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De Grasse

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About De Grasse

  • Birthday 11/03/1965

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    Ragusa
  1. De Grasse

    Guerra Negli Abissi - Recensione

    E' un bel libro davvero. Valeva la pena farlo tornare di moda. :s02:
  2. Continua dalla III° parte. ..................................... Il Pier Capponi era partito da Messina alle ore 11 del giorno 31 marzo. Il semaforo di Punta Faro aveva registrato il suo passaggio. Poi non si era saputo più nulla. Solo a guerra finita - nell'ottobre 1948 - seppi che dopo la partenza da Messina, a sud dello Stromboli, il sommergibile inglese "Rorqual", presente nella zona come ad un appuntamento, lo aveva silurato e il "vecchio chiodo" era scomparso polverizzato dall'esplosione senza lasciare tracce ne di rottami ne di morti. Caso o tradimento? Questo interrogativo ha tormentato per anni il mio cervello e così l'enigma del telefono: Romei mi diceva sempre che lui lo avrebbero potuto fregare solo a tradimento. Difatti ricordo che in missione di guerra non dormiva mai e io gli domandavo spesso come facesse, a resistere. Solo in immersione pisolava un po' ma con le orecchie era sempre desto. Ora, come abbiamo visto, a Romei hanno dato la Medaglia d'oro al Valor Militare: "per perizia e valore... Esempio di sereno ardimento, di eccezionale tempra di combattente e di elevate virtù militari". Ma chi scrive - che la sorte o quell'imperscrutabile che regola le vicende umane, volle risparmiato - si sente maggiormente impegnato a rievocare per gli italiani di oggi e di domani le vicende del glorioso sommergibile. Ho compulsato quanto di fonte inglese è stato pubblicato sull'episodio trovando nel Naval Staff History voi. II, Submarines, solo queste laconiche righe: "Roqual (Comandante R. H. Dewurst) lasciò Alessandria il 18 marzo. Imbarcò un carico di mine a Malta il 22 e furono depositate fuori Palermo il 25 e 26 dopo superato con successo lo sbarramento di Capo Bon in Sicilia". "Dopo ultimata la posa delle mine, il Rorqual silurò e affondò la cisterna italiana Ticino (1.430 ton.). Dopo causata la perdita della cisterna Verde (1.430 ton.) il 30 marzo il Rorqual silurò e danneggiò gravemente la petroliera Laura Corrado (3.675 ton.) finendola a colpi di cannone". "Il giorno seguente il sommergibile Pier Capponi (800 ton.) pagò la sua imprudenza di navigare in superficie durante il giorno, rimanendo colpito da due siluri". "Il Rorqual partì quindi per Malta per rifornirsi di siluri prima di far ritomo ad Alessandria". Non pago, ho interessato l'Ammiragliato Britannico per conoscere il rapporto di missione del Comandante del Rorqual e il suo indirizzo se fosse ancora in vita per intervistarlo. Ecco intanto il testo integrale del rapporto di missione del Comandante del Rorqual, finora inedito: "Lunedì 31 marzo 1941 05,44 - Immersione a S.E. dello Stromboli. Proseguiamo verso lo stretto di Messina. 06,19-Rilevamento idrofonico 185. Quota periscopio, mare calmo senza traccia dì onde, luce ancora scarsa. 06,25 - Avvistata una nave che più tardi risultò essere due cacciatorpediniere del tipo "Dardo" e "Oriani" che filavano a due miglia di distanza alla velocitàdi circa 18 nodi. Il rilevamento idrofonico dei caccia fu udito fino alle 0700 in ottime condizioni acustiche e fino a 8 miglia di distanza. 09,09 - Avvistato aereo ghibli che è passato molto vicino. Immersione alle ore 12.000. 13,37-Posizione 38,32, n. 15,19. E con mare quasi calmo, agli idrofoni rilevamento 140. 13,39-Avvistato un punto all'orizzonte. Più tardi venne identificato per un sommergibile italiano e iniziammo l'attacco. In base alle istruzioni contenute nel Captoun (S) l'S 23 29/29 il comandante era in dubbio se doveva procedere all'attacco avendo constatato che i caccia avvistati erano destinati a scortare le navi danneg- giate alla battaglia di Capo Mapatan - n.d.A.) ma essendo il Rorqual giunto in ritardo in zona, non aveva altra alternativa. Questa decisione venne confermata più tardi vedendo due caccia dirigere per occidente. "Il sommergibile venne riconosciuto come appartenente alla classe "Calvi" e procedeva su una rotta costante di 325 passando a sud dello Stromboli. 14.02 - Lanciata una salva di 5 siluri con rotta approssimativa di 85 stimando una velocitàdi 13 nodi e puntando mezza lunghezza avanti. Lancio a intervalli di 5 secondi. 55 secondi dopo il sommergibile fu colpito sotto la torretta, 5 secondi più tardi fu colpito ancora nella parte posteriore provocando una violenta e doppia esplosione che potrebbe essere stata causata da due siluri in rapida successione o dal secondo siluro provocando l'esplosione dei siluri del sommergibile colpito. La prua del sommergibile rimase in vista per pochi secondi con una inclinazione di 60 gradi in alto. Il resto del sommergibile fu disintegrato in una nube di fumo marrone. E' improbabile che ci fossero superstiti. 14.03 - Ci immergemmo per 20 minuti come precauzione contro un attacco aereo. 14,03-Un'esplosione fu dovuta a uno dei siluri alla fine della sua corsa, oppure dal sommergibile affondato. 14,23 - Quota periscopica. Niente in vista, esauriti i siluri procediamo per lasciare la zona di agguato. 17,49 - Rilevamento idrofonico 115. 17,51 -Avvistati due cacciatorpediniere identificati più tardi per i tipi "Oriani" con le lettere di identificazione GR e SN pitturate sulla prua. I caccia passarono a 4000 yards di distanza dal Rorqual seguendo la rotta di 305 ad una velocitàdi 20 nodi doppiando lo Stromboli sulla destra. Il rilevamento idrofonico dei caccia è durato fino alle 18,35 e cioè fin quando furono fuori vista a circa 6 miglia. "Quando passammo lo Stromboli a 4 miglia di distanza prima di risalire in superficie, avvertimmo un violento cannoneggiamento. Tenendoci vicino all'isola avremmo avuto un ottimo rifugio in caso di incursione aerea. Emersione per il viaggio di ritorno". * * * II comandante del Rorqual è ancora in vita (n.r. 1977) e vive nella Nuova Zelanda. Gli ho scritto chiedendogli quanto ancora ricordava dell'episodio. Ecco la cortese risposta: roturua (Nuova Zelanda), 5 maggio 1976 "Signor Caporilli, sono spiacente di non aver risposto prima alla sua lettera. La prego di scusarmi. Non ho la copia del rapporto di missione che feci all'Ammiraglio sull'azione che lei mi ha accennato, ma i particolari sono ancora vivi nella mia memoria e posso chiarire più ampiamente quanto lei giàsa. Io ero in missione nello Stretto di Messina a circa dieci miglia a nord della città. Ero stato avvertito che importanti forze navali italiane erano attese in matti- nata nella zona a nord dello stretto ma nessun se- gno di queste apparve all'orizzonte. Nel primo pomeriggio un sommergibile sbucò fuori o dal porto o dallo stretto con rotta nord. Il tempo era bello e il mare era molto calmo quasi uno specchio rendendo l'attacco difficile. Lanciai cinque siluri a circa novecento metri di distanza cui fecero seguito tré esplosioni. A causa delle condizioni del mare presi la speciale precauzione di evitare l'emersione per cui non mi fu possibile ve- dere i siluri colpire il bersaglio. Ma quando risalii a quota periscopica circa un minuto più tardi, vidi soltanto una coltre di fumo. Io continuai ad avvicinarmi al luogo dell' affondamento ma non vidi alcun segno di vita. Non posso dare maggiori particolari sull'affondamento del sommergibile perché due cacciatorpedinieri mossero contro di me per affondarmi. Spero che ciò possa essere utile al suo lavoro e si abbia i miei migliori saluti". R.H. Dewurst Un oscuro presentimento. Non posso chiudere questa mia rievocazione sugli Eroi del Pier Capponi senza un profondo fremito di commozione al ricordo di tutti i mèmbri dell'equipaggio i cui volti sono ancor oggi vivi nella mia memoria e li rivedo nel loro stesso sereno atteggiamento di trentacinque anni fa. Nel ricordo di tutti e del sacrificio che li ha accomunati voglio qui riportare la lettera che il comandante in 2° del "Capponi" Alessandro Stea, scrisse alla madre tré giorni prima della tragica fine come guidato da un oscuro ma ineluttabile presentimento. Questa madre, come tante Mamme d'Italia il cui dolore è oggi dimenticato e vilipeso, sopraffatta dalla angoscia e dalla disperazione per la perdita di questo suo unico bene al mondo, si tolse la vita. Ritrovarono un mattino il suo cadavere nel parco del Vomere a Napoli dove abitava: stringeva in pugno quel che restava di quel suo figlio caduto per la Patria. Cioè questa lettera che mani pietose trascrissero. Lettera che, per espresso desidero, la seguì nell'estrema dimora! Messina, 28 Marzo 1941. Mia cara Mamma, sono passati 14 giorni da S. Matìlde, ma gli auguri non tè li faccio che oggi. È l'una e 30 del 28, un'ora senza sonno e ricca di calma e di atmosfera spirituale, ora buona per un figlio un po' artista e perciò un po' matto, ma non tanto quanto si dice. Sembra strano rimandare gli auguri di questo giorno e dicevo c'è una ragione, una buona ragione e c'è. Io sono capace di scrivere tanto e niente se la mente e il cuore non mettono a fuoco il soggetto. Spesso ti scrivo poco, spesso male, mai insinceramente; non ti avrei fatto gli auguri stasera se non fosse risorto nel cuore il colore e il profumo di quelle rose donate per una lontana S.Matilde, fresche come allora, sempre dopo tanti anni, e se dietro quel profumo e quel colore non fossero risorti tanti ricordi non so nemmeno come e perché. Sono venuto, era tardi, ero calmo e sono stato lì a sentirli circolare. Facevano un gran brusio, nella memoria e parlavano a sbalzi grandi di tempo di tutte le mie visite, di tutta la mia vita, di tutta la nostra, vita, così diversa e così comune. Tu, mamma, mi aspettavi quelle tré ore del giovedì, ero al collegio militare, c'era la tavolina giàpronta avanti alla finestra fuori sotto la tenda; mentre finivi di preparare, ti leggevo qual- cuno dei miei entusiasmi più recenti e tu davi un'occhiata al fornello, "ma mi stai a sentire?" sì, sì, ti sento e dividevi l'attenzione fra le pentole e le pagine del più puro idealismo tedesco. C'era la tavolina giàpronta, e accanto il vassoio servente e niente donna, per essere più insieme e più soli, prima nella cucinetta linda, perché il cibo avesse il sapore delle tue mani curate, sempre curate e. della nostra comunione, poi di fronte, ai due estremi del tavolo di vimini (costò L.40 e tanti pensieri, C'erano anche quelli del pò ver Mario) un tavolo piccolo, allegrato sempre dal verde di una primizia, o dal rosso delle fragole a primavera. Spioveva una luce raccolta, schermata da un motivo grazioso, per es.: il grappolo d'uva (è ancora a casa quel grappolo dietro l'armadio). Molto tempo non c'era: venivo direttamente a casa; tutto era quasi pronto, si mangiava, due chiacchiere e poi via a gran passi per il parco, per il Corso. Mi salutavi dalla finestra, mi giravo una o due volte; mi giravo e mi fermavo e non salutavo col braccio, non mi pareva dignitoso, poi mi rigiravo e facendo il passo militaresco, tacchi a terra, perché tu dicevi di riconoscermi dal passo forzavo un po' il passo, anche per darmi un po' di aria con quella divisa e perché leggevo Fichter e Kant, ma ero ancora piccolo, ero al Liceo, dove finisce il fanciullo e comincia l'uomo, e la chiamano adolescenza, una stazione curiosa, povera di pensieri, di sogni, di entusiasmi, di abbattimenti, di sensazioni, di sentimenti. Mi dicevi "ti riconosco per quell'abitudine di tenere una spalla un po' più bassa dell'altra, nel camminare come il povero uomo"; mi dicevi; terrò accesa la luce della sala da pranzo, solo questa, così mi vedi" e mi salutavi dalla finestra. Era un periodo strano, pieno dì emozioni, di sentimenti, di scoperte e fu allora che scoprii per la seconda quanto bene vuole la mamma al figlio; la prima volta lo scoprii una sera di ottobre che si scendeva insieme dal Sannazzaro, dopo la mia approvazione, al passaggio di prima in seconda ginnasiale, tu mi passasti un braccio in- tomo al collo scendendo e mi chiedesti se volevo i cioccolatini o non so che altro, fu una cosa che mi meravigliò, ma quella scoperta di amore è stata la più bella della mia vita. Poi; non so come me l'ero dimenticata, forse attraverso la dura tenacia di educatrice che ti dovesti imporre per tirarmi avanti durante gli altri 4 anni di ginnasio e di liceo. In quella breve ora di franchigia del giovedì io scoprii il tuo amore di mamma; lo scoprii attraverso le fragole, i piselli freschi, la tavolina preparata e dopo i saluti alla finestra. Lo riscoprii e fu il nido caldo che mi schiuse la seconda volta alla vita, la vita amando tante volte, ma da allora, non ho più perduto la mamma. Ricordi che non so come vengono di quando mi volevi salvare dallo strazio del primo amore, di quello dell'ultimo, tanti ricordi di S. Matilde, e verrebbe la voglia di fare una festa popolare a questa Santa; portando in processione tutte le bandiere del suo amore; portando come bandiere quel viatico del viaggio per il primo amore, quella colazione impacchettata e disdegnata, mangiata poi con tanta fame la sera dopo averla vista, mangiata per mia fortuna; perché c'erano dentro tutti i pensieri, i tormenti dell'amore di S. Matilde, e dovette essere certo la commozione che mi impedì di fare la grossa sciocchezza contro Dio. Portando come bandiere le fragole fresche, i consigli, le lettere, i ritagli di giornali, l'articolo dell'arcivescovo di Reggio perché i comandanti scendano per ultimi dalla nave, ma scendano; "che spariscano è triste, ma è il sacrifìcio migliore". Queste bandiere ci vorrebbero e che festa per mamma; come a essere tanto l'amore di mamma? Io non so; è tanto, è smisurato, il solo bene della vita. Un figlio un po' artista, un po' matto scrive romanzi articoli, novelle, cerca occasioni, raccoglie, ama cura i suoi marinai, ci si perde un po' dietro; scrive poco; male spesso e in fretta; ma poi viene una sera di calma, senza sonno e si ricorda di tutto. Allora verrebbe voglia di fare chi sa che cosa per compensare un po' quest'amore; vorrebbe crearti una festa; inventare una gioia per regalartela, ma tè la regaleràdopo, tra giorni, quando verrò in licenza, Andremo insieme a comprarla, magari la compreremo l'ultimo giorno per passare insieme gli altri, una gioia grande che ti compensi un po' di tanta attesa, di posta, che ti aiuti ad aspettare la fine ormai prossima di questa guerra troppo lunga per tè. Una gioia piccola, grande, la borsa o il servizio da thè, per S. Matilde con tutti i baci e tutto l'amore di questo figlio un po' matto e un po' artista, che ti vuole bene molto e male quando non può come vor- rebbe ma è di certi temperamenti ora freddi ora roventi. Ti bacio! Scriverò ancora, prima di venire, ma verrò certamente fra giorni, tu aspettami, aspettami serenamente a Roma. Tuo ALESSANDRO Da " Guerra negli Abissi" Pietro Caporilli Edizioni Settimo Sigillo Secondo me, una grande penna.
  3. Continua dalla II° Parte ........................... I falsi dell'ammiragliato inglese Gli inglesi "more solito" non accusarono il colpo grave ricevuto, così come non accusarono quello inferto loro dai Mezzi d'Assalto della Marina nel porto di Alessandria in cui furono affondate le due corazzate Valiant e Queen Elizabeth. Fu giocoforza aspettare la fine della guerra per leggere sulla documentazione ufficiale una versione risibile. E cioè che era vero l'attacco della notte del 10 novembre 1940 a quella aliquota della "Mediterranean Fleet" da parte degli italiani ma che le esplosioni dei siluri erano perfine corsa e non per percussione contro i fianchi delle navi. Ecco la traduzione testuale: "Le esplosioni udite verso la mezzanotte si riferivano alle esplosioni di fine corsa dei siluri". Balle. I nostri siluri, notoriamente, non esplodevano a fine corsa ma affondavano semplicemente per esaurimento della forza propulsiva dell'aria compressa che li azionava. È un dato tecnico questo conosciuto in tutto il mondo giacché i nostri silurifìci sono stati fornitori di tali armi a molte marine. Cade acconcio a questo punto riportare il rapporto del comandante Romei relativo a quella azione che nel suo scarno linguaggio ci offre la misura e la statura del valoroso sommergibilista italiano: "9-11-40 - Mare grosso forza 6 da NW, vento forza 5 da NW, cielo nuvoloso, orizzonte nitido, luna giàabbastanza alta. Inizio il pendolamento e la carica ritornando sul punto di agguato ordinatomi dall'o.d.o., punto sul quale mi trovo ali'incirca alle ore 23.54, ora di avvistamento di una formazione nemica. La formazione è costituita da forte numero di CC.TT. ed incrociatori leggeri in scorta avanzata a cuneo, da una portaerei e da due grosse navi la cui sagoma è quella del Royal Sovereign e Ramillies. Queste tré grosse unitàprocedono in linea di fila, secondo l'ordine sopradetto. L'ultima unitàdella scorta laterale avanzata si profila sulla portaerei. L'avvistamento è avvenuto a distanza di circa diecimila metri. Per portarmi al lancio ho assunto rotta nonnaie alla direttrice di marcia avversaria (325°) cioè Pv. 235°. Mentre dirigo all'attacco la mia unitàè fortemente sbandata sulla sinistra per avaria agli sfoghi d'aria cerco due volte di raddrizzarla. 10-11-40 - Benché l'avvicinamento sia effettuato con motori termici fino a pochi minuti dal lancio, quando mi trovo in posizione opportuna rispetto al primo bersaglio importante (portaerei), disto ancora più di cinquemila metri. Contemporaneamente la formazione accosta in fuori allargando il beta. Decido quindi di attaccare l'ultima unitàdella formazione. Alle ore 00.08 circa, la squadra navale riaccosta stringendo il beta. Alle 00.09 la distanza è di 4.000 metri circa, beta 90°, Vn apprezzata 15 miglia. Angolo di mira risultante 21°. Tale angolo di mira viene trasmesso ai 3 siluri da 533 approntati a prora (il siluro da 450, sebbene approntato, non è stato lanciato perché la regolazione della sua corsa era 2.000 metri). Poiché, giuste le vigenti norme, i 3 siluri pronti sono inizialmente sfasati di 5°, le angolazioni risultano per il tubo 1 16°, per il tubo 3 21° e per il tubo 4 26°. Tale sfalsamento dovendo servire a realizzare un'apertura della salva di 85 metri per parte (apertura che a 4.000 metri sarebbe di 340 m. per parte) lancio il primo siluro (tubo 1 16° quasi uno scafo e mezzo a proravia della plancia, in modo cioè che l'apertura dovuta all'angolazione venga ridotta ad una 70° di metri (340 (340 - 270 70) ed il secondo siluro (tubo 3 21°) con regolare punteria sulla plancia mentre il terzo, (tubo 4 26°) che volevo lanciare con punteria uno scafo e mezzo a poppavia della plancia, sempre per ridurre l'apertura della salva nei limiti voluti - per effetto di una forte alambardata - viene lanciato con punteria a proravia della prora del bersaglio. Ritengo che il siluro sia passato 500 m. circa a proravia del bersaglio, e poiché le esplosioni udite sono state 3, che esso abbia colpito l'unitàprecedente. Tutte le armi sono state regolate a m5. Le prime due esplosioni sono state udite dopo 3 minuti e 15 secondi circa, e la prima di esse è stata preceduta da un'alta colonna nera levatasi contro lo scafo del bersaglio mirato (ultima unitàdella formazione). L'intervallo tra queste due esplosioni è stato brevissimo, dell'ordine di 3 o 4 secondi circa. La terza esplosione è seguita dopo 6 secondi circa ed è stato udito il contraccolpo sullo scafo del sommergibile, men- tre giàsi iniziavano le operazioni per la rapida; pertanto non è stata possibile l'osservazione visiva dell'effetto prodotto". Poco tempo dopo l'azione, il "Pier Capponi" fu costretto a sospendere la missione, per inconvenienti ai motori elettrici e rientrare alla base. Il "vecchio chiodo" accusava la sua stanchezza per cui ne verrà, come vedremo, decisa la radiazione che gli saràfatale in fase di trasferimento. Per questo audacissimo attacco alla formazione inglese, al Comandante Romeo Romei venne poi conferita la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione che segnò una importante svolta nella tecnica dagli attacchi in superficie adottata dal Comando Squadra per i sommergibili. "Comandante di Sommergibile si distingueva fin dall'inizio del conflitto per perizia e valore. All'importante base avversaria, attaccata di giorno da Unitàleggere di superficie, riusciva con insigne bravura a sfuggire alla caccia nonostante le notevoli avarie che avevano sensibilmente menomato le possibilitàdi ma- novra della sua Unità. Con coraggiosa determinazione e sicuro intuito manteneva ancora l'agguato nella zona e poteva così avvistare in ore notturne, grossa formazione navale avversaria di una portaerei, di due navi da battaglia e di vari incrociatori e Ct. Precorrendo le teorie d'impiego, successivamente adottate dai sommergibili, conduceva risolutamente in superficie l'attacco alla formazione, e, pur di raggiun- gere il suo audace intento, non esitava ad impiegare un motore termico in parziale avaria che, con il rilevante fumo di scarico, avrebbe potuto rivelare la sua presenza al nemico. Portato a fondo l'attacco, colpiva con due siluri una corazzata avversaria e con un terzo proba- bilmente un'altra unità, prendendo l'immersione soltanto dopo aver constatato l'avvenuto scoppio delle armi. Nel corso di successiva missione scompariva in mare con la propria unità. Esempio di sereno ar- dimento, di eccezionale tempra di combattente e di elevate virtù militari". La morte in agguato Quella testé narrata è la penultima avventura del glorioso sommergibile Pier Capponi e del suo eroico equipaggio. L'ultima reca la data del 31 marzo 1941. Il "vecchio chiodo" non ne poteva più e, dopo alcuni tentativi di rabberciamento ai Cantieri della Navalmeccanica di Napoli, il Superiore Comando ne decise il disarmo destinando l'intero equipaggio, me compreso, ad armare il Sommergibile di grande crociera (2000 tonnellate, 14 tubi di lancio, 36 siluri e 120 giorni di autonomia) "Ammiraglio Cagni" in allestimento a Monfalcone per la guerra di corsa sulle coste americane. Questa era la promessa formale che il Comandante in Capo della Squadra Sommergibili Ammiraglio Falangola aveva fatta a Romei e che l'intero equipaggio aveva salutato con grande entusiasmo. Ma il destino aveva disposto altrimenti. Il 15 marzo 1941 con Romei eravamo andati in licenza insieme: io a Roma e lui a Caprarola presso la famiglia. Il battello era rimasto in consegna al secondo Stea. La mattina del 30 marzo Romei viene a Roma per rientrare a Messina e portare il battello a La Spezia. Da casa mia telefona a Stea di tenersi pronto perché il mattino successivo sarebbe stato lì. Stea insiste che non è il caso che venga giù perché il "vecchio chiodo" lo avrebbe portato lui a La Spezia e poi sarebbe venuto direttamente a Roma ove la mamma, affidata alle cure di mia moglie, perché meno penose le riu- scissero le ansie della guerra, giàl'aspettava. Presente alla telefonata, la signora Stea prega Romei di inviarglielo subito in licenza questo suo unico bene al mondo anziché dopo il trasferimento a La Spezia, quasi che al suo cuore di madre una voce misteriosa avesse giàparlato del tragico destino che stava per compiersi. Ho ancora nelle orecchie le assicurazioni di Romei: - Signora, è una passeggiata. Mercoledì Sandro saràqui. Viene con noi anche Caporilli. La mattina la passammo tutta al Ministero. Poi Romei fece colazione con me e il pomeriggio lo passammo a rivedere sul mio taccuino la stesura di tutta la narrazione delle imprese del "Capponi" che oggi figurano in questo libro. Il treno per la Sicilia partiva verso le ventitré. Alle 22 chiamiamo al telefono un tassi. Il mio telefono risulta isolato. Non c'è verso di riattivarlo. Chiamiamo allora dall'apparecchio dell'appartamento attiguo. Romei è sempre dell'idea di trascinare via anche me in quello ch'egli scherzosamente chiama "il funerale" del glorioso sommergibile ma si convince che non vale la pena di andare fino a Messina per risalire poi la penisola costeggiandola entro la rotta di sicurezza. Tanto più che essendo "il funerale" un fatto incruento, io come giornalista non avrei avuto nulla da raccontare. Restiamo d'intesa che lo avrei raggiunto con Stea a Monfalcone, per le prove del "Cagni". Una stretta di mano, un'altra risata (Romei rideva sempre) e poi il tassi se lo portò via. Verso le ventitré sento mia moglie chiamarmi concitatamente e mi porge sbiancata in volto il microfono del telefono che aveva sollevato per sentire se era cessata l'interruzione. Odo un agghiacciante lamento come dall'altra parte del filo una persona morente chiedesse aiuto. Invano grido, batto sulla forcella. Poi il lamento cessa. Esattamente a mezzanotte un lungo trillo del telefono mi fa balzare dal letto. Corro, ma non odo che il solito caratteristico segnale dell'apparecchio che aveva ripreso a funzionare. Che cosa era accaduto? Mistero! Venne il mercoledì promesso da Romei, ma Stea non giunse a Roma. Ne passò un altro di mercoledì e sotto l'assillo di quella povera madre che aspettava il figlio mi recai dall'Ammiraglio Falangola, che mi onorava della sua amicizia e sapeva del mio fraterno affetto per Ro- mei. Appena mi vide capì lo scopo della mia visita e un velo di tristezza offuscò il suo volto. Lui era come un papa per i suoi sommergibilisti e ogni perdita era motivo di acuta sofferenza. Mi disse tutta la verità; cioè quel poco che risultava.
  4. De Grasse

    saluti a tutti

    Benvenuto Comandante. :s14:
  5. Continua dalla I° Parte. ..................... Finalmente ecco un espresso di Stea con un lungo racconto a togliermi dai carboni ardenti, primo resoconto della superba impresa ch'ebbe contemporaneamente una lusinghiera consacrazione nel Bollettino del Quartier Generale delle Forze Armate. Due giorni dopo ci riab- bracciammo al solito pontile di Messina. Ecco i particolari delle epiche gesta. Una notte da tregenda Notte d'inferno. Cielo e mare si sono scatenati in un furioso rimescolamento. Grosse ondate si rincorrono e si sospingono, travolgendosi l'un l'altra con spaventosi ruggiti. La pioggia vien giù a rovesci mentre il vento ulula su tutti i toni spingendo avanti a sé, come mandrie impazzite, bassi nuvoloni entro i quali romba incessantemente il tuono. Ogni tanto un livido saettar di lampi illumina sinistramente il paesaggio. È nel bei mezzo di questa tregenda che alle ore 20 del suo secondo giorno di missione, - è il 10 novembre 1940 - il "Pier Capponi" emerge per iniziare l'agguato nei pressi della zona che ha conosciuto le precedenti audacie. Durante tutto il giorno, a causa di una avaria al motore di dritta, il capo motorista Ammirati e i suoi bravi collaboratori Toson, Breanza e Del Rè, avevano lavorato come negri per le riparazioni. Lavorato in condizioni drammatiche e cioè in immersione, giù, giù, per sfuggire a una caccia spieiata che, appena arrivati in zona di agguato, avevano dovuto subire. Gli inglesi questa volta, sembrava che si fossero messi d'impegno a distruggere il Capponi poiché la caccia era armata di un terribile nemico dei sommergibili; il "periterò" e cioè il rivelatore di eco ultraso- nora. Gli uomini del Pier Capponi a intervalli sentivano, sullo scafo, fra un turbinar, ora lontano e ora vicino delle eliche nemiche, come una scudisciata metallica prodotta dal fascio delle onde elettriche che lo cercavano e poi giù bombe a piovere, tanto che i due paraonde e una pala dell'elica di dritta saltarono in pezzi. Ma la buona stella e lo spirito indomito del fìerissimo gonfaloniere della repubblica fiorentina, di cui il sommergibile portava il nome, lo protessero ancora una volta. Ora "il vecchio chiodo" arranca imperterrito in quel maraglione che avrebbe impressionato anche una unitàdi superficie di maggiore tonnellaggio. Letteralmente spazzato dai cavalloni che lo assaltano da ogni parte, esso ogni tanto sparisce nei crateri che sembra debbano precipitarlo fino in fondo al Mediterraneo, per poi riaffiorare sulle creste spumeggiami delle onde. Sotto il tetto della torretta, intabarrati nei lunghi impermeabili gocciolanti, il comandante Romei e l'ufficiale in seconda Stea spiano attentamente fuori di proravia, l'uno a dritta e l'altro a sinistra, attraverso le inquadrature dei portellini di vetro alzati. La vedetta De Donno, che è anche l'ordinanza di Romei, fora l'oscuritàdi poppa abbrancato al paraonde in costante pericolo di essere scaraventato in acqua. - Brutta notte, comandante! - dice Stea, - Sì, bruttissima, saràbene anzi controllare la rotta, poiché dovremmo essere ai limiti della nostra zona. Ci vuoi niente a silurare un compagno con una notte come questa! Poi, come seguendo il filo di un terribile pensiero: - Vi ricordate la tragedia di quel comandante tedesco; nell'altra guerra, Hoppe dell'U.22, che mandò a fondo l'U.7 comandato da Koenig suo fraterno e inseparabile amico? - Perché la tragedia del nostro Gemma al comando di Corderò di Montezemolo silurato dal Tricheco in Egeo non è stata altrettanto grave? Sono drammi che scuotono profondamente i combattenti del mare. Per lungo tempo nessuno rompe più il silenzio. Romei rumina sempre sulla auspicatissima eventualitàd'incocciare la portaerei per ripagarsi delle amarezze della missione precedente. Si naviga da tré ore. Il mare mugghia sempre infuriato, ma la pioggia è cessata. Dev'essere cambiato vento anche poiché a tratti una luna arruffatissima di nuvolole gia fa capolino schiarendo a sprazzi la visibilitàdell'orizzonte. "Un milione di navi!" È sullo sfondo di uno di questi aloni di luce che esattamente alle 3,54 la vedetta De Donno allucca gesticolando: - Comandante, un milione di navi! Romei e Stea saltano sui seggiolini come se fossero stati morsi dalla tarantola: lontano, a diecimila metri circa, il mare è pieno di navi che si stagliano all'orizzonte. Si tratta di diciotto o venti cacciatorpediniere e incrociatori leggeri che avanzano a cuneo precedendo tré grossissime navi in linea di fila facilmente riconoscibili, per una portaerei che poi risultò essere l'Illustrious e due corazzate di trentamila tonnellate della classe Ramillies. Il cuneo delle forze leggere in scorta avanzata finisce esattamente a metàdella portaerei e tutta la formazione naviga con rotta a zig-zag. Echeggia all'altoparlante nell'interno del locale macchina l'ordine: - Staccare la carica degli accumulatori e avanti a tutta forza!. Il Pier Capponi si getta all'attacco in emersione con i motori spinti oltre il limite. E il pigmeo che, a viso aperto, si scaglia contro un esercito di giganti. Il gesto è folle, ma il pensiero di quello che potràloro accadere non sfiora nemmeno la mente degli uomini del Capponi. In si- mili circostanze la vita non conta più, conta colpire il nemico e il più duramente possibile! Il sommergibile caracolla sul mare sempre agitatissimo, nel tentativo di farsi sotto il più possibile, ma la velocitàdella formazione, rispetto a quella del Capponi è troppo elevata perché si possa sperare di cacciarvisi in mezzo. Nella camere di lancio dei siluri l'attesa si fa spasmodica. - Più svelti! - più svelti! - non fa che gridare Romei alla camera motori, ma il bravo Tenente Leognani e il suo aspirante Valenti, sono anch'essi desolati di non poter correre di più; temono anzi di veder saltare via i pistoni dalle camicie dei cilindri. In piedi sul tetto della torretta Romei freme. Il bersaglio, sui quattro mila metri circa, cioè al limite massimo per il lancio dei siluri, sta per defilargli sotto il naso; giàla portaerei con suo grande dispetto è fuori tiro. Allora echeggia l'ordine: - Ferma motori termici - Ingrana elettrici - Aria all'immersione per l'affioramento! Il sommergibile affonda un poco in acqua di quel tanto sufficiente a lasciar fuori la sola torretta, per renderlo meno visibile e per agevolare le operazioni di lancio. Con rapiditàfantastica, il comandante mira, guardando con un occhio il nemico e con l'altro la dirczione della prua, e poi grida con l'intervallo di pochi secondi: -Tubo tré fuori! -Tubo uno fuori! - Tubo quattro fuori! In camera di manovra l'elcttricista addetto ai pulsanti preme i relativi bottoni del contatto elettrico. Il soffio potente dell'espulsione annuncia che le armi sono partite. Ora le tré scie dei siluri si rincorrono fulminee sul mare. I primi due micidiali fusi sono stati spediti contro l'ultima nave da battaglia della formazione, e il terzo, con tiro angolato, contro l'altra corazzata. La prassi sommergibilistica in guerra vuole che dopo il lancio ci si immerga immediatamente per sfuggire alla muta dei caccia che, appena avvertito il pericolo, si avventa per braccare la vittima; ma Romei non ci pensa affatto. Questa volta egli vuoi vedere con i propri occhi come andràa finire. Siluri a segno Finalmente dopo tré, lunghissimi etemi minuti, una gigantesca colonna di fumo grigiastro si leva contro lo scafo nemico. Dopo una decina di secondi si avverte a bordo la sventola foltissima del contraccolpo del primo scoppio, contemporaneamente un'altra colonna si alza contro lo stesso bersaglio. - Abbiamo colpito! Abbiamo colpito! - si grida da poppa a prua nei vari comparti. Una fiera gioia è negli occhi di tutti. - Abbasso ragazzi, abbasso! - urla Romei, balzando giù dalla torretta. Il personale della plancia, in un trambusto indescrivibile si precipita nel ventre d'acciaio attraverso il portello che si rinserra di colpo sulla testa di De Donno che scende per ultimo. Piove dall'alto il grido evangelico: - Chiuso portello! Segue il concitato rosario degli ordini della immersione rapida e l'eco di essi degli addetti ai vari organi: -Apri sfogo d'aria emersione! -Aperto sfogo d'aria emersione. - Tutti i timoni in basso! - Tutti i timoni in basso. - Togliere acqua di zavorra! - Tolto appesantimento. -Aria alla rapida! - Rapida vuota. - Motori avanti mezza forza! - Motori mezza forza avanti. In tutto questo putiferio ecco il contraccolpo sullo scafo di una terza potentissima esplosione. Vuoi dire che anche l'altro siluro ha fatto bravamente il suo dovere contro la seconda nave da battaglia e che l'occhio del comandante Romei è stato veramente infallibile. Il sommergibile precipita più che correre, verso gli abissi in cerca di un sicuro rifugio all'inferno della reazione delle bombe di profonditàche la caccia verràa scagliargli sulla testa. Il marconista agli idrofoni è in attenta ascoltazione pronto a raccogliere la sorgente sonora in avvicinamento delle eliche nemiche. I minuti passano ma tutto tace all'intomo. Solo in lontananza si percepisce appena il ronzio della formazione, ma nessuna nave ha puntato verso il sommergibile. La spiegazione è chiara. La scorta si è serrata intomo alle due navi ferite a morte ed alla portaerei per proteggerle da un nuovo eventuale attacco. Gravemente colpita la nave da battaglia che ha ricevuto i due siluri, deve avere in mare superstiti e quindi, oltre al da fare, è impossibile lanciare bombe di profonditàpoiché la concussione dello scoppio spezzerebbe fatalmente le reni ai naufraghi. A bordo del Pier Capponi si è raggianti. Appena tutto è tornato silenzio all'intomo, il sommergibile riemerge e la radio di bordo trasmette in cifre il primo sommario annuncio dell'audace e vittoriosa impresa, poi mette la prua verso le coste italiane che l'accolgono, l'indomani, con un tripudio di bandiere. Su tutte le navi in porto la gente è schierata per il saluto alla voce e si grida: Viva l'Italia -Viva il "Capponi". Una festa indimenticabile di popolo, di musiche e di colori. Il glorioso sommergibile prora alla banchina, fa cintillare al sole due bei capponi pitturati a smalto bianco e rosso dal guardiamarina Fiaschi durante il ritorno. Agitano certe campanelle con le alucce e se ne stanno minacciosamente appollaiati su due siluri su cui è scritto da una parte "Semper Impavidus" e dall'altra la famosa risposta di Pier Capponi ai nemici della Patria "...e noi soneremo le nostre campane!". In cima all'alberetto, sotto la bandiera tricolore, la bandiera dei corsari tutta nera con la testa di morto su cui questa volta sono state aggiunte tré stelle - tré affondamenti! Continua...
  6. Pietro Caporilli - Fu corrispondente di guerra imbarcato anche sul Pier Capponi. Racconta.... ............... Al comandante Romei era venuto il chiodo fisso di organizzarsi una portaerei o, in via del tutto subordinata, un bei convoglietto contro il quale lanciare tutti i siluri. Intanto i giorni passano e, in attesa di mettere in atto il fermo proposito, egli comincia ad agitarsi considerando una vera indecenza lo stare così disoccupato. Ma il giorno, anzi l'ora, viene e, come sempre, improvvisa col segreto e nel segreto che deve sempre accompagnare ogni movimento di sommergibili in guerra. Come al solito una mattina vado in casermetta a trovare il 2° Stea e mi colpisce subito il notare a distanza che il Capponi non è al suo posto. Capii che l'ordine di missione doveva essere arrivato; ma volli sincerarmene maggiormente pensando che Romei potesse essere in mare per una prova qualsiasi. In segreteria trovai, insieme ai saluti di tutti, un biglietto di Stea che mi diceva testualmente: "Per qualche tempo non mi farò vivo. Spero trovare tutti bene e se li troverò benissimo - quelli che dico io - ti telegraferò a suo tempo. Se del discorso non hai capito un'acca... poco male". Altro se avevo capito! C'era anche un pacchetto di cartoline in franchigia che alle date segnate bisognava imbucare. Erano dirette alla mamma - che non aveva che lui al mondo - perché non lo pensasse in mare. Stea le chiamava le cartoline "a scadenza" sperando, mi diceva, "che l'aiutino ad illudersi". Mi rassegno a non vedere i miei amici del "Pier Capponi per quel tempo che sapevo poteva durare la missione, ma quale non fu la mia sorpresa quando appena tre giorni dopo ricevo un telegramma urgente in cui è detto semplicemente "Stiamo pesantissimi campali - abbracci Stea". Il dispaccio veniva da una base della Sicilia: Augusta. Stare pesante campale, nel nostro linguaggio figurato, voleva significare stare bene, col vento in poppa. Dunque avevano fatto il colpo gobbo! Pensai immediatamente alla portaerei - il chiodo fisso di Romei e non ebbi più pace. Passai così l'intero giorno attaccato ai fili del telefono senza arrivare a capo di niente. Partire? Per dove, se quella indicata nel telegramma certamente era una base di momentaneo appoggio? Continua...
  7. De Grasse

    Capolavori del cinema di guerra.

    E' bello. Durante la II G.M. un Smg italiano compie una lunga crociera di guerra in atlantico. Affonda molte navi nemiche cercando sempre di salvare i naufraghi. Tra gli Italiani e i marinai nemici c'è naturalmente molta diffidenza.... Il film è ben fatto e c'è un giovanissimo Carlo Delle Piane tra i protagonisti. La Regia è di Duilio Coletti.
  8. Continua dalla parte seconda. ................ IL FIUME Il fenomeno più singolare, verificatosi in conseguenza di quello sfortunato scontro notturno, fu però un altro: ne parla l'ammiraglio Iachino nel suo Gaudo e Matapan, e ne parlarono il Bragadin, giornalisti, scrittori. lo lo intesi raccontare da un marinaio di Napoli che aveva navigato con me in mar Rosso e sul Torelli in Atlantico, e poi era imbarcato sul Fiume. Di lui rammento solo che si chiamava Antonio e che, quando venne a trovarmi sul Da Recco, mi disse singhiozzando che avevano colpita la sua nave all'improvviso; Giorgio Giorgis, il comandante, aveva tentato di far spegnere l'incendio, e solamente quando ogni sforzo era apparso inutile aveva ordinato di ammainare le imbarcazioni di salvataggio. Ma lui, il comandante Giorgis, era rimasto a bordo. Lo videro, a poppa, mentre accendeva una sigaretta prima d'avviarsi per l'ultima volta verso il ponte di comando. I superstiti erano vissuti cinque giorni sopra una zattera; ma non era la tremenda pena di quei giorni desolati che gravava sul cuore di Antonio, bensì ciò ch'egli vide all'alba del secondo giorno e che, con lui, videro tutti indistintamente gli uomini di quel natante e delle imbarcazioni intorno. Fu poco prima che si levasse il sole: « Non si vedeva niente », mi disse Antonio: « mare, soltanto mare, calmo, quasi oleoso, cosicché non ci fu difficile scorgerlo quando prese a venir sù, quattro o cinque miglia lontano. Lo vedemmo tutti: spuntò prima il torrione, poi gli alberi, i fumaioli. Era il Fiume. Chi di noi non l'avrebbe riconosciuto? Era la nostra nave, la nostra nave che tornava. Vennero fuori il ponte di comando, i cannoni... affiorò fin quasi alla coperta,' ma con una lentezza che ci pareva di morire. Per un istante fummo convinti che il Fiume si sarebbe avvicinato, che sarebbe venuto a riprenderci, a salvarci dall'agonia in cui molti di noi erano ormai da qualche ora. Ma la nave rimase ferma li, senza riuscire a emergere tutta; poi, a poco a poco, quasi insensibilmente ritornò giù di nuovo. Scomparve ». Questo mi raccontò il marò Antonio, più d'un anno dopo il combattimento. E io, da parte mia, avrei forse dovuto parlargli d'allucinazioni collettive, di suggestione. Ma dovevo forse togliere l'illusione che la nave avesse realmente compiuto ogni sforzo pur di soccorrere gli uomini che l'avevano equipaggìata?... Oggi, poi, sono convinto che in quell'alba il Fiume ritornò realmente sul mare per trasmettere ancora una parola di fede a chi voleva intenderla; la parola di fede che lo stesso Fiume ci ha inviata di recente col messaggio del marò Francesco Chirico da Futani. Com.te Aldo Cocchia. Sono contentissimo del fatto che abbiate gradito questo estratto dal libro. A me ha colpito veramente tanto. De Grasse
  9. segue dalla prima parte ........................ L'INCROCIATORE COLLEONI I britanni si ritengono addirittura in grado di precisare l'ora (22,28) in cui individuarono la nave della classe Colleoni navigante di prora allo Zara, quasi battistrada della formazione italiana; sostengono inoltre di avergli sparato contro, provocando incendi che lo costrinsero ad abbandonare la battaglia. Zara e Fiume furono purtroppo colati a picco prima di poter sparare un sol colpo di cannone, poiché, privi com'erano di radar, non avevano avuto cognizione dell'avvicinarsi delle corazzate nemiche; poi venne affondato anche il Pola che, immoto e inerte, aveva assistito da lontano all'azione di fuoco britannica; ma l'incrociatore leggero del tipo Colleoni chi era? Oltre tutto, nessuna unitàdi quel genere prese parte alla complessa operazione navale che portò ai combattimenti di Gaudo e di Matapan, svoltisi il 28 marzo 1941, giorno e notte. Non v'è dubbio che l'avvistamento dell'incrociatore leggero italiano fu dovuto a un'allucinazione collettiva da parte dei britannici; ma può un'allucinazione essere così generale e convincente da indurre comandante e cannonieri ad aprire il fuoco contro una nave immaginaria, da indurre ammiragli e ufficiali a scrivere poi nei rapporti che la nave venne incendiata? Se si trattò di allucinazione, fu allucinazione ben strana; tanto più strana in quanto, proprio in'quelle acque, circa otto mesi avanti lo scontro di capo Matapan, l'incrociatore Colleoni era affondato combattendo contro il Sidney. Quella nave, pertanto, non poteva essere materialmente intervenuta a capo Matapan; ma qualcosa del suo "Spirito" era certo là; qualcosa che tentò d'attirare su di sé l'offesa per stornarla dagli altri... Lo videro tutti, il Colleoni; lo videro anche dal Pola che, fermo, assisteva allo scempio dei nostri incrociatori senza poter fare nulla per aiutarli. Nessuno poté far nulla per le navi italiane in quella notte; neppure un incrociatore leggero che non esisteva ma che tutti videro. continua...
  10. De Grasse

    Rieccomi.

    Giàdate opportune disposizioni al " minuto mantenimento " :s02:
  11. De Grasse

    Rieccomi.

    Mi era sembrato di capire ( forse erroneamente ) che bisognava iscriversi alla WPL anche per avere accesso alle modifiche ( immagino stupende ) di produzione Betasom per SH II . Avendo deciso ( dopo averlo finalmente procurato ) di volerlo praticare da solo per ora, ritenendo di non essere pronto per il Multiplayer, mi sono iscritto. Mi è stato assegnato un numero e volevo sapere se farlo pervenire a qualcuno dei Moderatori per le opportune modifiche del profilo o quant'altro.
  12. Da: Sommergibili all'attacco del Com.te Aldo Cocchia. Rizzoli 1955. ( Anche se questo capitolo non riguarda nello specifico i Sommergibili ). Qualcosa mi dice che anche a Voi, alla fine, verranno i brividi. ( E' piuttosto lunghetto, lo diluirò in più posts ) ........... FENOMENI SINGOLARI Esiste una documentazione così ricca - sia italiana che britannica - sulla battaglia di capo Matapan, che l'andamento di quello sfortunato scontro ci è noto sinanche nei più insignificanti particolari: note esattamente le circostanze che resero possibile - e per noi tragico - il combattimento notturno; note le rotte che seguirono gli uni e gli altri e le accostate delle corazzate e degli incrociatori britannici; nota la velocitàsviluppata dai cacciatorpediniere inglesi che inseguirono (e non raggiunsero) la Vittorio Veneto avariata; così come conosciamo i movimenti compiuti dalle unitàitaliane che furono affondate - gl'incrociatori Zara e Fiume dell'ammiraglio Cattaneo -, e le condizioni in cui si trovava il Pola, fermo in mezzo al mare per aerosiluramento. Sappiamo ogni cosa, insomma, della tragedia di quella notte, non foss'altro che per il libro dell'ammiraglio Iachino e per il serrato esame critico che ne fa l'ammiraglio Bernotti nella sua opera sull'ultima guerra; e non sarebbe il caso di parlarne ancora, se non per accennare ad alcuni strani fenomeni occorsi durante la battaglia o subito dopo; fenomeni inspiegabili al vaglio d'una critica fredda e ponderata, ma che pure furono constatati in maniera che non lascia adito a dubbi. Non esistono incertezze, per esempio, sul ritrovamento avvenuto l'anno scorso d'una bottiglia contenente l'ultimo messaggio d'un marinaio caduto nello scontro notturno del 28 marzo 1941. La bottiglia venne rinvenuta sopra una spiaggia sarda e conteneva un pezzo di carta con le parole: « Signori, nel momento in cui muoio per la Patria salutatemi mia Madre. Grazie, grazie, Signori ». Le scrisse il marinaio Francesco Chirico da Futani mentre la sua nave - l'incrociatore Fiume - stava affondando. Poi all'ultimo momento ritenne di dover aggiungere ancora qualcosa al suo messaggio; e dopo il nome scrisse: « Italia, Italia », una invocazione che compendia tutto quel ch'egli sentiva in cuore e non sapeva né poteva esprimere mentre la tragedia della sua nave stava per travolgerlo. Il messaggio fu affidato al mare; e il mare, dopo undici anni, l'ha onestamente trasmesso all'Italia. Impossibile commentare questo grido, quest'invocazione, questo saluto alla patria che giunge non dalle acque del Mediterraneo orientale, bensì dall'infinito. Una bottiglia, gettata in mare da una nave italiana, vaga per undici anni nel Mediterraneo, fin che giunge a posarsi su una spiaggia d'Italia: caso, nient'altro che caso, è vero; ma un caso che s'inquadra perfettamente con gli strani eventi che accompagnarono il disgraziato scontro di capo Matapan, dei quali taluni possono anche trovare una spiegazione logica e convincente; tanti altri, no. Possiamo anche spiegarci perché mai gl'inglesi non abbiano subito aperto il fuoco sulla prima unitàItaliana - l'incrociatore Pola - percepita dal radar, e abbiano invece proseguito nella ricerca di altre unitàche potevano anche non esservi; e possiamo anche comprendere come, per un curioso sincronismo dei movimenti delle due squadre, due incrociatori da diecimila si sian trovati di fronte tre corazzate britanniche armate di 381; e comprendiamo poi benissimo che i britannici, serviti perfettamente dai velivoli imbarcati sulla portaerei, avessero la nozione esatta degli avversari ch'erano per mare e che gl'italiani avessero invece soltanto un vago sentore che la squadra d'Alessandria, al comando di Cunningham, dirigeva verso di loro al gran completo con corazzate, incrociatori, portaerei e caccia. Tutto ciò è ben comprensibile; invece non riusciamo a spiegarci come tutti, indistintamente tutti gl'inglesi che parteciparono allo scontro, e molti degli italiani, abbiano visto sul campo dell'azione un incrociatore leggero del tipo Colleoni, il quale non c'era affatto. Non intendiamo naturalmente rievocare tutto il combattimento di capo Matapan; ora ci è sufficiente ricordare che, nella notte fra il 28 e il 29 marzo 1941, l'incrociatore Pola era fermo in mezzo al mare, colpito gravemente da un siluro aereo, e in suo soccorso s'erano mossi gl'incrociatori pesanti Zara e Fiume, accompagnati da quattro caccia al comando dell'ammiraglio Cattaneo. I due incrociatori navigavano in linea di fila, con lo Zara in testa, seguiti dai cacciatorpediniere, e quelle sei erano tutte le unitàitaliane in moto nella zona, né poteva esservi alcuna altra nostra nave in movimento; c'era il Pola. ma fermo, li poco distante. Eppure non esiste rapporto inglese che non affermi che quella notte, di prora allo Zara, nave ammiraglia, navigava un incrociatore leggero del tipo Colleoni. Lo asserirono i bollettini delle agenzie d'informazioni, e lo ha ripetuto l'ammiraglio Cunningham nel suo recente libro di memorie; non si può quindi pensare che gli ufficiali e gli equipaggi inglesi impegnati a Matapan non abbiano realmente visto questo incrociatore leggero che invece non esisteva nella maniera più assoluta. Continua..
  13. De Grasse

    Capolavori del cinema di guerra.

    Giustissimo, in siluri umani c'è un ancora quasi sconosciuto Bud Spencer. :s02:
  14. Volevo condividere con Voi la mia soddisfazione; dopo una ricerca durata quasi 11 anni, ho reperito le registrazioni VHS di alcuni film sulla Marina Italiana nella II° G.M. e precisamente: Siluri umani I 7 dell'Orsa Maggiore L'affondamento della Valiant ho trovato anche da Albertelli " La grande speranza " in vesione originale riproposto dalla Cineteca Luce.
  15. De Grasse

    Rieccomi.

    Ho capito, lo Spalletti devo tirarlo fuori io. Meno male che in previsione di questo avevo provveduto a rifornirne la stiva . Bene, leviamo i calici allora. Prosit, Signori. :s01: :s02:
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