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max42

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About max42

  • Birthday 01/24/1942

Profile Information

  • Gender
    Male
  • Location
    Bologna
  • Interests
    Navi militari e mercantili. Un passato in Marina Mercantile e in Marina Militare. Storie di navi e storie di mare. Viaggi su navi mercantili come passeggero.

Previous Fields

  • Presente ai seguenti Raduni Nazionali e Licenze Ufficiali di Betasom
    1° Raduno internazionale a Bordeaux - Convegno CC G. Verità Poeta, Verona 18 Ottobre 2014 - XIV Raduno Nazionale "Amm. Elio Sandroni", Venezia 13 Dicembre 2014 - XVII Raduno Nazionale 2° Capo Sil. Attilio Ghezzi, Taranto 17-18 Aprile 2015 - XXVI Licenza Ufficiale "Sommergibili in Adriatico", Treviso 3 gennaio 2016 - XVII Raduno "Romeo Romei", La Spezia - Genova 1-2 Aprile 2017 - XXI Licenza Ufficiale "Scirè" - Milano 9 Dicembre 2017 - XIX Raduno Ufficiale "Premuda", Ancona 9 Giugno 2018 - Festa della Marina, Ancona 11 Giugno 2018 - XXXI Licenza Ufficiale "Classis" 20-21 Ottobre 2018

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  1. max42

    Buona Santa Barbara a tutti!

    Il 4 dicembre 1961, ben 59 anni fa, in una giornata fredda e piovosa giuravo fedeltà alla Patria. L 'Ammiraglio Giuseppe Roselli Lorenzini, allora Comandante dell'Accademia Navale, pronuncia la formula del giuramento. Il tempo è passato inesorabile, ma il ricordo di quella giornata rimane vivido nella mia mente e nel mio cuore. Quanto è vero l'antico detto "Una volta marinaio ... marinaio per sempre"!
  2. Sembra proprio che il nostro Chersino voglia continuare a mantenere vivo in noi il suo ricordo. Lo scorso mese di ottobre si è iscritto al nostro Forum Tony Velcich, anche lui nativo di Cherso, e attualmente residente nei pressi di San Francisco. La sua famiglia è emigrata negli Stati Uniti nel 1966 quando lui aveva 4 anni. E' quindi cresciuto negli USA, ma i genitori hanno sempre mantenuto vivi i legami con Cherso e la madre, oggi 96enne, legge ancora il giornale "Comunità Chersina". Lì, Andrea Fucci, aveva mandato il racconto della sua fuga da Cherso che è stato regolarmente pubblicato. Tony Velcich e la madre l'hanno letto. Tony ha così scoperto Betasom, si è iscritto in Ottobre, e abbiamo avuto uno scambio di numerose mail. Mi ha mandato il racconto di suo zio Daniele sulla fuga da Cherso sulla stessa barca di Andrea Fucci e lo posto qui di seguito sicuro che verrà apprezzato da tutti. ALLA ROCAMBOLESCAFUGA DI TREDICI CHERSINI di Andrea Fucci Mi chiamo Daniele Velcich da Sydney-Australia. A diciasette anni io ero il più giovane dei tredici chersini fuggiti dall’isola il 4 Aprile 1949. Ho letto con molto piacere la Rocambolesca fuga scritta da Andrea Fucci e pubblicata nel supplement n°7-Dicembre 2007 di Comunità Chersina- Quaderni dell’Esodo. Andrea Fucci ha scritto esattamente come le cose si svolgevano a Cherso in quei tempi dei cosidetti raduni politici ecc. Devo confermare che era vero che Giuseppe Velcich non gli aveva mai detto che erano più di due le persone della Tramontana pronte a scappare che sarebbero mio papà Giovanni e io Daniele, però era un mio amico e amico di famiglia che sapeva tutto, lui si chiamava Giovanni Brezza da Ivagne, Spieghero’ la sua avventura dopo. Giuseppe ha sempre detto che nessuno doveva sapere del nostro piano e delle nostre intenzioni. E le altre due persone che erano con noi erano il Signor Rosario Valà (il fratello di Don Giovanni Valà) e Iurassi Domenico da Caisole. Di questi due nessuno lo sapeva fino al giorno della fuga. Spieghero’ dopo la loro storia. Cerchero’ di scrivere esattamente, per quanto la memoria mi permette, come le cose si svolgevano in Tramontana, rispetto a Cherso, nei mesi prima della fuga, e poi della Fuga stessa incluso il giorno precedente che fu decisivo. Io da circa un anno già lavoravo sotto l’azienda statale che cercava la bauxite1. Con le baramine si facevano i buchi da un metro di profondità fino a dieci metri e più. L’ordine era che si deveva trovare cosa c’era sotto terra sia sasso o bauxite. Quando era bauxite si prendevano i campioni e il nostro capo-fase , un istrian di nome Tonci, portava i campioni in Istria per l’analisi. Noi eravamo un gruppo di circa dieci persone quasi tutti giovani. Io personalmente pensavo di scappare subito dopo la Pasqua, siccome la Pasqua era vicina. Però il giorno della decisione arrivo’ prima. Domenica tre Aprile 1949 a Caisole, finita la Santa Messa, davanti alla chiesa, un certo numero di persone, penso del governo, hanno tenuto una grande predica con l’ordine che tutti gli uomini dall’età non so se di sedici o di diciassette anni fino a quaranta o più si devono presentare domani quattro Aprile ai posti prefissi per andare volontari per forza a lavorare per il governo, per due o tre mesi. Mi sembra che il posto di destinazione era Lopoglav. Mio papà quando ha sentito questo ha commentato: mio figlio non andrà volontario per forza in nessuna parte. Così mio papà è andato immediatamente a La Sella, dal cugino Giuseppe, dicendo a lui di prendermi via subito perchè due o tre mesi dopo sarà troppo tardi a scampar via. Cosi’ Giuseppe è andato subito a Cherso dai Fucci. A Cherso era stato imposto lo stesso ordine di lavoro volontario per forza nell’interno della Jugoslavia come a Caisole. Cosi’ tra Giuseppe e Andrea hanno deciso che si doveva scampare via domani Lunedi’. Mio papà quella sera non è venuto a casa, ha dormito a La Sella. Però nel pomeriggio di Domenica tre Aprile il mio capo del lavoro, il Tonci Istrian, ha fatto un appello per noi della ricerca della bauxite dicendo a quelli che dovevano portarci via a lavorare per forza che noi già lavoravamo per il governo e che lui non poteva sospendere il lavoro che noi facevamo. Cosi’ noi della ricerca di bauxite siamo rimasti liberi dai lavori volontari. Io la mattina di Lunedi’ quattro Aprile sono andato al lavoro normale come tutti i giorni. Non sapevo niente della decisione presa tra Giuseppe e Andrea. Noi quel giorno lavoravamo a Starganez fra Faresina e Bagna. A mezzogiorno mia mamma mi ha portato il pranzo e mi ha detto: questa sera scamperete via. Insieme con me era l’amico Giovanni Brezza da Ivagne. A queste parole di mia mamma ho sentito un gelo di paura nel mio corpo e il cuore mi si è fermato penso per qualche momento. Guardai la costa dell’Istria da Abbazia a Fianona e fino all’orizzonte che si vedeva solo il mare. Non parlavo niente, il mio amico Giovanni mi disse: “domani saremo in Italia”; io non risposi, pero’ ho pensato “domani saremo morti”. Se non era l’ordine di Giuseppe di non dir niente a nessuno tutta la nostra squadra della bauxite sarebbero scampati via. Finito il lavoro sono tornato a casa a Petricevi. Sono passato per Ivagne e con Giovanni ci siamo dati l’arrivederci alle ore sei o sia diciotto alla vecchia Faresina. Quella era l’ora stabilita per partire. Al mio arrivo a casa mia mamma era pronta per accompagnarmi. In un sacco aveva messo un poco di roba per cambiarsi e un poco di pane e formaggio. Con due pecore siamo partiti per non far sospetto ai signori dell’ Ozna2 che in quel giorno andavano in giro come matti perchè quasi nessuno si era presentato per i lavori volontari e invece si erano nascosti per le stalle, nei boschi e nelle soffitte. Quella fu la nostra fortuna, perchè qualcuno di questi nascosti ha tagliato i fili del telefono, sicchè la Milizia3 di Caisole e quella di Cherso non avevano contatto telefonico, e penso nemmeno quella di Lussino. Fu poi detto che da Lussino quella sera le guardie del confine marittimo che andavamo di solito fuori con i Mas o le barche veloci con i riflettori, non sono uscite a causa che, di tre, due erano in riparazione e una non è uscita in quanto non sembrava ci fosse bisogno perchè tutto era calmo. Se solo la Milizia di Cherso avesse potuto telefonare a Lussino le cose sarebbero state peggio per noi, perchè la stessa sera la Milizia di Cherso era già in sospetto e cercavano qualcuno che era già con noi in barca. Penso che avessero sospettato perchè, avendo bisogno dell’automobile dei fratelli Fucci, non li avevano trovati. Cosi’ verso le otto di sera, a luna piena, in un posto vicino Pregaiene, sotto Dragosetti, si sono imbarcati i sette chersini e noi sei della Tramontana, che eravamo già a bordo. Qualcuno ha commentato: “Pegola4, siamo in tredici”. Ricordo che ero sceso dalla barca, e quando sono salito di nuovo, con il piede sinistro ho toccato per l’ultima volta lo scoglio e ho detto a me stesso: ”Cherso mia, non ti vedro’ mai più”. Siamo partiti e andati dritto in mezzo del Quarnero fra le due coste, mine o non mine, vita o morte, si deve proseguire e bisogna andare avanti. Con uno straccio bagnato facevamo il turno a tenere il tubo di scarico sotto acqua per due ragioni: una, che non si vedessero le scintille e l’altra, che non si sentisse il rumore del motore. Fino che si vedevano le luci della costa d’Istria e fino la punta Promontore eravamo sicuri che andavamo a giusta rotta, poi non si vedevano più ne’ luci ne’ terra, eravamo da soli con una bussola che dava una direzione sbagliata. All’alba della mattina dopo aveva fatto un poco di burrasca. Ad un tratto io vidi una macchia nera nel mare a una bella distanza da noi e subito ho detto a mio papà quello che avevo visto. Subito dopo qualcun altro ha visto dall’altra parte un’altra macchia nera e sembrava che fossero due barche che si avvicinavano a noi. Qualcuno ha detto: “Fermiamoci ormai siamo presi!”, qualcun altro ha detto: “Andiamo avanti, quando ci daranno il segno di fermarci, ci fermeremo. Dopo un poco di tempo abbiamo visto che le due barche avevano gli alberi e sicuramente erano pescatori. Cosi’ si è deciso di non avvicinarci a loro perchè eravamo ancora vicini alla costa di partenza e potevano essere pescatori Yugoslavi. Cosi’ abbiamo continuato avanti per diverse ore. Penso che era già nel pomeriggio quando abbiamo visto altre due barche. Ci siamo avvicinati e questi erano i pescatori italiani, e ci hanno aiutato fino a Chioggia, come ha spiegato Andrea Fucci. Nell’arrivo a Chioggia la mia gioia di essere in Italia non posso descriverla, ero contento, ero orgoglioso. I signori Fucci o altri hanno fatto il contatto con le autorità della Capitaneria del porto e con amici già residenti a Chioggia. Siamo rimasti sulla riva per qualche ora e in questo tempo sono venuti certi signori a discutere con noi. Ricordo che ci dicevano che avevamo sbagliato ad andarcene via dalla Yugoslavia. Penso che questi erano i comunisti, ricordo che noi gli abbiamo detto: “Andate voi là, vi daremo tutto cio’ che abbiamo basta che ci lasciano fuori le nostre famiglie”. Poi siamo andati in un ristorante o trattoria per la cena , so che abbiamo mangiato e bevuto molto bene. Chi ha offerto questa cena o ha pagato non l’ho mai saputo però era una cena per me indimenticabile. Orgogliosamente abbiamo anche cantato, ricordo “Sotto il ponte di Rialto fermeremo una barchetta”, poi a tarda sera siamo andati a dormire, mi sembra che era un albergo. All’indomani siamo andati a Venezia in un campo profughi, non ricordo il nome, poi ogni giorno andavamo alla Questura per interrogazioni. Là siamo rimasti per un cinque o sei giorni. Ogni sera andavamo fuori in qualche osteria, e là si cantava e beveva; chi pagava non lo so. Per me Venezia era un paradiso, quella musica ogni sera , migliaia di gente che passeggiavano, la piazza di San Marco gremita di persone. Finite le interrogazioni ci hanno preso le impronte digitali e le fotografie e cosi’ è finito il paradiso di Venezia. Accompagnati da un questurino ci hanno messo sul treno con destinazione Raccolta profughi stranieri a Fraschetti di Alatri, provincia di Frosinone. In questo campo c’erano persone di tante nazionalità. Entrati in questo campo, un grande cancello di ferro si è chiuso dietro di noi, però noi eravamo di buon umore e ridevamo. Devo dire la verità eravamo in campo dei profughi stranieri, pero’ avevamo un privilegio, potevamo uscire più degli altri profughi. Dopo un tre o quattro settimane abbiamo ottenuto la libertà di andare fuori dal campo, però dovevamo avere un posto dove andare e un garante. Cosi’ a noi Velcich ci ha fatto la cosidetta garanzia, il signor Giovanni Velcich, fratello di Giuseppe, che si trovava già a Fertiglia d’Alghero in Sardegna. Con un foglio di viaggio obbligatorio siamo partiti da Fraschetti per Civitavecchia. Là abbiamo dormito da un’altro cugino che vi abitava. Il giorno dopo sulla nave per Olbia e poi finalmente nella cittadina giuliano-dalmata di Fertiglia di Alghero5, un bellissimo posto sul mare. Là ci siamo sistemati discretamente bene, là ero contento e tante volte mi è dispiaciuto che sono andato via ma spero che un giorno faro’ una visita anche se breve. Ritorno all’amico Giovanni Brezza da Ivagne. Lui quando è arrivato a casa dal lavoro, invece di star zitto, ha raccontato tutto a suo fratello Domenico e ad altri tre o quattro amici di Ivagne. Cosi’ in fretta e di sorpresa si sono preparati al più presto possibile, e sono partiti per il punto prefisso della Vecchia Faresina. Però il mal destino per loro era che io e mia mamma che mi accompagnava eravamo un cinquecento metri più avanti di loro e quando io ho messo il piede sulla barca, Giuseppe ha detto: “Io non aspetto nessuno”. Ha messo il motore in moto e siamo partiti lasciando l’amico Giovanni e i suoi amici a terra. Per questo l’amico Giovanni ha preso dieci mesi di prigione ai lavori forzati, pur senza aver mai mai ammesso che sapeva della nostra fuga. Valà Rosario e Iurassi Domenico da Caisole non sapevano assolutamente niente fino al giorno della fuga. La loro storia è andata cosi’: Quando la barca è venuta nel piccolo porto di Caisole e con la scusa che il motore non andava bene non è più ritornata a Cherso dove era il suo normale ormeggio, il signor Domenico Valà, papà del Rosario, ha dubitato che doveva esserci qualche motivo più grande del guasto del motore per non ritornare a Cherso. Cosi’ il signor Domenico Valà teneva in sorveglianza la barca. Il giorno che la barca è uscita fuori dal porto di Caisole, il signor Valà è andato subito a Petricevi da mia mamma Anna. Dicendo a lei che lui era sicuro che noi eravamo pronti per scappare in Italia e che anche suo figlio Rosario venisse con noi. Disse a mia mamma che l’altro suo figlio, Don Giovanni Valà, era in Italia e che avrebbe potuto darci qualche aiuto. Cosi’ mia mamma si è confidata col signor Valà e gli ha detto tutto, l’ora e il posto di partenza e cosi’ Rosario è venuto ed ha portato con lui il suo amico Domenico Iurassi. Fortuna per loro che sono venuti sul posto prima di me, sennò restavano a terra anche loro. L’altro Giovanni Velcich, che i signor Fucci riferisce come mio fratello, lui era un Velcich si’ ma non era nostro parente, lui era Velcich Giovanni detti Jurof Di La Sella, cioè paesano di Giuseppe. Come o quando Giuseppe ha detto a lui della fuga quello non lo so. La barca con la quale siamo scappati si chiamava Santa Maria della Salute e aveva tre padroni: Giovanni Velcich, mio nonno Francesco Velcich papà di Giuseppe, e Giovanni Bandera di Aquette. Giuseppe aveva il controllo della barca, il signor Bandera non era allora interessato di andar via. Mio zio Francesco fratello di mio papà e cugino di Giuseppe abitava nella casa di mio nonno. Il giorno dopo è stato arrestato, con l’accusa che lui sapeva della nostra fuga e doveva denunciarlo alla Milizia. In verità lui non sapeva niente della nostra fuga però lo stesso ha fatto un anno di prigione ai lavori forzati. Come ho già detto, ho scritto tutta la verità a quanto che la memoria mi permette e cosi’ finisco. Avrei tanto ancora da scrivere ma scrivero’ un’altra volta. E per finire vorrei ringraziare dal profondo del mio cuore coloro che ci hanno offerto la buonissima cena la prima sera a Chioggia e l’albergo da dormire , anche tutte quelle sere nelle trattorie a Venezia. Grazie a chi è ancora in vita e che Dio benedica l’anima vostra se siete passati nel mondo migliore. 25 Febbraio 2008 Daniele Velcich Sydney Australia NOTE 1. La bauxite è una terra rossa dalla quale si ricava l’alluminio. Ne è ricca la Tramontana dell’isola di Cherso. 2. OZNA era la polizia politica di Tito, molto temuta. 3. Milizia era la polizia normale. 4. Pegola in Chersino e Veneto in genere significa previsione di disgrazie. 5. A Fertiglia il governo italiano ha offerto ai pescatori esuli dall’Istria una cittadina già costruita tutta nuova e non ancora abitata a causa della guerra.
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    Anniversario Di Nassirya

    Erano alfieri di pace e si sono immolati perseguendone la via per conseguirla. Onore a questi eroi!
  4. Grazie Marco, è emozionante! Dopo essere stato un intero pomeriggio sul Martinengo e aver chiacchierato a lungo col suo Comandante, la sento un po' "mia". Dello stesso parere è Mattia che nelle grandi occasioni non manca di indossare il berretto regalatogli dal Comandante. Buona domenica a tutti!
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