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Febea

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    "Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto"(Seneca, De brevitate vitae)

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    Festa della marineria, La Spezia 14/06/09; XVI lic. uff. ssk526 S. Todaro, Chioggia 18/10/09; XVII lic. uff. Magg. (GN) C. Laurenti, Muggiano/La Spezia 10/04/10; XX lic. uff. 2°C° Sil MOVM Pietro Venuti, Monfalcone 19/03/11; XIV raduno nazionale SSK 518 Nazario Sauro, Genova 16/10/11

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  1. Proprio agli sgoccioli di questo intenso anno decido di aprire un nuovo topic per sincero capriccio poetico :s10: sulla scia de "Il mare nelle canzoni italiane": il filo rosso è con certezza il mare, ma molto probabilmente anche un'affermazione di Montale: "So che l'arte della parola è anch'essa musica, sebbene abbia poco a che fare con le leggi dell'acustica". :s02: Gli esponenti più importanti della poesia italiana hanno prodotto opere e componimenti significativi: i nomi degli autori si rincorrono senza troppa difficoltà in un elenco fluido: Carducci, Pascoli, d'Annunzio, Saba, Ungaretti, Montale, Pavese e altri ancora. L'intenzione e le idee c'erano già da qualche mese, ma ammetto che l'ampiezza del materiale a disposizione e l'impegno di organizzarlo in modo serio mi hanno fatto tentennare, così, dopo vari pensa e ripensa, mi butto oggi nel vasto mare facendomi forte del fatto che non devo elaborare una tesi di laurea e che posso contare sui contributi di tanti C.ti: molti di voi hanno una poesia nel cuore. Intanto inizio io con qualche goccia. RIASSUMENDO Carducci G., San Martino Pascoli G., Dalla spiaggia, in Myricae Tristezze Pascoli G., La baia tranquilla, in Myricae Tristezze Pascoli G., La sirena, in Myricae Tramonti Pascoli G., Il naufrago, in Nuovi poemetti d'Annunzio G., L'onda, in Alcyone Saba U., In riva al mare Saba U., Canzonetta Ungaretti G., Più non muggisce, non sussurra il mare Montale E., Maestrale Montale E., Meriggiare pallido e assorto Montale E., Antico, sono ubriacato dalla voce Pavese C., Di salmastro e di terra, in La terra e la morte Leopardi G., Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea, in I Canti Leopardi G., L'infinto Leopardi G., A Silvia Leopardi G., Aspasia Leopardi G., Ad Angelo Mai Bellati A., ...A sud est Quasimodo S., Le morte chitarre Quasimodo S., S'ode ancora il mare Montale E., Su una lettera non scritta Montale E., Serenata indiana Autore sconosciuto, poesia in dialetto genovese Montale E., L'anguilla Montale E., Clivo Foscolo U., A Zacinto Foscolo U., Dei Sepolcri Alighieri D., Canto V e Canto XXVI Carducci G., San Martino La nebbia agli irti colli Piovigginando sale, E sotto il maestrale Urla e biancheggia il mar; Ma per le vie del borgo Dal ribollir de' tini Va l'aspro odor de i vini L'anime a rallegrar. Gira su' ceppi accesi Lo spiedo scoppiettando: Sta il cacciator fischiando Su l'uscio a rimirar Tra le rossastre nubi Stormi d'uccelli neri, Com'esuli pensieri, Nel vespero migrar. Pascoli G., Dalla spiaggia, in Myricae Tristezze C'è sopra il mare tutto abbonacciato il tremolare quasi d'una maglia: in fondo in fondo un ermo colonnato, nivee colonne d'un candor che abbaglia: una rovina bianca e solitaria, là dove azzurra è l'acqua come l'aria: il mare nella calma dell'estate ne canta tra le sue larghe sorsate. O bianco tempio che credei vedere nel chiaro giorno, dove sei vanito? Due barche stanno immobilmente nere, due barche in panna in mezzo all'infinito. E le due barche sembrano due bare smarrite in mezzo all'infinito mare; e piano il mare scivola alla riva e ne sospira nella calma estiva. Pascoli G., La baia tranquilla, in Myricae Tristezze Getta l'ancora, amor mio: non un'onda in questa baia. Quale assiduo sciacquìo fanno l'acque tra la ghiaia! Vien dal lido solatìo, vien di là dalla giuncaia, lungo vien come un addio, un cantar di marinaia. Tra le vetrici e gli ontani vedi un fiume luccicare; uno stormo di gabbiani nel turchino biancheggiare; e sul poggio, più lontani, i cipressi neri stare. Mare ! Mare! dolce là, dal poggio azzurro, il tuo urlo e il tuo sussurro. Pascoli G., La sirena, in Myricae Tramonti La sera, fra il sussurrìo lento dell'acqua che succhia la rena, dal mare nebbioso un lamento si leva: il tuo canto, o Sirena. E sembra che salga, che salga, poi rompa in un gemito grave. E l'onda sospira tra l'alga, e passa una larva di nave: un'ombra di nave che sfuma nel grigio, ove muore quel grido; che porta con sé, nella bruma, dei cuori che tornano al lido: al lido che fugge, che scese già nella caligine, via; che porta via tutto, le chiese che suonano l'avemaria, le case che su per la balza nel grigio traspaiono appena, e l'ombra del fumo che s'alza tra forse il brusìo della cena. Pascoli G., Il naufrago, in Nuovi poemetti Il mare, al buio, fu cattivo. Urlava sotto gli schiocchi della folgore! Ora qua e là brilla in rosa la sua bava. Intorno a mucchi d'alga ora si dora la bava sua lungi da lui. S'effonde l'alito salso alla novella aurora. Vengono e vanno in un sussurro l'onde. Sembra che l'una dopo l'altra salga per veder meglio. E chiede una, risponde l'altra, spiando tra quei mucchi d'alga... "Chi è? Non so. Chi sei? Che fai? Più nulla. Dorme? Non so. Sì: non si muove". E il mare perennemente avanti lui si culla. Noi gli occhi aperti ti baciamo ignare. Che guardi? Il vento ti spezzò la nave? Il vento vano che, sì, è, né pare? E tu chi sei? Noi, quasi miti schiave, moviamo insieme, noi moriamo insieme costì con un rammarichìo soave... Siamo onde, onda che canta, onda che geme... Tu guardi triste. E dunque tua forse era la voce che parea maledicesse nell'alta notte in mezzo alla bufera! Non siamo onde superbe, onde sommesse. Onde, e non più. L'acqua del mare è tanta! Siamo in un attimo, e non mai le stesse. Ora io son quella che già s'è franta. Ed io già quella ch'ora là si frange. L'onda che geme ora è lassù, che canta; l'onda che ride, ai piedi tuoi già piange. Noi siamo quello che sei tu: non siamo. L'ombre del moto siamo. E ci son onde anche tra voi, figli del rosso Adamo? Non sono. È il vento ch'agita, confonde, mesce, alza, abbassa; è il vento che ci schiaccia contro gli scogli e rotola alle sponde. Pace! Pace! È tornata la bonaccia. Pace! È tornata la serenità. Tu dormi, e par che in sogno apra le braccia. Onde! Onde! Onda che viene, onda che va... d'Annunzio G., L'onda, in Alcyone Nella cala tranquilla scintilla, intesto di scaglia come l'antica lorica del catafratto, il Mare. Sembra trascolorare. S'argenta? S'oscura? A un tratto come colpo dismaglia l'arme, la forza del vento l'intacca. Non dura. Nasce l'onda fiacca, súbito s'ammorza. Il vento rinforza. Altra onda nasce, si perde, come agnello che pasce pel verde: un fiocco di spuma che balza! Ma il vento riviene, rincalza, ridonda. Altra onda s'alza, nel suo nascimento più lene che ventre virginale! Palpita, sale, si gonfia, s'incurva, s'alluma, propende. Il dorso ampio splende come cristallo; la cima leggiera s'aruffa come criniera nivea di cavallo. Il vento la scavezza. L'onda si spezza, precipita nel cavo del solco sonora; spumeggia, biancheggia, s'infiora, odora, travolge la cuora, trae l'alga e l'ulva; s'allunga, rotola, galoppa; intoppa in altra cui 'l vento diè tempra diversa; l'avversa, l'assalta, la sormonta, vi si mesce, s'accresce. Di spruzzi, di sprazzi, di fiocchi, d'iridi ferve nella risacca; par che di crisopazzi scintilli e di berilli viridi a sacca. O sua favella! Sciacqua, sciaborda, scroscia, schiocca, schianta, romba, ride, canta, accorda, discorda, tutte accoglie e fonde le dissonanze acute nelle sue volute profonde, libera e bella, numerosa e folle, possente e molle, creatura viva che gode del suo mistero fugace. E per la riva l'ode la sua sorella scalza dal passo leggero e dalle gambe lisce, Aretusa rapace che rapisce le frutta ond'ha colmo suo grembo. Súbito le balza il cor, le raggia il viso d'oro. Lascia ella il lembo, s'inclina al richiamo canoro; e la selvaggia rapina, l'acerbo suo tesoro oblía nella melode. E anch'ella si gode come l'onda, l'asciutta fura, quasi che tutta la freschezza marina a nembo entro le giunga! Musa, cantai la lode della mia Strofe Lunga. Saba U., In riva al mare Eran le sei del pomeriggio, un giorno chiaro festivo. Dietro al faro, in quelle parti ove s'ode beatamente il suono d'una squilla, la voce d'un fanciullo che gioca in pace intorno alle carcasse di vecchie navi, presso all'ampio mare solo seduto; io giunsi, se non erro, a un culmine del mio dolore umano. Tra i sassi che prendevo per lanciare nell'onda (ed una galleggiante trave era il bersaglio), un coccio ho rinvenuto, un bel coccio marrone, un tempo gaia utile forma nella cucinetta, con le finestre aperte al sole e al verde della collina. E fino a questo un uomo può assomigliarsi, angosciosamente. Passò una barca con la vela gialla, che di giallo tingeva il mare sotto; e il silenzio era estremo. Io della morte non desiderio provai, ma vergogna di non averla ancora unica eletta, d'amare più di lei io qualche cosa che sulla superficie della terra si muove, e illude col soave viso. Saba U., Canzonetta Ero solo in riva al mare, all'azzurro mar natio, e pensavo te amor mio te lontano a villeggiar. Era il vespro, era nel mare presso a scender l'astro d'oro; d'onda in onda un rivol d'oro si vedeva folgorar. Di tra i monti in ciel lo spicchio della bianca luna nacque; si vedeva in un sull'acque il suo argento tremolar Ungaretti G. Più non muggisce, non sussurra il mare, Il mare. Senza i sogni, incolore campo è il mare, Il mare. Fa pietà anche il mare, Il mare. Muovono nuvole irriflesse il mare, Il mare. A fumi tristi cedé il letto il mare, Il mare. Morto è anche lui, vedi, il mare. Il mare. Montale E., Maestrale S'è rifatta la calma nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta. Sulla costa quietata,nei broli, qualche palma a pena svetta. Una carezza disfiora la linea del mare e la scompiglia un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora il cammino ripiglia. Lameggia nella chiaria la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia vita turbata. O mio tronco che additi in questa ebrietudine tarda, ogni rinato aspetto coi germogli fioriti sulle tue mani, guarda: sotto l'azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; nè sosta mai: perchè tutte le immagini portano scritto "più in là!" Montale E., Meriggiare pallido e assorto Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch’ora si rompono ed ora s'intrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Montale E., Antico, sono ubriacato dalla voce Antico, sono ubriacato dalla voce ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono come verdi campane e si ributtano indietro e si disciolgono. La casa delle mie estati lontane, t'era accanto, lo sai, lá nel paese dove il sole cuoce e annuvolano l'aria le zanzare. Come allora oggi in tua presenza impietro, mare, ma non piú degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro. Tu m'hai detto primo che il piccino fermento del mio cuore non era che un momento del tuo; che mi era in fondo la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso e insieme fisso: e svuotarmi cosí d'ogni lordura come tu fai che sbatti sulle sponde tra sugheri alghe asterie le inutili macerie del tuo abisso. Pavese C., Di salmastro e di terra, in La terra e la morte Di salmastro e di terra è il tuo sguardo. Un giorno hai stillato di mare. Ci sono state piante al tuo fianco, calde, sanno ancora di te. L'agave e l'oleandro. Tutto chiudi negli occhi. Di salmastro e di terra hai le vene, il fiato. Bava di vento caldo, ombre di solleone tutto chiudi in te. Sei la voce roca della campagna, il grido della quaglia nascosta, il tepore del sasso. La campagna è fatica, la campagna è dolore. Con la notte il gesto del contadino tace. Sei la grande fatica e la notte che sazia. Come la roccia e l'erba, come terra, sei chiusa; ti sbatti come il mare. La parola non c'è che ti può possedere o fermare. Cogli come la terra gli urti, e ne fai vita, fiato che carezza, silenzio. Sei riarsa come il mare, come un frutto di scoglio, e non dici parole e nessuno ti parla.
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