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Giovanni Patini

Comune di 2a classe
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About Giovanni Patini

Profile Information

  • Gender
    Male
  • Location
    Reggio Emilia

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  1. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    E questo è il gruppo di quelle che non sono riuscito a identificare. Quello nella penultima potrebbe essere Italo Balbo? Qualcuno riesce a riconoscere qualche persona, qualche luogo o il sommergibile? La terzultima foto purtroppo è completamente sfocata: quello al centro potrebbe essere il comandante Longanesi Cattani?
  2. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Questo è sicuramente lo Zoea nel 1940 quando sulla falsa torre c'era il disegno della Zoea e non ancora quello del signor Bonaventura. Ho trovato una lettera di mio nonno il quale scrive ad una rivista che fino a quando lui è stato a bordo, il signor Bonaventura non era stato dipinto
  3. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Queste dovrebbero essere tutte del 1938 e 1939 sul Brin. La prima è nel canale di Suez. La quinta potrebbe essere Asmara e l'ultima Massaua? Vi sembra che il sommergibile sia sempre il Brin?
  4. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Tutte queste dovrebbero essere del 1934, scattate durante la crociera con la Vespucci. La seconda e la terza foto sono a Rodi. La sesta e l'ottava potrebbero essere nel canale di Corinto?
  5. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Finito il lockdown ed anche la fase 2 sono finalmente riuscito a rovistare la casa dove mia nonna ancora vive ed ho recuperato qualche documento e foto di mio nonno. Ho scoperto quindi che tante informazioni che avevo dedotto per ambientare i racconti non sono corrette e appena avrò più certezze li scriverò di nuovo. Gli imbarchi sono stati i seguenti: Vespucci (9 luglio 1934 - 15 ottobre 1934) Colombo (30 giugno 1935 - 18 settembre 1935) Attendolo (1 luglio 1936 - 29 ottobre 1936) questi 3 credo facessero parte dell'addestramento visto che dal 1933 al 1936 era in accademia Brin (15 novembre 1938 - 30 maggio 1939) Conte Rosso - passaggio (31 maggio 1939 - 5 giugno 1939) Torricelli (5 giugno 1939 - 25 febbraio 1940) Corridoni (26 febbraio 1940 - 17 agosto 1940) Brin (18 agosto 1940 - 7 ottobre 1940) Zoea (8 ottobre 1940 - 30 aprile 1941) questi 3 sono stati gli imbarchi su sommergibile durante la guerra Toti (22 agosto 1941 - 4 ottobre 1941) per il corso sommergibilisti a Pola poi in cantiere ha Taranto ha curato l'allestimento di Bronzo (20 ottobre 1941 - 10 dicembre 1941) Volframio (11 dicembre 1941 - 7 febbraio 1942) Giulio Cesare (5 aprile 1944 - 15 ottobre 1946) di cui fino al 17 giugno 1944 a Malta C'è qualcuno che sa dirmi chi fosse il comandante del Corridoni all'inizio della guerra? Per quanto riguarda le foto, che inserirò nei prossimi post, la maggior parte non riportano le date: ho provato a identificare i luoghi, ma ogni suggerimento è benvenuto!
  6. Grazie delle preziose informazione!!! Sai dirmi chi era il comandante del Corridoni all'inizio della guerra? In Internet non trovo niente
  7. Ho scoperto solo ieri che mio nonno nel giugno e luglio 1940, prima di essere imbarcato sul Brin e sullo Zoea, era imbarcato sul Corridoni. Per caso il Corridoni poteva trovarsi a Tobruk proprio durante l'attacco degli inglesi?
  8. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    LA BEFFA DI TANGERI Regia Corazzata Giulio Cesare, 4 dicembre 1945 La guerra era terminata da qualche mese: l'avevamo più persa che vinta, ma la situazione era talmente confusa che non avevamo certezza di niente, neanche di come era andata a finire. Comunque l'importante era che il Paese potesse tornare in vita, anche se lo stava facendo molto faticosamente. Personalmente non mi consideravo riappacificato con gli inglesi per varie colpe che non potevo perdonare loro: l'aver contribuito in modo forse determinante a spingerci in guerra, aver affondato nel porto di Taranto il fiore della nostra flotta con un attacco non navale, averci trasferito a Malta dopo l'armistizio trattandoci quasi come prigionieri. Per mia fortuna mi ero imbarcato sulla Giulio Cesare l'11 settembre 1943, dopo che il comandante Carminati aveva sedato l'ammutinamento di un parte dell'equipaggio che avrebbe voluto autoaffondare la nave per non consegnarla all'ex nemico inglese. Carminati aveva ripristinato l'ordine a bordo garantendo che la Cesare avrebbe mantenuto bandiera e comando italiani. La promessa fu mantenuta, ma i sei mesi passati a Malta nella base inglese preferivo rimuoverli dalla memoria. Finalmente nel giugno del '44 eravamo rientrati a Taranto e da lì non ci eravamo più mossi. Poi la guerra era finita, avevo potuto riabbracciare mia moglie, rivedere mio figlio di ormai tre anni e conoscere mia figlia, di cui avevo appreso la nascita con molti mesi di ritardo tramite un amico che da Reggio Emilia era riuscito ad attraversare l'Italia spezzata in due. Dopo la Liberazione la nostra famiglia si era finalmente riunita e quel giorno mia moglie ed io eravamo a bordo del Cesare per il pranzo di gala in onore di Santa Barbara, patrona della marina. L'atmosfera era molto particolare, più malinconica che festosa, simile a quella che si viveva alla fine delle vacanze ai tempi della scuola. Da poco tempo avevamo saputo che la corazzata sarebbe stata consegnata alla Russia come risarcimento di guerra insieme con altre unità della nostra flotta. Gli accordi prevedevano che dovesse essere rimessa in perfetta efficienza, ma il pregevole arredo del salone era già stato rimosso così come la preziosa posateria d'argento e tutte le suppellettili. Il pasto era eccellente, ma chi aveva conosciuto quegli ambienti in precedenza non poteva non notare il tono dimesso dovuto a quel parziale smantellamento. Al nostro tavolo eravamo seduti tra gli altri con il mio carissimo amico e compagno di corso in accademia Paolo Bellipanni e sua moglie Giuseppina Amante, donna di nobili origini, discendente addirittura della famiglia dei cadetti di Napoleone Bonaparte. Nei primi anni di guerra Paolo era stato imbarcato sul Barbarigo, operando sia nel Mediterraneo sia in Atlantico, guadagnandosi una decorazione al valor militare. In accademia era stato uno dei miei migliori amici: con lui avevo condiviso i momenti più duri e quelli più spensierati. Con lui avevo festeggiato ubriacandomi la sera prima di laurearmi; per questo ero arrivato in aula in ritardo ed avevo visto sfumare la lode che avrebbe potuto coronare il mio voto di 110/110. Mi erano comunque rimasti due insegnamenti: non festeggiare in anticipo e non ubriacarsi. Ma il ricordo più divertente, legato indissolubilmente a Paolo, era quello della gara di canottaggio di fine corso. Eravamo divisi in diversi equipaggi fissi di cinque uomini e ci eravamo allenati durante tutto l'anno accademico nella specialità del quattro con timoniere. A dire la verità si erano allenati gli altri, perché Paolo ed io, con i nostri tre compagni, dopo un paio di uscite avevamo adottato una tattica leggermente diversa: nel primo chilometro ci facevamo distanziare dagli altri armi e, senza essere visti, ci fermavamo su un isolotto lungo il percorso. Imboscavamo la canoa tra gli arbusti della riva e passavamo il tempo, in attesa che gli altri ripassassero davanti all'isolotto, uno di vedetta e quattro giocando a carte. Con quei presupposti il giorno della gara non avevamo nessuna aspettativa di successo ed il nostro obiettivo più ambizioso era di riuscire almeno a rimanere nel gruppo senza accumulare troppo distacco. Ma arrivati ai mille metri finali ci accorgemmo di essere ancora appaiati ai primi due armi; Paolo che vogava alle mie spalle mi chiese "Ninì, tu ne hai ancora?"; "Io sì e tu?" gli risposi. Il capovoga che remava davanti a me non si fece pregare ed alzò subito il ritmo. "Ninì, vuoi vedere che ce la facciamo?" disse ancora Paolo in un soffio, mentre io non avevo più neanche il fiato per rispondere, ma intanto vedevo i primi due equipaggi già dietro di noi. Non sembrava vero: per una volta non avevano vinto gli atleti più allenati, ma quelli più riposati! - Raccontami di Longanesi Cattani - mi invitò Paolo, strappandomi ai ricordi dell'accademia. - E' stata una grande fortuna averlo come comandante nella mia esperienza sul Brin - risposi. - Qualcuno mi ha parlato del combattimento al di là di Gibilterra, ma non ho mai saputo i dettagli. - Un'avventura da romanzo - gli assicurai. - Io ero sbarcato a settembre, perché destinato allo Zoea. Il Brin invece era stato assegnato all'Atlantico e credo abbia raggiunto Betasom in dicembre. - Sì, infatti: noi con il Barbarigo abbiamo passato lo stretto in agosto e il Brin dovrebbe essere arrivato a fine anno. In effetti mi aspettavo di incontrare anche te a Bordeaux. Iniziai a raccontare quell'incredibile storia come mi era stata riportata, spiegando i dettagli in modo che anche le signore al tavolo apprezzassero la narrazione. Il 4 novembre il Brin attraversò lo stretto in immersione, ma appena riemerse in Atlantico fu attaccato da due cacciatorpediniere britannici che riuscirono a danneggiarlo. Il comandante Longanesi Cattani nonostante i danni subiti e l'inseguimento nemico riuscì a rifugiarsi nel porto neutrale di Tangeri. Secondo le convenzioni internazionali i porti neutrali potevano ospitare unità in combattimento per una durata di tempo limitata, ma dal momento che Tangeri era controllata dagli spagnoli le autorità del porto chiusero volentieri un occhio e consentirono al Brin una permanenza più lunga, sufficiente per riparare i danni subiti. Dei due cacciatorpediniere inglesi uno rimase al largo, mentre l'altro entrò in porto. Il destino del Brin era segnato: appena fosse uscito dal porto si sarebbe trovato un nemico di fronte e l'altro alle spalle. Durante la permanenza in territorio neutrale gli ufficiali inglesi e quelli italiani si incontravano al circolo ufficiali del porto, dove intrattenevano relazioni quasi amichevoli. Spesso passavano il tempo in interminabili partite di bridge, gioco di carte amato tanto dagli inglesi quanto dal comandante Longanesi che era un esperto appassionato. Le riparazioni furono effettuate a tempo di record grazie alla presenza sul Brin del direttore di macchina Capitano Bardelli e allora si pose il problema di come sfuggire a quella trappola mortale. Longanesi nascose il fatto che il Brin fosse di nuovo in grado di prendere il mare lasciando lamiere danneggiate sul ponte del battello e consentendo all'equipaggio numerose libere uscite. Il 12 dicembre tutto l'equipaggio ricevette l'ordine di rientrare ad un orario convenuto. Tutti sarebbero stati a bordo ad eccezione del comandante, che dissimulava il piano di fuga facendosi vedere tranquillo al circolo ufficiali. Anche quella sera, come spesso era avvenuto durante quelle precedenti, si impegnò in una partita di bridge con gli ufficiali inglesi del cacciatorpediniere ormeggiato in porto. Ad ogni mano del bridge, terminata la licita tra i quattro giocatori, il compagno del dichiarante non partecipa al gioco, ma scopre le sue carte che vengono poi giocate dal dichiarante stesso. Soprattutto nelle partite lunghe può capitare che il giocatore che fa il "morto" lasci momentaneamente il tavolo per bere qualcosa o fumare una sigaretta. Quando a notte fonda il ruolo del "morto" capitò a Longanesi, questi si allontanò dal tavolo senza destare sospetti, ma appena fuori dalla vista dei compagni di gioco si precipitò a bordo del Brin, che nel frattempo si era preparato a salpare. Lasciò il porto sotto il naso dei compagni di gioco, che non vedendolo tornare al tavolo iniziavano a sospettare l'inganno e con la complicità della notte riuscì ad evadere la sorveglianza del cacciatorpediniere che pattugliava al largo. - Un comandante eccezionale - commentò Paolo. - E un grande uomo - aggiunsi io. - Mi hanno detto che l'ammiraglio Dönitz l'ha definito una volta "il miglior comandante fra i comandanti migliori". Per il resto del pranzo parlammo più delle nostre famiglie e dei nostri progetti del futuro che non delle nostre avventure di guerra. Forse il mio umore era mesto non solo per l'aria dimessa della Giulio Cesare, ma anche perché ero consapevole che stava finendo un'epoca per l'Italia e per me: per entrambi era arrivato il momento di diventare adulti e dimenticare la giovinezza. Galantino da luglio 1943 fu di servizio a Brindisi, dopo l'armistizio dell'8 settembre fu imbarcato sulla Giulio Cesare, seguendola a Malta, e poi di nuovo a Brindisi e a Taranto. Con l'Italia spaccata in due, dal momento dell'armistizio fino al termine della guerra non riuscì a scambiare informazioni con la famiglia residente a Reggio Emilia. Grazie ad un amico che dal nord era riuscito a scendere a Roma e poi in Puglia, aveva appreso che nell'ottobre 1943 era nata la seconda figlia. Dall'altra parte la moglie neanche sapeva se lui fosse ancora vivo. Fino alla fine del 1946 Galantino rimase in servizio a Taranto, poi diede l'addio alla vita militare e si trasferì definitivamente a Reggio Emilia. In occasione della festa di Santa Barbara del 1945 Galantino e la moglie parteciparono al pranzo di gala a bordo del Giulio Cesare. Il fatto che ci fosse anche il compagno di corso ed allora Capitano del Genio Navale Paolo Bellipanni, poi ammiraglio durante il dopoguerra, è frutto della fantasia dell'autore, ma non è comunque impossibile. Bellipanni fu imbarcato sul Barbarigo durante il primo anno di guerra e venne decorato con la motivazione "Capo servizio G.N. di sommergibili, durante un anno di attività bellica ha partecipato a numerose missioni di traffico nemico. La volontà sorretta da un superiore sentimento del dovere, forte l'animo per fervida fede, nelle dure fatiche, nelle difficoltà incontrate e nei pericoli corsi è sempre stato di esempio e sprone ai dipendenti e di validissimo aiuto al comandante. Mediterraneo e Atlantico, giugno 1940 - giugno1941". Per quella che viene ricordata come la beffa di Tangeri il Comandante Longanesi Cattani fu decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: "Comandante di sommergibile oceanico durante il trasferimento in Atlantico, dopo aver effettuato il passaggio dello Stretto di Gibilterra, ostacolato dalla intensa vigilanza avversaria e dalle avverse condizioni idrografiche, era costretto a rifugiarsi in porto neutrale per i gravi danni subiti dall'unità. Successivamente, riparate le avarie, riprendeva improvvisamente il mare riuscendo ad eludere l'assidua vigilanza ed a raggiungere la base di destinazione. Dimostrava nel corso dell'azione elevate doti professionali e sprezzo del pericolo". Il racconto della beffa di Tangeri riporta la versione che veniva narrato da Galantino, che potrebbe essere veritiera, ma differisce dalle versioni riportate da altri autori.
  9. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Con alcune briciole di ricordi ho messo insieme un ultimo racconto, che contiene la versione della Beffa di Tangeri come me la raccontava mio nonno. Non so se questa versione sia vera o no (da altre parti e anche in questo forum ho letto che il comandante Longanesi era andato al cinema la sera prima della fuga, mentre mio nonno mi raccontava che aveva giocato a bridge con gli ufficiali inglesi). Ho conosciuto personalmente Paolo Bellipanni (credo fosse ammiraglio) e la moglie Giuseppina Amante, scomparsa solo quattro anni fa. Vi invito nuovamente, per questo racconto e per i precedenti, a segnalarmi eventuali errori tecnici
  10. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Vi ringrazio per quanto avete scritto! A me ha fatto molto piacere avere la possibilità di raccontare queste storie! Purtroppo oltre a queste ho ricordi solo di qualche frammento insufficiente ad un ricostruzione affidabile. Ma se mi dovesse venire in mente qualcosa in più, la pubblicherò sicuramente in questo forum!
  11. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    E con il capitolo "Salami, topi ed altre storie" ho terminato i racconti delle avventure di mio nonno sui sommergibili. O meglio, ho esaurito i ricordi di quelle che per me erano fantastiche favole della buonanotte, alla pari dell'Isola del Tesoro o delle Tigri di Mompracem!
  12. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    SALAMI, TOPI ED ALTRE STORIE Regio Sommergibile ZOEA, 19 luglio 1942 La guerra nel deserto continuava ad attraversare alterne fortune: la straordinaria abilità di Rommel consentiva alle truppe tedesche ed italiane di raccogliere brillanti successi, nonostante il nemico fosse superiore sia numericamente sia materialmente. Il nostro contributo era preziosissimo per compensare almeno in minima parte la carenza di carburante e di munizioni che affliggeva le forze dell'Asse. Dopo Tobruk avevamo riconquistato anche El Alamein respingendo gli inglesi in Egitto. Purtroppo era svanita l'illusione che la guerra sarebbe stata una rapida e vittoriosa formalità al seguito dell'alleato tedesco, utile ad assicurarci il nostro posto di vincitore al tavolo della pace. D'altra parte il mantenimento di una posizione neutrale, sul modello spagnolo, sarebbe stato impossibile: gli inglesi non ce l'avrebbero mai consentito, vedendoci come diretti rivali per la supremazia nel Mediterraneo e nell'Africa Settentrionale. Due anni di guerra iniziavano a farsi sentire, ma in ogni caso noi eravamo chiamati a compiere il nostro dovere fino in fondo, ognuno al meglio delle proprie capacità. Con il comandante Erler facevo il possibile per mantenere alto il morale dell'equipaggio, che d'altra parte rispondeva bene e si dimostrava sempre molto pronto e collaborativo. Eravamo salpati da Taranto diretti ancora una volta a Tobruk. Appena rientrati da quella missione, avrei finalmente avuto un breve periodo di licenza e poi avrei ricevuto la mia nuova destinazione. Ero già stato informato che avrei ricevuto un addestramento in vista di nuovo eventuale incarico. Per quanto ci pensassi ancora non mi era chiaro quale potesse essere: forse di nuovo un impiego in arsenale, come ingegnere ormai esperto di macchine di sommergibili? O qualcosa di completamente diverso ed inaspettato? Mentre stavo terminando la mia cena nel quadrato ufficiali assorto nei miei pensieri, sentivo la voce del comandante che catechizzava i nuovi membri dell'equipaggio in camera di lancio avanti: - e ricordate che è vietato dormire senza scarpe! Se vi azzardate a farlo, ve la vedrete direttamente con me, oltre a ritrovarvi i piedi sanguinanti rosicchiati dai topi! Provate a marcare visita, se siete stati così stupidi da trasgredire ai miei ordini! Quello dei topi era uno dei tanti problemi che ci affliggeva: il battello ne era infestato e le operazioni di derattizzazione si erano dimostrate inefficaci. Nonostante il sommergibile venisse imbottito di gas velenoso, quelle bestie si infilavano nei tubi del sistema di areazione riuscendo in gran parte a sopravvivere, ad eccezione delle ultime due o tre che avevano fatto da tappo. Tra l'altro il morso del topo doveva essere leggerissimo, perché nessun marinaio l'aveva avvertito durante il sonno, salvo poi non riuscire ad appoggiare i piedi per terra per via delle ferite una volta sveglio. - Li hai catechizzati per bene, eh, Rino? - dissi con un mezzo sorriso ad Erler quando mi raggiunse nel quadrato ufficiali. - E speriamo che nessuno dei nuovi soffra il mal di mare - rispose preoccupato, - da qui alla Libia le previsioni danno solo tempesta. Toccherà navigare più che altro in immersione. Mi alzai per riporre il piatto sporco - beh, tutto sommato è più sicuro, anche se ci metteremo il doppio del tempo. - Sì, infatti. Le provviste comunque sono sufficienti, ma non navighiamo nell'abbondanza. Non so cosa darei per un bel risotto al radicchio - sospirò. - Radicchio trevigiano, ovviamente - osservai, ben sapendo che Erler era originario della provincia di Treviso. - Chiaro! - confermò ridendo. Dopo qualche istante di meditazione ripresi - Sai cosa ci vorrebbe, invece? Uno di quei bei salami di Lambertini! Erler si incuriosì subito: - quale salame? Misi a preparare il caffè e iniziai a raccontare. - Durante la primavera dell'anno scorso, in marzo o forse in aprile. Tu ovviamente non eri ancora con noi. Era solo un anno prima, ma quei tempi mi sembravano già parte della storia: - Enrico Lambertini era il comandante dello Zoea, Amedeo Cacace era il nuovo l'ufficiale di rotta ed io il direttore di macchina. - Ormai tu sei un pezzo dello Zoea - commentò lui. - Già - risposi pensieroso, sapendo invece che quella sarebbe stata l'ultima missione. - Eravamo arrivati a Lero in mattinata, con qualche ora di ritardo rispetto al previsto, a causa del mare grosso. Iniziamo a scaricare i rifornimenti e poco dopo arriva il battello che è salpato da Taranto un giorno dopo di noi. L'altro comandante era stato compagno di corso in accademia di Lambertini, così lui lo invita a pranzo da noi. - Altri tempi … - commentò Erler. - Hai ragione, altri tempi. Ci sediamo proprio qui, intorno a questo tavolo, e cominciamo a mangiare: un po' stretti, come puoi immaginare, con gli ufficiali più giovani che si servono in piedi. A un certo punto Lambertini, che come sai è emiliano, chiede ad Amedeo di andare nella sua cabina a prendere un salame che tiene custodito nella sua valigia per un'occasione speciale. Amedeo va nella cabina, recupera questo salame, prende il coltello, ma non sa dove appoggiarsi per affettarlo. - Immagino, se eravate tutti qui e con un ospite a pranzo. - Ma Amedeo da buon napoletano, non si ferma davanti a niente, quindi apre quella porta lì - indicai la porta e già mi veniva da ridere. - La porta della ritirata? - chiede Rino incredulo. - Sì, esatto, e si mette ad affettare il salame sulla tavoletta del … - scoppiai a ridere ricordando la scena del pranzo di gala, con ospite d'onore e salame preparato in quel modo. Anche Rino rise di gusto: - io me lo mangerei ugualmente. - Ah, sì, sì, infatti nessuno si è tirato indietro: era uno spettacolo di salame Felino! Un profumo che ancora me lo ricordo! Con Erler mi trovavo molto bene: non era il più esperto dei comandanti che lo Zoea avesse avuto, ma avevamo molto legato, forse perché aveva solo due anni più di me. Non avevamo incombenze da svolgere immediatamente, così ci attardammo ancora un po' in chiacchiere. - E tu, Ninì, come mai hai scelto di essere imbarcato in un sommergibile? - mi domandò poco dopo. - Per le geishe - risposi pronto. - Le geishe? - Sì, quando sono uscito dall'accademia, si diceva che una flotta di sommergibili sarebbe stata inviata in Giappone, per uno scambio culturale, a seguito dei patti di alleanza. In tanti del mio corso abbiamo presentato richiesta per diventare sommergibilisti: c'era la possibilità di andare in Giappone a vedere le geishe! - confermai ridendo. - E invece è scoppiata la guerra … - E ti saluto geishe. - Qual è stato il tuo primo imbarco? - continuò Rino. - Il primo sommergibile il Torricelli, nel '39, sotto il comandante Pelosi. - L'eroe del Mar Rosso! - esclamò. - Sì, una grande persona, prima di tutto - confermai. - Una volta si arrabbiò per lo scherzo di un mio amico. Eravamo entrambi a Taranto, io sul Torricelli e questo mio amico al comando del porto. Non so come mai, era nata l'abitudine che chi vedeva per primo l'altro gli gridava "ti ho visto" e quello doveva offrire da bere. Solo che una volta ha esagerato: dovevamo ancora mollare gli ormeggi, Pelosi si mette al periscopio, poi ritira all'improvviso la testa ed esclama "chi diavolo ha messo sulla lente un biglietto con scritto ti ho visto"? Rino si mise di nuovo a ridere: - conoscendo Pelosi, posso immaginare! - Ma il mio primissimo imbarco in realtà è stata la Giulio Cesare. Una volta, in crociera nel Tirreno, ci fermiamo per una sosta a Gaeta. Sono libero fino al pomeriggio del giorno dopo e ne approfitto per andare a trovare mia zia a Roma. - Sì, la zia! Una geisha caso mai - si burlò di me Erler. - No, no, una zia, ti garantisco - protestai. - Solo che perdo il treno di ritorno da Roma a Formia, quindi salgo su quello dopo. Non so se hai presente la stazione di Formia: è in cima al paese e dal piazzale di vede tutto il golfo di Gaeta. - Sì, ci sono stato qualche volta: un magnifico panorama - confermò. - Ma quando esco dalla stazione, nel magnifico panorama vedo la Giulio Cesare che sta salpando proprio in quel momento. Mi metterei a piangere! Aspetto il treno successivo e riesco ad arrivare a Napoli per primo. Quando salgo a bordo puoi immaginare la lavata di capo del mio superiore, che però almeno mi ha coperto con il comandante al quale ha raccontato che sono stato chiuso tutto il tempo nella mia cabina a svolgere dei calcoli. Passatempo che peraltro mi impegnò tutta la notte successiva. - Ti è andata bene - commentò. - Sì, ma che corsa a Napoli dalla stazione al porto! Uscendo dalla stazione, urto senza volere una donna di una certa età e mi scuso dicendole "pardon!". E lei con spirito tutto partenopeo "oh, signorino, imparate a camminare invece di studiare il francese!". Proprio in quel momento entrò nel quadrato ufficiali Amedeo, che tradusse impeccabilmente in napoletano - "Vue' signuri', 'mpart a cammna' invec' ca sturia' o' frances!". Quello fu uno degli ultimi ricordi del regio sommergibile posamine Zoea, che fu la mia casa e di cui ebbi il privilegio di dirigere le macchine per quasi due anni. Per le instancabili missioni di rifornimento dello Zoea, il Tenente di Vascello Rino Erler fu decorato con la motivazione "comandante di sommergibile destinato a missione di rifornimento, portava la sua unità più volte alla difficile, eludendo e contrastando spesso l'offesa nemica e combattendo la frequente inclemenza del tempo. Dimostrava nel corso di queste missioni profonda dedizione al servizio e sereno ardimento, che assicurava il successo delle operazioni alle altre Forze Armate combattenti oltremare. Mediterraneo Centrale, 8 luglio 1942 - 12 agosto 1942". Salvatore Pelosi, comandante del sommergibile Torricelli, nel giugno 1940 affrontò nel Mar Rosso tre cacciatorpediniere e due cannoniere della Royal Navy, affondando il cacciatorpediniere Khartoum e danneggiando la cannoniera Shoreham. Ferito, accerchiato e senza scampo affondò il suo Torricelli per evitarne la cattura. Galantino, che narrava con piacere, in modo avventuroso ed avvincente, le avventure accadute nei primi anni di guerra, sdrammatizzando la durezza e la crudeltà degli eventi, non parlava invece molto del periodo a partire dalla seconda parte del 1942. Raccontava semplicemente che era stato selezionato per entrare a far parte degli uomini rana, ma dopo allenamenti massacranti anche per lui che aveva un fisico da atleta era tornato a Taranto, dove era stato destinato all'arsenale.
  13. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    Grazie a te e a tutto il gruppo per avermi dato ospitalità e per tutti i suggerimenti e le informazioni che mi avete fornito nelle varie discussioni di questo bellissimo forum!
  14. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    LO SMERALDO DI ZIA MARIA Regio Sommergibile ZOEA, 11 luglio 1942 Eravamo da poco salpati da Tobruk diretti verso Taranto, di ritorno dall'ennesima missione di rifornimento. Nell'ultimo anno avevo navigato molto poco: per la gioia di mia moglie avevo passato molto più tempo in arsenale che non in mare. A fine ottobre 1941 infatti lo Zoea era accidentalmente affondato in porto a Taranto durante i lavori di manutenzione. Il tubo posamine di dritta si era aperto, non si sapeva ancora bene per quale motivo, causando l'allagamento dello scafo. Quando arrivammo sul molo, ci trovammo davanti solo le camicie dei periscopi che emergevano dall'acqua: un disastro! Ci saremmo messi a piangere: nessuno di noi aveva minimamente pensato al fatto che una sospensione temporanea delle missioni ci avrebbe esposto meno ai pericoli. Le missioni erano riprese da circa un mese, con i consueti trasporti di rifornimenti alle nostre forze in Libia. I comandanti continuavano a susseguirsi: dopo Campanella era venuto il turno del Tenente di Vascello Rino Erler, originario della provincia di Treviso, precedentemente nostro ufficiale in seconda e per questo motivo immediatamente a suo agio con il battello e con l'equipaggio. Il mare era calmo e mi stavo godendo la brezza serale, dopo l'incidente che mi era capitato quel giorno. Eravamo arrivati a Tobruk alle 7 del mattino e non saremmo ripartiti che dodici ore dopo, quindi avevo pensato di passare qualche ora in città, soprattutto per andare al mercato dove avevo comprato qualche banana. Il sapore che avevano le banane in Libia era qualcosa di unico. Mentre tornavo al porto appena dopo l'ora di pranzo, sotto un sole che sembrava sgretolare le pietre e con il sudore che mi scendeva a rivoli, mi ero stupidamente tolto il berretto. Pochi passi ed ero crollato a terra tramortito. Per fortuna pochi passi dietro di me erano sopraggiunti due marinai dell'equipaggio, che mi avevano sollevato di peso e portato fino al porto. Lì, ancora semisvenuto, mi avevano disteso in una cella frigorifera per la conservazione degli alimenti. Terapia d'urto: o ci rimanevo secco o mi riprendevo. Mi ero ripreso. - Vedi che mare, pare uno smeraldo! - disse Amedeo, l'inossidabile ufficiale di rotta, ammirando la superficie appena increspata dell'acqua. - Sì, lo smeraldo di zia Maria - risposi. - Quale smeraldo? Mi accesi una sigaretta: - è una lunga storia. - Racconta, non abbiamo fretta. Iniziai a narrare quell'incredibile storia di famiglia. Negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia mio nonno, anche lui tarantino, era mercante di spezie: le acquistava al porto di Brindisi per rivenderle al mercato della propria città. Nel tragitto, che veniva compiuto a dorso di mulo, il mercante attraversava i territori controllati da Cosimo Mazzeo, meglio noto come Pizzichicchio, il più celebre brigante della zona. Il nonno pagava un regolare pizzo al brigante e quindi nulla aveva da temere lungo il viaggio. Un giorno che come di consueto arrivava da Brindisi con alcuni muli carichi di merce, venne però fermato da due briganti della banda di Pizzichicchio, che non riconoscendolo, dopo averlo legato e bendato, lo portarono in una delle grotte utilizzate come rifugio. In attesa del rientro del capo, il mercante non venne maltrattato ma solamente gettato a terra, sempre legato e bendato. Il mercante era tranquillo che Pizzichicchio avrebbe sistemato la questione e, in attesa del suo arrivo, cercando di sistemarsi in una posizione per quanto possibile comoda, sentì un sasso di forma strana che gli premeva contro la schiena. Sempre con le mani legate e senza potere vedere di cosa si trattasse, infilò il sasso nella tasca posteriore dei pantaloni. Quando rientrò al rifugio, Pizzichicchio, da uomo d'onore qual era, si scusò immensamente con il mercante e diede una lavata di testa ai suoi uomini, ai quali ordinò di scortare fino alle porte di Taranto quello che doveva essere considerato un ospite e non un prigioniero. Appena la scorta ebbe esaurito il compito assegnato e si fu congedata, il nonno, che moriva letteralmente dalla curiosità, esaminò la natura del sasso raccolto nella grotta: si trattava di uno splendido smeraldo, evidentemente appartenente al bottino della banda di briganti. Il mercante fece incastonare questo smeraldo da un gioielliere di Taranto in un anello d'oro per sua figlia, cioè mia zia Maria. Zia Maria, rimasta nubile, negli anni successivi alla grande guerra donò l'anello al padre spirituale, un sacerdote della diocesi di Taranto. Quel sacerdote, seppur così stimato da zia Maria, non era quel che si dice uno stinco di santo e di lì a poco regalò a sua volta l'anello al vescovo per farsi perdonare l'ennesima scappatella. Terminato il racconto rimasi in silenzio. - Finisce così? - chiese Amedeo che mi aveva ascoltato con attenzione per tutto il tempo. - Sì, Amedeo, finisce proprio così: credo che l'anello adesso sia nel tesoro del Duomo di Taranto. - Eh, che peccato! Allora tiene ragione il proverbio! - Quale proverbio? - domandai. - A casa del ladro non si ruba! Anzi dovrai espiare il tuo peccato! - Signore, non si preoccupi - intervenne una vedetta livornese, senza staccare gli occhi dal binocolo, - che c'è pure il detto: chi ruba a un buon ladron, ha cent'anni di perdon. Nell'ottobre del 1941 lo Zoea, oltre all'ordinaria manutenzione, subì anche alcuni lavori di modifica, tra cui l'installazione di un nuovo cannone a proravia della torretta in sostituzione del vecchio, che era invece sistemato sulla parte posteriore della torretta stessa. Si trattava di una posizione pensata per consentire di sparare anche in condizioni metereologiche avverse, ma che in realtà si era dimostrata piuttosto inefficace. Lo Zoea comunque non aveva mai cannoneggiato nessuna imbarcazione nemica, così come non aveva mai utilizzato i propri siluri. Le uniche arme utilizzate erano state le mine, la cui posa aveva comportato notevoli rischi, e le mitragliatrici binate con cui era stato abbattuto un Sunderland. Durante i lavori, mentre si trovava all’ormeggio della banchina sommergibili di Taranto, lo Zoea era affondato. Per un difetto o per un'errata manovra, mentre a bordo erano presenti solo alcuni tecnici, si era aperto il portello del tubo posamine di dritta causando il lento allagamento del sommergibile. A nulla servì l'intervento del maggiore del Genio Navale Festuccia, accorso dal suo sommergibile, il Saint Bon, per tentare di chiudere i portelli. Una volta rimesso in efficienza lo Zoea riprese a fare la spola tra Taranto e la Libia, per il trasporto di carburanti e munizioni. Nel 1942 era ancora in corso la campagna del Nord Africa, nota come Guerra nel Deserto: nel mese di maggio le forze dell'Asse guidate dal generale Rommel avevano riconquistato Tobruk e le missioni di rifornimento erano più che mai necessarie. Galantino raccontò l'episodio del malore dovuto ad un colpo di sole di ritorno dal mercato di Tobruk. Non è possibile stabilire la data con certezza, ma con ogni probabilità accadde nel luglio o nell'agosto 1942, durante una delle missioni in cui lo Zoea rimase nel porto libico durante tutta la giornata.
  15. Giovanni Patini

    Ten.G.N. Giovanni Galantino

    VENTUNO PESCISPADA E CINQUE PICCHE Regio Sommergibile ZOEA, 11 novembre 1940 Di rientro dal minamento di Haifa avevamo incrociato un sommergibile inglese che aveva tentato di speronarci, ma con un'abile manovra evasiva il comandante Bernabò era riuscito a riportarci alla base sani e salvi. I marinai erano sempre più convinti che la fortuna, rappresentata dall'immagine del Signor Bonaventura dipinta sulla falsatorre, ci stesse fornendo una protezione speciale. Da quel 22 ottobre, giorno del nostro rientro a Taranto, non ci erano più state affidate missioni: al di là dei necessari interventi di manutenzione, probabilmente il comando stava valutando in modo approfondito il bilancio tra vantaggi e rischi conseguenti alle missioni di posa delle mine, anche alla luce dei vari incidenti occorsi. Questo non significava essere in congedo o a riposo: ogni giorno eravamo impegnati in mare per continue esercitazioni, in attesa di ricevere istruzioni per un'eventuale nuova missione. A fine ottobre Bardelli era passato al Brin, destinato a Betasom, ed io avevo preso il suo posto come direttore di macchina. Ero al tempo stesso fiero ed intimorito da questa grande responsabilità, ma avevo avuto il miglior maestro che avessi potuto desiderare. Nei momenti di tranquillità il passatempo di noi ufficiali a bordo era il gioco del bridge. I più appassionati eravamo io e Bernabò, ma anche i colleghi non disdegnavano qualche partita nei momenti di tranquillità. Quello straordinario gioco di carte, basato più sulla matematica ed il ragionamento logico che non sulla casuale distribuzione delle carte, faceva parte della formazione di qualunque allievo dell'accademia ufficiali. Io poi avevo avuto la fortuna di approfondirne la conoscenza e migliorare le mie capacità a bordo del Brin, dove il comandante Longanesi era più che un appassionato un vero maestro. Mancava poco più di un'ora alla mezzanotte ed eravamo in rada nel Mar Grande di Taranto. Altri sommergibili si trovavano intorno a noi, tra cui il nostro gemello Atropo, mentre più verso terra erano all'ancora la Vittorio Veneto e la Littorio, le navi da battaglia più prestigiose della nostra flotta, entrate in servizio da pochi mesi. La rada era particolarmente affollata, perché erano presenti anche altre grandi unità: l'Andrea Doria, arrivata solo un paio d'ore prima, la Caio Duilio, la Conte di Cavour, la Giulio Cesare. Praticamente il grosso della flotta era a un tiro di cannone da noi. Nonostante Taranto si fosse improvvisamente ritrovata vicino al fronte di guerra, visto che da meno di due settimane avevamo invaso la Grecia, e risultasse quindi esposta ad eventuali offensive inglesi, costituiva con le basi di Tripoli e Tobruch i punti chiave da cui la nostra marina poteva presidiare il Mediterraneo Centrale, il mare nostrum tra Italia e Libia. Immerso nei miei pensieri, mi ero attardato sulla falsa torre: per essere novembre non era freddo e la leggera brezza che soffiava sul mare era solo un ricordo delle forti raffiche di vento del giorno prima. La luce riflessa dalla luna non ancora piena rischiarava tutto il golfo e verso est vedevo le rassicuranti sagome delle nostre corazzate. Da terra i proiettori antiaerei sondavano instancabilmente il cielo: non molti in verità, ma d'altra parte l'ipotesi di un attacco aereo massiccio era piuttosto remota. I due Mari di Taranto erano ben difesi da batterie contraeree, palloni aerostatici di sbarramento e reti parasiluri. Durante la serata le sirene dell'allarme aereo avevano fatto sentire il loro lugubre suono almeno tre volte, ma si era visto solo un idrovolante della RAF volare ad alta quota, fuori dalla portata della nostra contraerea. Mentre ero ancora lì, indeciso se scendere sottocoperta o prendere ancora un po' d'aria, ecco che per la quarta volta risuonò l'allarme e contemporaneamente una batteria iniziò a far fuoco contro il cielo. Il comandante arrivò immediatamente sul ponte e per qualche minuto rimanemmo lì ad osservare il cielo e gli altri battelli, per cercare di capire cosa stesse succedendo. All'improvviso il Mar Grande su tutto il tratto della costa orientale venne illuminato a giorno da numerosi bengala lanciati da velivoli nemici. Rispetto alla nostra posizione era come se qualcuno avesse calato un sipario luminoso dietro le nostre corazzate, facendone risaltare più che mai le sagome nere. Contemporaneamente un bombardiere ad alta quota sganciò alcune bombe, che esplosero sull'acqua senza fare nessun danno. - Un bombardiere in incursione? - domandai più a me stesso che al comandante. - Probabile - commentò lui, che come me osservava con una certa apprensione le grandi navi da battaglia della nostra flotta. Poco dopo ci rendemmo finalmente conto di quello che invece stava accadendo realmente. - Aerosiluranti! - gridò il marinaio di vedetta che sorvegliava il cielo verso Sud Ovest e che non si era lasciato distrarre dalle manovre nemiche. Il comandante ordinò l'immersione rapida e mentre ci precipitavamo sotto coperta, ebbi appena il tempo di vedere i primi Swordfish, che planavano a bassissima quota diretti verso di noi o, più probabilmente, verso le corazzate alle nostre spalle. Mentre i flutti si richiudevano sopra di noi udimmo due forti detonazioni: quei maledetti "pescespada" avevano fatto centro. I marinai erano tutti all'erta, anche quelli nel turno di riposo. In realtà noi ufficiali riuniti in camera di manovra eravamo relativamente tranquilli della nostra sicurezza, dal momento che il nostro battello era un obiettivo trascurabile rispetto alle altre unità ancorate nel golfo, senza pensare che una volta immersi saremmo stati completamente invisibili nel mare scuro della notte. Ma tutto l'equipaggio era in ansia per il resto della flotta e disorientato dalla tattica degli inglesi: da dove erano decollati gli aerosiluranti che avevamo visto arrivare da Sud Ovest? Le esplosioni si susseguivano e noi non avevamo nessuna possibilità di intervenire: in una battaglia navale avremmo potuto dare il nostro contributo, ma contro un'offensiva portata dal cielo eravamo del tutto impotenti. Un marinaio aveva preparato alcuni caffè: la notte si prospettava lunga. - Giovanni, un po' di latte? - mi offrì Bernabò, mentre macchiava il suo caffè. - No, grazie. Sono stato allattato da mia madre fino a tre anni suonati e da allora non ne ho più bevuto. Il comandante scoppiò a ridere: - A tre anni? Allattato al seno? - Strano, vero? Mi ricordo ancora che una volta volevo farmi allattare in treno ed un passeggero seduto nel nostro scompartimento mi aveva deriso, vista la mia età. Forse quella è stata proprio l'ultima volta. - Quando hai finito il caffè, prepara le carte che ci facciamo una partita - disse Bernabò. Una partita di bridge sotto un attacco nemico non l'avevo ancora mai provata, ma d'altra parte non c'era modo di renderci utili. Giuseppe e Pier Vittorio si unirono a noi, intorno al tavolo del quadrato ufficiali. All'inizio mi fu molto difficile trovare la concentrazione, ma mi resi conto che quella partita era essenzialmente un messaggio per tranquillizzare l'equipaggio. Se i marinai vedevano noi quattro giocare serenamente a carte, significava che non c'era motivo di preoccuparsi. Dopo mezz'ora ebbi l'impressione che le esplosioni fossero cessate: probabilmente in quel momento si stava iniziando la conta dei danni ed il soccorso dei feriti. Noi andavamo avanti con la nostra partita: non aveva senso riemergere in quel momento senza la certezza che l'attacco si fosse esaurito. Come volevasi dimostrare, neanche il tempo di un giro completo di tavolo e ripresero le esplosioni. A quel punto tanto valeva giocare una partita completa: cioè cambiare compagno ad ogni partita e poi considerare il punteggio accumulato da ognuno per determinare il vincitore. Al primo giro ero andato sotto di un bel po', forse a causa della situazione di gioco insolita, ma al terzo giro avevo recuperato gran parte dello svantaggio iniziale e puntavo a raggiungere Bernabò che era in testa. All'ultimo giro ero in coppia con Giuseppe e, in seconda manche, mi trovavo in mano una tricolore forte con chicane a fiori. Le esplosioni dovevano ormai essere cessate da un po'. Chiudemmo la licita a cinque picche, perché purtroppo non avevamo intravisto la possibilità di andare a slam. Potevo accontentarmi ugualmente: rispettando il contratto sarei arrivato secondo. Bernabò alla mia sinistra giocò la sua carta; Giuseppe, che era il morto, depose le sue carte sul tavolo, che erano esattamente come me le aspettavo. Un rapido calcolo a mente ed ero già sicuro che avevamo chiamato giusto: c'era la possibilità concreta di fare le undici prese a picche, ma non di più. Terminammo la partita secondo le previsioni e, terminato il conteggio dei punti, ci accorgemmo che avevamo proprio fatto le ore piccole. Il comandante diede l'ordine di portarsi a quota periscopio. - Mio Dio! - mormorò quando lo puntò verso oriente. Non potevamo scorgere l'espressione di Bernabò che era nascosta dal visore del periscopio, ma quelle due sole parole erano state sufficienti a raggelarci. Nessuno osava fare domande. La spiegazione giunse dopo qualche istante di silenzio - La Cavour, deve essere lei se mi ricordo la sua posizione, è completamente su un fianco. Anche la Littorio è stata colpita, direi. E mi sembra … - lasciò per un attimo la frase in sospeso per cercare di capire meglio - c'è una nave incagliata davanti alla passeggiata del lungo mare… sì, è la Duilio… Giuseppe sospirò desolato di fronte a quel bollettino di guerra: - Tre corazzate danneggiate… - commentò. - Due danneggiate. La Cavour è più affondata che danneggiata - precisò il comandante. La metà delle nostre navi da battaglia più importanti annientata in un solo attacco aereo: come era possibile? - Ci sono anche degli incendi a terra, forse i depositi di carburante - continuò ad aggiornarci. Eravamo tutti annichiliti: solo il giorno prima vedevamo schierato davanti a noi l'orgoglio della marina e a distanza di poche ore sembrava fossero rimasti solo dei relitti. Quanto avrebbe potuto condizionare la guerra quel disastro? Intanto il comandante, sempre al periscopio, stava completando il giro d'orizzonte. - Che mi venga un accidenti! - Comandante? - chiesi senza riuscire a capire il tono di quelle parole, che non era più di costernazione, ma neanche di allarme. - Emersione! - ordinò. Poi staccò gli occhi dal periscopio e continuò - Ci sono i motoscafi dei soccorsi che ci stanno cercando! Il comandante fu il primo ad uscire sul ponte: l'equipaggio di uno dei motoscafi stava osservando pietrificato lo Zoea che era emerso all'improvviso e così vicino. Adesso che eravamo all'aperto, si udivano chiaramente le sirene dei vari mezzi che si muovevano lungo la costa impegnati nei soccorsi. - Zoea? State bene? - chiese una voce al megafono. - Sì, tutto bene! - rispose Bernabò. - C'è il comandante? - Sono io! - Bernabò, maledizione! E' un'ora che vi stiamo cercando! Già vi avevo segnato come dispersi! Quando il Capitano del Genio Navale Umberto Bardelli aveva lasciato lo Zoea, nell'ottobre del 1940, il Tenente Giovanni Galantino aveva preso il suo posto. Il Direttore di Macchina era responsabile a bordo del sommergibile del funzionamento e della manutenzione degli impianti meccanici ed elettrici, inclusi quelli relativi alla propulsione meccanica, il che lo rendeva nella gerarchia di bordo il secondo ufficiale per importanza dopo il comandante e addirittura prima del comandante in seconda. L'attacco portato dagli inglesi alla flotta italiana durante la notte tra l'11 e il 12 novembre 1940 è ricordato come "la Notte di Taranto" o "la Notte dei pescispada", dal nome inglese degli aerosiluranti impiegati. Fu il primo attacco aereo della storia lanciato da una portaerei e causò grandissimi danni ad unità fondamentali della Regia Marina. La tattica inglese, così innovativa, fu poi ispirazione per l'attacco giapponese a Pearl Harbour portato a termine alla fine dell'anno successivo. In effetti il porto di Taranto non era così difeso come poteva sembrare: mancava un apparato radar per rilevare in anticipo eventuali aerei in avvicinamento, i proiettori avevano una scarsa portata, la difesa tramite reti anti siluro non era completa e molti palloni di sbarramento erano stati strappati dal mal tempo dei giorni precedenti. D'altra parte si riteneva che un attacco di aerosiluranti fosse tanto improbabile quanto reso inefficace dai bassi fondali. Ma gli inglesi riuscirono a condurre l'attacco dalla portaerei Illustrious con aerosiluranti Swordfish (pescespada in inglese) che volando a bassa quota riuscirono a far passare il loro unico siluro tra fondale e rete di protezione, esplodendo sotto lo scafo delle navi grazie all'innesco magnetico che era stato aggiunto a quello a percussione. Pochi minuti prima delle 23.00 iniziò la prima ondata: due velivoli illuminarono la costa orientale di Mar Grande con numerosi bengala, un bombardiere sgancia bombe da alta quota per attirare il fuoco della contraerea e gli aerosiluranti a volo radente prendono di mira le grandi unità. Vengono colpite la Cavour e due volte la Littorio. La prima ondata durò quaranta minuti. Neanche venti minuti dopo, nel caos dei soccorsi, arrivò la seconda ondata: illuminate da numerosi bengala furono colpite la Duilio e, ancora una volta, la Littorio. Di undici siluri lanciati solo cinque andarono a segno, ma sufficienti ad affondare la Cavour e danneggiare gravemente la Littorio e la Duilio, che si salvò dall'affondamento grazie alla manovra del suo comandante che la portò ad arenarsi davanti al lungomare. Questa battaglia non decise da sola le sorti della seconda guerra mondiale, ma ribaltò il rapporto di forze nel Mediterraneo, condizionando per tutto il conflitto la strategia della marina italiana, e dimostrò la potenzialità offensiva delle portaerei.
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