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GM Andrea

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Everything posted by GM Andrea

  1. GM Andrea

    Quiz: Indovina Il Personaggio

    Sull'onda di un temibile esperimento dell'anno scorso, riparto coi quiz dedicati ai personaggi della R. Marina. Inizio con un Ufficiale non notissimo, anche se credo di potervi fornire utili indizi. Cominciamo con un'istantanea di fine anni '30. Il Nostro è Tenente di Vascello e non sembra affatto contento del posto in cui si trova (e ci credo). Sarà che non aveva brillato in Accademia... Seconda istantanea. Siamo nel 1943. Il Nostro è ancora (!) TV, imbarcato sempre sulla stessa Regia Nave, prima come 2^ DT e poi come 1^ DT. Comincia evidentemente ad averne le tasche piene. In guerra guadagnerà "solo" due MBVM. ...ma le cose cambiano, e dopo due decenni eccolo finalmente sorridente ricoprire un incarico di tutto prestigio. Chi era costui? :s10:
  2. Complimenti a quanti come sempre hanno tenuto alto il nome di Betasom! I simulatori sono davvero eccezionali (le piccole confermano...). Sono stato davvero felice di intervenire "in servizio". BZ
  3. GM Andrea

    Plancia Ammiraglio

    Titolo: PLANCIA AMMIRAGLIO (Voll. I - II - III) Autore: Vittorio Tur Casa editrice: Ediz. Moderne Voll. I e II - Canesi Vol. III Anno di edizione: 1959 - 1960 - 1963 Pagine: 305 - 583 - 602 Dimensioni: 24 x 17 Prezzo: --- Reperibilità : molto difficile Recensione: L'Amm. Vittorio Tur è per lo piu noto per essere stato a capo dell'abortita missione contro Malta, nonchè per la chiacchierata figura del fratello (sul quale per pudore non mi pronuncio). A lui va in ogni caso il merito di avere realizzato, in eta avanzata, questa poderosa opera in tre volumi, purtroppo assai difficili da reperire (il terzo l'ho trovato a Madrid, fate voi), nella quale racconta tutta la sua vita militare. Il primo volume è dedicato all'Accademia Navale (1897-1901), ai primi incarichi e imbarchi e soprattutto alle goliardiche avventure dei guardiamarina. Il secondo va dal 1909 (processo Bettolo) alla fine della prima guerra mondiale. Di fatto è una dettagliatissima storia della RM nella prima guerra, con speciale attenzione alle vicende della fanteria di Marina, di cui Tur fu fiero Ufficiale. Il terzo va dal 1922 al 1944, attraverso i via via crescenti incarichi ricoperti dall'Autore: Com.te la Giulio Cesare, la Divisione Africa Orientale nella guerra d'Etiopia, la Missione Navale in Spagna, la Forza Navale Speciale. Il pregio delle opere è la mole davvero impressionante di fatti ricordati e soprattutto di persone citate (centinaia se non migliaia), con ghiotte notizie inedite, e in piu con un utilissimo - e spesso altrove assente - indice dei nomi alla fine dei volumi. Volete sapere com'era Cavagnari da TV? O Bernotti da CC? Eccovi accontentati. Non mancano in gran numero fotografie d'epoca. Direi che è un testo, per quanto raro e poco noto, di assoluto interesse per gli appassionati. ATTENZIONE: parte della presente recensione è stata copiata di sana pianta su altro forum, gabellandola come farina del proprio sacco. Lascio al lettore il giudizio sul noto copiaincollatore.
  4. Ricevo dall'ANMI di Monfalcone e da Enrico Cernigoi la segnalazione sulla mostra in oggetto: L’ANMI di Monfalcone, da sempre sensibile al mondo subacqueo, è stato più volte ideatore e partecipe di iniziative in merito. Nel 2006-2007, in occasione del centenario del cantiere navale, ha collaborato con l’Associazione Tempora all’allestimento della mostra “Sommergibili Tecnologia e cantieristica”, prima grande manifestazione sul tema tenutasi in città, nel 2011, di concerto con la Marina Militare ed il Comune, ha realizzato il 1° Raduno Nazionale dei Sommergibilisti. Quest’anno il Gruppo ha ritenuto di farsi promotore di un’ulteriore iniziativa in occasione della ricorrenza, il14 aprile, dell’ottantesimo anniversario della morte del Generale Ispettore del Genio Navale, Curio Bernardis, udinese di nascita, ideatore e progettatore, anche su licenza di Marine straniere, di ben 103 sommergibili, universalmente noti come “tipo Bernardis”. Per onorare compiutamente l’anniversario, pur nei limiti imposti dall’attuale pandemia, in un continuo e proficuo lavoro di collaborazione con la Consulta della Cultura del Comune di Monfalcone e con il Museo della Cantieristica, massima espressione della marinità in città, è stata realizzata la mostra-evento “I 600 di Monfalcone 1932 – 1942 – Nel silenzio degli abissi”. Con questa esposizione la nostra Associazione ha voluto ricordare la storia dei 25 sommergibili della classe 600 costruiti dall’allora Cantieri Riuniti dell’Adriatico (CRDA). In particolare, la rassegna vuole ricordare le maestranze del cantiere che provvidero alla loro costruzione(moltissime delle quali, tra l’altro, furono inquadrate nella leva di mare e combatterono su questi battelli) e le vicende di detti mezzi e dei marinai che sugli stessi prestarono servizio. All’argomento sono state sono state dedicate due pubblicazioni. La prima, il libro catalogo della mostra curato dal T.V. G.N. Cpl. Marino Ravalico, (prefazione dell’contrammiraglio Roberto Semi) narra le imprese, fortunate e meno, dei 25 sommergibili classe 600 (di cui solo 6 riuscirono a salvarsi, 8 si autoaffondarono e 11 scomparvero con l’intero equipaggio); la seconda, “Il Regio Sommergibile Perla” (prefazione del Comandante in capo della squadra navale, Ammiraglio di squadra Paolo Treu) scritto da Enrico Cernigoi ne tratta, attraverso interviste e diari, le vicende ,dalla tragedia dell’avvelenamento di parte dell’equipaggio nel Mar Rosso, all’incredibile viaggio di 81 giorni e di 13000 miglia di oceani percorsi per ritornare in Italia da Massaua, all’attraversamento notturno in superficie dello stretto di Gibilterra. Trai tanti uomini del cantiere ricordiamo il ‘comandante’ Contrammiraglio Oscar Gran, triestino, medaglia d’Argento al valore, che visse eroicamente l’epopea dei 600 prima come ufficiale in 2° dell’Alagi durante l’allestimento dello stesso presso Marinalles Monfalcone e poi, in guerra, come comandante dell’Aradam e dell’Otaria, tre dei sommergibili costruiti nel Cantiere della nostra città. Comandante d’armamento dell’Italcantieri negli anni ‘60, ci ha lasciato 45 anni fa, il 3 luglio. A lui, al generale Curio Bernardis, ed ai 525 Ufficiali, sottufficiali e marinai (di cui 490 riposano nel silenzio degli abissi) periti nell’adempimento del loro dovere sui 25 sommergibili va il nostro ricordo.
  5. GM Andrea

    la spia italiana

    In merito alla presente discussione pubblico un intervento di Enrico Cernuschi Indipendentemente dalla vicenda di questi giorni di cui all’oggetto, storia riportata con insolito clamore, tempismo e concordia tra loro, dai vari mezzi d’informazione citando, a strettissimo giro di battute d’agenzia, persino il nome dell’accusato di nazionalità italiana (E la Privacy? La presunzione d’innocenza? Il segreto istruttorio? Mah! Sembra il titolo di un vecchio film: Sbatti il mostro in prima pagina), e circa la quale l’unica formula possibile è il classico (e spesso passabilmente pilatesco) “Si confida nell’opera della Magistratura”, mi permetto di fornire, qui di seguito, alcune osservazioni di carattere storico nel tentativo di fare immediata chiarezza. “…se non sbaglio durante la guerra un ufficiale italiano fu accusato di connivenza con gli Inglesi e incolpato di tutti i disastri che succedevano ai convogli di rifornimenti verso la Libia (era detta la rotta della morte per le grandi perdite). Il poveretto passò tutta la vita con questa infamia, cercando di dimostrare che non era vero e mori senza aver avuto soddisfazione. Venti anni dopo la fine della guerra, gli Inglesi desecretarono un documento nel quale si affermava che - essendo riusciti a "bucare" il codice di Enigma - erano a conoscenza di tutto il traffico dei convogli italiani verso la Libia. Potevano dirlo prima e riabilitare così il nome di quell'ufficiale, ma non lo fecero. Spero di ricordare bene anche nei particolari. Forse qualcuno ne sa più di me; l'ho letto ma non ricordo più dove” Siamo davanti a un mix di ricordi corretti e sbagliati (niente di strano o di colpevole; provate a mettere d’accordo i testimoni di un incidente stradale e vedrete cosa salta fuori). In dettaglio: … durante la guerra un ufficiale italiano fu accusato di connivenza con gli Inglesi … Sono noti, in letteratura, due casi: il generale Calvi di Bergolo, genero di Re Vittorio Emanuele III. Quell’ufficiale, a quel tempo comandante della divisione Centauro, fu indicato, nel marzo 1943, dagli inglesi, tramite i soliti agenti doppi che pullulavano nei due Servizi germanici (si pensi solo a Eddie Chapman e al film con Christopher Plummer e Yul Brinner), come spia al servizio dell’Intelligence britannica, nonché reo di aver sabotato per l’occasione l’ultima offensiva di Rommel, fallita tempo 24 ore contro l’Ottava armata sul fronte sud tunisino. Provinciali come pochi e ostili, da buoni nazisti, alle monarchie in quanto tali e a quella dei Savoia in particolare (a partire, beninteso, da Hitler), i tedeschi non solo abboccarono, ma mangiarono, oltre all’esca, pure l’amo e mezzo metro di bava. L’inganno non fu rivelato vent’anni dopo, ma soltanto nel 1974 da Frederick Winterbotham nel proprio The Ultra Secret, opera che Mariano Gabriele definì, durante una memorabile tavola rotonda di Storia Illustrata diretta da Franco Bandini e pubblicata sul numero di dicembre del 1980, alla stregua delle storie di Guerrino il meschino e che lui avrebbe bocciato uno studente che si fosse presentato con un simile racconto, ma tant’è. Secondo Bandini la clamorosa e subito pompatissima rivelazione di ULTRA fu, in realtà, una lepre meccanica lanciata apposta per allontanare per decenni gli studiosi e i giornali da altre, e ben più sordide storie di collusioni inconfessabili che proprio in quei mesi stavano saltando fuori, e che avevano già provocato parecchi clamorosi suicidi in Germania e in Gran Bretagna. Un’altra vittima di voci, questa volta d’origine nostrana e meramente casereccia, fu un disgraziato ufficiale in servizio, a quel tempo, a Supermarina e reo, nel novembre 1940, di essere cugino buono, come si dice in Toscana, di un antifascista. Subito allontanato fu, in seguito, scagionato per la metà del dicembre 1940, grazie a una serie di decrittazioni messe a segno dall’allora capitano di corvetta Luigi Donini, mio tutor di crittografia. Quelle decrittazioni smascherarono, su base rigorosamente crittografica, la cosiddetta “Fonte Roberts” dimostrando quello che era, in realtà, quel bollettino informativo diramato periodicamente da Londra alle proprie rappresentanze consolari mediante un codice venduto agli italiani per il tramite di un intermediario svizzero: disinformazione allo stato puro cui sia i provincialissimi vertici fascisti, sia i tedeschi, altri acquirenti, per conto proprio, di quella medesima polpetta avvelenata e che amavano leggere proprio il genere di notizie che veniva loro passato in tal modo: italiani infidi e corrotti proprio come ai tempi del Rinascimento eccetera. Tirato fuori con tante scuse, il poveretto fu destinato in Africa Settentrionali, ma morì nel viaggio di trasferimento, nel giugno 1942, in occasione dell'affondamento della nave su cui era occasionalmente imbarcato, il “Miliardo galleggiante”, alias l’avviso Diana, riccamente allestito come nave di rappresentanza di Mussolini e appena completato. Il generale dell’Aeronautica Briganti ricorda, nelle proprie memorie, questa vicenda, sia pure in termini – a mio parere – non sempre sereni. … non entro nella polemica trita e ritrita degli ufficiali superiori (e non) della Regia Marina accusati di passare informazioni riservate agli inglesi (sarebbe meglio usare il termine Alleati...) priva di ogni fondamento ed utilizzata alla fine della guerra forse per giustificare gli scarsi risultati conseguiti, figli di una impreparazione di base di tutte le forze armate e non solo della RM… Parole sante. Le voci contro la Marina nascono nel novembre 1940, su idea di Trizzino, giornalista accreditato presso il Ministero dell’Aeronautica, allo scopo di salvare il collo al CSM di quella FA, il generale Francesco Pricolo, di cui Mussolini voleva la testa in seguito ai mancati risultati ottenuti dai bombardieri S 79 contro la portaerei Illustrious il 10 novembre 1940. Entrato nel lungo studio del capo del governo, Pricolo parlò prima del suo interlocutore dicendo che non era possibile andare avanti con una Marina i cui ammiragli erano sposati con donne inglesi, e che il tradimento era palese. Mussolini, il quale si considerava il primo giornalista d’Italia, rimase colpito da una notizia che sembrava fatta apposta per distrarre l’opinione pubblica dall’inatteso stop delle operazioni in Grecia, per tacere della notte di Taranto, e non solo non attaccò più Pricolo, rimasto al suo posto altri 12 mesi, ma ordinò che fosse redatto l’elenco delle famigerate mogli. Il rapporto rivelò che su oltre 5.000 ufficiali in SPE, 66 erano sposati con donne straniere. La percentuale di questo curioso indice di tradimento (di solito è più pericolosa un’amante sconosciuta rispetto a una donna regolarmente impalmata con tanto di pubblicazioni e Regio assenso) era nettamente inferiore rispetto a quelle riscontrate nel Regio Esercito, tra le file della Regia Aeronautica e nell’ambito della stessa MVSN, ma su questo dettaglio si preferì sorvolare, data la logica politica alla base di questa faccenda. Date le famigerate 66, oltretutto, soltanto 10 erano suddite britanniche o, comunque, riconducibili a quel vasto impero, mentre 6 erano tedesche. Forse queste ultime spiavano per il III Reich? In particolare le ammiragliesse erano soltanto 2, una sola delle quali di nazionalità inglese (e nata al Cairo), sposata con l’ammiraglio Falangola, poi aderente alla Repubblica Sociale, ma con la consueta disinvoltura i soliti noti affermarono, poco dopo la guerra, che tutte le 66 donne in questione erano mogli di altrettante greche della Regia Marina con risultati, in termini di presunto scandalo, che ancora oggi riecheggiano, evidentemente, di tanto in tanto allo scopo di giustificare gli errori commessi da una certa guida politica e la fede (anche commerciale) che alcuni tardi epigoni continuavano a nutrire nella presunta infallibilità dell’uomo eccezion fatta, naturalmente, per i tradimenti commessi da qualcuno. Il punto, però, era: quali traditori? L’Aeronautica, pupilla del regime e arma fascista per eccellenza (quantomeno secondo vent’anni di martellante propaganda), no garantito. L’Esercito? Da scartare anch’esso in quanto, se pure c’era stato Badoglio, era altresì vivo e attivo, anche come bandiera, Graziani, quindi niente da fare. Restava, pertanto, solo la Marina, monarchica per eccellenza, disciplinata e che aveva messo in chiaro per iscritto, sin dal 14 aprile 1940, quale fosse davvero la situazione militare e internazionale ammonendo in merito alle conseguenze di un conflitto dato ormai per inevitabile e imminente, ma che proprio per questo motivo non concedeva spazio a dilettantismi di sorta. Tipo, per intenderci, l’invasione in autunno della Grecia con 6 divisioni su due reggimenti contro un Esercito ellenico giù mobilitato che ne schierava 15 su 3 reggimenti l’una; un’operazione basata, come documentò a suo tempo Franco Bandini nel proprio sempre attualissimo (e regolarmente ristampato) Tecnica della sconfitta, sulla futile idea di aver comprato (mediante assegni circolari!) i generali greci e che rappresentò la bancarotta politica del fascismo sin dal novembre 1940. Si dice che Stalin avesse l’abitudine di affermare, cupamente, davanti allo sgomento e sempre più ristretto circolo dei suoi originari fedeli (ridotti a meno di 20 persone nel 1953), nel corso delle periodiche purghe sovietiche: “Più sono innocenti più bisogna fucilarli”. Certi ambienti politici e militari italiani preferirono, naturalmente con minor spargimento di sangue, usare il fango e la calunnia per salvarsi, quantomeno temporaneamente. Dei due sistemi quello russo ha avuto almeno il vantaggio di veder cessare le proprie conseguenze con la morte del dittatore georgiano e la successiva denuncia fatta da Kruscev nel 1956. Il metodo nostrano, per contro, continua ad avvelenare i rapporti tra le FFAA e i sentimenti dei cittadini ancora oggi. Per la cronaca gli estremi archivistici del famoso documento muliebre tanto spesso evocato ed equivocato sono: Archivio Centrale dello Stato, Fondo Ministero Marina, Gabinetto, Busta 87. Aggiungo, infine, che, a parer mio, più che “Alleati”, il termine corretto sarebbe Anglosassoni, tanto per evitare possibili confusioni. … e poi sai che ci voleva ad avere una spia affacciata sul golfo di Napoli o quello di Palermo e dare comunicazione, mica avevamo l'esclusiva delle ville "d'osservazione" (Villa Carmela) … Vero, ma quello che conta è la tempestività dell’informazione. Sono in grado di confermare, sulla base dei documenti originali inglesi del tempo, che - come scrisse a suo tempo il generale Cesare Amè, capo del SIM (il Servizio del Regio Esercito) - non ci fu, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, una sola delle 19 radio trasmittenti britanniche in Italia che non fossero controllate, sin dalla propria prima trasmissione, dai Servizi italiani. Bruno Brivonesi (per la sua condotta oggettivamente mediocre nella "difesa" del convoglio Duisburg), Per la vicenda del Convoglio Duisburg, suggerisco di leggere il recente Six Victories del mio amico Vince O’Hara, dove si dimostra cinematicamente (scienza irrisa da chi non da fare un punto nave, ma che – non di meno - giudica da decenni l’operato di chi era in mare con una sicumera da poltrona degna di miglior causa) cosa successe davvero. Un minuto, forse meno, in più sulla rotta apprezzata da Brivonesi e le navi inglesi, ovviamente oscurate dopo la reazione della III Divisione (non così inefficace come si scrisse subito, per motivi di propaganda, nella versione diramata dai bollettini inglesi ripresi, in seguito, in maniera piuttosto acritica, dai nostri intellettuali, come sempre pronti a credere a qualsiasi cosa, purché sia scritta in una lingua forestiera, oltre che restii a sporcarsi le mani con la polvere degli archivi alla ricerca dei documenti originali, essendo molto più comodo limitarsi a tradurre (male) i libelli del tempo di guerra, acquistabili per pochi soldi a Portobello Road). … Priamo Leonardi (per la caduta di Augusta), Gino Pavesi (per quella di Pantelleria), Alberto Lais, ma più in generale Supermarina nel suo insieme. Circa questi punti mi scuso per l’ineleganza dell’autocitazione ma, in mancanza di altre pubblicazioni, rimando al libro, mio e dell’amico Tirondola, Comando Centrale, uscito nel 2018 e basato, a mo’ di botta e risposta, su quello che fu veramente scritto e documentato, al riguardo, da una parte e dall’altra, sia durante sia dopo la guerra. Le sorprese, come sempre succede quando si approfondisce, non mancheranno. … le vicende di alcuni militari fucilati negli anni '30 proprio per spionaggio, piuttosto che le vicende della 2 GM Mi permetto, ancora una volta, di rimandare al mio “Marinai e spie” pubblicato sulla Rivista Marittima maggio 2012. Il pezzo in parola, disponibile anche on line (https://documenti.site/document/cernuschi-marinai-e-spie.html) ha provocato (e provoca, a quanto pare, ancora oggi) diversi travasi di bile nell’ambito di una certo, piccolo gruppo (altri direbbero gruppuscolo) di nostalgici, tanto da aver spinto qualcuno a prendersi la briga di scrivere persino delle lettere (tutte rigorosamente anonime) di protesta. Purtroppo l’ambiente, già non proprio sereno né felice, del piccolo mondo della storia navale italiana è, ultimamente, piuttosto peggiorato. Coi miei auguri di buona, Santa Pasqua
  6. GM Andrea

    Addio ammiraglio Arena

    Aggiungo le mie condoglianze per la scomparsa dell'Amm. Arena, ricordandone anche la figura di formatore in Accademia Navale
  7. GM Andrea

    Venezia contro l'Inghilterra

    Ringrazio delle benevoli recensioni e aggiungo quella apparsa sull'ultimo numero di Marinai d'Italia a firma delll'amm. Paolo Pagnottella Ancora una brillante, affascinante opera del collaudato duo Cernuschi e Tirondola in grado di appassionare il lettore con un mix di fatti storici, tutti rigorosamente documentati, considerazioni strategiche e temi di economia. Sono trattati, in effetti, vari aspetti delle relazioni internazionali che fanno sempre e perennemente capo a principi in grado, se opportunamente valorizzati e analizzati, di ricostruire lezioni (historia magistra vitae) che dovrebbero costituire il bagaglio di ogni persona colta. Anche questo libro, seguendo in scia gli altri precedenti, fornisce chiavi di lettura e ricostruzioni di periodi storici che solo apparentemente possono sembrare lontani da noi e dagli eventi che stiamo vivendo, ma che in realtà sono così intrecciati e amalgamati in modo tale da risultare profondamente istruttivi. Si tratta, dunque, di un genere di analisi che dovrebbe far parte della preparazione dei futuri decisori nazionali, anziché rimanere confinato, sica pure con la sua bella copertina e nitida veste grafica, sullo scaffale della propria biblioteca personale. Scritto in maniera fluida, accattivante e avvincente quanto e più di un romanzo (come è nello stile, ormai caratteristico, degli autori), questo libro attira sin dalle prime tre righe iniziali l'attenzione del lettore, quasi fosse un cartello di sfida dei Tre moschettieri, dato il proprio dichiarato scopo di voler ribaltare l'immagine negativa che tutti abbiamo, dalla lettura scolastica dei Promessi Sposi in poi, del Seicento italiano. Queste nuove pagine dimostrano, viceversa (con buona pace della comune opinione), che si trattò, per il Bel Paese, di un periodo di successi, sia dal punto di vista economico sia da quello navale e, conseguentemente, politico. Dato questo ambizioso obiettivo, gli autori iniziano la propria sfida ricordando che Venezia, in quel secolo, non solo sconfisse l'Austria con un secco uno-due, ma combatté in seguito un conflitto, ancora oggi assai poco conosciuto e ancor meno valorizzato in chiave di legittimo orgoglio nazionale, contro l’Inghilterra allo scopo di conservare il controllo navale ed economico del Mediterraneo Orientale. Sono illustrate, a questo scopo, le tragicomiche vicende di Sir Kenelm Digby, eroe insuperabile, ancora oggi, degli scolari britannici, e quelle della sua inquietante sposa Venetia o, meglio, Gwyneth (nome che deriva dal regno gallese di Venedotia, guarda un po' cosa si apprende dalla semantica!). Ammiraglio britannico sui generis in quanto autonominatosi tale e digiuno di qualsiasi rudimento di arte nautica, Digby finì per trovarsi, in seguito ai poco limpidi maneggi del suocero e della moglie, nel mezzo di vicende che lo portarono ad affrontare sul mare nientemeno che due grossi professionisti come i comandanti veneziani Federico Nani e Antonio Marino Cappello. Dopo varie peripezie l’inglese finì sconfitto proprio in all’interno di quella rada di Alessandretta che sarebbe tornata, tre secoli dopo, nell'albo d'oro delle imprese della Marina italiana (quasi un destino) in occasione delle celebri imprese dell’incursore solitario Luigi Ferraro, rubacuori di giorno e micidiale sommozzatore di notte, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Prima e dopo quella battaglia sconosciuta del 1628 il libro oggetto di queste poche righe è tutto un susseguirsi di azioni, rapporti delle opposte intelligence delle due parti rinvenuti negli archivi di stato di tre nazioni, doppi e tripli giochi dietro le quinte, codici cifrati, ottimi diplomatici che finiscono incarcerati per poi evadere e flotte che vengono mosse, da Londra e da Venezia, come pedine sulla scacchiera prima dello scontro decisivo. La narrazione degli eventi è sempre frizzante ed è sapientemente arricchita da storie umane apparentemente minori, ma, alla fine, tutte tra loro collegate e risolutive. E ancora, intrighi internazionali e imprese mirabolanti che si intrecciano, cariche di suspense, nel corso dei principali avvenimenti. Viene richiamata, per esempio, la vicenda umana e investigativa del corpulento e geniale cappuccino francese Pacifique de Provins in coppia col francescano italiano Francesco Quaresmio, un nobile convertito non precisamente in linea con il manzoniano Padre Cristoforo, in quanto sanguigno antesignano, con un mezzomarinaro in mano, di Bud Spencer mentre sgomina una squadra d’arrembaggio inglese. I due scoprono, dopo un fortunoso viaggio, molte peripezie e un tradimento a momenti fatale, i gioielli della mitica regina di Saba, preda mancata di Digby e dei suoi mentori. Né mancano vicende, come sempre ignorate, di grande rilievo e che sarebbe bene che ogni italiano o, quantomeno, ogni marinaio italiano, conoscesse. Parlo del grande ammiraglio Marino Torre, trapanese al servizio di Luigi XIII Re di Francia e castigo di dio a danno delle flotte inglesi in Atlantico. In Paesi diversi dal nostro gli avrebbero intitolate piazze, vie, monumenti e navi, e non soltanto il pur eccellente Istituto Nautico della sua città natale. Visto poi che è tornato ai fasti della cronaca parlare di "blocco navale" (della Libia), conviene, ancora, leggere con attenzione le pagine dedicate alla grande strategia veneziana del blocco dei Dardanelli attuato alla metà del ‘600 da un altro grande ammiraglio, Tommaso Morosini, meditando sull’effetto micidiale e risolutivo che quella dura campagna navale, protratta per anni, ebbe sulla politica e sull'economia dell'impero ottomano. Questo non lungo, poco più di 200 pagine, e scorrevolissimo volume si chiude, infine, con l’analisi, spietata, del cosiddetto "Metodo Digby", ossia il sistema, semplice ed efficace, utilizzato da quel curioso personaggio per salvare, al momento del proprio ritorno in patria, il collo dalla mannaia del boia, salvo vendicarsi a danno dei suoi mandanti. Digby, uomo peraltro non privo di meriti personali e di dimostrato coraggio personale, narrò, infatti, per decenni la vicenda di Alessandretta mescolando abilmente fatti e fantasia ed inserendo nei propri sempre rinnovati e parziali racconti qualche goccia di verità, sempre diversa l’una dall’altra, annacquandola debitamente in fiumi di quei pregiudizi che i suoi connazionali erano così ansiosi di leggere, salvo omettere i dettagli imbarazzanti e mentendo a man salva laddove era necessario. Tutto ciò, però, avvenne osservando in ogni occasione le regole proprie di uno stile letterario forbito ed elegante. Ingigantire i propri meriti e sminuire quelli dell’avversario: un metodo che farà testo, da allora in poi, nella storiografia britannica fino a diventare una vera e propria arte. Come prescrisse, nel settembre 1939, Winston Churchill in persona, a quel tempo Primo Lord, all’Ammiragliato: "Le buone notizie devono sempre essere fatte sembrare migliori, quelle cattive smorzate e, talvolta, soppresse". Purtroppo, il Metodo Digby è stato fatto sovente proprio anche da parecchi storici italiani, i quali sono riusciti a trasformare ogni guerra condotta dall'Italia in una sequenza di errori e di crimini (lo ha scritto Sergio Romano sul maggior quotidiano nazionale). Mi auguro, e auguro a tutti gli appassionati di storia marinara, che gli autori vogliano riprendere la loro opera da quest'ultimo capitolo, facendone il soggetto di un nuovo libro dedicato a ad approfondire la storia (quella vera) delle nostre imprese sul mare, tanto denigrate in casa nostra e che meritano, invece, di essere riscritte e consegnate alla memoria collettiva sotto la loro vera luce. Nessuno può farlo meglio di Cernuschi e Tirondola, con il loro rigore di sapienti ricercatori storici nonché accattivanti scrittori di cose di mare. Spero che accolgano questo mio invito, per il bene della cultura, della Marina e della nostra Italia. Paolo Pagnottella
  8. Se possono interessare, vi propino alcune fotuzze dal volume Gli angeli senza ali, Paravia 1939, resoconto di un periodo d'imbarco sul R. Smg. Finzi di Attilio Crepas. Questi era fratello del TV Alberto Crepas, Comandante dell'Argo a BETASOM e Caduto al comando del Romolo. Comandante del Finzi era il TV Dominici, anche lui poi a Bordeaux. GM Andrea
  9. GM Andrea

    Venezia contro l'Inghilterra

    Ringrazio (anche a nome del coautore) per le benevoli recensioni e pubblico due delle mappe che corredano il testo, realizzato dalla sempre felice mano di Vincent O'Hara
  10. Titolo: Una vita in Marina - Dal primo al secondo dopoguerra Autore: Amm. Luciano BIGI Editore: Fondazione Italo Zetti Anno di edizione: 2003 Pagine: 347 Prezzo di mercato: €.25,00 Reperibilità: facile (c/o Fondazione Zetti, info@fondazioneitalozetti.it) Il volume, fuori commercio ma reperibile facilmente presso la Fondazione che l'ha pubblicato, raccoglie le memorie dell'Ammiraglio Luciano Bigi, dal primo al secondo dopoguerra. Dirò subito che purtroppo manca un indice dei nomi, nè sono trattati periodi sicuramente interessanti (accademia, prima guerra mondiale, vicende post 1945). Tuttavia il volume è di sicuro interesse, e si fa leggere. Fra gli incarichi dell'Amm. Bigi (1898-1988), da lui ampiamente ricordati nel testo, ricordo: - STV destinato sul Racchia a Costantinopoli; - com.te TP Fuciliere - responsabile del trasporto sul Tevere del "Monolite Mussolini", ora al Foro Italico; - com.te in 2^ del Colombo nella crociera atalntica del '32 (com.te CF Da Zara); - addetto navale in Persia 1936-1939 - com.te Colombo (crociera 1939) - Capo Ufficio Stampa a SUPERMARINA - com.te Oriani e XI Squadriglia CCTT - Com.te Duca d'Aosta (1942) - responsabile Centro Marina Ancona (1944) - addetto navale a Madrid (1945), in bizzarra coabitazione col suo collega della RSI Un doveroso ringraziamento alla Rivista Marittima che ha segnalato questo bel libro, altrimenti destinato a rimanere immeritatamente sottotraccia.
  11. Titolo: .Malta 1940.1943. La storia inconfessabile Autore: Enrico Cernuschi Casa editrice: in Edibus Anno di edizione: 2015 Pagine: 260 Dimensioni(cm): 24x17 Prezzo: €.20,00 Reperibilità: facilissima In merito al volume in oggetto propongo una recensione, predisposta per un periodico, un po' più dettagliata dell'usuale scheda Dal secondo dopoguerra a oggi l’opinione pubblica, includendo nei limiti di questo termine anche coloro che dovrebbero essere annoverati tra i cultori più avveduti e accorti, si è assuefatta a una vulgata in merito alle vicende del secondo conflitto mondiale che, come tutti i leit motiv, tende a essere ripetuta come un mantra ipnotico diventando, in questo modo, apparentemente indiscutibile e, per ciò stessa, veridica se non addirittura salvifica. Insomma: il trionfo del diabolico Dottor Goebbels, geniale padre padrone della propaganda nazista sin da prima della presa del potere e il cui motto, non a caso, era: “Ripetete mille volte la stessa bugia e questa diventerà una verità”. Così, per quanto attiene alla guerra sul mare, è normale sentir ripetere a macchinetta che tra il 1940 e il 1943 il Mediterraneo è stato un bacino posto sotto il totale controllo britannico, quasi si trattasse di un loch scozzese. Questa egemonia era determinata, a piacimento delle inclinazioni dei critici e degli indignati speciali di turno (sempre alla ricerca di scandali) o dall’inferiorità tecnologica della Regia Marina (che pure c’era, quantomeno nel settore elettronico), oppure dalla applicazione acritica di concetti strategici superati o errati da parte dei vertici della Forza Armata (per non parlare, of course, di una precisa cattiva volontà di alcuni sconfinante nel tradimento). Altri hanno poi aggiunto a queste accuse già di per se pesantissime gli effetti, definiti strabilianti, dell’organizzazione interforze britannica di decrittazione nota come ULTRA e, ultima ma non ultima, l’eterna questione di Malta. Proprio quest’isola, secondo una versione immutabile nei decenni, sarebbe stata la vera spina nel fianco che impedì a un qualsiasi natante dell’Asse, pattini inclusi, di superare impunemente le infrangibili barriere inglesi poste lungo la “Rotta della Morte” che correva dall’Europa all’Africa Settentrionale. Questi assunti non devono stupire, per quanto la realtà dei fatti sia pressoché sempre opposta rispetto a questa facile vulgata. In effetti questo desolante piattino è servito a bella posta in tavola, caldo e indigesto, proprio allo scopo di non indurre nessuno a ragionare in merito al reale andamento di certe faccende; perché è quando si incomincia a pensare, a far di conto e a mettere a confronto le esperienze nostre e altrui, che gli effetti perversi e di lungo periodo di una qualsiasi sconfitta vengono cancellati capitalizzando, casomai, al loro posto i sacrifici di quel tempo passato allo scopo di evitare, per il futuro, di commettere quegli stessi errori abilmente camuffati, allora e in seguito, sotto le false etichette della stupidità di alcuni e della malafede di altri. In fin dei conti il nemico di ieri può essere l’amico di oggi e tornare il nemico di domani. In ogni modo è meglio confondergli le idee con generose dosi di disinformazione, anche perché non è detto che un miracolo come la plateale ignoranza militare del fascismo debba necessariamente ripetersi in seguito realizzando quel “Confound their politics, frustrate their knavish tricks, on Thee our hopes we fix, God save us all” recitato quotidianamente, a mo’ di giaculatoria, dall’inno nazionale di Sua Maestà britannica. Storia e la propaganda sono, infatti, anch’esse un’arma, soprattutto in tempo di pace, come premette Enrico Cernuschi nel proprio Malta 1940-1943. La storia inconfessabile, appena uscito. Dopo avere confutato nel suo «Ultra» La fine di un mito la presunta infallibilità e rilevanza della decrittazione di parte britannica nello scacchiere mediterraneo, il ben noto Autore si dedica, nel volume in parola, a smantellare un’altra consolidata leggenda: quella della presunta importanza decisiva dell’arcipelago maltese nell’economia di quel conflitto. Questo mito è radicato da tempo, se è vero che a soli tre anni dalla fine del conflitto l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Franco Maugeri, in un proprio libro destinato al pubblico anglosassone dedicava un intero capitolo alla questione affermando, senza tema di smentita: “A mio parere, il punto di svolta della guerra è consistito nella nostra decisione di abbandonare il progetto d’invadere Malta. Se l’avessimo conquistata e occupata – riconosco che è un grande “se”, ma le probabilità erano tutte a nostro favore – saremmo stati i padroni del Mediterraneo”. Cifre e documenti dell’epoca alla mano, l’Autore dimostra l’esatto contrario. Dopo un excursus storico sulle vicende dell’arcipelago maltese dai tempi dei Cavalieri Ospitalieri e sulla situazione politica insulare fra le due guerre mondiali, Cernuschi mette in chiaro, sin dal principio, il fatto che Malta costituì, in realtà, un danno (e un errore) proprio a carico degli stessi inglesi. Dopo aver trasferito nel 1935 e, di nuovo, nel 1939, la Mediterranean Fleet dal Grand Harbour di Malta ad Alessandria, l’arcipelago in questione perse, infatti, lo status di grande base navale, ma fu giudicato, non di meno, sempre importante per il governo di Sua Maestà. La sua funzione era quella, intuitiva, di base di operazioni per attaccare il traffico italiano con l’Africa e l’Albania nel caso, sempre più probabile e, addirittura, auspicato, di conflitto con Roma. Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, Malta era pertanto dotata di un imponente, e convenientemente aggiornato, complesso di difese costieri, per tacere di un’enorme rete di sbarramenti minati che ne rendevano le acque praticamente impraticabili, fin sotto la Sicilia, fatte salve unità, come i MAS, di modestissimo pescaggio. La guarnigione era di tutto rispetto mentre le scorte di viveri, munizioni e carburante erano più che sufficienti per durare almeno fino alla fine del 1940. Quanto alla modesta forza aerea disponibile, essa era superiore ai tre leggendari “Fede, Speranza e Carità”, frutto di un’invenzione giornalistica del 1941. Non che la Regia Marina avesse sottovalutato la questione di Malta. Fra le due guerre mondiali erano stati redatti diversi studi, compiutamente descritti nel testo, in merito a un’eventuale invasione. Erano state studiate altresì sia le diverse armi da impiegare (dai sommergibili forzatori di basi alle “idrobombe slittanti” passando, naturalmente, per i mezzi d’assalto) sia un eventuale imbottigliamento del Grand Harbour. Esclusa, tuttavia, con ragione, per il giugno 1940, la possibilità di un “colpo di mano” risolutore da eseguire nelle prime ore del conflitto data la mancanza di sorpresa e lo stato delle difese avversarie, fu necessario rinunciare, nei mesi e negli anni seguenti, anche a quello sbarco che molti ormai auspicavano, prima tra tutti la stessa Regia Marina, dai vertici fino ai giovani ufficiali: quest’impresa, come si dimostra nel testo, oltre a non essere dirimente per le sorti della guerra europea, avrebbe comunque richiesto, da parte tedesca, una mai concessa collaborazione reale (se non soltanto cartacea) in termini di uomini, aerei e supporto logistico, senza contare le ragionevoli probabilità di fallimento legate, comunque, all’orografia, non certo favorevole a un’operazione anfibia, delle pareti a picco sul mare e alle notevoli (e sempre intatte) difese costiere dell’isola. Avvalendosi di una mole di dati statistici, l’Autore dimostra poi che la presenza di Malta, e delle forze in essa stanziate, arrecò all’Asse danni ben minori rispetto a quanto si dà comunemente per scontato e, certamente, non fatali. Né l’aviazione britannica di base nell’isola né, tanto meno, le unità navali, compresa la celebre ed effimera divisione d’incrociatori nota come Forza K, riuscirono a interrompere il flusso di uomini e materiali per l’Africa Settentrionale; ma come fa più rumore il proverbiale albero che cade rispetto alla crescita continua e silenziosa della foresta, rimangono più scolpite, nell’immaginario collettivo, le navi che affondano che non la media, sempre rispettata, di 65.000 tonnellate al mese arrivata indenne sulle coste africane, a dispetto della impenetrabilità della “Rotta della Morte”, saturando ogni volta le capacità di sbarco e immagazzinamento di Tripoli e dei restanti sorgitori libici ed egiziani. Lungi dal conseguire i risultati sperati, il possesso di Malta si risolse, alla fine, per la Gran Bretagna con un saldo strategico negativo. Gli inglesi, “decisi a resistere fino all’ultimo maltese”, come argutamente evidenzia (verbali delle riunioni ministeriali alla mano) l’Autore per sottolineare la scarsa considerazione con cui il Gabinetto di Sua Maestà tenesse i poco amati abitanti dell’isola, impiegarono, per la difesa e il rifornimento dell’isola, risorse considerevoli a detrimento perfino delle necessità vitali delle isole britanniche, già di per sé messe sotto scacco, sin dall’estate 1940, dagli effetti globali del Mediterranean Stoppage imposto dalla Regia Marina chiudendo il Canale di Sicilia tra il maggio 1940 e il maggio 1943. Il mito di Malta pagò, probabilmente, i propri maggiori dividendi in termini psicologici e di propaganda; dopo 70 anni si può tuttavia (sempre col dovuto rispetto per chiunque abbia combattuto, come precisato nel volume in parola), far emergere liberamente i fatti al di là delle cortine fumogene di una narrativa corrente generalmente distratta, quando non pesantemente interessata. Il testo, ultimo in ordine cronologico dell’ormai affermata collana Navalia della casa editrice in Edibus, è completato da una ricca iconografia, spesso inedita, da grafici e da mappe appositamente realizzate per illustrare quanto esposto nel volume e da un’appendice dedicata alle poco note, ma numerose, vicende della guerriglia navale condotta nelle acque maltesi dalle unità minori della Regia Marina, inclusi numerosi scontri, a noi non sfavorevoli, combattuti con lealtà reciproca, nella notte, tra MAS e dragamine dell’isola assediata e rimasti, fino a oggi, assolutamente ignoti.
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