inutile e superata che per di più avrebbe limitato l’utilizzo delle nuove artiglierie, andava necessariamente abbattuta. Una sua utilità, però, quel forte continuò ad offrirla proprio al crepuscolo della sua esistenza. Una ricerca in vecchie e polverose carte di archivio mi ha permesso infatti di scoprire alcuni disegni con i progetti della nuova batteria Umberto I insieme a quelli riguardanti il progetto per la demolizione del fortino napoleonico. E fra questi, con mia grande sorpresa, ho trovato anche quello per il riutilizzo della vecchia struttura, adattata a magazzino ed officina nonché a ricovero ed alloggio sull’isola per gli operai impegnati nel cantiere di costruzione della nuova fortificazione. Immagine ricavata dal libro "Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli" di Giuseppe Carlo Speziale - Laterza editore - 1930 Il forte che mutava la sua destinazione militare in quella di cantiere e dormitorio, ho pensato con una punta di tristezza. Ma assolto con puntigliosa dignità questo suo ultimo compito, divenuto solo un ingombrante impaccio, il forte venne raso al suolo senza complimenti ed il materiale di risulta impiegato per rinforzare la costa dell’isola esposta al mare aperto. La torre corazzata girevole ebbe così il campo di tiro finalmente sgombro da ostacoli, e fu libera di spaziare per tutti i 360° con il compiacimento dei suoi moderni artiglieri. Del resto in quel periodo a chi poteva importare se qualche nostalgico appassionato di storia ed architettura militare sarebbe in futuro rimasto deluso nello scoprire che l’opera dedicata al generale Laclos fosse stata così irrimediabilmente cancellata. Eccola qui un’altra vittima illustre sacrificata sull’altare della piazzaforte marittima tarantina, dopo la torre sant’Angelo del Castello Aragonese, abbattuta per far spazio al ponte girevole sul canale navigabile, o la sontuosa villa di monsignor Capecelatro, altro protagonista della vita tarantina di quel tempo, abbattuta anch’essa laddove stava sorgendo l'Arsenale Militare. Nonostante sia ormai da tempo scomparso, quel vecchio forte napoleonico sull’isola di San Paolo conserva però intatto un innegabile fascino e la capacità di destare ancora oggi curiosità ed interesse anche perché il generale Laclos, dopo la sua morte, vi fu sepolto nella piazza d’armi al suo interno. Una degna ed onorevole conclusione per questa storia, si potrebbe dire, ma purtroppo non è così. Il forte, è vero, nonostante qualche difficoltà burocratica, fu intitolato a Laclos ma la sua tomba rimase senza epitaffio. Sembra che le autorità francesi di quel tempo non avessero ritenuto il testo inviato dalla famiglia adatto alle necessità della retorica ufficiale. Tuttavia per il povero generale o, meglio, per i suoi resti mortali, i guai terreni non erano ancora finiti. Al rientro dei Borboni in città dopo il 1815, la tomba venne profanata ed il suo corpo gettato sprezzantemente in mare. I realisti in questo modo si erano voluti vendicare del periodo passato sotto i Francesi “punendo” l’ateismo dimostrato da Laclos nel rifiutare in punto di morte i conforti religiosi. Qual è, allora, l’epilogo di questa storia, ciò che ne riassume gli aspetti reali e quelli di fantasia? L’ esistenza di un fantasma, anzi di due. Al fantasma del forte, che molti credono, o forse soltanto vorrebbero, ancora esistente, si aggiunge quello del generale Laclos e di due leggende dai contorni angoscianti che a lui si accompagnano. Una è sulla bocca dei vecchi pescatori, di quelli che ancora girano con le loro piccole barche a remi munite di tramagli e lampare. Non è raro, dicono, nelle notti di tempesta, imbattersi nello spettro di Laclos che vaga inquieto ed adirato attorno all’isola di san Paolo. Ma anche negli stretti vicoli della città vecchia pare si aggiri, di notte, un ufficiale vestito completamente di bianco. La gente è convinta che sia lo spettro del Generale romanziere alla cui anima errante è stata negata la pace eterna. Concludo con l’amara riflessione che l’unico ricordo che la città di Taranto ha concesso a Laclos si limita ad una breve via che oggi porta il suo nome. Chissà in quanti, leggendo quel nome all’angolo della strada, si saranno chiesti chi era.
  15. Rostro

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    Esatto. E' il C.C. Mario Arillo, decorato con MOVM (la foto lo ritrae al momento della consegna da parte del re Vittorio Emanule III), di due MAVM e di una MBVM (i cui tre nastrini sono visibili sulla divisa). A te la mano Massimiliano
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