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GM Andrea

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  1. Buongiorno Gepard, per scrupolo chiederei comunque l'autorizzazione dei titolari dei disegni da cui sono tratti gli elaborati.
  2. 80 anni or sono aveva luogo la Battaglia di Mezzo Giugno, o di Pantelleria. Ricordiamo quegli eventi con uno scritto concesso da Enrico Cernuschi 15 giugno 1942. Ottant’anni fa, fu combattuta nelle acque di Pantelleria la celebre azione navale di superficie tra il convoglio inglese Harpoon partito da Gibilterra e diretto a Malta e la VII Divisione Navale agli ordini dell’ammiraglio Alberto Da Zara. Quella battaglia fu celebrata dalla propaganda italiana e da Mussolini in persona (forse fu il suo ultimo capolavoro giornalistico d’eco internazionale prima della gravissima crisi di salute che lo colpì un mese dopo e che si protrasse fino ai tempi di Salò) e criticata - per gli stessi, speculari motivi - sia dal nemico di un tempo sia dall’oggettivamente spesso sfortunato ammiraglio Iachino, comandante le Forze Navali da Battaglia. I loro argomenti furono ripresi da certi polemisti nostrani, dal luglio 1943 fino ai giorni nostri. La vicenda del 15 giugno 1942 è stata più volte narrata, segnatamente nella nuova edizione di Pelle d’ammiraglio apparsa per i tipi dell’Ufficio Storico della Marina Militare nel 2013 ed andata 3 volte esaurita (edizione di lusso inclusa) nel giro di un lustro. In questa sede ci sia concesso ricordare quella giornata di sole, offuscata solo da una formidabile, immensa e continuamente alimentata cortina fumogena britannica, assieme a pochi fatti di rilievo. “Alle 12.25 … La distanza è di 18.000 metri. Il tiro viene eseguito dal comandante Fabio Tani in maniera magistrale. Alla terza salva il caccia è colpito ed emana fiamme e fumo e sembra fermarsi. Esso viene nascosto con nebbia dall’altro cacciatorpediniere” (Dal Rapporto di missione dell’incrociatore Montecuccoli. 15 giugno 1942) Una volta che si prescinda dai cannoni di medio e piccolo calibro dei mercantili e dei dragamine di squadra britannici, i quali non parteciparono allo scontro navale, la situazione era la seguente: le 10 unità inglesi e loro alleate (data la presenza, nella Force X, del cacciatorpediniere polacco Kujawiak) disponevano di una fiancata di 61 cannoni del calibro compreso tra i 120 e i 102 millimetri in grado di sparare, teoricamente, nel giro di un minuto, 723 colpi per un peso complessivo di 13.629 chili. Le corrispondenti cifre italiane in merito alle 7 Regie Navi coinvolte furono: 49 cannoni tra i 152 e i 100 mm con 286 proietti al minuto per 8.479 chilogrammi. Se si fa eccezione, infine, per i tre incrociatori (due italiani e uno britannico) presenti quel giorno e protetti da cinture verticali tra i 70 e i 76 millimetri e da ponti corazzati di uno spessore compreso tra i 25 e i 35 mm, tutte le unità coinvolte erano vulnerabili al reciproco tiro. * * * I colpi messi a segno dalle due parti furono: H 5.50 Bedouin colpito da un proietto da 120 mm tirato dall’Ascari o dall’Oriani H 5.50 Eugenio di Savoia colpito da un da 120 mm del Marne. H 5.54 Montecuccoli colpito da un 120 mm dell’Ithuriel H 6.01 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.02 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.02 Partridge colpito da un 152 mm dell’Eugenio H 6.04 Bedouin colpito da due proietti da 152 mm del Montecuccoli H 6.05 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.05 Partridge colpito da un 152 mm dell’Eugenio H 6.06 Bedouin colpito da due proietti da 152 mm del Montecuccoli H 6.07 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.07 Vivaldi colpito da un 120 mm del Matchless H 6.08 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.09 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.09 Cairo colpito da un 140 mm del Premuda (il proietto, realizzato dalla Skoda, non esplode) H 6.10 Bedouin colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 6.40 Cairo colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 12.25 Hebe colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 12.35 Bedouin colpito da due 152 mm dell’Eugenio H 12.36 Bedouin colpito da un 152 mm dell’Eugenio H 12.35 Partridge colpito da un 152 mm del Montecuccoli H 12.57 – H 13.00 La cisterna Kentucky e il piroscafo Burdwan sono cannoneggiati a martello, dapprima dai caccia Ascari e Oriani e, in seguito, dall’Eugenio e dal Montecuccoli. Sono esclusi da questo conteggio i 7 short da 152 mm caduti a meno di 10 metri dall’incrociatore Cairo, registrati dai britannici (TNA ADM 234/444) e che causarono diversi danni, tra schegge che attraversarono la nave sopra la linea di galleggiamento ed effetti near miss contro l’opera viva. I due recentissimi cacciatorpediniere britannici Marne e Matchless erano, in realtà, navi di una nuova generazione. Armate ciascuna con tre torri binate da 120/50 del tipo Mark XX a caricamento automatico, quelle unità sottili furono in grado di sparare con regolarità, secondo le relazioni inglesi di quel giorno, ben 9 colpi al minuto (rispetto ai 10 teorici della loro massima cadenza di tiro), ciascuno dei quali pesante il 24% in più rispetto ai proietti ordinari dello stesso calibro; i due 2M” tirarono, nel corso dell’intera azione, rispettivamente 704 e 746 colpi. Questo volume di fuoco, circa triplo rispetto ai 260 proietti dello stesso calibro tirati, quel giorno, dal cacciatorpediniere Ithuriel, indusse gli italiani ad avere a che fare con due incrociatori, tanto più che nel corso dei primi cinque minuti dello scontro, l’Eugenio e il Montecuccoli non avevano sparato, tra tutti e due, più di 150 colpi da 152 mm. La battaglia di Pantelleria fu lo scontro di superficie diurno durante il quale avvenne il maggior scambio di colpi tra inglesi ed italiani nel corso della Seconda guerra mondiale: almeno 3.371 cannonate italiane contro circa altrettante avversarie. In dettaglio, secondo la relazione finale dei D.T. della VII Divisione: furono tirati 832 colpi da 152 dall’Eugenio, 720 dal Montecuccoli, 168 da 140 dal Premuda, 188 da 120 dall’Ascari, 168 dall’Oriani, 329 dal Malocello e circa 300 dal Vivaldi; in più i pezzi da 100 mm del Montecuccoli diretti dal 2° Direttore del Tiro Luigi Vivaldi spararono 500 colpi e quelli dell’Eugenio 160. Tra le critiche mosse dai soliti noti alla VII Divisione, figura anche l’accusa di “aver svuotato i depositi delle munizioni”. L’esperienza e il confronto tra le varie Marine indicano, però, che nel corso della Seconda guerra mondiale la media di proietti dei calibri compresi tra i 150 e i 155 mm tirati per ottenere un centro, di giorno, contro una nave alle distanze di combattimento delle azioni navali diurne, è stata, per esempio a Dakar nel settembre 1940, nell’ordine di 363 proietti per 1 centro. I britannici negarono, in occasione della pubblicazione, dopo la guerra, della relazione ufficiale apparsa sul London Gazette relativa a quell’azione, qualsiasi danno a bordo del cacciatorpediniere Marne. Alle ore 06.01, per contro, il Montecuccoli spostò il tiro dei propri due complessi binati da 100/47 a dritta contro l’ultimo dei quattro caccia inglesi avvistati fino a quel momento (appunto il Marne), essendo quella nave appena giunta entro la portata massima (15.000 metri) dell’armamento secondario di quell’incrociatore, il quale passò, dopo aver sparato i primi 8 proietti di quel calibro, a fare fuoco celere, avendo trovato la distanza. Il Marne fu giudicato colpito a centronave alla quarta salva. Subito dopo la silurante inglese in questione accostò in fuori, disimpegnandosi con fiamme a poppa e un’enorme nuvola di fumo nero. Il rapporto di missione del comandante di quel caccia, il Lt. Commander Hugh Nicholas Aubyn, afferma a sua volta che: “sebbene nessun colpo diretto sia stato incassato gli “straddles” (ovvero i colpi centrati in cursore) e i “near miss” dei proietti (shells) provocarono numerose schegge che colpirono il ponte superiore ferendo, tra l’altro, un sottufficiale”. La relazione originaria di quel caccia interrompere, per il seguito, la narrazione degli avvenimenti per poi riprenderla 10 minuti dopo in un contesto, ormai, completamente diverso, essendo la nave uscita di formazione e ritiratasi alle 06.03. Il quella medesima circostanza, per colmo di sfortuna, a bordo del Marne si verificò, altresì, un’avaria al circuito idraulico dell’impianto poppiero da 120 di quel caccia, l’unico che potesse essere brandeggiato in direzione del nemico, avendo quella nave “preso caccia”, ovvero allontanandosi a tutta velocità. Nonostante gli sforzi dell’equipaggio, essendo la “X turret pump broke down completely”, il guasto fu riparato soltanto a Gibilterra una settimana dopo. L’incendio del Marne fu fotografato da bordo del Montecucccoli e l’istantanea in parola, miracolosamente salvata in seguito a un errore originario di archiviazione rispetto allo smarrimento, avvenuto all’inizio degli anni Settanta, di migliaia di altre analoghe foto scattate, come da regolamento, attraverso l’oculare del telemetro maggiore della Direzione Tiro delle varie navi italiane che parteciparono agli scontri di superficie della Seconda guerra mondiale, è riprodotta qui di seguito. Di fonte britannica è, invece, un’altra foto a corredo di queste righe, la quale evidenzia la presenza, qualche ora dopo, del Marne nei pressi della cisterna Kentucky, immobilizzata in precedenza, nel corso della seconda e ultima fase balistica di quella giornata. I rapporti italiani parlano espressamente di un cacciatorpediniere inglese osservato vicino alla petroliera, ma la presenza di quel caccia è, per contro, negata dalla relazione ufficiale del London Gazette (presa per buona, a quanto pare, da troppa gente, la quale ha fatto propri, per amor di polemica e sulla scia del fulmineo “Processo contro gli ammiragli traditori del Duce” - avvenuto a Parma il 22 maggio 1944 e concluso con le fucilazioni degli ammiragli Inigo Campioni, vincitore di Punta Stilo, e Luigi Mascherpa, eroe di Lero - anche gli sferzanti giudizi britannici del tempo di guerra). I rapporti di missione della Royal Navy, disponibili dal 1972 presso l’allora Public Record Office - PRO - oggi TNA (The National Archives) di Kew Garden, nel Surrey, confermano, per contro, che l’azzoppato Marne era stato distaccato dal resto della propria Flotilla allo scopo di dare, coi suoi siluri, il colpo di grazia (I caccia di scorta della classe “Hunt” presenti quel giorno a sud di Pantelleria non avevano tubi lanciasiluri) quella cisterna, in quanto, dopo un inutile tentativo di affondare quella modernissima motocisterna veloce di costruzione statunitense con i canoni da 102 mm dei dragamine di squadra, il Comandante superiore in mare britannico, capitano di vascello Hardy, temeva, per propria stessa ammissione, che quel mercantile abbandonato dall’equipaggio potesse essere catturato, col suo prezioso carico di nafta pesante per caldaie, dagli italiani ( “…to avoid capture by the Italians”). Il Monteccucoli avvistò il Marne e il dragamine di squadra Hebe. Colpì in pieno quest’ultimo alla terza salva e il Marne si allontanò comprendo di nebbia artificiale l’altra unità abbandonandola. Quale fu il frutto strategico di quella giornata? La Battaglia di Pantelleria indusse già nel luglio 1942 i pianificatori angloamericani a rinunciare (prima ancora della successiva, costosissima operazione di rifornimento inglese di Malta verificatasi nell’agosto 1942) a qualsiasi idea di sbarchi in Tunisia nell’ambito dell’appena concordata invasione, di lì a novembre, dell’Africa Settentrionale francese, data la minaccia aeronavale avversaria (1). Si trattò di un risultato tanto più notevole in quanto il Gabinetto di guerra londinese era perfettamente consapevole del fatto che i francesi di Tunisi e Biserta erano assai meglio orientati a favore dei vecchi alleati del 1940, e degli appena arrivati statunitensi, rispetto ai governatori dell’Algeria e del Marocco. Il conseguente prolungamento di cinque mesi della guerra in Africa Settentrionale rispetto all’epoca (dicembre 1942) messa in preventivo a Londra per poter finalmente riaprire il traffico transmediterraneo dopo due anni e mezzo di Mediterranean Stoppage attraverso il Canale di Sicilia, si rivelò fatale per gli equilibri politici anglosassoni nell’ambito della “strana alleanza” venutasi a formare praticamente per caso tra Londra, Mosca e Washington nel corso del 1941. La crisi del traffico transatlantico inglese del marzo 1943 giocò, infatti, un ruolo decisivo nel ribaltamento, definitivo e inappellabile, delle posizioni rispettive dei due partner di lingua inglese, permettendo così agli Stati Uniti di imporre la propria concezione della futura pace rispetto agli scopi di guerra, enormemente più pesanti per l’Italia, che avevano guidato la Gran Bretagna dal settembre 1937 in poi. Ancora una volta, pertanto, il moto della battaglia navale, grande o piccola che fosse, influenzò oltremisura gli animi dei vertici politici anglosassoni, tutti nati, in fin dei conti, nell’ultimo quarto dell’Ottocento e formatisi sugli insegnamenti di Alfred Thayer Mahan, il forse troppo osannato profeta delle navi di linea e della “grande-battaglia-navale- decisiva”. NOTA 1) The Army Air Forces in World War IInd, Volume One, Plans and Early Operations, (January 1939 to August 1942), The University of Chicago Press, 1948. J. Bykofsky e H. Larson, The Transportation Corps. Operations over seas – U.S. Army in World War II (Office of the Chief of Military History, Department of the Army, Washington, U.S. Printing Government Office, 1957. PS Ci sarebbe anche da chiarire il mistero di cui all’ultima immagine a corredo di queste pagine. Sono poche righe tratte da Edgar J. March, British Destroyers: A History of Development, 1892-1953; Drawn by Admiralty Permission From Official Records & Returns, Ships' Covers and Building Plans, Seeley Service & Co., Londra, 1966, le quali affermano che il cacciatorpediniere Matchless sarebbe stato colpito da un siluro e, non vittima di una mina del tipo Vega posata a primavera dai MAS italiani di Augusta davanti all’imboccatura del Grand Harbour presso lo scoglio Dragut. L’autore inglese di quel noto volume si basò sulle cartelline dei Libri matricolari. Sappiamo inoltre, che le armi italiane da 533 mm avevano, fono a tutto il 1942, la tendenza a “intasare”, al momento dell’urto, la carica contenuta nella testa compromettendo, in parte, la detonazione. Il Montecuccoli lanciò due siluri alle 06.00 contro i due caccia della classe “M” inglesi. L’ufficiale T. tenente di vascello Fiani, osservò, qualche minuto dopo, che una delle due unità era state colpita, ma non affondata. Un altro mistero. Il punto, però, è un altro. Perché nel corso di tutte le azioni navali italiane combattute contro la Royal Navy i misteri abbondano?
  3. Facendo seguito a quanto già pubblicato, aggiungo il link a un'intervista all'Autore sul sito www.letture.org: https://www.letture.org/200-anni-di-italiani-in-guerra-false-vittorie-e-false-sconfitte-enrico-cernuschi e una recensione apparsa sulla rivista JP4 Mensile di Aeronautica e Spazio Allego, infine, il testo di un'altra intervista rilasciata dall'Autore a una rivista d'Oltralpe Intervista in Francia.docx
  4. E' mancato l'ammiraglio sommergibilista Gianni Vignati, un amico col quale ho avuto modo di collaborare e che ricordo con affetto. Faccio mio il ricordo che segue, scritto da Enrico Cernuschi. Nel corso di quest’anno orribile è mancato, questa notte, l’ammiraglio Giovanni Vignati. Amico formidabile e vera forza della natura, di un’energia e una carica umana eccezionali. Sommergibilista. Comandante del Toti, “silurò” due volte la Nimitz durante le esercitazioni nel Mediterraneo. I giudici americani delle manovre non ci volevano credere e, tramite una cinematica da fantascienza (e dopo aver messo il magnetron del radar in cassaforte), Vignati e il suo equipaggio, che lo adorava, riuscirono a fregare la portaerei e la sua scorta un’altra volta, emergendo poi a pallone a poche centinaia di metri dal bersaglio. Realizzò, al comando di quel battello da lui adorato e che “guidava come la mia motocicletta”, pretendendo che tutti, a bordo, imparassero a manovrare i timoni, qualunque fosse il loro ruolo, compì, al pari di altri illustri sommergibilisti di quella generazione, anche altre imprese, dalla sorveglianza occulta e ferret delle navi da guerra russe nel Mediterraneo (andandosi a intrufolare in zone, come i banchi di Kerkennah dove un battello “non poteva andare”, causa i fondali) ad altre di cui si potrà scrivere, forse, tra cinquant’anni. Mutilato di due dita mentre chiudeva il portello della falsa torre osservò, con tutta tranquillità, la propria mano, mentre tutti lo guardavano stupefatti, entrando così - una volta di più - nella leggenda. Passato alla Rivista Marittima, da vicedirettore, nel 1993, ne assunse, in seguito, la Direzione rivoluzionandola e introducendo i computer. Non dirigeva soltanto, per quanto lo facesse benissimo: ci si metteva in prima persona, tanto da diventare il miglior impaginatore d’Italia e l’unico, nel corso del XXI secolo, che inserisse regolarmente (a mano) le note a piè di pagina, visto che l’elettronica non ce la faceva, con l’eleganza e la puntualità, rispetto alle pagina, che voleva lui. Lo faceva per il rispetto che ha sempre avuto nei confronti del lettore, rendendogli così più semplice e immediato lo studio, e per il gusto della sfida. Incrementò a dismisura i supplementi della Rivista mantenendo, nel contempo, i conti in ordine. Creò, in tal modo, una biblioteca di “libri che non esistevano”, privilegiando i temi ignoti e innovativi, spaziando dalla storia alla posidonia oceanica. Dopo la Rivista diresse e rivoluzionò il periodico Marinai d’Italia portandosi dietro, come Montanelli quando fondò il Giornale nuovo, l’argenteria di famiglia del mensile dello Stato Maggiore della Marina, ormai in grado com’era di camminare da solo dopo quasi vent’anni di Cura Vignati. Anche qui i risultati parlarono da soli, sia in termini di abbonamenti sia di lettere dei lettori sia di nuove scoperte, in quanto i suoi appelli permisero di raccogliere migliaia di fotografie provenienti da album privati, assolutamente inedite e, talvolta, rivelatrici. La lezione del comandante Bagnasco, ereditata dal grande Aldo Fraccaroli, in base alla quale la foto non è un riempitivo (da utilizzare costruendoci intorno, se inedita, un pezzo abborracciato e scritto saccheggiando Wikipedia), ma un documento (da valutare, però, sempre con spirito critico), fu da lui applicata in pieno. Sopravvissuto a un ictus recuperando, con la forza e volontà di sempre, piena capacità, tanto da essere di esempio e incoraggiamento ad altri, dell’ambiente, che avevano affrontato quella stessa, durissima prova, diresse ancora per 10 anni il periodico dell’ANMI. Legatissimo alla moglie, scomparsa pochi mesi fa, lascia una legione tra figlie e nipoti, e un numero grandissimo di amici, oggi pieni di dolore e sempre ricchi di orgoglio per aver conosciuto un uomo e un marinaio che Salgari avrebbe sognato di poter narrare.
  5. E' da poco uscito per Mursia il volume di Enrico Cernuschi 200 anni di italiani in guerra. Il libro, scorrevole e che si legge tutto di un fiato, comincia col bue che dà del cornuto all’asino. Nel corso del celebre e decisivo vertice di Venezia del 1980, il Cancelliere tedesco Schmidt tentò di imporre all’Italia un finanziamento non richiesto a un tasso rovinoso. Cossiga, all’epoca Presidente del consiglio, si oppose e l’altro non trovò meglio da dire che “Ma voi avete perso la guerra!”, battuta che, per un decorato della Luftwaffe insignito della Croce di Ferro di 2ª Classe, non era male. Partendo da quest’episodio, Cernuschi affronta, in maniera spesso ironica, il vizio di fondo della cultura italiana in materia militare, troppo spesso trattata e divulgata in maniera puramente letteraria e del tutto disancorata dalla realtà. Una cultura, cioè, che ha fatto da cattiva maestra, dal divino padre Dante in poi, alle varie classi politiche italiane. Oggi progressisti a parole, ma feroci nazionalisti in pratica, i nostri biondi poeti sognano sempre, sotto sotto, quadrate legioni e vorrebbero, come scriveva Montanelli oltre mezzo secolo fa, nell’ultima riga della sua “Storia di Roma”, che Forza Roma fosse ancora la regola per l’Europa, e non un grido da stadio. Logistica, rapporti di forza, economia, tecnologia, il terreno, le rotte, le distanze, il semplice rapporto numerico, per esempio, tra quelli che oggi sono i 60 milioni di abitanti residenti in Italia e i 680 milioni del resto del Continente, divisi tra loro su tutto, meno che sul fatto che sfruttare (o peggio) la penisola è l’hobby favorito da Odoacre in poi, sono tutte cose, che, per costoro, non contano. Rimasti fermi ai ricordi liceali de la gran bontà dei cavalieri antiqui, gli intellettuali (o presunti tali) e i loro allievi politici, loro compagni di banco e altrettanto svogliati sin dai tempi delle elementari e del liceo, credono tutti che le vicende internazionali siano partite di calcio, 11 contro 11. Lamentano così, in rima baciata, la fatal Novara, dimenticando che quel giorno i sardi erano la metà degli austriaci, per poi lamentarsi, come avrebbe detto Mussolini (quantomeno secondo il Diario di Ciano, documento, in realtà, mai visto, in originale, da nessuno) in occasione della Guerra di Grecia, che gli italiani sono mezze cartucce e che è la razza che non va. Cernuschi, volando questa volta in alto, affronta gli ultimi 200 anni di guerre e di pace (ma, in fondo, che differenza fa? C’è la pace, oggi, in Ucraina, o la guerra? Oppure il solito Guerra e pace, in fondo russo per definizione?) alla luce della fondamentale domanda di base: a cosa servono le Forze Armate? E utilizza, come benchmark dei loro risultati, l’evoluzione del Prodotto interno lordo tra il19° e il 21° secolo. Quello che salta fuori, alla fine, è un quadro a dir poco insolito, ma rivelatore. Parlando in questa sede, appare notevole il ruolo storico giocato, durante il 20° secolo, dai sommergibili della Regia Marina. Gli intellettuali, evidenti bestie nere del nostro, lamentano il differente rendimento tra gli U Boote tedeschi e i battelli italiani durante la Grande guerra, come se il traffico atlantico e mediterraneo degli uni e le centinaia di unità del Kaiser Guglielmo II fossero la stessa cosa dei vaporetti austriaci di basso pescaggio che percorrevano, di giorno, i canali della Dalmazia protetti dalle mine. Quello che contava davvero era il fatto che svariate dozzine degli oltre 100 siluranti, tra caccia e torpediniere, asburgiche fossero, dalla metà del 1916, fuori costantemente servizio per mesi in quanto logorate dai compiti di scorta imposti dalla presenza di un numero molto inferiore unità subacquee italiane e alleate. I letterati assetati di sangue (sempre e rigorosamente altrui, sia ben chiaro) esigono, ancora oggi, stragi, ma quello che conta è che quelle unità sottili fossero assenti dai pattugliamenti e dagli scontri con le Regie Navi in Adriatico. E se poi qualche siluro dei battelli della Marina italiana andava a segno, nonostante tutto, di tanto in tanto, meglio così. Ancora più importante, ovvero strategicamente decisivo ai fini dell’economia italiana e dello stesso Miracolo economico, fu il ruolo della flotta subacquea (voluta, in primo luogo, da Mussolini) durante le crisi internazionali etiope e spagnola succedutesi tra il 1935 e il 1937 e durante il secondo conflitto mondiale fino alla primavera del 1943. Né vengono trascurati i risultati, discreti e decisivi, dei battelli italiani nel corso della fase finale della Guerra Fredda e durante le continue e sempre diverse esigenze del XXI secolo. Forse le rivelazioni più eclatanti, sempre rigorosamente basate su documenti e recenti libri stranieri che sarebbe vano cercare altrove, riguardano la parte aeronautica. Essa è dovuta, in massima parte, all’ingegner Ludovico Slongo, un noto specialista della materia costretto a pubblicare, di solito, in inglese. In effetti la natura degli studi storici italiani relativi a quel settore è, se possibile, ancora più asfittica, chiusa, arretrata, ripetitiva, provinciale, legata sempre e solo al bel gesto, di solito sfortunato, rispetto a quella navale. Niente, o davvero troppo poco, sulla strategia, l’industria, la tecnologia e la logistica. Si dice che Cernuschi gli avrebbe proposto di firmare il libro come coautore, ma così non è stato. Quantomeno, tuttavia, Slongo è sempre e costantemente citato e il suo pensiero, senz’altro rigoroso e originale, da ingegnere, è riportato tra virgolette, cosa questa piuttosto rara in un ambiente dove la pirateria sembra essere la regola, tanto che i francesi hanno coniato la definizione, al cianuro, di “incesto tra storici”, dove ognuno copia, dall’inizio degli anni Cinquanta, l’altro senza mai citarlo provocando, così, la pura e semplice paralisi degli studi critici e delle ricerche archivistiche, sostituite da esercizi di calligrafia barocca. Per tacere dell’obbedienza cieca, pronta e assoluta dei giovani nei confronti del venerato maestro di turno a pena della fine, prima ancora che possa iniziare, della carriera accademica; né c’è da aspettarsi una successiva evoluzione di quegli scritti giovanili, per quanto forzati. Ammettere di essersi sbagliati equivale, in Italia e nell’ambito accademico delle scienze morali, al suicidio. Ecco perché tutto è rimasto congelato, per certa gente e quando va bene, al Trizzino degli anni Cinquanta. Non mancano molti dati, inediti e di prima mano, con le collegate valutazioni, sull’Esercito italiano. Si tratta di informazioni anch’esse rivelatrici e pervase, cosa insolita per quest’autore, da dolente umanità. Buone le illustrazioni dell’inserto, anche se in bianco e nero. Chiari i grafici riportati nei capitoli. Per concludere un testo notevole caratterizzato, per una volta, dal dono della sintesi (merito, forse, dell’editore) e da una visione interforze che non perde mai di vista l’obiettivo economico (e quindi politico e strategico) di fondo. Cossiga, ufficiale di complemento della Marina Militare e grosso studioso di storia, non cedette, per la fortuna di tutti, tedeschi inclusi, nel 1980. Se queste pagine fossero lette da almeno un politico raddoppieremmo il numero degli statisti in grado di applicare le giuste categorie della storia senza soffrire complessi di inferiorità, del tutto ingiustificati, nei confronti dei partner comunitari e d’Oltreoceano. Peccato che passeremmo, senza contare il fuoriclasse Cavour, da 1 a 2. Con le percentuali saremmo a posto, ma con le cifre assolute no.
  6. GM Andrea

    E' mancato Mino Milani

    E' scomparso oggi un amico della Marina: lo scrittore, giornalista, sceneggiatore di fumetti storico Mino Milani. Lo ricordo con questo articolo dedicato a Lui apparso sulla Rivista Marittima RM Mino Milani e le grandi avventure.pdf
  7. GM Andrea

    Auguri a GM Andrea

    Grazie mille!
  8. E' mancato questa notte il Comandante Erminio Bagnasco, noto a tutti gli appassionati di storia navale. Anche a nome della comunità di BETASOM mi unisco al dolore dei famigliari. Lo ricordo con una fotografia dell'inizio del Suo percorso in Marina, da AUC del 53° corso, e con questo profilo che Enrico Cernuschi, per lungo tempo Suo collaboratore, mi prega di pubblicare. Il comandante Bagnasco Enrico Cernuschi Erminio Bagnasco, il “comandante”, è (non fu) una figura di riferimento, sia per chi scrive sia per tutti i cultori di storia navale e per coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. La definizione migliore, a mezzo secolo di distanza, resta quella che ne diede – in tempi non sospetti – l’allora guardiamarina Andrea Tani, altro nome ben noto nell’ambiente: “Molto simile a Sean Connery” (a quel tempo unico 007 in circolazione), sia per il tipo fisico sia per il successo nell’ambiente femminile e, ancor più, per la sfrontata sicurezza da tutti riconosciuta (a partire dal comandante di quella nave, l’allora capitano di vascello e medaglia d’oro Antonio Scialdone, “gran marinaio”, secondo le parole usate, ancora a molti anni di distanza, dallo stesso Bagnasco) a bordo del Garibaldi “incrociator Giuseppe”, l’elefante bianco nave ammiraglia della squadra. La sfortuna di Erminio era stata quella di aver dovuto acconsentire alla volontà paterna, il quale aveva accettato, alla fine e di mala voglia, l’irresistibile passione marinara del figlio alla condizione: “che comunque imparasse prima un mestiere”, ovvero frequentasse l’Istituto Nautico per poi entrare, nel 1959, in Accademia da AUC “D” del 53° Corso. Acquistò, così, una perizia marinaresca non comune e da tutti riconosciuta grazie agli insegnamenti pratici ricevuti da vecchi marinai di grande esperienza, ma compromise, contemporaneamente, la propria carriera nei confronti degli appartenenti ai corsi normali in quanto, raffermato dal 1961 passando in SPE e promosso STV l’anno successivo, il nostro aveva a quel tempo, in quanto Ruolo Speciale, un limite molto preciso in termini di futuri avanzamenti. E pensare che la passione gli era nata nel 1942, quando aveva 5 anni, in occasione della nascita del fratello. Dalla terrazza della camera singola della clinica, sui colli di Genova, dove era ricoverata la madre, quel bambino aveva visto, dall’alto, l’intero specchio del porto della città pieno di navi, molte delle quali mimetizzate, ossia colorate in modo talmente bizzarro da colpire per sempre la sua fantasia. Piazzatosi primo nel proprio corso aveva potuto scegliere l’imbarco e, tra lo stupore generale, domandò senza esitazioni l’Orsa, un’ormai vecchia torpediniera. La ragione era, in realtà, semplice, si trattava di una nave, scomoda, adibita a compiti ausiliari e poco prestigiosa finché si vuole, ma che aveva fatto la guerra. E Bagnasco voleva sapere e scoprire tutto di quel tempo. Già all’inizio degli anni Cinquanta era entrato in contatto con Aldo Fraccaroli, destinato a diventare suo grande amico e maestro, scambiando qualche fotografia di navi e rammaricandosi, nella seconda lettera che gli scrisse, di non poter acquistare che due sole delle istantanee inviategli da MARIFRAC, restituendogli le altre “bellissime fotografie”. Il grande Aldo, padre delle nuova generazione degli storici navali italiani, gliele rispedì a stretto giro di posta dando inizio a grande amicizia. Chi scrive era assieme al comandante in occasione del funerale, a Lugano, di Fraccaroli, nel 2010, e ricorda il dolore che quell’uomo solitamente allegro, ma riservato, soffrì per un breve attimo prima di riprendere ad essere, come sempre, l’uomo pratico, oltre che severo e sincero giudice di se stesso, che ho sempre ammirato. Ottenne ancora una volta, per merito, la facoltà di scegliere la successiva destinazione e, di nuovo, sorprese tutti chiedendo - venendo subito accontentato - di essere assegnato all’Ufficio Storico della Marina Militare, a quel tempo in via Romeo Romei a Roma. Non era certo una destinazione utile per la carriera, tanto meno per un Guardiamarina, ma si rivelò, non di meno, provvidenziale, se non per l’uomo, per noi appassionati, non solo per i suoi, ma per tanti altri lavori altrui. Si trattò di una parentesi relativamente breve che l’ammiraglio (GN) Galuppini, altro grande autore di storia navale, ricordava ancora negli anni Novanta, con un certo divertimento quando mi pregava di portare i suoi saluti a quello che ricordava ancora come “il Guardiamarina dell’Ufficio Storico”, ossia una specie di ossimoro. Le palazzine e i magazzini di via Romeo Romei erano state sede, fino a poco tempo prima, delle autorimesse della Marina e il trasferimento di carte, libri e documenti era ancora in corso. Bagnasco ebbe così modo di intercettare, già il primo giorno del nuovo incarico, una comandata incaricata di portare al macero alcune carriolate di libri e fotografie. Conscio dello scempio cui stava assistendo bloccò la colonna e chiese cosa stessero facendo. Il sottufficiale spiegò che, trattandosi di foto prive annotazioni sul retro, e quindi giudicate non identificabili, le istantanee dovevano essere distrutte col fuoco mentre i libri, giudicati inutili in quanto doppi rispetto alla copia custodita nell’immensa Biblioteca Centrale del Ministero, erano destinati alla Croce Rossa, la quale li avrebbe venduti a peso per farne nuova carta riciclata. Trattandosi di ordini superiori Bagnasco poté salvare, saltando la colazione, solo l’equivalente di un'unica carriola, tra foto e volumi tra i quali figurava, per esempio, una rarissima pubblicazione riservata tedesca risalente alla seconda guerra mondiale e realizzata a uso dei sommergibili che permetteva, tramite un’ingegnosa combinazione numerica formata dai fumaioli, i picchi di carico e altri particolari dei vari bastimenti, di identificare le navi mercantili avversarie. Un libro solitario rivelatosi decisivo, nel corso dei secoli successivi, per identificare centinaia di navi. Doppiamente stupito dalla passione e competenza del giovane Bagnasco, l’ammiraglio Aldo Cocchia, medaglia d’oro, Direttore della Rivista Marittima e dell’Ufficio Storico, prese a benvolere quell’ufficiale sovraccaricandolo di lavoro. Privo, come spesso gli capitava, di peli sulla lingua, il nostro aveva infatti notato subito, senza farne mistero, che le poche fotografie che corredavano i primi volumi dell’USMM erano o banali, o errate o, ancora, sempre le stesse. Dimostrando una capacità, allora e in seguito soprannaturale, di riconoscere, dalla mimetizzazione, quale era l’unità ritratta e in quale periodo era stata scattata l’immagine di turno, Bagnasco rivoluzionò l’impostazione dei successivi volumi salvo por mano al proprio primo, fondamentale libro, I MAS e le Motosiluranti italiane, uscito, infine, nel 1966 al termine di un fenomenale lavoro di studio e documentazione senza precedenti rispetto ad altre opere della stessa collana dovute alla pur diligente cura e documentazione e ai disegni di Augusto Nani corredati da commenti di Giorgio Giorgerini. Tutti nomi, questi, di vecchi amici del nostro in quanto cultori, sin dagli anni Cinquanta, della materia e agli “ordini” di Fraccaroli assieme a Giorgio Ghiglione, Giuliano Colliva ed Ermanno Martino, oltre che affiancati da Franco Bargoni, Franco Gay, Tullio Marcon ed Elio Andò. I MAS e le Motosiluranti italiane aveva richiesto molti anni di lavoro e ricerca un po’perché quelle piccole unità erano state sempre snobbate rispetto alle più prestigiose unità delle squadre, dai cacciatorpediniere fino alle navi da battaglia, e molto perché Bagnasco elaborò, in quegli anni, una vera e propria dottrina circa l’impego passato di quelle siluranti e in merito a quella che sarebbe stata l’evoluzione (diciamo così) antropologica, del naviglio costiero veloce. I suoi orizzonti, sempre aperti, erano stati infatti ulteriormente allargati dal pensiero e dalla frequentazione dell’ammiraglio Cocchia. Quest’ultimo, dopo un primo periodo, successivo alla fine della guerra, nel corso del quale aveva lasciato il servizio scrivendo, in seguito, sulla Rivista Marittima e sul Candido di Guareschi, rievocazioni e giudizi spesso severi in merito alla condotta della guerra dell’Asse italo-tedesco, dai massimi vertici nazionali fino all’azione di Supermarina, era stato richiamato in servizio nel 1955 dal nuovo capo di Stato Maggiore (e compagno di corso), l’ammiraglio Corso Pecori Giraldi col compito di sostituire, alla guida della Rivista Marittima dapprima, e in seguito, anche dell’Ufficio Storico, l’ammiraglio Fioravanzo. Costui era rimasto, infatti, vittima delle conseguenze del processo Trizzino, da lui fortemente voluto “per l’onore della Marina” davanti alle accuse, tra l’altro, di tradimento, corruzione e intelligenza col nemico che erano all’origine di quella causa e che, dopo la condanna in primo grado dell’autore del volume oggetto del contendere, si erano rivelate un boomerang. Grazie all’abilità, definita “diabolica” da Fraccaroli (chiamato dal giudice in qualità di perito per assicurare una corretta traduzione dell’inglese navale dei documenti prodotti dalle parti, peraltro tutti resoconti propagandistici o postbellici, ovvero fonti secondarie, avendo l’Ammiragliato rifiutato di trasmettere i rapporti originali) dell’avvocato difensore durante il giudizio d’appello, la sentenza aveva infatti sancito che ci si trovava davanti a un “… problema di esegesi e di applicazione di una norma positiva: consiste nel decidere se il comando superiore della marina, cioè quella parte del suo stato maggiore che nell’ultimo conflitto fu mobilitata col compito di preparare e dirigere le operazioni della guerra navale, ed era costituita da una trentina di ufficiali di vario grado, possa essere considerato soggetto passivo autonomo del delitto di vilipendio”, propendendo, alla fine, per il no. Questo fatto, una volta sommato alla mancanza dell’elemento psicologico del reato, avendo l’autore scritto di aver voluto onorare il sacrificio dei marinai italiani, persuase al corte a non ravvisare “…gli estremi del delitto di vilipendio delle forze armate”. Si trattava di una vicenda tanto più grave in quanto successiva al processo in capo all’ammiraglio Maugeri avvenuto nel 1949, legato ad analoghi addebiti e terminato con la condanna dell’accusatore cui però era seguita, in seguito a una curiosa serie di circostanze, la pubblicazione del dispositivo della sentenza solo dopo che erano stati prescritti i termini per un eventuale ricorso, subito tentato dall’ammiraglio Maugeri, ma rigettato per motivi procedurali. L’estensore materiale della sentenza si era infatti, come risulta dagli Atti Parlamentari del 20 giugno 1950, “… dimenticato del dispositivo o, meglio, quando ha redatto la sentenza, non ha tenuto presente il dispositivo”, dando adito a un’interpretazione contraria all’ammiraglio. Per quanto l’allora ministro della Difesa Pacciardi avesse affermato, in quella stessa sede parlamentare, che tutto ciò era una mera: “…speculazione politica, la libidine della faziosità …” esortando a uscire “... da questa soffocante atmosfera della disfatta”. Il fatto, però, era che larga parte di coloro che seguivano questi argomenti erano senz’altro nostalgici, come evidenziarono i frequenti schiamazzi che accompagnarono il processo Trizzino riportati nelle corrispondenze dei quotidiani, e che gli “indignati speciali” del tempo pescavano, non a caso, in questo preciso bacino sia politico sia editoriale. Uomo intellettualmente onesto, l’ammiraglio Cocchia - oltre a concepire, in qualità di “cacciaidee”, assieme al capo di Stato Maggiore la futura Marina degli anni Sessanta e Settanta, dagli elicotteri ai missili fino ai due “Doria” e al Vittorio Veneto - ammise apertamente, sulle pagine di Candido e di Le vie del mare, cui continuò a collaborare fino ai primi anni Sessanta, di aver modificato, avendo avuto “… per uno strano gioco del destino … a poter disporre della più vasta e completa documentazione della nostra guerra navale che oggi esista in Italia”, le proprie opinioni iniziali criticando, casomai, punto per punto e sempre in maniera molto severa, le ricostruzioni, a quel tempo molto popolari, che l’ammiraglio Iachino aveva dato alle stampe nel 1946 dopo essere stato colpito, meno di due anni prima, dall’epurazione, salvo essere reintegrato in servizio, nel 1948, senza però che gli fosse riconosciuta, nonostante l’anzianità, la presidenza del Consiglio superiore delle Forze Armate. Bagnasco aveva seguito in modo intellettualmente attivo queste vicende senza però farsi mai cogliere dallo spirito di parte. Non che non avesse idee, allora e in seguito, piuttosto precise in merito alla condotta della guerra sul mare. La frequentazione, dalla fine degli anni Cinquanta, dopo il proprio primo articolo apparso nell’agosto 1958 su Le vie del mare (rivista pionieristica di grande livello che però sbagliò, in quell’occasione, il nome di battesimo dell’autore trasformandolo in Ermanno), di personaggi come gli ammiragli Cocchia, Fioravanzo, Romeo Bernotti e del generale (AN) Vittorio Re permise però a Bagnasco di evitare le facili trappole di quello che chiamò sempre “il pensiero becero” accettando di buon grado, dai primi anni Novanta in poi, ogni nuovo contributo intellettuale, purché sempre documentato, senza mai mostrare pregiudizi di sorta. In seguito, da fondatore e direttore del mensile Storia militare, concepito anche con il contributo di Franco Bandini, autore da lui sempre ammirato e rispettato professionalmente, Bagnasco avrebbe lasciato spazio a collaboratori di ogni tendenza, senza però mai concedere spazio a certe polemiche, ormai peggio che vetuste, rimaste confinate, non a caso, in altre sedi editoriali o, peggio ancora, sui cosiddetti social, e ospitate in quello che considerava, a giusta ragione, il proprio “salotto buono”. Promosso STV nel 1962, trascorse un intenso periodo a bordo della nave idrografica Staffetta, bastimento (era un’ex corvetta canadese della Seconda guerra mondiale) particolarmente scomodo, ma che ricordò sempre con piacere aggiungendo, con riferimento a quel tipo di naviglio ausiliario: “Sono unità che navigano molto”. Seguirono diversi anni trascorsi al comando di motosiluranti assumendo via via il comando, in pratica, di tutte le unità in servizio e, in seguito, a turno, di alcune delle cannoniere della classe “Alano” periodicamente riarmate con i riservisti. Assieme ai “dannati della Banchina torpediniere di Taranto”, osservò, da un lato, la lenta evoluzione della Forza Armata, a partire dalla rinascita (all’inizio embrionale, “Ci esercitiamo allo sbarco in Normandia in scala 1/600”) della componente anfibia della Marina Militare e, dall’altro, al sempre più frequente e minaccioso taglio dei bilanci della sola Marina Militare praticato dai governi che si succedevano a Roma fino all’arrivo della crisi, maturata – clamorosamente - nel 1970, in occasione della celebre intervista concessa, a Cagliari, a bordo del Garibaldi, dal comandante della Squadra, l’ammiraglio Gino Birindelli e risolta, infine, nel 1974, con l’approvazione parlamentare della Legge Navale che assicurò la sopravvivenza e il successo della Marina Militare dal 1979 in poi. Proprio in quel periodo il comandante Bagnasco era sottordine al servizio marinaresco del Garibaldi, incarico nel corso del quale si distinse, tra l’altro, salvando, a Istanbul, un’ancora di quella nave e l’argano in quanto memore, sulla base del racconto fattogli da un vecchio sottufficiale anni addietro, degli altissimi e ancora poco noti fondali di quel porto. Figura carismatica a bordo di quella nave, fu sospettato di essere uno dei promotori della celebre lettera di solidarietà all’ammiraglio Birindelli sottoscritta da centinaia di ufficiali e delle susseguenti dimissioni di molti di loro. In effetti il comandante Bagnasco nutriva, al pari di tanti altri in Marina, delle giustificate preoccupazioni. Contribuì, nel 1970, per la parte navale, a un celebre articolo, intitolato “Le ultime 100 ore di libertà in Italia”, pubblicato - come pezzo redazionale - dalla rivista Interconair Aviazione e Marina dall’amico e antico compagno di scuola Romolo Cichero. Si trattò di un lungo articolo che causò parecchie polemiche sui giornali in quanto segnalava, senza nascondersi dietro le parole, il concreto e inatteso sviluppo, dal 1967 in poi, della Marina sovietica nel Mediterraneo e di come questa nuova presenza, ben altrimenti consistente rispetto al passato, rappresentasse una minaccia fulminante e concreta nei confronti di una Marina Militare ancora limitata ai compiti di difesa del traffico concepiti in sede NATO negli anni Cinquanta mentre era ormai tempo di tornare a un’autentica vocazione a 360°, ovvero anti-nave. Una previsione azzeccata, come si incaricò di dimostrare la ritirata delle portaerei della U.S. Navy dal Mediterraneo orientale avvenuta in occasione della Guerra del Kippur dell’ottobre 1973. In realtà la disciplina, chiesta e accettata, era un cardine o - forse - addirittura, il cardine della vita umana e professionale del comandante. Uscito mondo da ogni colpa, e avendo già annunciato in tempi non sospetti la propria scelta di lasciare il servizio da tenente di vascello (poi capitano di corvetta) a causa dei limiti di carriera ricordati in precedenza, i quali “… mi avrebbero confinato, per il seguito, a una scrivania. E dovendo scegliere, pertanto, tra un tavolo e un altro, tanto valeva scegliermelo almeno comodo”, Bagnasco trascorse gli ultimi mesi di servizio in Iran a fianco dell’addetto navale. Risalgono a quel tempo sia un’interessante raccolta di fotografie e di documenti relativi al bombardamento inglese di Alessandra d’Egitto del 1882 da lui raccolti in quell’occasione sia una lucida relazione che prevedeva il futuro sconquasso dell’antica Persia diretto contro tutto quello che era di lingua inglese. In pratica il nostro previde, con quasi 9 anni di anticipo, la rivoluzione khomeinista proprio mentre l’impero dello Scià sembrava essere giunto al punto di massimo fulgore. Sarebbe stato un buon diplomatico. Fu senz’altro un valido collaboratore del SIOS in Adriatico dove operò, nel corso di una stagione, con un panfilo, parecchia faccia tosta e molta fortuna riconoscendo tutte le nuove basi segrete per le motocannoniere lanciamissili della classe “OSA” appena cedute dall’Unione Sovietica alla Marina jugoslava prima della rottura definitiva tra Mosca e Belgrado del 1968. Diventato un dirigente industriale di successo spaziò, negli anni successivi, tra l’editoria e la finanza. La passione dominante della storia lo portò, peraltro, dalla fine degli anni Sessanta, sia (complice Fraccaroli) a scrivere sul fondamentale annuario Jane’s Fighting Ships britannico sia a collaborare con un imprenditore parmigiano, Ermanno Albertelli, evento questo dimostratosi decisivo per le vicende di entrambi questi grossi personaggi. Tutto cominciò quasi per caso, con prefazioni e consulenze assicurate dal comandante in vista della pubblicazione, dal 1971 in poi, dei pionieristici volumetti della collana, d’origine anglo sassone, Big Set. Si trattò di un esperimento editoriale, esteso alle edicole, di grande successo in quanto confermò, sulle orme della divulgativa Storia Illustrata pubblicata da Mondadori, l’esistenza - in Italia - di un importante pubblico desideroso di approfondire in maniera seria e sistematica la storia militare recente al di là della memorialistica postbellica. Da allora iniziò una lunga serie di opere di successo il cui elenco, necessariamente molto lungo, è riportato, coi relativi commenti, in appendice. Dopo alcuni articoli inziali di scottante attualità (celebre “Tarallucci e vino”, apparso su Interconair Aviazione e Marina nel 1971), Bagnasco passò a pezzi, per lui più congeniali, di carattere storico, sempre basati su documenti originali d’archivio e con lo scopo, come mi spiegò: “di avere sempre qualcosa di nuovo da dire”, in quanto aveva in uggia quelle rimasticature che sono così frequenti, per contro, nell’ambiente storico di carattere militare. Assicurò inoltre, alla fine degli anni Settanta, un contribuito determinante all’opera enciclopedica Storia della marina pubblicata a dispense settimanali della Fabbri. Spiccò, infine, il grande balzo, essendo ormai prossimo al temine della propria carriera professionale, con il mensile Storia militare, cui chiamò a collaborare le migliori firme italiane e straniere. Sempre attento agli umori e ai legittimi interessi del mercato, ovvero del lettore, cercò sempre di bilanciare le componenti terrestre, aerea e navale della testata finendo, però, per privilegiare, inevitabilmente, quest’ultima. E forse fu proprio questo il segreto del successo della testata. Buon conversatore, buongustaio (una sera intrattenne in modo spassosissimo chi scrive, mia moglie e mia figlia in merito alle varietà di pesto tipiche delle diverse località della Liguria, oltre che coi ricordi dei suoi viaggi, dagli Stati Uniti all’Estremo Oriente), eccessivo fumatore e uomo, a un tempo, disincantato e sentimentale, decise - infine - di ritirarsi, nel 2014, dall’attività editoriale a causa dell’acuirsi di una malattia combattuta, fino all’ultimo, con coraggio e serenità. Continuò a pubblicare, di tanto in tanto, articoli di storia sempre apprezzati e a curare le nuove edizioni dei propri libri di costante successo. C’è chi lo definì “monarca assoluto illuminato”. La sua immediata, divertita risposta fu: “Sul monarca assoluto non si discute. Quanto all’illuminato non saprei”. Queste parole sono il ritratto del mio comandante Bagnasco. Appendice - Bibliografia commentata dell’opera omnia di Erminio Bagnasco La bibliografia delle opere del comandante Erminio Bagnasco proposta qui di seguito non segue un percorso strettamente cronologico o per argomenti. Il filo logico seguito - per quanto possibile - è, casomai, quello della rassegna dei suoi “cavalli da battaglia”. Libero da condizionamenti accademici o, meglio baronali, il comandante Bagnasco fu, infatti, sempre padrone di riprendere temi già trattati in passato non per riciclarli, come succede troppo spesso per motivi puramente “bibliometrici”, ma allo scopo, come i lettori hanno sempre avuto modo di constare, di integrarli alla luce di nuovi elementi, italiani o stranieri, scoperti nel frattempo. In effetti quello che per lui è stato, per tutta la vita, motivo di gioia, ovvero la scoperta di nuovi elementi o immagini da studiare e analizzare criticamente, sembra essere, per contro, causa di dannazione in sede universitaria, quantomeno in Italia e nell’ambito storico; qualsiasi ripensamento a opera di un accademico, o presunto tale, rispetto alle opinioni espresse in gioventù - rispecchiando pedissequamente, e inevitabilmente, a pena dell’aborto della carriera le convinzioni dei propri vecchi docenti - equivale, infatti, al suicidio professionale. N.B. Nell’ambito del seguente elenco sono indicati in grassetto i soli libri e fascicoli monotematici. * * * Poiché non esistono Marine senza navi, il primo amore dell’autore oggetto di questa bibliografia è sempre stato, inevitabilmente, rivolto verso i “bastimenti”, come lui stesso li chiamava. Tutto iniziò, sulla base di appunti presi per anni su quaderni scolastici che Bagnasco ha sempre conservato, con: Erminio Bagnasco, “Le costruzioni di guerra italiane”, Le vie del mare, agosto 1958 A questo pezzo, ricordato in precedenza, seguirono, nell’ambito della medesima linea di pensiero: Erminio Bagnasco, “Costruzioni navali italiane durante il conflitto 1940-45”, Rivista Marittima, febbraio 1961 e il correlato: Erminio Bagnasco, “Navi incorporate nella Marina italiana durante la Seconda guerra mondiale”, Rivista Marittima, ottobre 1961. Bagnasco Erminio, Rastelli Achille, Le costruzioni navali italiane per l’estero, supplemento Rivista Marittima, dicembre 1991 Bagnasco Erminio, Le costruzioni navali della Regia Marina italiana, supplemento Rivista Marittima, agosto/settembre 1996 Erminio Bagnasco, “Le prede della Regia Marina”, STORIA militare, febbraio e marzo 1996 Fu poi la volta del fascino, inevitabile, esercitato dai mezzi d’assalto, Complice una pellicola da lui ritrovata all’Ufficio Storico (e andata, pochi anni dopo, sfortunatamente perduta nelle mani di un giornalista collaboratore della Rivista Marittima), Bagnasco poté pubblicare: Erminio Bagnasco, “I sommergibili tascabili tipo C.A.”, Rivista Marittima, settembre 1962 Cui fecero seguito, in questo stesso ambito, il fondamentale Erminio Bagnasco e Marco Spertini, I mezzi d’assalto della X Flottiglia MAS 1940-1945, ed. Albertelli, 1991, poi ristampato nel 1993, 1997 e nel 2005 e Erminio Bagnasco e Achille Rastelli, “The Sinking of the Italian Aircraft Carrier Aquila: A Controversial Question”, Warship International, n. 1, 1990 Erminio Bagnasco Erminio e Achille Rastelli, “L’ “affondamento” della portaerei Aquila a Genova nel 1945”, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, giugno 1992 Erminio Bagnasco, “Mariassalto (1943-1954)”, STORIA militare, mag. 1995 Erminio Bagnasco, “Osservazioni intorno ad un pezzo delle collezioni De Enriquez, Storia militare, novembre 1996 Erminio Bagnasco, “Ancora sull'attacco tedesco a Livorno”, Storia militare, agosto 1998 Erminio Bagnasco, “Canoe contro navi a Lero”, Storia militare, agosto 2002 Erminio Bagnasco, “Gli inglesi sapevano”, STORIA militare, settembre 2003 Erminio Bagnasco, “I mezzi d’assalto italiani 1940-1945”, NN 22 e 23, Storia Militare Dossier, 2015 Tra le navi da guerra, però, il comandante Bagnasco, sempre rimasto persuaso in merito al fatto che, per la Marina Militare, fossero più utili numerose unità minori rispetto a poche navi maggiori, restarono sempre favorite le unità veloci costiere fino alla fine, naturale, di quel genere di naviglio. Il proprio “la” in questo senso partì con: Erminio Bagnasco, “Lo sviluppo e l’impiego dei MAS nella prima guerra mondiale”, Rivista Marittima, giugno 1965, pezzo cui seguì il fondamentale volume: Erminio Bagnasco, I MAS e le motosiluranti italiane, Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1967 (e più volte ristampato negli anni successivi) Quest’opera fu poi integrata dai successivi: Erminio Bagnasco, Le motosiluranti della Seconda guerra mondiale, ed. Albertelli, Parma, 1977 Erminio Bagnasco, M.A.S. e mezzi d’assalto di superficie italiani, ed. Ufficio Storico della Marina Militare, 1996 Erminio Bagnasco, Unità veloci costiere italiane, ed. Ufficio Storico della Marina Militare, 1998 Naturalmente, nel corso degli anni, non mancarono altri articoli, fascicoli e libri attinenti alle unità veloci costiere: Erminio Bagnasco e Fulvio Petronio, “Una incredibile "crociera di guerra" in Adriatico”, Storia militare, gennaio 1994 Erminio Bagnasco, “I MAS classe 500”, STORIA militare, aprile e maggio 2004 Erminio Bagnasco, Corsari in Adriatico, Mursia, Milano, 2006 Erminio Bagnasco, Enrico Cernuschi e Vincent P. O’Hara, “Italian Fast Coastal Forces: Development, Doctrine and Campaigns, 1914-1986: Part One: from the Beginning to 1934”, Warship, 2008 e “Part Two: World War II to the End”, Warship 2009 Erminio Bagnasco; “I volontari Motonauti della Grande Guerra”, Storia militare, gennaio 2014 Erminio Bagnasco, “Le motosiluranti italiane tipo CRDA”, Storia Militare, Giugno e Luglio 2016 Erminio Bagnasco, “Cani da guerra”, Storia Militare, maggio 2018 Erminio Bagnasco, PT Boats. Le Motosiluranti Della US NAVY, Storia Militare Briefing, 2017 Erminio. Bagnasco, Anthony Vitali Hirst, “Le Schnellboote nella Manica”, Storia Militare, aprile e maggio 2018 Erminio Bagnasco, Schnellboote. Le Motosiluranti tedesche 1939-1945, Storia Militare Briefing, 2019 Col passare del tempo crebbero anche le dimensioni del naviglio oggetto degli studi specifici del comandante. Dapprima (grazie anche alla testimonianza e alle fotografie del futuro genero, già comandante di motozattere in Egitto e Libia nel 1942), fu la volta di: Erminio Bagnasco, “Le motozattere italiane nella Seconda guerra mondiale”, Rivista Marittima, aprile 1969 (articolo ristampato come fascicolo autonomo dal Notiziario della Marina nel marzo 1998) Per poi passare, infine, alle unità maggiori con il parimenti inedito assoluto: Erminio Bagnasco, “I progetti per la trasformazione di unità dei tipi Di Giussano in incrociatori antiaerei e del Bolzano in nave lancia aerei e trasporto veloce”, Rivista Marittima, giugno 1969 Come sempre corredato dagli ottimi disegni dell’autore, il quale aveva ormai raggiunto la propria maturità artistica e tecnica anche in questo campo nel corso di 10 anni di affinamento e pratica. Come ricordato in precedenza, l’attività di scrittore del comandante passò, dopo aver contribuito all’articolo “Le ultime 100 ore di libertà in Italia”, apparso su Interconair Aviazione e Marina nel 1970, con i seguenti pezzi di carattere d’attualità: Erminio Bagnasco, “Tarallucci e vino”, Interconair Aviazione e Marina, 1971 Erminio Bagnasco, “L’unità veloce costiera negli anni Settanta”. Rivista Marittima, Settembre e ottobre 1973 Erminio Bagnasco, “L’Istituto Radar Guglielmo Marconi di Genova”, Rivista Marittima, luglio 1997 Il vero salto qualitativo ebbe però luogo in occasione della stesura delle prefazioni dei volumi della collana Big Set, editi da Albertelli, PT Boats. Le motosiluranti, uscito nel 1971 e Le navi del Terzo Reich, del 1972. In grado di esprimersi al meglio, il comandante Bagnasco approdò, a questo punto, al proprio capolavoro (quantomeno dal punto di vista commerciale) e della popolarità, con: Erminio Bagnasco, I sommergibili della Seconda guerra mondiale, Albertelli, 1973 Questo volume fu ripreso all’estero (evento pressoché incredibile per l’editoria italiana di carattere militare), con: Erminio Bagnasco, Submarines Of World War Two, Arms and Armour Press, Londra, 1976 Erminio Bagnasco, Submarines Of World War Two, U.S. Naval Institute, Annapolis, 1977 Erminio Bagnasco, Uboote im 2. Weltkrieg, Motorbuch Verlag Gebunden, 1997 Erminio Bagnasco, Submarines Of World War Two, Orion, 2000 Erminio Bagnasco, Submarines of World War Two: Design, Development & Operations, Seaforth, 2018 A questi volumi cui sono, inoltre, idealmente ricollegabili: Erminio Bagnasco, “Gli U.S. Fleet Submarines nel Pacifico”, Storia Militare, giugno e luglio 2015 Erminio Bagnasco, Les Sous-Marins de la Seconde Guerre Mondiale, Caraktère, 2020 Erminio Bagnasco, Anthony Hirst, U Boote I sommergibili tedeschi, 1939-1945, Storia Militare Dossier, 58 e 59, Dicembre 2021 e Gennaio 2022 Parimenti originale e basata, oltre che sugli splendidi disegni di Elio Andò, sull’ormai ricca collezione fotografica del comandante Bagnasco integrata dall’immensa raccolta di Aldo Fraccaroli e dalla collaborazione degli appassionati e dei reduci italiani fu l’idea di realizzare un’opera di carattere eminentemente fotografico, ma sempre adeguatamente commentata con grande e insolita precisione rispetto al livello corrente dell’editoria, sempre molto disinvolto quando si trattava di identificare le navi e le date in cui le istantanee erano state fatte: Erminio Bagnasco ed Elio Andò, Marina Italiana, le operazioni nel Mediterraneo giugno 1940 – giugno 1942, Intergest, Milano, 1976 Integrato e allargato il volume in questione, pubblicato in formato album, divenne due anni dopo: Erminio Bagnasco ed Elio Andò, Navi e marinai, Albertelli, 1978 Per poi evolversi in: Erminio Bagnasco, In guerra sul mare, ed. Albertelli, Parma, 2005 Erminio Bagnasco, “In guerra sul mare”, Storia Militare Dossier, NN 1, 2, 3 e 4, 2012 Il campo, indispensabile, delle Armi Navali fu affrontato con il pioneristico: Erminio Bagnasco, Le armi delle navi italiane nella seconda guerra mondiale, Albertelli, Parma, 1978 Quanto alle mai abbandonate navi, fu la volta dei cacciatorpediniere mediante: Erminio Bagnasco, “I CC.TT. classe Comandanti”, Rivista Marittima, gen. 1987 Erminio Bagnasco, “The Comandanti Class Destroyer of The Italian Navy 1942-1943”, Warship International, nn. 3 e 4 1990 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “Dal Maestrale potenziato ai Comandanti”, Storia militare, gennaio e febbraio 1998 Le portaerei, infine, arrivarono con: Erminio Bagnasco, La portaerei nella Marina italiana, supplemento Rivista Marittima, dicembre 1989 Affinando, in seguito, l’argomento, mediante una serie di vere e proprie scoperte con: Erminio Bagnasco, “Una portaerei mancata, la Francesco Caracciolo”, Rivista Marittima, maggio 1991 Erminio Bagnasco ed Enrico Leproni, “La portaidrovolanti Giuseppe Miraglia”, Storia militare, ottobre 1994 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “La portaerei Impero?”, Storia militare, maggio 2006 Erminio Bagnasco e Filippo Bonfiglietti, “Il progetto Bonfiglietti”, Storia militare, aprile 2008 Nel corso del 1989 era stata anche la volta di un nuovo filone di successo sommando, per l’occasione, la fama acquistata coi sommergibili alle raccolte fotografiche mediante il volume: Erminio Bagnasco e Achille Rastelli, Sommergibili in guerra, centosettantadue battelli italiani nella Seconda guerra mondiale, Albertelli, 1989 poi ripreso, in nuova veste e contenuto, mediante: Erminio Bagnasco, “I sommergibili italiani”, Storia Militare Dossier, NN 11 e 12, 2013 In precedenza, sempre sulla base dell’attenta valorizzazione delle fotografie, era iniziata la serie cosiddetta dei Porti dopo la guerra: Erminio Bagnasco, “Lo sgombro dei relitti nel Golfo di Spezia nell’immediato dopoguerra”, Rivista Marittima, febbraio 1988 Bagnasco Erminio, Rastelli Achille, “Recuperi navali nel porto di Trieste alla fine della Seconda guerra mondiale”, Rivista Marittima, novembre 1992. Bagnasco Erminio, Rastelli Achille, “Il porto di Genova alla fine della Seconda guerra mondiale”, Rivista Marittima, luglio 1993 In modi e tempi paralleli era altresì incominciata una storia della Marina italiana successiva al 1945 materializzatasi in: Erminio Bagnasco, “La Marina Militare, 40 anni in 250 immagini”, Supplemento della Rivista Marittima, giugno 1988 cui seguirono, sempre con riferimento al mondo postbellico: Erminio Bagnasco, “La Marina del trattato di pace”, Storia militare, novembre 2000 Erminio Bagnasco, “Le navi italiane alla Francia”, Storia militare, febbraio 2001 Erminio Bagnasco, “Una flotta d'occasione", Storia militare, settembre e ottobre 2001 Erminio Bagnasco, “Sei “brutti anatroccoli”, Storia militare, maggio e giugno 2003 Erminio Bagnasco, “Siluranti “di transizione”, Storia militare, Febbraio 2010 Erminio Bagnasco, “I BYMS italiani”, Storia militare, Dicembre 2014 Erminio Bagnasco “1954: la Marina a Trieste”, Storia Militare, aprile 2015 Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, Le fast frigates britanniche”, Storia Militare, Ottobre 2016 Erminio Bagnasco, “L’ultima corazzata”, Storia Militare, gennaio e febbraio 2018 Il dovere di cronaca impone, infine, di ricordare, in questo ambito, anche, di Michele Cosentino con (cosa insolita) la semplice partecipazione di Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, “La Marina italiana, 1946-2015”, NN 15, 16 e 16 bis, Storia Militare Dossier, 2015 Dopo aver contribuito, nel 1994, a Storia dell'Ansaldo. Edizione illustrata. Le origini (1853-1882) (Vol. 1) edito, quell’anno, da Laterza, nel 1996 e l’anno successivo fu la volta di due volumi basati, ancora una volta, sul decisivo elemento rappresentato dalle fotografie: Erminio Bagnasco, Aldo Fraccaroli, fotografo navale, sessant’anni di storia della Marina italiana attraverso le immagini, Albertelli, 1996 Erminio Bagnasco e Achille Rastelli, Navi e marinai italiani nella Grande Guerra, Albertelli, 1997 Anche se cronologicamente antecedenti vanno ricordati, a questo punto, i libri e gli articoli dedicati, infine, alle navi da battaglia: Erminio Bagnasco e Mark Grossman, “Regia Marina. Italian Battleships of World War II”, un album uscito negli Stati Uniti nel 1986 e più volte ristampato. Bagnasco Erminio, “Grandi navi ai lavori negli anni Trenta. Il progetto iniziale per la ricostruzione delle corazzate classe Cavour”, Rivista Marittima, maggio 1992 Erminio Bagnasco, “Perdita e recupero della R.N. Conte di Cavour”, STORIA militare, novembre 1995 Bagnasco Erminio, Piovano Mario, “Catapulte per aerei sulla R.N. Conte di Cavour”, STORIA militare, dicembre 1996 A questi saggi seguì, nel 2003, un panorama completo e commentato in merito al naviglio da guerra e ausiliario italiano durante la Seconda guerra mondiale: Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, Le navi da guerra italiane, Albertelli, Parma, 2003 Il volume fu accolto molto bene e si diffuse anche all’estero, grazie a un digest in appendice scritto in inglese realizzato dall’amico Vincent P. O’Hara, giustificando una seconda edizione nel 2005 e una terza nel 2009. Sulla base di quello stesso formato, rivelatosi vincente, fu poi la volta di: Erminio Bagnasco e Augusto De Toro, Le navi da battaglia classe “Littorio” 1937-1948, Albertelli, 2008. Una nuova edizione, riveduta, corretta e ampliata, del medesimo libro apparve nel 2010 seguita dallo stesso volume pubblicato, nel 2020, dall’Ufficio Storico della Marina Militare. L’edizione 2010 fu inoltre tradotta in inglese: Erminio Bagnasco and Augusto de Toro, The Littorio Class: Italy's Last and Largest Battleships 1937-1948, Seaforth Publishing, 2011 (e pubblicato in contemporanea, su concessione inglese, dal Naval Institute statunitense) Le navi da battaglia italiane furono, in seguito, oggetto, oltre che dell’articolo: Erminio Bagnasco, “La tragedia e le favole”, Storia Militare, luglio e agosto 2018, della seguente opera destinata, inizialmente, a seguire le “Littorio”, ma che non fu pubblicata per anni in seguito alla cessazione dell’attività da parte della casa editrice Albertelli, avendo quell’imprenditore intuito per tempo il futuro andamento commerciale del settore della storia militare in seguito all’avvento, a quel tempo ancora agli albori, delle vendite cosiddette on-line: Erminio Bagnasco e Augusto De Toro, “Le corazzate classe Conte di Cavour e Duilio”, NN 47 e 48, Storia Militare Dossier, 2020 poi tradotto in inglese Erminio Bagnasco e Augusto De Toro, Italian Battleships: Conte di Cavour and Duilio Classes 1911-1956, Pen and Sword, 2021 La passione mai sopita del comandante Bagnasco per le mimetizzazioni delle navi da guerra e mercantili si tradusse, nel 2006, dopo gli studi pionieristici di Franco Bargoni apparsi nel corso del decennio precedente, nel volume: Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, La mimetizzazione delle navi italiane 1940-1945, Albertelli, Parma, 2006 seguito, in un certo senso, dall’articolo: Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, “Una particolare moda navale”, Storia militare, ottobre, novembre e dicembre 2009 e, in maniera più specifica, da: Erminio Bagnasco, Augusto De Toro, “La doppia mimetica del Littorio alla Seconda Sirte”, Storia Militare, marzo 2021 La disponibilità di numerose, bellissime foto di navi ospedale mai utilizzate fu poi all’origine, dopo una serata conviviale a Rapallo, di: Le Navi Ospedale italiane 1935 – 1945, Edizioni Storia Militare, 2010, volume realizzato, quanto al testo, da Enrico Cernuschi con, in più, 13 disegni di Maurizio Brescia e la supervisione di Erminio Bagnasco. Ad esso fece seguito l’articolo: Erminio Bagnasco e Guido Alfano, “Le navi “protette”, Storia militare, febbraio 2011 Nel 2009 era apparso, sul primo volume di quell’anno del periodico statunitense World War Quarterly un’intervista a Erminio Bagnasco nel corso della quale il comandante non mancò di esprimere con la consueta chiarezza il proprio pensiero liquidando, tra l’altro, con poche battute, quello che giudicava essere l’atteggiamento di troppi storici ancora succubi della “… clever propaganda - obviously tendentious – widely spread at the time by the British”, aggiungendo che, “it is not worth talking about this again, except to say taht the Anglo-Saxon world still remebers the misinformation more than sixty years after the war. As for inaccurate versions of the events, today there is no excuse for their existence” stigmatizzando, una volta di più, le vecchie teorie, a base di tradimenti a opera di ammiragli prezzolati, portate ancora avanti dai tardi epigoni del passato regime e dai loro discepoli. Alcune osservazioni formulate, in quella stessa sede, dal comandante Bagnasco in merito all’edizione italiana (di cui era stato l’autore della prefazione) apparsa nel 2006, del libro La Marina italiana nella Seconda guerra mondiale - in originale The Italian Navy in World War Two, del 1994 - scritto dal professore statunitense James Sadkovich, spinsero quest’ultimo a pubblicare a sua volta, sul Global War Studies Vol. 7 n.1/2010, una replica: “Rebuttal to Bagnasco Q&A” (cioè Questions and Answers), a conferma del peso attribuito anche Oltreoceano alle opinioni di uno dei pochi autori italiani tradotti e pubblicati (su carta) all’estero. Nel frattempo gli studi sulle navi da guerra appartenenti alle altre categorie di naviglio erano, naturalmente, proseguiti e progrediti nel tempo traducendosi in: Erminio Bagnasco, Cacciatorpediniere classe Soldati, due volumi, Albertelli, 1993 poi ripreso come: Erminio Bagnasco, I cacciatorpediniere classe “Soldati” 1937-1945, Storia militare Briefing, giugno 2021 seguito da: Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, Cacciatorpediniere classi Freccia/Folgore, Maestrale, Oriani, due volumi, Albertelli, 1997 e dagli articoli: Erminio Bagnasco, “Le torpediniere di scorta classe Orsa”, Storia militare, ottobre 1993 e novembre 1993 Bagnasco Erminio, “Il progetto A.S. 450”, Storia militare, aprile 1994 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “La Regia Marina e l’incrociatore antiaerei”, Storia militare, gennaio 1997 Bagnasco Erminio, Cernuschi Enrico, “Antisom”, Storia militare, giugno 2001 e luglio 2001 Erminio Bagnasco Erminio ed Enrico Cernuschi, “Le ultime torpediniere italiane”, STORIA militare, aprile 2002 e maggio 2002 Erminio Bagnasco, “AS 450”, Warship International, n. 2, 2002 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “Navi finte”, Storia militare, novembre 2003 Erminio Bagnasco e Franco Bargoni, “Cacciasommergibili”, Storia militare, settembre 2009 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “Capitani Romani”, Storia militare, febbraio 2015 Di carattere generalmente storico riferito ad episodi, più che a particolari unità o classi sono, a loro volta, i seguenti articolo: Erminio Bagnasco, “Corregidor, storia di un’isola fortezza”, Rivista Marittima, novembre 1979 Poi ripreso: Erminio Bagnasco “Corregidor”, Storia Militare, dicembre 2015 Bagnasco Erminio, “Tolone: novembre 1942 settembre 1943”, RID Rivista Italiana Difesa, giugno 1986 Erminio Bagnasco e Paolo Ferrari, “Il bombardamento di Alessandria d'Egitto”, Storia militare, febbraio 1995 Erminio Bagnasco e Anthony Vitali Hirst, “Le basi protette degli U-Boote”, Storia militare, Maggio 1996 Erminio Bagnasco, “Sommergibili tipo "CM" e "CB" a Trieste”, Storia militare, giugno 1999 Erminio Bagnasco, “Tolone 27 novembre 1942”, Storia militare, novembre 1999 Erminio Bagnasco, “Un sommergibile in riva al Po”, Storia militare, maggio 2000 Erminio Bagnasco, “Dal Mediterraneo all’Estremo Oriente”, Storia militare, gennaio 2003 Erminio Bagnasco, “Bismarck e Prinz Eugen versus Hood e Prince of Wales”, Storia militare, aprile 2006 Erminio Bagnasco e Joseph Caruana, “La vicenda della nave soccorso Laurana”, Storia militare, agosto 2004 Erminio Bagnasco. “Il miraggio di Alessandria”, Storia militare, giugno 2005 Erminio Bagnasco, “Commento a un articolo farneticante”, Storia militare, dicembre 2009 Erminio Bagnasco ed Enrico Cernuschi, “Rivista H”, Storia militare, maggio 2010 Erminio Bagnasco, “Strafalcioni storici sui media", Storia militare, Giugno 2011 Erminio Bagnasco, “… Perserverare diabolicum”, Storia militare, settembre 2011 Erminio Bagnasco, “Incredibile…ma vero!”, Storia militare, ottobre 2012 Erminio Bagnasco, “Collisione all'alba”, Storia Militare, gennaio 2019 * * * Di carattere eminentemente fotografico sono, per contro, i seguenti pezzi: Erminio Bagnasco, “1940: il recupero del ct. Liubljana della R. Marina jugoslava”, Storia militare, giugno 1997 Erminio Bagnasco Maurizio Brescia, “Una raccolta di foto inedite di navi italiane della Seconda guerra mondiale”, Storia militare, marzo 2008 Erminio Bagnasco, “Cattaro aprile 1941”, Storia militare, novembre 2008 Erminio Bagnasco, “Torpediniera Lupo, 1938-1942”, Storia militare, agosto 2009 Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia, “La barzelletta dei 500 euro per una foto”, Storia militare, Giugno 2010 Erminio Bagnasco, “Foto inedite di cacciasommergibili italiani”, Storia militare, marzo 2012 Erminio Bagnasco, “La raccolta di foto del comandante Di Gaetano”, Storia militare, Aprile 2012 Erminio Bagnasco, “La Decima Flottiglia Mas in Sicilia nel 1943”, Storia militare, febbraio 2013 Erminio Bagnasco, “Un curioso colpo di grosso calibro”, Storia Militare, settembre 2016 Erminio Bagnasco, G. Vaccaro, “L’FR 31 / Trombe”, Storia Militare, marzo 2017 Erminio Bagnasco, “Il "paese delle favole", Storia militare, aprile 2017 Erminio Bagnasco, “R.N. Vittorio Veneto 1942-1943 - foto inedite”, Storia Militare, dicembre 2017 Erminio Bagnasco, Maurizio Brescia, “Il pelo sullo stomaco”, Storia Militare, gennaio 2018 Erminio Bagnasco, La Maddalena dicembre 1940, Storia Militare, dicembre 2018 A tutto ciò vanno aggiunti sia alcuni pezzi, di carattere essenzialmente fotografico, apparsi sul periodico dell’ANMI Marinai d’Italia all’epoca della direzione di quella testata da parte dell’ammiraglio Giovanni Vignati e 250 editoriali pubblicati ogni mese su Storia Militare tra il 1993 e il 2014; si trattava di interventi che spesso non si limitavano ad annunciare gli articoli contenuti nel nuovo numero, o a commentare lo stato della rivista, ma mediante i quali l’autore ha lanciato precisi e concreti messaggi indirizzati, idealmente, a un Paese troppo spesso dimentico non tanto e non solo della propria forse troppa storia, ma dei più elementari principi di buon senso e di buon gusto. Né sono da trascurare centinaia di recensioni, spesso, ma sempre oneste e azzeccate. Lo stesso discorso vale per i suoi non frequenti interventi sul web, ambiente da lui giustamente stigmatizzato spesso e volentieri avendo constatato, man mano che passavano gli anni, l’imbarbarimento dell’ambiente e la perdita di quella visione alta e d’insieme che aveva appreso, tra l’altro, nel corso di lunghe conversazioni in plancia, a bordo del Garibaldi, dal comandante (e poi ammiraglio) Scialdone, un uomo, ricordato in precedenza in queste pagine, che veniva dalla Mercantile, decorato di medaglia d’oro e che, come lui, manifestò sempre idee singolarmente chiare e dirette che conosceva e rispettava le leggi del mare.
  9. Segnalo che è stato pubblicato dall'Ufficio Storico della Marina Militare il volume di Enrico Cernuschi e di chi scrive (non percettori di diritti sulle vendite, s'intende) Pattugliatori. Il ritorno di un'idea vincente, 1820-2020, 196 pagine, 60 illustrazioni in b/n e a colori, tre tre appendici a opera, rispettivamente, dell'ammiraglio Pio Bracco, del STV Giuseppe Cozzi e di Michele Maria Gaetani. L’opera analizza e ripercorre la storia delle Unità di pattugliamento, che fin dalle origini hanno rappresentato una componente fondamentale della Marina Militare. Il volume, pur nel rispetto di quel riserbo che è condizione naturale degli uomini e delle donne della Marina Militare, è arricchito da testimonianze dirette e da numerose fotografie e immagini. Una storia, ancora oggi attuale, di navi ed economia, di missioni isolate e di ricadute decisive per il benessere e l’evoluzione del nostro popolo. Chiamati, solidalmente ai loro equipaggi, a compiere ogni giorno, ogni notte e con ogni tempo il loro compito, anche con la forza se necessario, sempre con la serena certezza di essere, in ogni circostanza, testimonianza di una civiltà millenaria. Un libro destinato ad un vasto pubblico, sia al giovane che sogna il proprio futuro, che al lettore che vuole conoscere le caratteristiche operative di queste Unità. Un’opera che rappresenta la vita e le avventure di navi concepite per operare su tutti i mari del mondo, i Pattugliatori. Riporto, per chi fosse interessato, le righe dell'introduzione: Non c’è nulla di più fuorviante delle classificazioni del naviglio. Al di là della distinzione, tutta italiana (di per sé, correttissima, ma ignota all’estero) tra sommergibili e sottomarini, gli esempi si sprecano. Basti pensare all’uso dei termini fregate e corvette ripescato - a beneficio del naviglio antisom - dall'epoca della vela (anche se il Vocabolario Marino e militare di Padre Guglielmotti ricorda l'uso di questo termine sin dal Duecento relativamente a piccole imbarcazioni a remi) o ai moderni cacciatorpediniere, spina dorsale della difesa antiaerei della Squadra e della nazione tout court e navi tuttofare fuorché – appunto – cacciare le torpediniere, ossia una categoria di naviglio estinta, per selezione naturale, sin dalla Seconda guerra mondiale. Il termine pattugliatore è stato introdotto nella Marina Militare in epoca NATO. Si tratta di una parola d’origine anglosassone usata, dapprima, dai britannici nel 1915 per designare le nuove unità di scorta antisommergibili dei tipi “PC Patrol Craft”, da 613 tonnellate e 20 nodi seguite, nel 1917, dalle “Patrol Gunboats” della classe “Kill” (895 t e 13 miglia di velocità massima) ordinate, tra tutte, ai propri cantieri in oltre un centinaio di unità fino al termine della Grande Guerra. Ad esse vanno aggiunte le quindici Patrol Craft del tipo “Z – Whaler”, ovvero baleniere costruite ex novo come navi da guerra da 336 t e 13 nodi di velocità massima. Si trattava di navi robuste, ma di caratteristiche belliche e impiego diverse rispetto alle loro più grosse consorelle, fatto questo che contribuì non poco, per dirla con le parole di Churchill, loro mallevadore, quando era Primo Lord dell'Ammiragliato: “a imbastardire la categoria”, visto che non differivano, in buona sostanza, dalle svariate centinaia di lenti pescherecci d'altura, tra Trawlers e Drifters, utilizzati per compiti antisom ausiliari dalla Royal Navy fino al 1918. I francesi, più poveri rispetto ai vicini d'Oltremanica, fecero proprio quel nuovo termine armando 189 grossi pescherecci d'altura, sia propri sia acquistati in tutto il mondo, chiamandoli patrouilleurs auxiliares. Si trattava, in effetti, di bastimenti in grado di sviluppare, sulla carta, dai 9 ai 12 nodi e che non avevano nulla di diverso rispetto agli analoghi piropescherecci britannici, ma la Marine nationale preferì distinguere, anche per motivi di prestigio, tra pescherecci grossi, detti pattugliatori, (dimostrando, così, che li aveva anche lei), e “Trawlers requisiti”, più piccoli e iscritti nei ruoli del naviglio ausiliario, facendo proprio anche il termine originario inglese, il cui significato altro non era che quello di motopeschereccio per la pesca a strascico, mentre il Drifter è il peschereccio con rete a deriva. Quanto agli Stati Uniti, la U.S. Navy adottò le categorie inglesi avviando, nel dicembre 1917, un ambizioso programma di costruzione prefabbricata in serie di “Patrol vessels” della classe “Eagle”, da 500 tonnellate e 18 nodi, peraltro interrotto alla fine del conflitto. Meno succube rispetto alla terminologia anglosassone, la Regia Marina utilizzò la parola “Vedetta” per i 47 motopescherecci d'altura di costruzione giapponese (di italiani non ce n'erano) acquistati laggiù nel 1916 e denominati “G 1-47”, riservando, per contro, la qualifica “Vedette ausiliarie” ad altre 85 unità requisite più piccole (pescherecci, piroscafetti e rimorchiatori), destinate ad analoghi compiti di vigilanza foranea, oltre che al dragaggio litoraneo. Niente pattugliatori, pertanto, in Italia, né allora né nei decenni successivi, pur assolvendo, le navi in parola di ogni Marina, i medesimi compiti. Dopo il 1945, per contro, la posizione più che dominante assunta dagli Stati Uniti presso le Marine di tutto il mondo (largamente fornite, tra l'altro - a partire dalla Royal Navy britannica - di navi da guerra, dalle portaerei fino ai dragamine e ai mezzi da sbarco, tutte made in USA al pari, come è ovvio, delle correlate dottrine d'impiego) fece sì che la particolare concezione della parola “Patrol”, elaborata autonomamente dalla Marina americana, diventasse, bon gré mal gré, patrimonio comune. In pratica il termine Patrol era, per una Marina oceanica e priva di minacce litoranee come quella statunitense, sinonimo di costiero. Le motosiluranti erano Patrol Torpedo Boats. Le cannoniere fluviali dislocate in Cina erano le Patrol River Gunboats, i cacciasommergibili (di per sé più grossi delle vedette dei tipi “SC” (Sub-Chaser) da 95 tonnellate), erano i Patrol Coaster (PC) da 280 t e 20 nodi, a loro volta ben presto evoluti nel nuovo tipo “PCE” (Patrol Coaster Escort), da 795 tonnellate e 16 nodi, ovvero in unità che nulla avevano da invidiare rispetto alle corvette europee, salvo crescere ancora con le Patrol Frigates (“PF”) da 1.000 – 1.400 t delle classi “Asheville” e “Tacoma”. Erano, queste ultima, navi da guerra ispirate agli avvisi britannici della classe “Black Swan”, ma che, in realtà, non furono mai amate dalla U.S. Navy, in quanto giudicate né carne né pesce: troppo grosse per operare sotto costa e troppo piccole per essere utili dall'altra parte del mondo; non a caso furono cedute subito alla “concorrente” U.S. Coast Guard, alla Gran Bretagna, all'Unione Sovietica e, dopo la guerra, a Francia, Olanda, Belgio, Corea del Sud, Giappone, Messico, Argentina, Colombia, Ecuador e Repubblica Dominicana. Quanto agli avvisi ausiliari provenienti dalla Marina Mercantile e destinati a compiti di scorta nelle acque americane, si trattava di Patrol Gun Boats (“PG”) o di Patrol Yard (PY), a seconda delle loro dimensioni. Unica e non casuale eccezione rispetto a questa idea dominante post 1945 (e collegata anche alla disponibilità di una “Guardia Costiera” dotata, sin dalla fine dell'Ottocento, anche di grossi avvisi oceanici denominati Cutter), in base alla quale la U.S. Navy era (ed è) una Blue Water Navy oceanica che non aveva, fino all'inizio del XXI secolo, né risorse né tempo da dedicare alla Littoral Warfare, fu quella delle Patrol Gunboat delle classi “Dubuque”, “Sacramento” e “Tusla”, grosse cannoniere da 990 – 1.200 tonnellate entrate in servizio a partire dai primi del Novecento e giunte alla loro massima espressione con i due Erie e Charleston, da 1.900 t e 20 nodi del 1935. nel caso di queste due singolari unità si trattava, in effetti, di avvisi bene armati e destinati a compiti da navi coloniali nel Pacifico e nei Caraibi, in omaggio a un criterio non diverso, come vedremo, rispetto a quello fatto proprio, in quello stesso periodo, dalla Marina italiana, a conferma del fatto che le etichette possono essere cambiare a volontà mentre le esigenze restano sempre le stesse. I pattugliatori italiani oggetto delle pagine che seguiranno sono, a loro volta, difficilmente classificabili, una volta che si vogliano adottare a tutti i costi le categorie dei due conflitti mondiali e della successiva Guerra fredda. Rientrano, per contro, nella migliore tradizione navale di ogni epoca o, quantomeno, dai primi del XIX secolo in poi, se si allarga, magari per un istante, l’orizzonte, passando cioè dalla scolastica ed eterna declinazione dei fatti dello Jutland e di Midway, alla domanda che ogni cittadino, si tratti di un elettore o di un componente del Corpo Legislativo (alias Parlamento) dovrebbe porsi quando si parla di Marina, ovvero il legittimo e più che comprensibile quesito: “Ma a cosa servono queste navi?”. Abbiamo deciso di fornire una risposta sulla base sia: a) del parametro rappresentato dal Prodotto Interno Lordo (PIL), a sua volta assurto (apparentemente) a punto di riferimento del XXI secolo, quantomeno a giudicare dai titoli dei quotidiani, dei periodici e dei servizi televisivi, sia b) di due secoli di esperienza. Naturalmente il criterio quantitativo testé proposto, per quanto si dimostri, alla fine, piuttosto cospicuo tanto in cifra assoluta quanto in termini percentuali, non ha un valore morale, né tantomeno assoluto. La dura vita in mare, per settimane o mesi di fila, gli inevitabili sacrifici degli equipaggi e, con una certa frequenza, gli imprevisti da affrontare, magari nell'Oceano Indiano durante la stagione dei monsoni estivi, non possono e non devono essere ridotti alle colonne dare e avere della ragioneria. Né chi accetta, per propria scelta, di affrontare una carriera in Marina lo ha mai fatto in nome della computisteria, o per il bene di astratti parametri contabili più o meno opinabili. Visto, però, che le navi costano (cosa, questa, facilmente intuibile a ogni livello) e rendono (concetto questo - per contro - tutt'altro che scontato, come vedremo), riteniamo che chiarire "di quanto stiamo parlando", non guasti, ferma restando la natura, ben altrimenti profonda, di chi recita, la sera, questa preghiera: “Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare”.
  10. Complimenti a quanti come sempre hanno tenuto alto il nome di Betasom! I simulatori sono davvero eccezionali (le piccole confermano...). Sono stato davvero felice di intervenire "in servizio". BZ
  11. Ricevo dall'ANMI di Monfalcone e da Enrico Cernigoi la segnalazione sulla mostra in oggetto: L’ANMI di Monfalcone, da sempre sensibile al mondo subacqueo, è stato più volte ideatore e partecipe di iniziative in merito. Nel 2006-2007, in occasione del centenario del cantiere navale, ha collaborato con l’Associazione Tempora all’allestimento della mostra “Sommergibili Tecnologia e cantieristica”, prima grande manifestazione sul tema tenutasi in città, nel 2011, di concerto con la Marina Militare ed il Comune, ha realizzato il 1° Raduno Nazionale dei Sommergibilisti. Quest’anno il Gruppo ha ritenuto di farsi promotore di un’ulteriore iniziativa in occasione della ricorrenza, il14 aprile, dell’ottantesimo anniversario della morte del Generale Ispettore del Genio Navale, Curio Bernardis, udinese di nascita, ideatore e progettatore, anche su licenza di Marine straniere, di ben 103 sommergibili, universalmente noti come “tipo Bernardis”. Per onorare compiutamente l’anniversario, pur nei limiti imposti dall’attuale pandemia, in un continuo e proficuo lavoro di collaborazione con la Consulta della Cultura del Comune di Monfalcone e con il Museo della Cantieristica, massima espressione della marinità in città, è stata realizzata la mostra-evento “I 600 di Monfalcone 1932 – 1942 – Nel silenzio degli abissi”. Con questa esposizione la nostra Associazione ha voluto ricordare la storia dei 25 sommergibili della classe 600 costruiti dall’allora Cantieri Riuniti dell’Adriatico (CRDA). In particolare, la rassegna vuole ricordare le maestranze del cantiere che provvidero alla loro costruzione(moltissime delle quali, tra l’altro, furono inquadrate nella leva di mare e combatterono su questi battelli) e le vicende di detti mezzi e dei marinai che sugli stessi prestarono servizio. All’argomento sono state sono state dedicate due pubblicazioni. La prima, il libro catalogo della mostra curato dal T.V. G.N. Cpl. Marino Ravalico, (prefazione dell’contrammiraglio Roberto Semi) narra le imprese, fortunate e meno, dei 25 sommergibili classe 600 (di cui solo 6 riuscirono a salvarsi, 8 si autoaffondarono e 11 scomparvero con l’intero equipaggio); la seconda, “Il Regio Sommergibile Perla” (prefazione del Comandante in capo della squadra navale, Ammiraglio di squadra Paolo Treu) scritto da Enrico Cernigoi ne tratta, attraverso interviste e diari, le vicende ,dalla tragedia dell’avvelenamento di parte dell’equipaggio nel Mar Rosso, all’incredibile viaggio di 81 giorni e di 13000 miglia di oceani percorsi per ritornare in Italia da Massaua, all’attraversamento notturno in superficie dello stretto di Gibilterra. Trai tanti uomini del cantiere ricordiamo il ‘comandante’ Contrammiraglio Oscar Gran, triestino, medaglia d’Argento al valore, che visse eroicamente l’epopea dei 600 prima come ufficiale in 2° dell’Alagi durante l’allestimento dello stesso presso Marinalles Monfalcone e poi, in guerra, come comandante dell’Aradam e dell’Otaria, tre dei sommergibili costruiti nel Cantiere della nostra città. Comandante d’armamento dell’Italcantieri negli anni ‘60, ci ha lasciato 45 anni fa, il 3 luglio. A lui, al generale Curio Bernardis, ed ai 525 Ufficiali, sottufficiali e marinai (di cui 490 riposano nel silenzio degli abissi) periti nell’adempimento del loro dovere sui 25 sommergibili va il nostro ricordo.
  12. GM Andrea

    la spia italiana

    In merito alla presente discussione pubblico un intervento di Enrico Cernuschi Indipendentemente dalla vicenda di questi giorni di cui all’oggetto, storia riportata con insolito clamore, tempismo e concordia tra loro, dai vari mezzi d’informazione citando, a strettissimo giro di battute d’agenzia, persino il nome dell’accusato di nazionalità italiana (E la Privacy? La presunzione d’innocenza? Il segreto istruttorio? Mah! Sembra il titolo di un vecchio film: Sbatti il mostro in prima pagina), e circa la quale l’unica formula possibile è il classico (e spesso passabilmente pilatesco) “Si confida nell’opera della Magistratura”, mi permetto di fornire, qui di seguito, alcune osservazioni di carattere storico nel tentativo di fare immediata chiarezza. “…se non sbaglio durante la guerra un ufficiale italiano fu accusato di connivenza con gli Inglesi e incolpato di tutti i disastri che succedevano ai convogli di rifornimenti verso la Libia (era detta la rotta della morte per le grandi perdite). Il poveretto passò tutta la vita con questa infamia, cercando di dimostrare che non era vero e mori senza aver avuto soddisfazione. Venti anni dopo la fine della guerra, gli Inglesi desecretarono un documento nel quale si affermava che - essendo riusciti a "bucare" il codice di Enigma - erano a conoscenza di tutto il traffico dei convogli italiani verso la Libia. Potevano dirlo prima e riabilitare così il nome di quell'ufficiale, ma non lo fecero. Spero di ricordare bene anche nei particolari. Forse qualcuno ne sa più di me; l'ho letto ma non ricordo più dove” Siamo davanti a un mix di ricordi corretti e sbagliati (niente di strano o di colpevole; provate a mettere d’accordo i testimoni di un incidente stradale e vedrete cosa salta fuori). In dettaglio: … durante la guerra un ufficiale italiano fu accusato di connivenza con gli Inglesi … Sono noti, in letteratura, due casi: il generale Calvi di Bergolo, genero di Re Vittorio Emanuele III. Quell’ufficiale, a quel tempo comandante della divisione Centauro, fu indicato, nel marzo 1943, dagli inglesi, tramite i soliti agenti doppi che pullulavano nei due Servizi germanici (si pensi solo a Eddie Chapman e al film con Christopher Plummer e Yul Brinner), come spia al servizio dell’Intelligence britannica, nonché reo di aver sabotato per l’occasione l’ultima offensiva di Rommel, fallita tempo 24 ore contro l’Ottava armata sul fronte sud tunisino. Provinciali come pochi e ostili, da buoni nazisti, alle monarchie in quanto tali e a quella dei Savoia in particolare (a partire, beninteso, da Hitler), i tedeschi non solo abboccarono, ma mangiarono, oltre all’esca, pure l’amo e mezzo metro di bava. L’inganno non fu rivelato vent’anni dopo, ma soltanto nel 1974 da Frederick Winterbotham nel proprio The Ultra Secret, opera che Mariano Gabriele definì, durante una memorabile tavola rotonda di Storia Illustrata diretta da Franco Bandini e pubblicata sul numero di dicembre del 1980, alla stregua delle storie di Guerrino il meschino e che lui avrebbe bocciato uno studente che si fosse presentato con un simile racconto, ma tant’è. Secondo Bandini la clamorosa e subito pompatissima rivelazione di ULTRA fu, in realtà, una lepre meccanica lanciata apposta per allontanare per decenni gli studiosi e i giornali da altre, e ben più sordide storie di collusioni inconfessabili che proprio in quei mesi stavano saltando fuori, e che avevano già provocato parecchi clamorosi suicidi in Germania e in Gran Bretagna. Un’altra vittima di voci, questa volta d’origine nostrana e meramente casereccia, fu un disgraziato ufficiale in servizio, a quel tempo, a Supermarina e reo, nel novembre 1940, di essere cugino buono, come si dice in Toscana, di un antifascista. Subito allontanato fu, in seguito, scagionato per la metà del dicembre 1940, grazie a una serie di decrittazioni messe a segno dall’allora capitano di corvetta Luigi Donini, mio tutor di crittografia. Quelle decrittazioni smascherarono, su base rigorosamente crittografica, la cosiddetta “Fonte Roberts” dimostrando quello che era, in realtà, quel bollettino informativo diramato periodicamente da Londra alle proprie rappresentanze consolari mediante un codice venduto agli italiani per il tramite di un intermediario svizzero: disinformazione allo stato puro cui sia i provincialissimi vertici fascisti, sia i tedeschi, altri acquirenti, per conto proprio, di quella medesima polpetta avvelenata e che amavano leggere proprio il genere di notizie che veniva loro passato in tal modo: italiani infidi e corrotti proprio come ai tempi del Rinascimento eccetera. Tirato fuori con tante scuse, il poveretto fu destinato in Africa Settentrionali, ma morì nel viaggio di trasferimento, nel giugno 1942, in occasione dell'affondamento della nave su cui era occasionalmente imbarcato, il “Miliardo galleggiante”, alias l’avviso Diana, riccamente allestito come nave di rappresentanza di Mussolini e appena completato. Il generale dell’Aeronautica Briganti ricorda, nelle proprie memorie, questa vicenda, sia pure in termini – a mio parere – non sempre sereni. … non entro nella polemica trita e ritrita degli ufficiali superiori (e non) della Regia Marina accusati di passare informazioni riservate agli inglesi (sarebbe meglio usare il termine Alleati...) priva di ogni fondamento ed utilizzata alla fine della guerra forse per giustificare gli scarsi risultati conseguiti, figli di una impreparazione di base di tutte le forze armate e non solo della RM… Parole sante. Le voci contro la Marina nascono nel novembre 1940, su idea di Trizzino, giornalista accreditato presso il Ministero dell’Aeronautica, allo scopo di salvare il collo al CSM di quella FA, il generale Francesco Pricolo, di cui Mussolini voleva la testa in seguito ai mancati risultati ottenuti dai bombardieri S 79 contro la portaerei Illustrious il 10 novembre 1940. Entrato nel lungo studio del capo del governo, Pricolo parlò prima del suo interlocutore dicendo che non era possibile andare avanti con una Marina i cui ammiragli erano sposati con donne inglesi, e che il tradimento era palese. Mussolini, il quale si considerava il primo giornalista d’Italia, rimase colpito da una notizia che sembrava fatta apposta per distrarre l’opinione pubblica dall’inatteso stop delle operazioni in Grecia, per tacere della notte di Taranto, e non solo non attaccò più Pricolo, rimasto al suo posto altri 12 mesi, ma ordinò che fosse redatto l’elenco delle famigerate mogli. Il rapporto rivelò che su oltre 5.000 ufficiali in SPE, 66 erano sposati con donne straniere. La percentuale di questo curioso indice di tradimento (di solito è più pericolosa un’amante sconosciuta rispetto a una donna regolarmente impalmata con tanto di pubblicazioni e Regio assenso) era nettamente inferiore rispetto a quelle riscontrate nel Regio Esercito, tra le file della Regia Aeronautica e nell’ambito della stessa MVSN, ma su questo dettaglio si preferì sorvolare, data la logica politica alla base di questa faccenda. Date le famigerate 66, oltretutto, soltanto 10 erano suddite britanniche o, comunque, riconducibili a quel vasto impero, mentre 6 erano tedesche. Forse queste ultime spiavano per il III Reich? In particolare le ammiragliesse erano soltanto 2, una sola delle quali di nazionalità inglese (e nata al Cairo), sposata con l’ammiraglio Falangola, poi aderente alla Repubblica Sociale, ma con la consueta disinvoltura i soliti noti affermarono, poco dopo la guerra, che tutte le 66 donne in questione erano mogli di altrettante greche della Regia Marina con risultati, in termini di presunto scandalo, che ancora oggi riecheggiano, evidentemente, di tanto in tanto allo scopo di giustificare gli errori commessi da una certa guida politica e la fede (anche commerciale) che alcuni tardi epigoni continuavano a nutrire nella presunta infallibilità dell’uomo eccezion fatta, naturalmente, per i tradimenti commessi da qualcuno. Il punto, però, era: quali traditori? L’Aeronautica, pupilla del regime e arma fascista per eccellenza (quantomeno secondo vent’anni di martellante propaganda), no garantito. L’Esercito? Da scartare anch’esso in quanto, se pure c’era stato Badoglio, era altresì vivo e attivo, anche come bandiera, Graziani, quindi niente da fare. Restava, pertanto, solo la Marina, monarchica per eccellenza, disciplinata e che aveva messo in chiaro per iscritto, sin dal 14 aprile 1940, quale fosse davvero la situazione militare e internazionale ammonendo in merito alle conseguenze di un conflitto dato ormai per inevitabile e imminente, ma che proprio per questo motivo non concedeva spazio a dilettantismi di sorta. Tipo, per intenderci, l’invasione in autunno della Grecia con 6 divisioni su due reggimenti contro un Esercito ellenico giù mobilitato che ne schierava 15 su 3 reggimenti l’una; un’operazione basata, come documentò a suo tempo Franco Bandini nel proprio sempre attualissimo (e regolarmente ristampato) Tecnica della sconfitta, sulla futile idea di aver comprato (mediante assegni circolari!) i generali greci e che rappresentò la bancarotta politica del fascismo sin dal novembre 1940. Si dice che Stalin avesse l’abitudine di affermare, cupamente, davanti allo sgomento e sempre più ristretto circolo dei suoi originari fedeli (ridotti a meno di 20 persone nel 1953), nel corso delle periodiche purghe sovietiche: “Più sono innocenti più bisogna fucilarli”. Certi ambienti politici e militari italiani preferirono, naturalmente con minor spargimento di sangue, usare il fango e la calunnia per salvarsi, quantomeno temporaneamente. Dei due sistemi quello russo ha avuto almeno il vantaggio di veder cessare le proprie conseguenze con la morte del dittatore georgiano e la successiva denuncia fatta da Kruscev nel 1956. Il metodo nostrano, per contro, continua ad avvelenare i rapporti tra le FFAA e i sentimenti dei cittadini ancora oggi. Per la cronaca gli estremi archivistici del famoso documento muliebre tanto spesso evocato ed equivocato sono: Archivio Centrale dello Stato, Fondo Ministero Marina, Gabinetto, Busta 87. Aggiungo, infine, che, a parer mio, più che “Alleati”, il termine corretto sarebbe Anglosassoni, tanto per evitare possibili confusioni. … e poi sai che ci voleva ad avere una spia affacciata sul golfo di Napoli o quello di Palermo e dare comunicazione, mica avevamo l'esclusiva delle ville "d'osservazione" (Villa Carmela) … Vero, ma quello che conta è la tempestività dell’informazione. Sono in grado di confermare, sulla base dei documenti originali inglesi del tempo, che - come scrisse a suo tempo il generale Cesare Amè, capo del SIM (il Servizio del Regio Esercito) - non ci fu, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, una sola delle 19 radio trasmittenti britanniche in Italia che non fossero controllate, sin dalla propria prima trasmissione, dai Servizi italiani. Bruno Brivonesi (per la sua condotta oggettivamente mediocre nella "difesa" del convoglio Duisburg), Per la vicenda del Convoglio Duisburg, suggerisco di leggere il recente Six Victories del mio amico Vince O’Hara, dove si dimostra cinematicamente (scienza irrisa da chi non da fare un punto nave, ma che – non di meno - giudica da decenni l’operato di chi era in mare con una sicumera da poltrona degna di miglior causa) cosa successe davvero. Un minuto, forse meno, in più sulla rotta apprezzata da Brivonesi e le navi inglesi, ovviamente oscurate dopo la reazione della III Divisione (non così inefficace come si scrisse subito, per motivi di propaganda, nella versione diramata dai bollettini inglesi ripresi, in seguito, in maniera piuttosto acritica, dai nostri intellettuali, come sempre pronti a credere a qualsiasi cosa, purché sia scritta in una lingua forestiera, oltre che restii a sporcarsi le mani con la polvere degli archivi alla ricerca dei documenti originali, essendo molto più comodo limitarsi a tradurre (male) i libelli del tempo di guerra, acquistabili per pochi soldi a Portobello Road). … Priamo Leonardi (per la caduta di Augusta), Gino Pavesi (per quella di Pantelleria), Alberto Lais, ma più in generale Supermarina nel suo insieme. Circa questi punti mi scuso per l’ineleganza dell’autocitazione ma, in mancanza di altre pubblicazioni, rimando al libro, mio e dell’amico Tirondola, Comando Centrale, uscito nel 2018 e basato, a mo’ di botta e risposta, su quello che fu veramente scritto e documentato, al riguardo, da una parte e dall’altra, sia durante sia dopo la guerra. Le sorprese, come sempre succede quando si approfondisce, non mancheranno. … le vicende di alcuni militari fucilati negli anni '30 proprio per spionaggio, piuttosto che le vicende della 2 GM Mi permetto, ancora una volta, di rimandare al mio “Marinai e spie” pubblicato sulla Rivista Marittima maggio 2012. Il pezzo in parola, disponibile anche on line (https://documenti.site/document/cernuschi-marinai-e-spie.html) ha provocato (e provoca, a quanto pare, ancora oggi) diversi travasi di bile nell’ambito di una certo, piccolo gruppo (altri direbbero gruppuscolo) di nostalgici, tanto da aver spinto qualcuno a prendersi la briga di scrivere persino delle lettere (tutte rigorosamente anonime) di protesta. Purtroppo l’ambiente, già non proprio sereno né felice, del piccolo mondo della storia navale italiana è, ultimamente, piuttosto peggiorato. Coi miei auguri di buona, Santa Pasqua
  13. GM Andrea

    Addio ammiraglio Arena

    Aggiungo le mie condoglianze per la scomparsa dell'Amm. Arena, ricordandone anche la figura di formatore in Accademia Navale
  14. GM Andrea

    Venezia contro l'Inghilterra

    Ringrazio delle benevoli recensioni e aggiungo quella apparsa sull'ultimo numero di Marinai d'Italia a firma delll'amm. Paolo Pagnottella Ancora una brillante, affascinante opera del collaudato duo Cernuschi e Tirondola in grado di appassionare il lettore con un mix di fatti storici, tutti rigorosamente documentati, considerazioni strategiche e temi di economia. Sono trattati, in effetti, vari aspetti delle relazioni internazionali che fanno sempre e perennemente capo a principi in grado, se opportunamente valorizzati e analizzati, di ricostruire lezioni (historia magistra vitae) che dovrebbero costituire il bagaglio di ogni persona colta. Anche questo libro, seguendo in scia gli altri precedenti, fornisce chiavi di lettura e ricostruzioni di periodi storici che solo apparentemente possono sembrare lontani da noi e dagli eventi che stiamo vivendo, ma che in realtà sono così intrecciati e amalgamati in modo tale da risultare profondamente istruttivi. Si tratta, dunque, di un genere di analisi che dovrebbe far parte della preparazione dei futuri decisori nazionali, anziché rimanere confinato, sica pure con la sua bella copertina e nitida veste grafica, sullo scaffale della propria biblioteca personale. Scritto in maniera fluida, accattivante e avvincente quanto e più di un romanzo (come è nello stile, ormai caratteristico, degli autori), questo libro attira sin dalle prime tre righe iniziali l'attenzione del lettore, quasi fosse un cartello di sfida dei Tre moschettieri, dato il proprio dichiarato scopo di voler ribaltare l'immagine negativa che tutti abbiamo, dalla lettura scolastica dei Promessi Sposi in poi, del Seicento italiano. Queste nuove pagine dimostrano, viceversa (con buona pace della comune opinione), che si trattò, per il Bel Paese, di un periodo di successi, sia dal punto di vista economico sia da quello navale e, conseguentemente, politico. Dato questo ambizioso obiettivo, gli autori iniziano la propria sfida ricordando che Venezia, in quel secolo, non solo sconfisse l'Austria con un secco uno-due, ma combatté in seguito un conflitto, ancora oggi assai poco conosciuto e ancor meno valorizzato in chiave di legittimo orgoglio nazionale, contro l’Inghilterra allo scopo di conservare il controllo navale ed economico del Mediterraneo Orientale. Sono illustrate, a questo scopo, le tragicomiche vicende di Sir Kenelm Digby, eroe insuperabile, ancora oggi, degli scolari britannici, e quelle della sua inquietante sposa Venetia o, meglio, Gwyneth (nome che deriva dal regno gallese di Venedotia, guarda un po' cosa si apprende dalla semantica!). Ammiraglio britannico sui generis in quanto autonominatosi tale e digiuno di qualsiasi rudimento di arte nautica, Digby finì per trovarsi, in seguito ai poco limpidi maneggi del suocero e della moglie, nel mezzo di vicende che lo portarono ad affrontare sul mare nientemeno che due grossi professionisti come i comandanti veneziani Federico Nani e Antonio Marino Cappello. Dopo varie peripezie l’inglese finì sconfitto proprio in all’interno di quella rada di Alessandretta che sarebbe tornata, tre secoli dopo, nell'albo d'oro delle imprese della Marina italiana (quasi un destino) in occasione delle celebri imprese dell’incursore solitario Luigi Ferraro, rubacuori di giorno e micidiale sommozzatore di notte, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Prima e dopo quella battaglia sconosciuta del 1628 il libro oggetto di queste poche righe è tutto un susseguirsi di azioni, rapporti delle opposte intelligence delle due parti rinvenuti negli archivi di stato di tre nazioni, doppi e tripli giochi dietro le quinte, codici cifrati, ottimi diplomatici che finiscono incarcerati per poi evadere e flotte che vengono mosse, da Londra e da Venezia, come pedine sulla scacchiera prima dello scontro decisivo. La narrazione degli eventi è sempre frizzante ed è sapientemente arricchita da storie umane apparentemente minori, ma, alla fine, tutte tra loro collegate e risolutive. E ancora, intrighi internazionali e imprese mirabolanti che si intrecciano, cariche di suspense, nel corso dei principali avvenimenti. Viene richiamata, per esempio, la vicenda umana e investigativa del corpulento e geniale cappuccino francese Pacifique de Provins in coppia col francescano italiano Francesco Quaresmio, un nobile convertito non precisamente in linea con il manzoniano Padre Cristoforo, in quanto sanguigno antesignano, con un mezzomarinaro in mano, di Bud Spencer mentre sgomina una squadra d’arrembaggio inglese. I due scoprono, dopo un fortunoso viaggio, molte peripezie e un tradimento a momenti fatale, i gioielli della mitica regina di Saba, preda mancata di Digby e dei suoi mentori. Né mancano vicende, come sempre ignorate, di grande rilievo e che sarebbe bene che ogni italiano o, quantomeno, ogni marinaio italiano, conoscesse. Parlo del grande ammiraglio Marino Torre, trapanese al servizio di Luigi XIII Re di Francia e castigo di dio a danno delle flotte inglesi in Atlantico. In Paesi diversi dal nostro gli avrebbero intitolate piazze, vie, monumenti e navi, e non soltanto il pur eccellente Istituto Nautico della sua città natale. Visto poi che è tornato ai fasti della cronaca parlare di "blocco navale" (della Libia), conviene, ancora, leggere con attenzione le pagine dedicate alla grande strategia veneziana del blocco dei Dardanelli attuato alla metà del ‘600 da un altro grande ammiraglio, Tommaso Morosini, meditando sull’effetto micidiale e risolutivo che quella dura campagna navale, protratta per anni, ebbe sulla politica e sull'economia dell'impero ottomano. Questo non lungo, poco più di 200 pagine, e scorrevolissimo volume si chiude, infine, con l’analisi, spietata, del cosiddetto "Metodo Digby", ossia il sistema, semplice ed efficace, utilizzato da quel curioso personaggio per salvare, al momento del proprio ritorno in patria, il collo dalla mannaia del boia, salvo vendicarsi a danno dei suoi mandanti. Digby, uomo peraltro non privo di meriti personali e di dimostrato coraggio personale, narrò, infatti, per decenni la vicenda di Alessandretta mescolando abilmente fatti e fantasia ed inserendo nei propri sempre rinnovati e parziali racconti qualche goccia di verità, sempre diversa l’una dall’altra, annacquandola debitamente in fiumi di quei pregiudizi che i suoi connazionali erano così ansiosi di leggere, salvo omettere i dettagli imbarazzanti e mentendo a man salva laddove era necessario. Tutto ciò, però, avvenne osservando in ogni occasione le regole proprie di uno stile letterario forbito ed elegante. Ingigantire i propri meriti e sminuire quelli dell’avversario: un metodo che farà testo, da allora in poi, nella storiografia britannica fino a diventare una vera e propria arte. Come prescrisse, nel settembre 1939, Winston Churchill in persona, a quel tempo Primo Lord, all’Ammiragliato: "Le buone notizie devono sempre essere fatte sembrare migliori, quelle cattive smorzate e, talvolta, soppresse". Purtroppo, il Metodo Digby è stato fatto sovente proprio anche da parecchi storici italiani, i quali sono riusciti a trasformare ogni guerra condotta dall'Italia in una sequenza di errori e di crimini (lo ha scritto Sergio Romano sul maggior quotidiano nazionale). Mi auguro, e auguro a tutti gli appassionati di storia marinara, che gli autori vogliano riprendere la loro opera da quest'ultimo capitolo, facendone il soggetto di un nuovo libro dedicato a ad approfondire la storia (quella vera) delle nostre imprese sul mare, tanto denigrate in casa nostra e che meritano, invece, di essere riscritte e consegnate alla memoria collettiva sotto la loro vera luce. Nessuno può farlo meglio di Cernuschi e Tirondola, con il loro rigore di sapienti ricercatori storici nonché accattivanti scrittori di cose di mare. Spero che accolgano questo mio invito, per il bene della cultura, della Marina e della nostra Italia. Paolo Pagnottella
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