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Goccia

Comune di 2a classe
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  1. Goccia

    Raduno "ca(gn) Ranieri" - Taranto 2011

    Cari Amici, chiedo scusa a tutti voi per il ritardo con il quale scrivo per ringraziarvi per la bellissima esperienza vissuta insieme. Purtroppo per svariate ragioni non ero proprio al meglio di me ma nonostante questo,avervi conosciuti,aver vissuto insieme a voi quei bellissimi giorni e aver potuto visitare luoghi così interessanti hanno reso il mio incontro con voi indimenticabile. Un saluto e un ringraziamento particolari al caro Totiano. Paola Toti
  2. Goccia

    Xiii Raduno Nazionale "c.a.(gn) Attilio Ranieri"

    Caro com.te Totiano, confermo la mia presenza all'evento con arrivo giovedì sera. Ospite 1 (autista) si pranzo/ si cena/ si albergo/ automunita e con possibilità di ospitare due passeggeri per eventiali spostamenti anche se, devo avvisare,non staranno molto comodi (ho una minicooper). Entro domani spero di inviare la liberatoria. Un abbraccio a tutti voi e complimenti per questa bellissima iniziativa.
  3. Cara Febea, grazie per aver postato le immagini del sacrario di Redipuglia. Ogni volta che mi soffermo sulle immagini di questo luogo veramente sacro rivivo sensazioni che è impossibile descrivere con le parole. E'come se,per un misterioso disegno,attraverso quelle immagini si aprisse una porta tra due mondi e quella porta è dentro di me. Quando sono stata a Redipuglia nel 2008 ero seduta presso la tomba del generale Paolini,medaglia d'oro al valor militare. Nonostante la folla oceanica che riempiva ogni spazio di quel sacro luogo,ad un tratto è stato come se tutto intorno a me fosse sparito e dal silenzio,come da una distanza infinita,mi giungessero le voci di coloro che giacevano a pochi metri da me. I loro sentimenti,le loro speranze,i loro sorrisi,la loro fede nel futuro. Ricordavo le parole di Enrico quando,ferito gravemente da una granata,era stato ricoverato di forza all'infermeria. Ricordavo quanto Egli scrisse in una lettera a Lina descrivendo il generale Paolini come il "vero tipo di eroe". Ricordavo le parole che il generale Paolini scrisse in occasione della traslazione della salma di Enrico da Monfalcone a Roma. Ora ero lì, a pochi metri dal generale e c'era come una sorta di respiro che ci univa entrambi. Impossibile spiegare,impossibile descrivere, ma sapevo che la mia presenza lì non aveva nulla a che fare con la cerimonia ufficiale. Ero lì per un altro motivo. Attraverso me Enrico era andato a rendere onore al generale e a ringraziarlo per queste Sue bellissime parole: "Ricordi, bersagliere Toti, io ti baciai ed abbracciai e tu, contento di tale premio, non volesti nemmeno più medicarti e ritornasti nella trincea piena di cadaveri nemici, ove io ti ritrovai all'alba, che cantavi la sveglia ai compagni assonnati e stanchi per le grandi fatiche dell'assalto e della difesa, e, poco dopo, cadevi scagliando sul nemico la stampella e morivi baciando le piume del tuo cappello, gridando: Viva l'Italia! Io ti saluto, bersagliere Toti, come ti salutai nella Pasqua di sangue del 1916 e ti bacio anche a nome di tutti gli eroi che qui riposano dolenti della tua partenza, ma fieri di riposare in un cimitero che porta il tuo nome".
  4. Gentile Febea, anch'io ricorderò sempre con un sorriso nel cuore il nostro incontro e sa perchè? Perchè è raro oggigiorno guardare qualcuno negli occhi e leggervi la bontà. Questo è quanto ho colto io guardando negli occhi Lei e Suo marito e,senza presunzione alcuna,posso affermare di avere una certa abitudine nel valutare le persone al primo sguardo. Mi lasci per un attimo il ruolo della fatina delle favole che vuol lasciarvi anch'essa il suo dono e il mio dono è questo: possa questo mondo rallegrarsi sempre dei vostri sguardi pieni di bontà e semplicità. Il mondo ve ne sarà grato come ve ne saranno grati tutti coloro che anelano a trovare nel buio una luce. In voi c'è luce! Un abbraccio forte
  5. Carissimi Amici di Betasom, nonostante il tempo per me,come al solito,è stato tiranno,aver potuto conoscere alcuni di voi è stata un'immensa gioia. L'affetto e la gentilezza con i quali mi avete accolta mi hanno regalato un'emozione bellissima. Caro Red,sono io che ringrazio tutti voi per le belle sensazioni che mi avete regalate. Mi sono sentita a casa! Solo due cose mi hanno rammaricata: essere costretta a lasciarvi troppo presto e non aver avuto modo di conoscere Totiano. A tutti voi,a tutti coloro ai quali ho potuto stringere la mano,va il mio più sentito e affettuoso abbraccio. Dato che l'ammiraglio Pagnottella ha voluto i miei recapiti per eventuali accordi per il raduno di Gaeta,spero vivamente di potervi riabbracciare in quella occasione. Devo farvi una preghiera: Se qualcuno ha scattato foto nelle quali compaio,prego chi le ha di tenerle per sè e non pubblicarle su internet. In attesa di rivedervi,vi abbraccio tutti. Paola Toti
  6. Tanti sono stati i "fari" che hanno guidato i miei passi attraverso le strade impervie della vita. Ognuno di essi ha lasciato impronte luminose sul mio cuore. Chi con un gesto di coraggio,chi con una parola che illuminasse il dubbio,chi con l'esempio e chi con l'ammonimento,tutti hanno aggiunto una goccia nel mio oceano personale. Anche parole che giungono da lontano,da un tempo passato,sono state punto di riferimento,di riflessione e di sprone per me. Tra le tante delle quali sono debitrice,anche quelle che scrisse,nel 1923 Emanuele Filiberto duca D'Aosta,comandante invitto della III Armata. Esse sono rivolte ai giovani,alle future generazioni,a noi,uomini e donne di oggi. Quegli uomini siamo noi! Mi piace riproporvele dopo tutti questi mesi di silenzio. 6 Agosto 1923 "Un altro anniversario-il settimo- si compie dal giorno che vise tra la robenta petraia del Carso,arrossata del sangue dei più generosi legionari della Terza Armata,compiersi il gesto sublime di Enrico Toti,glorioso figlio di Roma immortale! La battaglia stava per concludersi in una radiosa vittoria ma occorreva il gesto eroico che perpetuasse,a costo dell'estremo sacrificio,la fierezza italica. Enrico Toti,ritto sugli spalti della contrastata trincea,raccoglieva in sovrumano sforzo le ultime energie e lanciava a sfida e scherno del nemico fuggente la stampella. Ferito tre volte,esausto,Enrico Toti si erge su se stesso; non ha più armi perchè l'ultima ferita gliele ha fatte cadere,non ha che la stampella che rappresenta la sua fede,il suo orgoglio,il suo odio per il nemico d'Italia. Così cadde Enrico Toti:con l'atto suo,pieno di bellezza e di forza,Egli lanciò all'avvenire la sfida della nuova generazione italica,decisa a sormontare ogni ostacolo e a subire il martirio pur di redimere la Patria. Redenzione di anime-specialmente-perchè si doveva riscattare la servitù di secoli e secoli eliminando le scorie che l'antca condizione suole lasciare nel carattere degli uomini. La fiamma che l'Eroe accese in quel giorno,compendia i sentimenti di tutto il popolo d'Italia che in lunghi anni di soggezione e di lotte doveva raggiungere il sogno lungamente auspicato della anime dei Poeti e dei Martiri. Un'era nuova per la Patria si è da poco compiuta; essa illumina di nuova luce la vittoria già minacciata nei suoi risultati;essa trova nel gesto di Enrico Toti la sintesi e l'espressione più viva e fulgida della sua esistenza. Dopo la notte tenebrosa,ecco la luce! Questa fiaccola è affidata a voi-o giovani-che siete la nostra speranza e il nostro orgoglio,a voi cui i Morti ed i superstiti della grande guerra hanno lasciato si largo retaggio di gloria! Voi siete la nuova Italia che,esuberante di energie,temprata dalla lotta,piena di avvenire,muove incontro al suo destino "con l'anima che vince ogni battaglia!" Emanuele Filiberto duca D'Aosta Le parole di questa lettera le porto con me perchè ad esse è legata la responsabilità di preservare e difendere quella fiaccola che ci fu idealmente consegnata sul Carso. A noi la responsabilità di non far estinguere mai il suo fuoco alimentandolo ogni giorno. A quanti oggi vorrebbero veder diviso ciò che questi uomini col sangue unirono va tutto il mio più profondo disprezzo. Un abbraccio a tutti...ci vedremo il 20 marzo a Monfalcone.
  7. Goccia

    Buon Natale B E T A S O M !

    Auguri di una sereno Natale a tutti gli amici del forum. Paola
  8. "Il cielo stellato sopra di me,la legge morale dentro di me" recitava Immanuel Kant e la legge morale in me mi obbliga non a giustificare ma a cercare di comprendere anche ciò che fa più male per tentare di scoprire il nocciolo del problema e lavorare poi per risolvere. Credo ci sia una abissale differenza tra un gesto dettato dal momento,dalla disperazione,da un gesto perpetrato nel tempo,consapevolmente,strumentalmente. Le due situazioni non possono essere paragonate ma,di entrambe,dobbiamo tentare di comprendere ciò che le ha generate per comprendere dove si trova la radice del male. Caro Red,abbiamo solo un approccio diverso,una reazione emotiva diversa,di fronte ad atti che sono per entrambi tristemente dolorosi. Io sono solo forse più "fredda" nell'analisi dei fatti. Non sempre mi riesce bene,devo ammetterlo. Il mio sangue napoletano si ribella a quelli che sono purtroppo luoghi comuni da troppo tempo alimentati da una cattiva informazione. Allora il mio spirito "sanguigno" si agita e mi costringe a qualche puntualizzazione. Red,siamo accumunati dalla stessa sofferenza ma la mia si raddoppia quando mi rendo conto che anche le persone migliori non possono vedere la realtà per quella che è, e questo non perchè hanno il " prosciutto davanti agli occhi" ma perchè la realtà viene continuamente distorta da chi ha tutto da guadagnare in questa manipolazione delle realtà. Cito: "fanno bene a protestare ma devono anche accettare che le robe della lore pattumiere devono tenersele in casa loro senza mandarle in altre regioni o che so dove" Qui è doveroso specificare che è avvenuto l'esatto contrario. I rifiuti tossici,radiattivi, del nord,si trovano nelle discariche del sud e non viceversa. LO dico solo per amore di chiarezza perchè per me non esistono un nord e un sud. Per ne esiste l'Italia. Enrico morì sul Carso. Mio padre scelse di morire per Trieste eppure era un romano. Per me esisterà sempre e solo l'Italia ma ciò non toglie che continuerò a difendere sempre la verità per amore della verità e se in campania non si fa raccolta differenziata ovunque non è perchè la gente non sa in quale contenitore deve gettare la monnezza ma perchè,molto più semplicemente,molti comuni,a cominciare da Napoli,dovrebbero abbassare le tariffe se la facessero seriamente e questo a discapito delle casse comunali o, per meglio dire,a discapito delle tasche di quei "signori" che siedono nei posti di comando e che sono quasi tutti inquisiti se non addirittura complici delle mafie. Chi li ha messi nelle liste elettorali dei vari partiti e li difende quando un magistrato spicca un mandato di arresto e il parlamento si oppone? Uno per tutti,il caso Cosentino. Cui prodest? Quando il leone avrà un'altra voce,allora conosceremo una storia diversa da quella del cacciatore. Un abbraccio
  9. Mi spiace non poter scrivere adesso Red ma posto un'intervista a padre Alex Zanotelli,missionario di specchiata moralità,che spiega molto chiaramente la situazione in Campania. Di mio al momento dico solo questo: non faccio distinzioni di carattere politico nè di campanilismo in questa vicenda. La realtà,nuda e cruda,la descrive chiaramente Alex e detto da me, che non amo molto i tonsurati, è tutto dire. Un abbraccio
  10. Caro Red,felice di rileggerti. Chiedo venia ma ho commesso un errore di trascrizione per la data,è vero. La fretta a volte fa brutti scherzi. Purtroppo questa volta non posso condividere la tua amarezza per quanto riguarda la pur tristissima visione della nostra Bandiera bruciata. Mi torna alla mente una frase di Cristo: " Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato". La nostra Bandiera è sacra perchè rappresenta i valori fondanti di questa nazione ma questa nazione è composta di uomini e rispettare la Bandiera vuol dire prima di tutto rispettare gli uomini altrimenti un simbolo non ha più alcun significato. Di questo rispetto verso gli uomini a Terzigno e in generale in tutta la campania non c'è nemmeno l'ombra da anni. Io comincerei col chiamare le cose con il loro nome,così ci comprendiamo meglio. Quello che sta accadendo a Terzigno è il risultato della ribellione ad un vero e proprio genicidio. Il problema è che la gente che guarda le varie "Pravda" di Stato non ne sa nulla. Allora cominciamo col dire che dopo il fallimento dell'accordo tra Italia e Somalia,accordo che consentiva all'Italia di sversare in quel paese i suoi carichi radioattivi,con decreto legge si è stabilito di fare della campania la più grande discarica d'europa. Da anni in campania si muore. Il tumore è aumentato dell'80%. I miasmi che salgono dalle discariche sono irrespirabili. Prendono allo stomaco in modo insopportabile eppure quella gente ci deve convivere da anni. Il grande "miracolo" non è mai avvenuto. S'è solo spazzata la monnezza sotto il tappeto a danno gravissimo della salute pubblica. L'inceneritore di Acerra del quale "qualcuno" si vanta,non ha mai visto collaudo. Dei tre camini uno solo funziona e male. La verità è che ci sono interessi economici enormi sotto tutto questo e la camorra non sempre c'entra anche se la si tira in ballo come il prezzemolo che va bene in ogni minestra. La camorra ha nello smaltimento dei rifiuti uno dei suoi maggiori business attualmente ma chi si sta oggi ribellando a Terzigno con la camorra non ha nulla a che fare. Ho in mano un dossier di 900 pagine nel quale si denuncia,con dati tecnici,che ci sono gravissimi pericoli per la salute a causa delle discariche non a norma che stanno inquinando anche le falde acquifere. L'economia di quei luoghi è in ginocchio ma,nonostante tutte le denunce fatte alla Procura della Repubblica,alle Prefetture,al Noe,da anni nessuno si degna di rispondere o di verificare. Allora si giunge al punto. Questa gente ha subito per anni danni enormi,sono state fatte denunce mai ascoltate,ora cosa facciamo? Guardiamo alla bandiera bruciata? E perchè non guardare prima a questa gente che muore? Red,io credo che nessuno potrà mai mettere in dubbio la sacralità che io attribuisco alla Bandiera ma,prima e più in altro di essa,esiste l'uomo e la sua vita per me. Credo di poter affermare che chi ha visto solo la bandiera che bruciava ma non ha visto il naso rotto di una ragazzina,i dieci punti di sutura dati ad un dentista che passava lì per caso dovuti ad un lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo,non ha visto le camionette dei carabinieri passare sopra alla Bandiera nei giorni precedenti,non ha visto il terrore negli occhi di un bambino vedendo la polizia in assetto di guerra, chi non ha visto tutto ciò non credo possa capire il senso di quella bandiera bruciata. Quella gente,ingenuamente,aveva pensato che portare in mano la bandiera avrebbe fermato le forze di polizia proprio perchè quella gente aveva attribuito ad essa un valore insormontabile anche per i militari ma quando si sono resi conto che così non era,hanno bruciato la bandiera come a voler dire che essa non conta più in uno Stato che calpesta gli uomini e non rispetta nemmeno più il più sacro dei suoi simboli. Non riesco a dar loro torto nonostante il dolore immenso nel comprendere che la mano che ha appiccato il fuoco è stata armata da altri che se ne stanno comodamente altrove decidendo della vita e della morte di un intero popolo per i loro sporchi giochi politici ed economici. Onorare la Bandiera italiana vuol dire rispettare i valori che essa rappresenta e non c'è rispetto per quei valori quando si calpesta il diritto sacro all'inviolabilità della vita di ogni individuo. Questo è ciò che dovrebbe farci arrabbiare e ribellare non un gesto dettato dalla disperazione che,credo,volesse significare tutt'altro rispetto a quanto i media hanno voluto far passare come messaggio. La verità morale è tutta in quella frase " il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato". Svegliamoci Red. Si sta delineando all'orizzonte,nemmeno tanto lontano,quello che purtroppo anticipai qui parecchio tempo fa. La corda si sta spezzando e quello che accade oggi a Terzigno è solo uno starnuto rispetto a quanto potrebbe verificarsi con la sospensione dei diritti costituzionali e l'uso della forza in determinate circostanze. La gente non è più disposta a farsi ammazzare impunemente. Condanniamo i veri colpevoli e non guardiamo al gesto del singolo altrimenti sarà come voler curare con l'aspirina un cancro in metastisi. Un abbraccio a tutti
  11. La vita è un'eterna partita a scacchi contro il Fato. Giocare a scacchi è imparare a dominare la paura della morte. In una partita bisogna prevedere tutto, anche la propria fine. La solitudine dello scacchista all'avvicinarsi del "matto" è simile a quella del condannato. (Francis Szpinger) La vittoria s'apre a chi sa imitare gli elementi della natura: - quando muovi, spostati veloce come il vento; - se ti blocchi, sii calmo come una foresta; - quando attacchi, imita il fuoco divoratore; - in difesa sii fermo ed impavido come la montagna; - se ti nascondi, sii impenetrabile come le tenebre; - se fai una imboscata, attacca come il lampo. (Sun-Tsu) Gli scacchi sono l'arte della guerra senza le carneficine, sono la resurrezione dei morti sul campo dell'onore, la perpetua speranza, la supremazia dell'intelligenza sulla forza, la cultura dello spirito. (F. Spriner) Sarà per questo che gli scacchi sono la mia più grande passione. Gioco che Enrico non praticava ma ne conosceva esattamete le regole. A Lina 16 febbraio 1916 " Ho ricevuto il pacco,grazie- qui fa freddo-le giornate si alternano piovose e uggiose, ma noi sprezziamo tutto,eccitati dall'entusiasmo di raggiungere il nostro ideale e siamo sempre al nostro posto,freddi,impassibili,a compiere il nostro dovere". Veloci come il vento,sempre dalla parte del bosco,non ci prenderanno mai!
  12. A proposito di quanto da me scritto nel post precedente e perchè sia più chiaro a cosa mi riferivo: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/...93/?ref=HREC1-4 Ora è di dominio pubblico. "Qualcuno ha pedinato e fotografato l'ispettore della Catturandi mentre usciva dalla squadra mobile, mentre faceva la spesa con i suoi familiari. Lui adesso è lontano da Palermo: "Non mi lascerò intimidire - ha detto a un amico prima di partire - nessun poliziotto di Palermo farà mai un passo indietro". "Noi,fedeli ai nostri principi di educazione morale,alla nostra inestinguibile passione per la Patria,siamo saldi come rocce" Nel post dedicato ad Enrico quanto da me reso pubblico in questo momento non è off-topic. Enrico dovrà guidare i nostri passi e illuminarci più che mai adesso!
  13. I Figli del Vento e della Vittoria Dedico questo post ad un gruppo di uomini. Solo alla fine parlerò di loro. Dal libro di Fausto Mandelli "I figli del Vento e della Vittoria" 6 Agosto 1916 Le spesse tenebre del passato si sono squarciate e sono apparse vivede le immagini favolose dei tre battaglioni ciclisti d'assalto di quota 85 e la morte omerica dell'Eroe,bel bersagliere Enrico Toti mentre compiva il gesto leggendario della gruccia scagliata al nemico. Avevamo dimenticato...anche Toti,la figura più smagliante del mito cremisi <<l'EROE nell'antico senso greco,l'UOMO privilegiato dalla divinità,che potè accogliere nella sua anima possente il soffio inconscio di tutta una stirpe>>. L'avevamo seppellito nelle oscure tenebre dell'oblio,sopraffatti dal clima di quest'epoca sconvolta da un abbietto oscurantismo in cui meditatamente si va distruggendo tutto ciò che di nobile,di virtuoso,di onorato,di dignitoso,di generoso e di supremo amor di Patria accompagna la nostra esistenza di italiani e di bersaglieri. Ora noi che gli fummo vicini lo rivediamo idealmente sospinto come da una forza sovrumana,ergersi superbo e gagliardo sull'unica gamba,nel furore della battaglia e sfidare il nemico dicendo: << O Patria,sarò di ammonimento!>>... Noi,fedeli ai nostri principi di educazione morale,alla nostra inestinguibile passione per la Patria,siamo saldi come rocce... e cediamo alla suggestione abbandonandoci alla bella esaltazione euforica del nostro passato: ecco! come in stato ipnotico ci sembra di essere sospinti in alto fuori dalla vita terrena,là dove si libra il sublime cielo degli EROI,là dove si è puri e mondi,dove si ama e non si tradisce...E là,nella cristallina purezza della divina loro dimora,non inquinata dalle laide scorie terrene degli egoismi,degli odi,dei soprusi,delle viltà,degli immondi ed amorali adattamenti,delle vendette e dei tradimenti,si svolge come in una fantastica cavalcata,il grandioso e fulgido diorama della loro leggendaria epopea. In alto,nell'immenso cielo d'Italia passano gli Eroi!...Tutti corrono,volano,si superano presi dalla bella ansia di avvicinarsi a noi per invocare il nostro ricordo,per sprezzare il nostro tradimento,per ammonirci...Ecco" ora sono passati e la visione si allontana in una nuvola d'oro perdendosi nell'immensità del cielo azzurro d'Italia. E' passata la storia della Patria,quella di una volta,quella del passato,quella che adorammo. Essa si invola portando con sè la FEDE,l'ONORE,il VALORE,la DIGNITA' e la GLORIA che furono le nostre lapidarie leggi incise a caratteri di fuoco sulle tavole della vita e che oggi sono distrutte da un furore suicida...Oggi si disprezza tutto ciò che è stato creato di nobile e di virtuoso basato sull'esaltazione dei valori spirituali,si nega la fede,non si ama la famiglia,si disdegna l'onore,si dileggia il pudore e la dignità umana e non si riconosce la Patria. Il materialismo più deleterio e animalesco sta uccidendo lo spirito e l'uomo ritorna alle origini." Fausto Mandelli Soffusi dalla triste luce crepuscolare che oggi ammanta la nostra società in declino,mi appaiono i volti,gli amari ma non rassegnati sorrisi,di un gruppo di uomini. Essi sono gli eredi silenziosi dei nostri antichi Eroi. Nessuno conoscerà mai i loro volti. Nessuno saprà mai del loro sacrificio. Nessuno saprà mai fino a che punto amarono l'Italia. Il mio ammonimento è questo: Che Palermo,che l'Italia,non si macchi oggi del loro sangue. Da ogni goccia del loro sangue caduta nella nuda terra,intere legioni sorgeranno,così come dal sangue dei giudici caduti nella lotta alla mafia,nacque,nel cuore di alcuni,la determinazione invincibile,la fede incrollabile, nella vittoria finale. Al materialismo più deleterio,all'abiura di tutti i valori più elevati dell'uomo,si contrappone la fede,il coraggio,l'onore,la luce,di questi guerrieri silenziosi,testimoni viventi di tutto ciò che eleva l'uomo,gradino dopo gradino,faticosamente,dalla condizione di bestia a quella di eroe. Essi sono,e rimarranno,i fedeli testimoni di quello spirito indomito che perse tante battaglie ma che non perse mai una guerra. A loro,oggi,sento di dedicare queste parole. A loro,artefici delle maggiori vittorie contro la mafia e bersagli principali,oggi,della feroce vendetta mafiosa. Essere il nemico numero uno della mafia,essere l'incubo dei grandi boss,è un onore poichè sancisce l'aver svolto il proprio dovere,da servitore dello Stato,fino alla fine. Aver creduto,aver sperato,aver combattuto,aver riso e pianto al vostro fianco è stato un onore e un privilegio. Comunque vada...la corsa continuerà sulle gambe di altri uomini,di altri combattenti,di altri italiani. " A costoro nè termine di cose io pongo nè di tempo: a loro ho dato imperio senza fine."
  14. Caro Gianni,mi inviti a scrivere su questo forum pagine di storia poco o addirittura sconosciute ma io oggi,attraverso una di esse,voglio ringraziare il direttivo di questo forum che ha voluto concedermi quel nastrino che adesso compare sotto le mie parole. Voglio spiegare perchè non l'ho fatto prima.Ripensando in questi giorni alla mia vita,devo ammettere che essa ha avuto,per molti aspetti,il carattere della straordinarietà. Quello che ha reso la mia vita un percorso fuori dai canoni non è solo il portare un nome storico o aver fatto scelte controcorrente. Il vero valore della straordinarietà della mia vita è dato dall'essere nata e cresciuta tra Eroi in carne ed ossa. Ricordo certe cene a casa mia. Ricordo che,intorno a quella tavola,si ritrovavano persone straordinarie che furono i miei veri "zii". Ascoltavo le loro parole,i loro racconti,come chi beve ad una fonte inesauribile di valori talmente elevati,pagati ad un prezzo talmente estremo,da aver segnato,con le loro parole,il cammino della mia esistenza. A volte,intorno a quella tavola,sedevano quattro o cinque medaglie d'oro al valor militare. Ma più ancora,sedevano uomini capaci di inculcare,in chi li ascoltava e ne conosceva i gesti,la quotidianità,le azioni,la dignità e la fierezza,il senso vero,profondo della vita. Non mi sono mai piaciute le persone falsamente umili. Amo le persone fieramente umili. Quando scrivo che sono una persona con pochi meriti e poche qualità non lo faccio per celiare o per finta umiltà ma perchè,qualunque cosa io faccia nella vita,ho avuto un metro di paragone talmente elevato,talmente grande,da ricordarmi sempre che sono altri quelli che meritano riconoscimenti. Enrico Reginato è stato uno dei miei "zii". Una delle persone con le quali ho dischiuso l'anima alla vita. Dopo aver letto quanto posterò adesso,comprenderete che per me è difficile ritenermi degna di qualunque riconoscimento ma,se nel mio piccolissimo percorso,ho fatto qualcosa per meritare questo onore,è a questi uomini,grazie ai quali ho imparato a vivere,che dedico quel nastrino. "Tenente medico Enrico Reginato, medaglia d'oro al V.M. Battaglione Sciatori Monte Cervino, Corpo d'Armata Alpino: 'Io non ero presente alla giornata e alla battaglia di Nikolajewka; ero già, da tempo, in prigionia in mano dei russi. Ma appunto per ciò fui testimone delle estreme conseguenze della ritirata degli alpini (e di tutta l'armata italiana) in quell'inverno 1942-43, quando a conclusione della ritirata stessa per molte decine di migliaia di italiani si apri l'appendice e il periodo della prigionia russa. Sono stato testimone delle sofferenze che prolungarono a innumerevoli alpini le sofferenze della ritirata: gli innumerevoli e quasi sempre mortali patimenti di quanti fra gli alpini non riuscirono a varcare il cancello di libertà di Nikolajewka. Da allora penso che ritirata e prigionia costituirono un tutt'uno, la completezza di un calvario cosi irto di dolori e cosi prolungato nel tempo e nell'infinita varietà di patimenti da non consentire alla mente umana di concepirlo. Io ho visto soffrire e morire, in modo inenarrabile, e ne do qui inadeguata testimonianza, affinchè il ricordo appassionato almeno permanga e sia di insegnamento al giorno d'oggi, e tutto sia fatto nel campo della dignità e della tutela dell'uomo al fine di tenere lontana la gioventù attuale dal ripetersi dei patimenti allora sofferti dagli alpini, e da quanti ebbero la suprema sventura di cadere in una prigionia quale fu quella che subimmo in mano dei russi. Abbiamo visto colonne di prigionieri sospinti per giorni e settimane da urli, spari e percosse andar sempre più assottigliandosi perché chi non si reggeva per la stanchezza veniva finito con le armi. Abbiamo sentito levarsi invocazioni disperate 'dottore aiutami, non ne posso più', ma anche i dottori non ne potevano più; si coprivano le orecchie con le mani per non udire quelle voci e in quell'istante avrebbero voluto morire per non sentire scaricare le armi sul caduto. Abbiamo visto le strade segnate da cadaveri che genti e corvi profanavano: le prime per recuperare le vesti, i secondi per sfamarsi. Abbiamo assistito a spogliazioni di scarpe, di vesti, di oggetti di ogni genere, appartenenti a uomini sfiniti che non potevano reagire di fronte alla violenza. Abbiamo visto uomini disperati per fame tentare di eluderela sorveglianza per cercare del cibo, e venir abbattuti come cani. Abbiamo visto esseri umani abbrutirsi per l'infinita stanchezza, un'umanità degradata nella quale pochi si sentivano ancora fratelli al vicino o sentivano ancora pietà per il debole o il morente. Lo spirito di cameratismo che aveva legato, un tempo, i combattenti tra loro, sembrava finito con l'abbandono delle armi. Abbiamo visto entrare in campi di raccolta migliaia di uomini di molteplici nazionalità e uscirne vive poche centinaia nel breve arco di tempo di 30 giorni e, in quei trenta giorni, il dolore toccare il vertice dell'inumano. I ricoveri, esposti ai rigori del clima, erano gremiti fino all'inverosimile di uomini doloranti: l'odore acre della cancrena ristagnava ovunque; la fame distruggeva i corpi, la dissenteria completava l'opera di disfacimento di esseri umani martoriati da fame e sete e da parassiti che brulicavano nelle barbe incolte e sotto le vestì sudice e lacere. Un buio tragico e ossessionante scendeva su questi orrori fin dalle prime ore della sera, interrotto ogni tanto da torce agitate da figure umane urlanti che prelevavano uomini per il lavoro; poi tornava un cupo silenzio dì morte interrotto da grida di dolore, da gemiti, da invocazioni pronunciate nelle più diverse lingue, da preghiere elevate al cielo ad alta voce da qualche cappellano. Abbiamo visto uomini diventare, per fame, feroci come lupi. Alle prime distribuzioni di cibo, come colti da improvvisa follia, spettri umani si levavano e si precipitavano urlando e schiacciandosi, rovesciando a terra ogni cosa, buttandosi al suolo per succhiare il fango impastato con il cibo sparso. Guardiani armati di spranghe di ferro dovevano far scorta al pane per difenderlo dai branchi di uomini in agguato che si avventavano per impossessarsene. Finalmente vennero convogli ferroviari a caricare e portare altrove questo resto di umanità carica di dolore e di parassiti: i convogli scaricavano i superstiti in altri campi che li accoglievano per rigettarli in fosse comuni; in essi li attendeva non la salvezza, ma il tifo, la tubercolosi, la difterite, la pellagra e ogni altro male. I lazzaretti (cosi venivano chiamati i luoghi dove si moriva], erano uno spettacolo drammatico e straziante; corpi discesi su pancacci di legno o sulla nuda terra si sfasciavano per morbi sconosciuti. La morte passava come un'ombra senza requie: ogni giorno volti nuovi, nuove sofferenze; cervelli sconvolti dalla pazzia, deliri, dissenterie, arti deformati dagli edemi, ferite corrose dalla cancrena. I medici e i sanitari si trascinavano fra quegli infelici fintanto che il male portasse via anche loro. Ricorderò per sempre che un giorno, in un campo di concentramento, durante l'infuriare di una epidemia che giorno e notte mieteva innumerevoli vite umane, mi si avvicinò un giovane ufficiale medico austriaco, che parlava correntemente l'italiano. Egli mi espresse il desiderio di uscire dalla zona non infetta del campo per assistere gli ammalati, quasi tutti italiani. Lo sconsigliai per il grande pericolo al quale si esponeva; ma insistette con queste parole: 'Collega, la prego, io non voglio perdere questa grande occasione di essere medico e cristiano'. Profuse generosamente la sua arte e le sue energie per i contagiati; contagiato lui stesso, non trovò più in sé la forza di vincere il male che con parole semplici e grandi si era prefisso di combattere. Si spense con la serena dolcezza di chi è consapevole di non aver perduto né di fronte a Dio né di fronte agli uomini la grande occasione. Era difficile fare il medico, in quelle circostanze. I medicinali scarseggiavano, le poche fiale di analettici, per lo più canfora, dovevano essere utilizzate solo nei casi estremi. Bisognava dosare tutti i farmaci con assoluta parsimonia, valutare lo stato di gravita di ciascun malato, decidere chi doveva avere la precedenza, stabilire una inutile graduatoria e talvolta si trattava di scegliere tra un paziente che invocava il medico nella sua stessa lingua e un altro sconosciuto figlio di Dio. I superstiti di tutti questi mali, uscirono dai lazzaretti con passi incerti e vacillanti. Quelli che alcuni mesi prima erano soldati pieni di vitalità e comandanti autorevoli, apparivano scheletri tenuti assieme da pelle ruvida e squamosa. Le fisionomie erano irriconoscibili; i capelli aridi, incanutiti; gli occhi immersi nelle occhiaie profonde; la cute del viso raggrinzita in minime rughe, il sorriso una smorfia che lentamente si ricomponeva; i denti vacillanti su gengive brune e sanguinanti, le unghie delle mani e dei piedi segnate da un solco trasversale che pareva segnasse l'inizio della sofferenza. Molti avevano perduto fino al 40-50% del loro peso; attoniti, assenti, dovevano pensare a lungo prima di ricordare il loro nome; sembravano esseri spettrali usciti da un mondo irreale, insofferenti ed indifferenti a tutto che non fosse la distribuzione del cibo. I mesi, gli anni di detenzione, non furono che tappe di un lungo calvario di rovina e di morte. Morte per esaurimento fisico, per interminabili marce, per i colpi spietati degli uomini di scorta, per epidemie incontrollabili, per inanizione. I superstiti, smarriti dal crollo repentino di ogni illusione, tormentati dalla fame, dalla miseria, dalla paura, rimasero, costretti ai più duri lavori, per anni in balia del nemico, il quale, con abilità e perseveranza, cercò di catturarne anche l'anima ed imporre la propria ideologia. I detentori che avevano i corpi di quei vinti volevano il trofeo delle loro anime per vincerli due volte usando l'arma della propaganda e del ricatto: 'tu devi cambiare opinione altrimenti non rivedrai né la patria né la madre, né la sposa e i figli'. Questo fu l'infame ricatto: cedere dignità, coscienza e fede in cambio di ciò cui i prigionieri avevano diritto senza concessioni e senza compromessi. Finalmente, un giorno arrivò un ordine nei campi: i prigionieri non dovevano più morire; i medici dovevano attenersi ad esso sotto minaccia di gravi punizioni. Che cosa significava questa nuova disposizione? Invero la morte non si lascia impartire comandi. L'ordine voleva dire semplicemente che le restrizioni che determinavano la morte dei prigionieri dovevano cessare. Venne, allora, concesso un miglioramento di vitto, modesto ma pure essenziale; vennero presi provvedimenti che crearono condizioni possibili di vita, la lotta contro i parassiti si fece efficace, i medici trovarono meno arduo il loro lavoro disponendo di una quantità maggiore di mezzi, in ambienti più igienici ed adeguati. Ciò bastò per notare nei prigionieri una lenta ripresa delle forze, un miglioramento progressivo dei rapporti sociali, un ritrovamento di dignità e coscienza, un albeggiare di nuove speranze. Si riallacciarono vecchie amicizie, si riprese man mano a pensare, a parlare, a pregare, a confidarsi, a sperare, a credere nella salvezza. Ma ciò fu raggiunto quando già da tempo le fiamme della guerra si erano spente e nel resto del mondo iniziava, con la pace, una lenta resurrezione'. (da 'Nikolajewka : C'ero anch'io)." Ho ritrovato tra le tante fotografie di famiglia, una fotografia che un giorno forse pubblicherò per il suo valore storico, morale, umano. Ad un tavolo sono seduti mio padre e mia madre sorridenti, alle loro spalle, chinati verso di loro quasi per circondarli in un comune abbraccio tre compagni di prigionia: Don Giovanni Brevi, MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Gen.Enrico Reginato MOVM 12 anni di prigionia in siberia; Don Enelio Franzoni MOVM rientrato nel 1946 con mio padre. Tre medaglie d'oro al valor militare che stringono in un unico abbraccio il loro compagno più giovane. Mi guardano da quella foto e mi sorridono tutti. Sono i sopravvissuti dei Lager russi. Sono gli "zii" della mia fanciullezza. Sono la Storia che, attraverso i loro visi sorridenti, ci insegna che non c'è orrore, non c'è sofferenza, non c'è supplizio che non possa essere vinto con le armi della Fede, della Speranza e dell'Amore.
  15. Solo alle 2 di questa mattina mi sono accorta che avevo lasciato aperto il collegamento con il forum e ho letto ciò che hai scritto,Gianni. Ma ero troppo stanca per rispondere subito E poi...sto diventando forzatamente saggia ultimamente...conto fino a cento prima di parlare mettendo la museruola al "leone" che si agita in me. Questo è necessario adesso. Nonostante io sia solo una piccola persona con pochi meriti e poche qualità,le mie parole pesano in certe circostanze e in certi ambiti. Il momento è delicato. Gli equilibri molto precari, e bisogna lavorare affinchè non si ripetano certe pagine terribili della nostra storia passata. Credo che la tua sensazione non sia sbagliata. Bisogna mantenere calma e freddezza in questo momento per non lasciarsi travolgere dall'emotività e non lasciarsi provocare. E' questo quello che alcuni vogliono. Si sta usando l'arma della provocazione per arrivare ad un scontro frontale che potrebbe portare l'Italia sull'orlo di un baratro. Ci siamo molto molto vicini. Ora più che mai bisogna conservare equilibrio e non lasciarsi travolgere da questo "gioco" pericoloso. Ciò che mi conforta è che vedo,vivo, il riavvicinarsi tra loro di tante fette della sociatà civile che prima erano distanti. Ora avvertono la necessità di unirsi,di unire le forze,a favore della democrazia,della pace,della giustizia sociale. Certo,è un'Idra a molte teste e questo può renderla ingestibile ed è per questo che bisogna lavorare attraverso il dialogo paziente e continuo affichè queste forze non tracimino dal loro reale obiettivo che è quello di riportare questo paese su binari civili,democratici. Questo è il primo passo necessario. Poi...poi rispondo con le parole di un grande spartano: "Ricorda chi eravamo". L'ordine più semplice che un re possa dare. "Ricorda perché siamo morti". Lui non desiderava tributi, o canzoni, o monumenti, o poemi di guerra e coraggio. Il suo desiderio era semplice: "ricorda chi eravamo", così mi ha detto. Era la sua speranza. Se un'anima libera dovesse arrivare in questo luogo, negli innumerevoli secoli di là da venire, possano tutte le nostre voci sussurrarti dalle pietre senza età, "va a dire agli spartani, viandante, che qui, secondo la legge di Sparta, noi giacciamo". Il tempo gli ha dato ragione, perché da greco libero a greco libero si è tramandata la notizia che il prode Leonida e i suoi 300 soldati, così lontani da casa, hanno dato la vita, non solo per Sparta, ma per tutta la Grecia e per la speranza difesa da questa nazione. Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti, e prima che questa battaglia sia finita, che persino un dio-re può sanguinare". "L'Italia è nostra e non di altri. Tutto il nostro sangue per essa." E io aggiungo...fino all'ultima goccia.
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